La plebe, parte I

Part 23

Chapter 233,970 wordsPublic domain

«— Di Pinerolo, rispose francamente Gian-Luigi che non si lasciava punto imbarazzare da nulla al mondo.

«Questa risposta parve acquetarlo.

«— È un nome che non mi piace: riprese egli poi. Un nome che appena è se ha l'apparenza di esser cristiano. Non è un santo che abbiamo scritto nel calendario della nostra diocesi. Ditegli che si chiamerà Antonio. È il mio santo protettore; e sarà bene anche per lui l'essere sotto la sua protezione.

«Io dunque doveva rassegnarmi a diventar Tognino per quanto tempo sarei rimasto in casa di messer Nariccia, e benchè mi rincrescesse non poco abbandonare il mio nome cui posso credere postomi da mia madre medesima, Gian-Luigi facilmente mi persuase che sarei stato pazzo a rinunciare a quel posto per sì futile ragione, protestando ch'egli in caso simile si sarebbe acconciato a lasciarsi chiamare anche Bernardone.

«Per continuare adunque, Nariccia, quella prima mattina mi svegliò come io ti ho detto, e fattomi levare e vestire in fretta di que' suoi panni, che secondo l'espressione di Dorotea mi stavano proprio come un sacco ad un bastone, mi condusse poscia in un suo studiòlo che era mille volte ancora più triste del melanconico salotto in cui mi aveva accolto il giorno prima, e del tetro stambugio che mi era dato per istanza da dormire.

«Figurati una camera più lunga che larga, illuminata da una sola finestra, la quale, munita d'una grossa inferriata, poi d'una fitta graticola di ferro lasciava passare a stento la luce traverso i vetri sporchi tanto da esser ridotti poco meno che opachi. Pareva che quella benedetta luce si avesse in odio nella casa di messer Nariccia e le si misurasse a stento il passaggio e si premunisse contro di lei l'accesso come contro un nemico. Verso la finestra in questo freddo studiòlo senza camino, nè stufa, eravi una scrivania con sopravi una piccola scancia divisa in caselle da riporvi delle carte. La scrivania era del tutto adattata al resto della casa; vecchia, sverniciata, polverosa, il panno verde tirato sul piano dove scrivere frusto con larghe macchie d'olio e d'inchiostro, scollato da una parte, ed a chiamarlo verde ancora era un adularlo, tanto n'era misto di mille tinte sporche il colore. In faccia, presso l'altra parete, un semplice tavolino. Verso la parte più scura un cancello di sbarre di ferro con una fitta grata separava dal resto un angolo della stanza: in questo cancello s'aprivano un usciòlo per entrarvi ed uno sportello come quello che si trova presso i cambiamonete, per cui dare e ricevere il denaro, sportello che si chiudeva con una specie di cateratta che scorreva fra due scanalature da sottinsù e viceversa. Perchè non si vedesse entro questo cancello per i fori della grata, dietro di questa era tirata tutt'intorno una cortina di tela verde. Nessuno penetrava mai in quel sacrario, ma quando lo sportello ora aperto, chi vi gettasse dentro un'occhiata poteva sorgere nell'angolo una voluminosa e pesante cassa-forte di ferro, irta di grosse capocchie di chiodi piantati nelle lastre.

«Dietro la scrivania era un seggiolone frusto, di cuoio spellato, a spalliera altissima; sopra questa spalliera pendeva appeso al muro un almanacco, e lì vicino appiccata alla parete per quattro bullette una tavola di riduzione delle antiche misure, pesi e monete del Piemonte in monete, pesi e misure decimali. In prospetto a quel seggiolone e quindi al disopra del tavolino stava attaccato per un chiodo al muro un'incisione grossolana, grossolanamente colorita della Santa Vergine, inquadrata in una cornice di legno inverniciato a color naturale. Nel mezzo della stanza un braciere di ferro a tre piedi conteneva molta cenere ed un poco di carboncina mezzo spenta.

«Nariccia mi menò innanzi al tavolino sotto il quadro della Vergine e mi disse:

«— Questo è il luogo in cui lavorerete, in cui lavoreremo insieme, poichè io starò là (e mi additava la scrivania); e coll'aiuto del Signore e della Madonna della Consolata, spero che sarà benedetto il nostro lavoro.

«In quella fredda, oscura stanza, seduto a quel tavolino, passai poco meno di un anno, quasi incatenato, scrivendo lettere, facendo conti, compilando discorsi per conto del mio padrone, del quale non tardai molto a conoscere ed a prendere in disprezzo profondo l'industria scellerata. Quell'uomo, sotto la sua volgare ipocrisia religiosa, non ha altro sentimento, altro affetto, altra guida alle sue azioni che l'amor del guadagno, che la smania di far denaro. Colla sua impostura cerca di gettar polvere negli occhi alla gente, colla sua prudenza s'industria di fare il peggio male possibile che gli frutti, senza dar di cozzo nel Codice penale. Nello scrivere molte delle sue lettere, delle sue memorie, di cui egli mi dava una traccia confusa perchè le mettessi in netto, essendo che nè lingua, nè grammatica, nè sintassi egli non sapeva affatto che si fossero; nello scrivere certe di quelle infamie, la mia mano fremeva con ripugnanza e l'onestà che era in me si ribellava con disdegno. Più volte fui lì lì per andar a gettar in volto all'ipocrita quelle carte che conchiudevano la rovina di un onest'uomo, che stavano per recar la disperazione in una povera famiglia; ma me ne trattenevano la soggezione che quell'uomo mi aveva saputo ispirare, il non saper di poi come avrei potuto guadagnarmi un tozzo di pane quando egli mi avesse scacciato, e poi ancora un allettamento potente che avevo trovato in quella dimora.....

— Ah ah! Interruppe Giovanni Selva, sorridendo, una sottana ci scommetto.

Maurilio arrossò sino sulla fronte e rispose vivamente:

«— No. Di donne colà non c'erano altre che la vecchia Dorotea. Io poi non aveva che diciasette anni, e ti assicuro che mai ancora il mio pensiero si era a quest'argomento rivolto. Per una stranezza della mia natura, in me s'era desto prima lo spirito che il cuore, e mentre quello s'affannava precocemente in quelle peste ch'io t'ho detto, questo ancora taceva per l'affatto. Era appunto un vivo allettamento pel mio spirito quello di cui ti voglio parlare, ed era il seguente.

«Ti ho detto che per giaciglio avevo un pagliericcio gettato sopra certe grandi casse in quello scuro stanzino che mi era stato assegnato. Un giorno, rifacendomi il letto, mi venne la curiosità di sapere che cosa fossevi colà dentro. Il coperchio inchiodato tutt'intorno, si sollevava un po' da una parte, dove mancava uno dei chiodi. Tirai con tutte le mie forze insù per allargare quell'apertura, e ci riuscii tanto da poterci ficcare la mano. Rimasi tutto sorpreso di quel che ci rinvenni, ch'io difatti non avrei mai immaginato di trovarci. Erano libri. Il primo volume ch'io ne trassi era un volume dell'Enciclopedia francese del secolo scorso. Figurati il mio disappunto! A sentire sotto la mia mano un libro, io che da tanto tempo non avevo più potuto averne neppur uno, il mio cuore aveva palpitato come all'incontro d'un amico da troppo lungo non più visto; l'avevo preso con una desiosa sollecitudine, quasi tremando, e i miei occhi s'erano spuntati, per così dire, contro pagine scritte in una lingua che ben conoscevo essere la francese, ma non sapevo leggere nè capire.

«Fui preso da una specie di furore che mi diede la forza di strappar via tutto quel coperchio, e mi posi a frugare in quella cassa con una ardenza quasi febbrile. Erano quasi tutti francesi i libri che vi si contenevano. Libri di storia, di economia politica, di filosofia. Una sola opera trovai in italiano e su quella mi gettai sto per dire rabbiosamente. Erano i primi volumi, usciti non era guari, della prima edizione della Storia Universale di Cesare Cantù.

«Questo titolo mi ricordò quel libro che primo aveva dischiuso la mia mente a più vasti e profondi pensieri e fattomi concepire l'idea dell'umanità come un complesso armonico e solidario svolgentesi nella storia traverso i secoli; il _discorso_ del Bossuet, che Don Venanzio m'aveva dato da leggere tradotto, e senz'altro indugio cominciai la lettura del primo volume a quella fioca luce che in quell'ora mattutina pioveva stentatamente dall'alto finestruolo della mia stanza.

«Non potei continuare a lungo questa lettura che messer Nariccia venne a disturbarmene. Ero in ritardo a recarmi allo studiòlo, ed egli se ne veniva a vedere che cosa mi fosse capitato. Per fortuna io ne udii il passo nell'andito che conduceva alla mia stanza, e m'affrettai a gettare il libro e saltar fuori, così ch'egli non potè cogliermi intento alla lettura. Temevo che se ciò fosse avvenuto, Nariccia mi avrebbe proibito di toccare quei libri, e forse toltili dalla mia stanza; ed io pensava e sperava che avrei avuto in quelle casse un bel tesoro di ore di sollievo e di diletto da godere.

«Lasciai tutto in disordine per uscir presto: la cassa scoperchiata, i libri sparsi sul pavimento, pagliericcio, lenzuola e coperte gettate a casaccio; ma ero certo che Dorotea non ficcava mai il piede nella mia camera per ripulire, riordinare od altro, e se non era impossibile che ci andasse Nariccia, il quale soleva spesso visitare ogni parte della casa scrupolosamente, pure speravo di poter tornare a rimettere ogni cosa in sesto prima ch'egli ci venisse.

«— Che cos'è ciò? Mi domandò severamente messer Nariccia guardandomi con l'occhio destro incollerito, mentre il sinistro fulminava l'oscurità del corridoio in cui ci trovavamo. Cominciate già a fare il negligente? Questo non mi piace e non lo tollero. Siete in ritardo stamattina quasi di mezz'ora.

«Non tentai neppure di scusarmi, come non facevo mai, e perchè non è nella mia indole il raumiliarmi ne il difendermi innanzi ai rimbrotti, e perchè Nariccia — come ben presto ebbi scoperto — sotto la sua falsa arrendevolezza, affettatamente dolcereccia, è uomo a volere assoluto e di carattere imperioso che non ammette contrasti ai suoi desiderii, nè osservazioni alle sue parole.

«Lo seguii nello studiòlo, e lavorai tutto il giorno, come se di nulla fosse; ma la mia mente era sempre e tutta là, in mezzo a que' libri. Appena potei, corsi nella mia stanza e riposi i volumi entro la cassa e vi rifeci su il letto, lasciando però fuori, nascosto sotto le lenzuola, quel primo volume del Cantù che avevo già incominciato.

«Ma un gran desìo mi pungeva: quello di poter leggere in que' libri francesi che erano lettera chiusa per me. Mi pareva che avrei dato non so che cosa per poter possedere un libro di grammatica francese da imparar quella lingua.

«Come fare a comprarmela? Nariccia non mi aveva ancora dato neppure un soldo dello stipendio promessomi; inoltre io non usciva quasi mai: prima perchè il mio padrone non me lo consentiva che raramente alla festa soltanto per andare alle funzioni di chiesa, e poi perchè, vestito sempre degli abiti frusti di messer Nariccia, facevo la più ridicola e brutta figura di questo mondo, e tutti i biricchini delle strade, vedendomi, mi correvan dietro facendomi le beffe.

«A levarmi d'impiccio venne giusto in quel torno di tempo il mio buon Don Venanzio. Lui pregai di provvedermi di quel libro onde avevo desiderio, ed a lui dissi averne anche bisogno per ragione del mio impiego, e quell'eccellente sacerdote, senza pure la menoma obbiezione, s'acconciò a fare la mia volontà. Al parroco, la faccia e i modi del mio nuovo padrone, benchè questi torcesse il collo e invocasse Dio e i Santi più che mai, non erano andati molto a sangue, e da parte sua messer Nariccia se aveva in sua presenza fatto mille esagerate dimostrazioni di riverenza a Don Venanzio, costui partito mi aveva detto bruscamente:

«— Chi è quel prete? In che modo vi appartiene? Che cosa è di voi?

«Io fui lì per ismentire tutta la storiella inventata da Gian-Luigi, dicendo la verità; ma me ne trattenni a tempo, e risposi, esser quello un amico di quel mio zio che mi aveva allevato, avermi visto bambino e perciò postomi un certo affetto paterno; però siccome a mentire non avevo l'abitudine e forte mi ripugnava, come anche oggidì mi ripugna, divenni rosso sino alla radice dei capelli e non potei pronunciare quelle parole che balbettando impacciatamente.

«Nariccia mi guardò ben fiso coll'uno e poi coll'altro di que' suoi occhi birci, e poi disse colla sua voce più acuta:

«In somma, non vi è nulla di nulla, e non saprei perchè avesse da venire a ficcare il naso in casa mia.

«Per fortuna Don Venanzio, tra che le sue gite a Torino si facevan sempre più rade per gli anni crescenti, tra perchè l'istintivo suo sentimento di profonda onestà lo respingeva dal cercare la presenza di messer Nariccia, più non venne a vedermi in tutto quel tempo che rimasi ancora nella casa di quest'ultimo.

«Io intanto ero in possesso della mia grammatica francese, e la studiavo con ardore. Il tempo che mi rimaneva per ciò era poco in verità, perchè appena alzato, e m'alzavo sempre prima che fosse giorno, mi toccava andar nello studiolo a lavorar pel padrone, in quella fredda, triste atmosfera, al melanconico chiaror d'una lampada mezzo moribonda; e colà seduto a quel tavolino stavo la giornata intiera con pochissimo riposo per l'ora dei pasti soverchiamente parchi e troppo scarsamente misurati. Ma quel libro portavo meco sempre, e quando Nariccia non era là, affrettatomi più che potevo a finire il lavoro affidatomi, studiavo la mia grammatica con tanta intensità di volere che il tempo pei risultamenti poteva contarci pel doppio. Ma ciò non mi bastava ancora. Volevo leggere eziandio i volumi del Cantù, volevo giungere il più presto possibile a poter divorare quegli altri che tanto mi facevan gola. Non c'era altro mezzo fuor quello di rubar delle ore al mio sonno e trar profitto della notte, in cui almeno ero libero dello sguardo inquisitore di Nariccia e di Dorotea. Ma qui c'era un altro guaio: bisognava procacciarsi del lume, e come giungere a tanto?

«Per andare a coricarmi non mi si dava mai altro che un piccolo moccolino di candela e guai ancora se il mattino seguente Dorotea avesse trovato che il consumo n'era stato soverchio! Pensai di raccomandarmi alla fante e di ottenere da lei un tanto favore; ma sempre quando fui sul punto di aprirmene con esso lei, il coraggio mi venne meno, e poscia la prudenza medesima me ne trattenne. Dorotea avrebbe voluto sapere che cosa ne avrei fatto, non l'avrebbe taciuto al padrone a cui le toccava pure di rendere strettissimo conto di tutto. Che scusa avrei allegato? Il mio segreto sarebbe stato scoperto e toltomi in conseguenza quell'unico sollievo che avessi. Denari da comprarmi ciò che mi occorreva non possedevo a niun modo. Un giorno, entrato per qualche bisogna nella cucina, vidi la serva, che giustamente approntava i lumi per la sera, aprire un certo cassettino riposto in un armadio ordinariamente chiuso a chiave e in tal momento aperto, e da quel cassettino trar fuori una candela. Gettai là dentro uno sguardo, dirò così di ardente cupidigia; quel cassettino era quasi pieno di candele. La vista di tutti i tesori del mondo non avrebbe esercitato una sì irresistibile tentazione sull'animo mio quale mi destò la vista di quei bastoncini di sego. Sentii come una fiamma invadermi tutto; delle stille di sudore mi spuntarono sulla fronte. La sorte voleva proprio farmi sostenere per intiero e in tutta la sua forza la prova tentatrice. La voce di Nariccia chiamò in quel punto Dorotea, e con quella insistenza e con quell'accento che esigevano di prontamente obbedire.

«La serva se ne partì lasciando aperto l'armadio, lasciando aperto il cassetto e me innanzi a quelle candele, per prender le quali non avevo che da allungare la mano. Ciò che provai in un attimo allora, mi occorrerebbe non so quanto tempo a spiegartelo, tanti e sì diversi e sì complessi sentimenti contenne un solo minuto secondo. Per prima cosa mi precipitai sulla cassetta per afferrare una di quelle desiate candele, e tosto poi mi rigettai indietro vivamente, come se respinto con forza da una invisibil mano. Una voce mi aveva gridato nell'anima: «Disgraziato! questo è rubare!» Volli fuggire quel luogo, e non potei. Si fecero riudire le pianelle trascinanti di Dorotea che ritornava; l'occasione — se io tardava ancora un minuto — era persa, e chi sa se sarebbe tornata più! Mi trovai di nuovo presso presso alla cassetta senza pure essermi accorto d'avere fatto il passo, e la mia mano abbrancò una candela. Il passo di Dorotea era lì, proprio sulla soglia dell'uscio. Nascosi la candela sotto a' miei panni e corsi via senza dir parola, senz'alzar lo sguardo; corsi a riparare nella mia stanza, dove nascosi in fretta entro il pagliericcio il conquistato oggetto del mio desiderio.

«Ma appena ebbi ciò fatto, io fui assalito da paura, da rimorso, da vergogna de' fatti miei. Se Dorotea se ne fosse accorta! E come non accorgersene? La mia stessa fuga non mi accusava ella? Cielo! Quello che io aveva commesso era un latrocinio. Ero dunque degno compagno di que' tali con cui avevo divisa la carcere? Le parole di Graffigna mi tornarono alla mente. Egli aveva dunque avuto ragione nell'affermarmi predestinato al delitto, nell'assicurarmi che sarei caduto necessariamente in esso? Mi venne in pensiero di andarmi ad accusar tosto io stesso da Dorotea e restituire senza ritardo il mal tolto oggetto.

«Nariccia mi chiamò in quella per nome, ed io allibii; tremai tutto; prima un brivido mi assalse, poi una vampa di calore; mi credetti scoperto. Ripetendosi la chiamata, andai con passo vacillante dov'era il padrone, certo d'udire la mia condanna. Nulla era scoperto, Nariccia non mi chiamava che per darmi nuovo lavoro.

«La notte seguente, quando tutto fu quieto, saltai giù del mio giaciglio, accesi la candela e quasi tutte quelle silenziose ore impiegai nello studio e nella lettura. Ma la candela non istette gran tempo ad essere consumata, e oramai che il primo passo era fatto, oramai che il bisogno di quelle nottate era divenuto ancora più imperioso in me, gli scrupoli cedevano affatto innanzi al mio desiderio, che come tutte le passioni, ricorreva al sofisma per legittimare il suo soddisfacimento.

«Nariccia, mi dicevo, aveva promesso pagarmi uno stipendio, e di esso in parecchi mesi che già lavoravo da lui non avevo ancora visto neppure un centesimo. Non era che una piccolissima parte di ciò ch'egli mi doveva, ch'io veniva prendendomi sotto forma di candele, e quando il padrone mi avesse totalmente pagato del fatto mio, allora avrei trovato il modo di restituirgli quello che avevo preso per anticipazione. E così con mille industrie ed accortezze, di cui prima mi sarei creduto affatto incapace, io giunsi a provvedermi continuatamente di lume per la notte.

«Ma intanto, lavorando tutto il giorno, vegliando a studio la notte, non uscendo quasi mai, dormendo troppo poco, nutrito troppo male, pensati come se ne dovesse avvantaggiare la mia salute! Io diventava allampanato che era una compassione il vedermi, cotanto che ne fu tocca quella rozza, grossolana e burbera Dorotea.

«Costei aveva una certa influenza su messer Nariccia: era anzi l'unica persona ch'io mi accorgessi mai che avesse alcun potere su quell'uomo che non sentiva nulla, che non si preoccupava di nulla che non fosse l'oro e l'amor del guadagno. La sua ipocrisia medesima, la smania che sembrava avere di conseguire stima ed osservanza presso il pubblico non erano altro per lui che un mezzo maggiore con cui, ingannando la gente, aumentarsi gli spedienti e le probabilità degl'illeciti profitti. Ebbene a quest'uomo, quella vecchia donnaccia, sempre aspra ed incollerita, pareva incutere quasi direi una certa paura, e fosse abitudine presa da lungo tempo (erano di begli anni che que' due stavano insieme), fosse una dipendenza stabilita per qualche segreta ragione, il fatto è che Nariccia, per tutto quello che non toccava i suoi traffichi impuri e scellerati, in certa proporzione sottostava alle volontà della Dorotea.

«Or bene, questa donna che in fatto fin dal primo giorno, come ti ho narrato, non era stata senza pietà a mio riguardo, una bella volta manifestò più spiccatamente la sua compassione per me.

«Messer Nariccia era il più incontentabile uomo del mondo. Per quanto uno si industriasse a far con zelo il dover suo, non solamente egli non trovava mai una parola di lode per esso, ma non desisteva pur mai, ciò nulla meno, dal brontolare e rampognarlo. Con me gli era un rimprovero continuo, e il quale aumentava di intensità in due occasioni: quando veniva alcuno in istudio, e non si trattava d'affari segreti che io non dovessi ascoltare, perchè in tal caso ero sempre mandato in altra stanza, e quando ci sedevamo al desco per mangiare quello scarso cibo che ci era ammanito. Nel primo caso egli pigliava qualunque pretesto per entrare a dire della gran pazienza che io gli faceva esercitare, della croce che per causa mia gli toccava portare, della grandissima carità che egli usava a mio riguardo tenendo seco un buon da nulla ed un ingrato; e torceva il collo più che mai, e giungeva le mani, e diceva le più infervorate giaculatorie del mondo. Nel secondo caso, cioè a tavola, egli mi rivolgeva per punta, come dice Dante, quella lama che già di taglio mi tornava troppo acre, e siccome s'era accorto, io credo, che per la commozione ond'era preso non potevo più mandar giù che pochi bocconi, sono persuaso che lo faceva apposta, avarissimo secondo che egli è, a cominciare quei discorsi appena ci trovavamo seduti a tavola.

«E se avesse almeno prorotto in una sfuriata, e poi smesso, pazienza! Per quanto frequenti fossero quelle sfuriate ci sarebbe sempre stato frammezzo un po' di tempo di riposo; ma no, il suo era un continuo tatamellare colle più untuose sembianze e colle esclamazioni della più afflitta anima del mondo. Non era un temporale che passa e cessa, e lascia venire il sole a rasciugare; era una piova continua che immolla senza riparo e senza interruzione.

«Una volta adunque ch'egli aveva incominciato all'ora del pranzo la sua solita tiritera contro di me, ed io, rimasto lì col groppo nella gola, non potevo più mandar giù il boccone, Dorotea interrompendo colla sua voce grossa quella esile e sottile del padrone, disse in quel tono di collera che le era abituale:

«— Eh! lasci un po' stare tranquillo un momento questo povero scempiatello, che la vede bene non ha più tanto fegato da tirar nemmanco il fiato. Certo che la non lo ingrassa, che lo manda pasciuto di rimbrotti e di trafitture.

«Nariccia alzò verso la serva il suo volto flosciamente paffuto, ed una fiamma di sdegno lampeggiò ne' suoi occhi balusanti.

«— Che temerità è questa vostra, Dorotea? Diss'egli. Voi abusate stranamente, mi pare, della bontà con cui tollero le vostre impertinenze.

«Dorotea mise le mani in sui fianchi nell'attitudine battagliera d'una treccona che si appresta a mandare ed a ricevere una bordata di ingiurie nella lotta con una sua compagna.

«— Abuso? Gridò essa con voce più sonora che mai. Le mie impertinenze? Ella tollera?... Un corno! Oh! non mi guardi pure di cattiv'occhio che a me la sa che non mi fa paura... Nè lei ned altri musi più brutti del suo. E le mie buone verità glie le ho sempre dette e voglio continuare a dirgliele.... Ah! Ed a me di questo cazzatello me ne importa tanto quanto delle prime scarpette che ho frustato, va benissimo; ed ella poteva far benissimo senza d'una nuova bocca da alimentare, e se avesse dato retta a me non si sarebbe caricato d'un impiastrino che non so a qual cosa le possa servire. Ma poichè le è piaciuto far di sua testa e condursi in casa questo tristanzuolo, io le dico che bisogna almanco trattarlo come un cristianello e non farlo morire a pizzichi ed a piccol fuoco.

«La fiamma di sdegno balenò più intensa e più viva negli occhietti di messer Nariccia, ed io credetti vicino il momento in cui fra quei due avvenisse un aspro battibecco; invece di botto quel lampo nel padrone passò, gli occhi suoi ed anche il volto si chinarono verso terra, le mani si congiunsero e le labbra mormorarono col solito tuono di giaculatoria:

«— Sant'Antonio, mio protettore, datemi voi pazienza, e che io possa sopportar tutto di buon animo, in espiazione de' miei peccati.