Part 25
«— Ora basta. Esclamai con forza. Vi ho già dato retta di troppo; di troppo già ho tollerato la vostra compagnia. Lasciatemi, lo voglio, ve l'impongo!
«L'aspetto e l'accento dovettero avere in me una certa nuova autorevolezza onde quello sciagurato fu come sovraccolto. Mi guardò un poco ma fu costretto a chinare innanzi ai miei quei suoi piccoli occhi affondati; esitò un istante, e poi si decise ad allontanarsi.
«— Come volete: diss'egli: eccelso stupido che siete, caro figliuolo che la peste vi affoghi! Il colpo si farà lo stesso e voi avrete il gran merito di non avere neppure un da due denari. Così la vostra eroica virtù sarà contenta... Ma andate pur là che un giorno o l'altro la fame e il bisogno di ogni cosa vi faranno cascare, e invece di aver per primo un bel colpo, come quello che vi propongo io, mercè cui sareste colla pignatta provveduta per tanto tempo, sarete costretto a qualche miserabile ladroncelleria che vi manderà a marcire in prigione in causa di un tozzo di pane. Fate a vostro modo: vi lascio e non vi dico più nulla: ma vi pentirete, ne sono certo, e vi rincrescerà all'anima di avermi oggi risposto a questo modo.
«Dopo tali parole si allontanò a passo lento, e fermandosi tratto tratto, quasi nell'attesa ch'io lo richiamassi.
«Io guardava dietro lui con animo turbatissimo, le sue parole mi avevano richiamato alla mente che già pur troppo ero cascato là dov'egli diceva, e quello delle candele era un vero furto da me commesso.
«Tornando a casa ero agitato e perplesso. Graffigna mi aveva detto che, non ostante il mio rifiuto d'entrar complice, quel delitto si sarebbe compito la stessa cosa. Era certo il mio dovere farne avvisato il mio padrone. Parevami che se il fatto avvenisse e ch'io non avessi posto in sulle guardie Nariccia, anche su me avesse da ricadere parte della colpa. Ma come governarmi affine di renderne avvertito il padrone? Dirglielo io stesso non avrei osato mai; e come spiegargli il modo onde ero venuto in cognizione di codesto? Ad un tratto mi ricordai la minaccia di Graffigna, di svelare il mio passato a Nariccia per mezzo d'una lettera anonima.
«— Ecco il mezzo! Esclamai tra me stesso, e camminai di buon passo verso casa per mettere in esecuzione quel disegno, ed affrettandomi a scrivere la lettera falsando più che mi fosse possibile la mia scrittura, non fui tranquillo finchè ebbi visto ingoiata quella carta dalla buca della posta.
«Quella stessa sera Dorotea mi apparve assai sopra pensiero. Si sarebbe detto che alcuna cosa stava sulle sue labbra per venir fuori, e ch'ella tuttavia si studiava di trattenere. Due o tre volte colsi il suo sguardo fisso su di me con una certa acutezza osservativa che mi faceva intimamente tremare. Sentivo come una incognita minaccia incombermi sopra. Ero inquieto di tutto e ad ogni momento il cuore mi balzava con palpito quasi doloroso.
«La sera non potei addormentarmi che a stento; mi svegliai all'ora solita della notte, ed acceso il lume, secondo l'usato, mi posi allo studio. Non era gran tempo che io mi trovava tutto assorto in esso, quando mi sembrò udire uno strascico di pianelle nel corridoio. Sorsi di scatto, coll'idea di spegnere il lume, nascondere il libro e gettarmi sul pagliericcio: non era più tempo, l'uscio s'aprì e comparve la grossa faccia di Dorotea più burbera e più brutta del solito.
«A quella vista io stetti come annientato. La donna guardò me, guardò il lume acceso, e i suoi occhi mandarono lampi e faville; poi con uno scoppio di quella sua terribil voce da omaccione:
«— Ah! Sei dunque tu, gridò, lo scellerato di ladro che mi ruba le candele! Da un po' di tempo mi pareva e non mi pareva che le consumassero troppo più che non per l'addietro; ma stamattina poi mi sono convinta che le mi sfumavano proprio dalla cassetta, e quantunque non ci sia altri che te in questa casa, tristanzuolo, non volevo credere che tu fossi capace di tal birbonata. Non ho voluto dir nulla ancora al padrone...
«Io la interruppi pregandola, scongiurandola a tacere la cosa. La paura mi aveva ridonata un po' di energia, cui dapprima tutta mi aveva tolta la vergogna. Le dissi il perchè di quel mio fallo, le affermai essere mio intendimento pagare tutte le prese candele, coi primi denari che avrei esatti dal padrone pel dovutomi stipendio; non volesse perdermi, non volesse precipitarmi per l'affatto, svelando la cosa a Nariccia che io prevedeva, che sapeva inesorabile.
«Non so se Dorotea si sarebbe acconciata ad accondiscendere alle mie preghiere; ma la cosa fu ridotta ad ogni modo impossibile, perchè Nariccia medesimo, il quale non dormiva che il sonno leggiero degli avari, sveglio dagli scoppi di voce della donna, accorreva sollecito a vedere che cosa fosse.
«Ti lascio immaginare il suo furore nell'apprendere la verità. Mi investì colle più atroci ingiurie. Le galere, che? il capestro erano poca pena al mio delitto. Egli non voleva tenere neppure un'ora, nemmeno un momento di più sotto il suo tetto un simil birbante: partissi in sull'atto e senz'altro; ma poi tosto si ravvisava e decideva serbarmi a peggior sorte. Gli era ai R. carabinieri che mi si doveva consegnare, affinchè pagassi del mio delitto il meritato fio.
«Se colla Dorotea avevo pregato, innanzi alla collera di Nariccia ero stato fermo, immobile e silenzioso; e quella mia calma pareva aizzarlo ancora di vantaggio. Ma quando udii minacciatami di nuovo la carcere, innanzi allo spavento di ritornare in quella bolgia infernale, la mia fierezza cedette.
«— Oh no, per carità! Esclamai, congiungendo le mani con ineffabile supplicazione.
«Ma Nariccia non era uomo a intenerirsi così per poco; ond'egli riprese le sue minaccie ed i suoi oltraggi, finchè Dorotea, quasi impazientita, lo interruppe col suo brusco parlare:
«— Per ora lasciamola un po' lì, e torniamo a dormire. Domani mattina discorreremo.
«Nariccia seguì la serva borbottando, ma non prima che avesse frugato in ogni dove nella mia stanzuccia per vedere se qualche cosa avessi di nascosto, e non senza portarmi via quella malaugurata candela. Uscendo chiuse a doppia mandata colla chiave la serratura dell'uscio, affinchè non me ne potessi fuggire.
«Il domani le determinazioni di messer Nariccia erano ancora più severe a mio riguardo. Egli aveva ricevute due lettere anonime; quella con cui Graffigna manteneva la sua parola e gli svelava l'esser mio; e quella che io gli aveva scritta per farlo avvisato del pericolo di latrocinio tramato a suo danno. L'usuraio si persuase tostamente che colui del quale gli si denunziavano le cattive intenzioni verso di lui, senza scriverne il nome, non poteva esser altri che io stesso già uscito di prigione, già côlto in flagrante di una ruberia. Gettò, come si suol dire, fuoco e fiamme; e la sua volontà di pormi in mano alla giustizia parve più irrevocabile che mai.
«Fui allora ad un pelo d'essere perduto. Alla vecchia Dorotea dovetti la mia salvezza, e glie ne consacrai perciò una riconoscenza eterna. Ella in quel frangente tolse dall'abisso in cui tutto congiurava precipitarla, un'anima umana, e per quanto quella donna sia stata cattiva, di quella buona opera, spero che glie ne sarà tenuto conto. Come conviene andare a rilento nel condannare i colpevoli! Soltanto chi non è stato nelle occasioni della tentazione, chi non ebbe nemica alla sua onestà la fortuna, colui soltanto può avere un disdegnoso disprezzo per l'infelice che soccombette. Quei che conosce la vita, quegli che ebbe da lottare colle difficoltà del destino, se impara a stimar tanto più l'uomo che si è serbato incolume, impara eziandio a sentir meno orrore e più compassione per chi ha fallito. Dove io fossi stato allora incarcerato per la seconda volta con un vero reato, come i giudici non avrebbero mancato di sentenziare che era il mio; quando parecchi mesi ancora avessi dovuto passare in quella orrida e scellerata compagnia che si trova in prigione, quale ne sarei venuto fuori?
«Dorotea ebbe pietà di me. Per sua intercessione Nariccia si contentò di mettermi alla porta riprendendomi financo i suoi logori panni e tornando a farmi vestire quei villerecci che pareva aver conservato in previsione d'una simile circostanza; ed io mi trovai sul lastrico della strada, senza un soldo, senza un tozzo di pane, senza sapere che far di me, nè dove rivolgere i passi.
CAPITOLO XXI.
«Ero in una confusione ed in una perplessità da non dirsi. Mi domandavo come avrei potuto guadagnarmi la vita, e non trovavo risposta. Una gran vergogna de' fatti miei mi possedeva tutto. Guardavo con occhio smarrito i brutti cenci che mi servivano da vesti, e mi dicevo che erano quelli dei più vili pezzenti. Tale doveva essere adunque la mia sorte? Sentivo tante cose nel mio cervello, mi pareva avere entro il capo una tanta ricchezza d'idee, e non mi avevano da servire a nulla, e non avrei saputo spremerne nemmanco il mezzo onde guadagnarmi per un giorno l'esistenza?
«Camminai dritto innanzi a me colla testa confusa, sbalordita, senza direzione, ma con una smania ardentissima di allontanarmi, di fuggire da tutto e da tutti. Quasi un anno ti ho detto aver passato in casa di Nariccia: si era quindi nuovamente nella brutta stagione, e il freddo vento mi flagellava le guancie, m'intirizziva le membra da que' cenci mal coperte. Io correva e per iscaldarmi e per togliermi il più presto possibile a quei luoghi. Ero debole ed ero digiuno, ma la disperazione mi dava forza, e la passione dell'animo non mi lasciava sentire il bisogno. Che strada io abbia allora tenuta, non seppi mai; ma cadevano gli ultimi raggi del giorno ed io mi trovava presso alle prime case del villaggio dove ero stato allevato.
«A quella vista mi riscossi come destandomi improvviso da un sogno. Mi passai la mano sulla fronte, e mi parve esser rinato al tempo della mia infanzia dolorosa sì, ma cui pur tuttavia invidiava il mio presente; quando la carcere, l'ospedale, l'antro d'un usuraio non mi avevano ancora rivelate tante brutte e incancrenite piaghe del corpo sociale. L'animo mio fu sollevato e con più sciolto passo m'avviai per penetrar nel paese. Ma di colpo mi arrestai, come se una mano di ghiaccio mi si fosse posata sul cuore a trattenermi. Dove avrei rivolto i miei passi? Il povero tugurio di Menico non era più mia casa. Neppure l'ospitalità del fenile non mi vi sarebbe stata concessa più. E Don Venanzio? Egli sì che mi avrebbe accolto, egli aperto le braccia. Come una dolce visione mi passò innanzi alla mente l'aspetto della pulita cameretta dalle bianche pareti col crocifisso d'avorio tendente le braccia sulla croce nera; mi parve sentire il tepido ambiente di quella stanza aliarmi come una carezza sul volto. Mi pungeva la fame. Là avrei trovato ricetto, là ristoro, là sollecitudine amorosa. Ma che cosa avrei detto a quel buon prete? Qual ragione addotta della mia venuta, dell'avere abbandonato la casa di Nariccia? Mentire non sapevo e non volevo a niun conto: e dire la verità era troppa vergogna, non me ne sentivo affatto affatto il coraggio.
«No, no, non volli comparire colla fronte del reo innanzi a quell'uomo che è la virtù cristiana incarnata; ma per quanto deciso io fossi a non lasciarmene scorgere, un vivo impulso, un grandissimo bisogno io sentiva di veder lui — il buon sacerdote — di vederne almanco la casa, i luoghi ad esso diletti, de' quali egli è come l'anima avvivatrice che li santifica.
«Era caduta compiutamente la notte. In quella mesta sera d'inverno, muto e deserto era il villaggio; si sarebbe detto disabitato, se qualche riga di luce non fosse filtrata da qualche finestra socchiusa, se qualche cane entro i serrati cortili non avesse qua e là tristamente abbaiato. M'appressai cautamente alla casa parrocchiale, ed il cuore mi batteva, e gli occhi mi si inumidivano. La finestra del tinello a pian terreno non aveva chiuse che le invetrate, e per queste lo sguardo poteva penetrare entro la stanza. Mi alzai in punta dei piedi aggrappandomi alle sbarre dell'inferriata che difendeva esternamente la finestra e cacciai nell'interno lo sguardo cupido e desioso.
«Don Venanzio era appunto là, al posto in cui soleva, dove l'avevo visto tante volte, con quella medesima capigliatura tutto bianca, con quel medesimo volto tutto bontà, con quella medesima mossa, leggendo nel medesimo breviario. Sulla tavola, a cui il parroco appoggiava il suo gomito, era steso il medesimo tappeto di lana intessuta con cotone a fogliami ed a fiori; tutti i mobili erano tali e quali li avevo visti fin dalla mia infanzia e sempre a quel medesimo posto; ai piedi del parroco stava sdraiato _Moretto_ il vecchio can volpino, compagno quasi indivisibile al suo padrone. Tutto era come prima colà, nulla era mutato; e in me invece, quanto cambiamento, quante rovine! Non avevo ancora diciott'anni, ed il destino pareva avermi in una resa impossibile l'esistenza del passato e chiusomi innanzi la porta d'ogni speranza per l'avvenire. Un gran desiderio mi prese di quella quiete, di quella pace esteriore che era compagna e simbolo di quella della coscienza; e sentii una cocente amarezza nel dirmi che forse io l'aveva perduta per sempre. Profondo rammarico fu il mio, pensando che a tale esistenza aveva voluto prepararmi e condurmi l'amoroso mio educatore, e che io l'aveva rifiutata e che da me l'avevano respinta irrevocabilmente le audacie del mio spirito. A quell'ora sarei stato lì ancor io, compagno nella vita e nell'opera a quel sant'uomo, forse sollievo, forse anco ne' suoi vecchi anni consolazione invocata. Ed invece?....
«Oh se avessi creduto a quel Dio, cui adorava Don Venanzio, ed in quella forma colla quale il buon parroco credeva! Per me al contrario, sempre più muto pur troppo era diventato il cielo; e la lettura degli enciclopedisti aveva spinto il mio dubbio verso lo scetticismo. A mala pena credevo ancora a quelle apparizioni che mi avevano servito come d'irrefragabile riprova d'una vita dell'anima superstite a quella del corpo; e siccome da assai tempo sembrava il mio buono spirito avermi ancor esso abbandonato, mi prendevo a dire le vedute di quel soave fantasma, nient'altro che illusioni del mio cervello.
«Mentre stavo ancora tutto intento a mirare per entro quella stanza, od un lieve rumore che io facessi muovendomi, o fosse il meraviglioso istinto proprio della sua razza che facesse avvertire al cane la presenza di qualcheduno, _Moretto_ alzò il muso verso la finestra, e vistomi forse, mandò alcuni abbaiamenti di lieto saluto, e venne a quella volta tutto festante. Lasciai le sbarre dell'inferriata e ratto mi nascosi nell'ombra. Udii la simpatica voce di Don Venanzio che diceva:
«— C'è qualcheduno, _Moretto_? Chi è là?
«Mi allontanai con infinita amarezza. In tutto il mondo era là soltanto che vi esisteva un affetto per me, e non osavo presentarmi, e dovevo strapparmene ed andar lontano.
«Quella notte dormii dentro una di quelle capanne che si fanno sotto i pagliai. La mattina era l'alba appena che io già camminava sulla strada che mi riconduceva a Torino. La vista del mio villaggio, la vista sopratutto della casa di Don Venanzio mi aveva fatto del bene. Una nuova risolutezza era entrata in me. Ero persuaso affatto e per sempre che non avevo nessuno al mondo a cui chiedere aiuto, che dovevo tutto fare, tutto procacciarmi da me, colle mie sole forze, e volevo provare arditamente a cimentarmi colla vita.
«Il sole era levatosi da poco sull'orizzonte, ed io non aveva proprio più forze da andare avanti. Il giorno precedente non avevo preso altro alimento che quello d'un po' d'acqua bevuta ai rigagnoli della campagna, rompendo la crosta superiore del ghiaccio: ed ora lo stimolo della fame erasi fatto intollerabile.
«Girai lo sguardo intorno, e vidi non molto lontano dalla strada un casolare sul cui tetto fumava direi quasi allegramente il comignolo del camino, mi diressi con coraggio a quella volta. I villani stavano giusto per sedere al desco su cui esalavano un odoroso vapore le scodelle schierate pel pasto mattutino, mentre la massaia con in mano l'asta d'una gran padella stava curva sopra una vivace fiamma di fascine a friggere un'enorme frittata.
«Il mio aspetto miserissimo e le mie vesti dissero senza bisogno d'altro il motivo che mi spingeva, e destarono la diffidenza degli uomini e la compassione delle donne. È raro, anzi quasi direi non succeder mai, che una famiglia di nostri villici ad un povero sopraggiunto all'ora del pasto, rifiuti una scodella di minestra. Gli uomini non vollero negarmi questa carità, ma non vedevano di buon occhio che mi assidessi al focolare domestico; le donne più pietose mi fecero posto sorridendo presso al fuoco fiammante, al cui calore sentivo in realtà immenso bisogno di riconfortare il mio povero corpo intirizzito.
«Prima di accettare dalle mani del capo di casa la scodella ammanitami, dissi ad alta voce:
«— Vi ringrazio della vostra carità, brava gente; ma io vi prego che non sia a titolo d'elemosina che mi concediate quel cibo onde pure tanto abbisogno; penso che ciascuno deve guadagnarsi coll'opera il suo sostentamento, e vi domando come un favore che mi diate poscia alcun lavoro, per cui io possa almeno in parte compensarvi di quanto fate per me.
«Mostrarono tutti una qualche sorpresa; gli uomini sorrisero, le donne mi guardarono con una certa benigna ironia, quasi volessero dire e queste e quelli che di poco o nulla era capace un miseruzzo della mia fatta.
«— Bene, bene; disse bonariamente il capo casa: cominciate per mangiare e poi vedremo a che cosa siete buono.
«Servii quel giorno ai più umili lavori della stalla, in cui c'era da rigovernare il letame, e ci posi tanta buona volontà che ognuno ebbe a rimanere di me soddisfatto. Ma il domani potei rendere a quella buona famiglia un servizio ben più importante e ad essa ben più gradito. La madre veniva sollecitando uno de' figliuoli a scrivere una lettera al primogenito della famiglia, il quale da due anni era soldato e di cui da più mesi non avevano ricevuto notizia, e vivevano perciò inquieti. Il figliuolo se ne schermiva, perchè, quantunque fosse il solo che sapesse scrivere, e' lo sapeva tanto poco che gli tornava uno stento ed una fatica a cui egli preferiva qualunque più aspro travaglio materiale. Udito codesto, mi proffersi a scriver io la lettera come la buona donna desiderava, e tutti ne furono sì contenti che per poco non parve io avessi compito a loro vantaggio un miracolo.
«Povera gente! Vivono e muoiono nella più crassa ignoranza; come non sarebbero essi vittime di superstizioni e pregiudizii che ne deturpano anche le più generose e favorite nature?
«Per quella famiglia c'erano due esseri che raccoglievano tutto l'odio di cui era capace, odio che essa pur dissimulava sotto le sembianze del più umile rispetto. Questi due esseri erano: uno il padrone della terra ch'eglino coltivavano, ed il quale senza spargere su di essa la menoma goccia di sudore, toglieva dei frutti della medesima la miglior parte, l'altro il Governo, cui non conoscevano altrimenti che per l'alto prezzo del sale cui dovevano pagare, per le contravvenzioni loro accagionate e dovute pagare per violazione alle leggi della caccia, e finalmente per quello che giudicavano il peggior eccesso della tirannia: lo aver loro tolto quel figliuolo, il cui lavoro era più utile, per trascinarlo lontano chi sa a qual vita, chi sa con quali effetti per quell'infelice temporali e spirituali, del corpo e dell'anima!
«Questo della coscrizione, è veramente il più duro e terribile tributo che la società abbia inventato a danno delle famiglie e dell'individuo — e in definitiva anche a danno di se medesima.
«La famiglia si alleva con mille stenti, con mille cure un figliuolo, e quando questo comincia ad essere in grado di compensare col frutto del suo lavoro i sacrifizi che ha costato ai suoi, di corrispondere degnamente col suo all'affetto dei genitori, di restituire alla vecchiaia del padre e della madre quei beneficii di amorosi riguardi con cui padre e madre allevarono la sua infanzia, allora appunto intravviene il Governo che afferra questo figliuolo, lo strappa alle braccia, all'affetto, ai bisogni della famiglia, nulla si cura delle tendenze, degli studi precedenti, della vocazione del medesimo, ed impiccatolo in un cravattino duro, insaccatolo in un _cappotto_, lo caccia sotto la ferrea prepotenza d'un istruttore militare burbero, grossolano, il più spesso manesco, ad imparare le delizie dell'_un-doi_.
«Questo povero diavolo, sceverato sino allora dagli urti e dalle malizie del mondo per la soave cerchia della famiglia, stretto coll'amore tenace dei campagnuoli alla sua terra, ai suoi campi, attaccato alla sua officina, ai suoi studi, deve ad un tratto rinunciare a tutte le sue abitudini, guastare il suo avvenire, interrompendo la sua carriera, trovasi a contatto con una turba di compagni cui la vita soldatesca ha già svezzati da ogni domestica delicatezza, in cui sono rappresentati tutti i vizi sociali che fermentano e prosperano nelle agglomerazioni, a cui pare qualità di buon armigero ostentare un certo cinismo nella corruzion dei costumi, nell'assenza di gentilezza. Trasportato in paese lontano dal suo, obbligato a faticoso esercizio d'un mestiere faticoso, minutamente pesante, composto di atti di cui non vede l'utilità, oppresso da una disciplina che offende la sua libera personalità, costretto ad una vita innaturale, a cui tutto il più spesso in lui ripugna, l'infelice giovane soffre finchè o soccombe, ed il caso non è raro pur troppo[8], o vi si assuefa, avendo perciò obliterate alcune e delle più preziose qualità del suo animo; così bene che l'esercito avendo preso al villaggio un giovane onesto, morigerato, laborioso, buon figliuolo, che sarebbe buon marito e buon padre, gli rende poi molte volte un uomo vizioso, giuocatore, libertino, scaldapanche d'osteria, inavvezzo al lavoro, prepotente, rissoso, desolazione della famiglia e spargitore di funeste cattive abitudini fra la gioventù[9].
[8] Una statistica francese ha calcolato che fra i coscritti mandati all'esercito, nel primo anno la mortalità è più del doppio di quel che dovrebb'essere; negli anni successivi questa mortalità diminuisce, finchè dopo quattro anni è ridotta allo stato normale. I superstiti si sono _acclimatati_.
[9] Non sono molti giorni passati che io stesso ne vidi coi miei occhi un esempio. Una povera vedova campagnuola ha due figliuoli maschi ed una femmina; tutti tre allevati con somma cura dalla brava donna e rinomati un tempo per i migliori che fossero nel villaggio. Uno dei figliuoli andò soldato e fece i suoi cinque anni. Quando tornò, nessuno l'avrebbe più riconosciuto per quel desso, essendosi dato al vizio dell'ubriachezza, al libertinaggio, ed avendo perso quella religione che alle passioni del popolo è il maggior freno. Fu la disperazione dell'intiera famiglia. Ultimamente fu richiamato sotto le armi per la nuova guerra contro l'Austria. Cominciò per ispillare dalla madre, dal fratello, ed anche dalla sorella — e non senza minaccie e cattivi trattamenti — tutto il denaro che avevano e che poterono procurarsi, vendendo questa o quella di loro robe; e non era ancora partito a raggiungere il Corpo, che tutto già aveva consumato in bagordi. Giunto all'esercito, non iscrisse mai che per domandar denari, e la povera gente a farsi in quattro per procacciarsene e mandargliene. Alla battaglia del 24 giugno cadde ferito, fu recato in un ospedale di Brescia, e figuratevi se la povera famiglia non ebbe a tagliarsi le vene per nuovi sussidi. Breve! Gli fu amputata una gamba e rinviato a casa con congedo assoluto. Ci giunse appunto di questi giorni. I suoi lo aspettavano con affetto trepidante. Egli arrivò ubriaco marcio, e non era passata un'ora ch'egli aveva battuta la sorella, minacciato il fratello e perso il rispetto alla madre.