La plebe, parte I

Part 22

Chapter 223,923 wordsPublic domain

«Era forse già un presentimento d'un venturo legame che doveva stringere il mio cuore.... Ah! più tardi mi domandai con profondo fremito di tutte le fibre, che cosa sarebbe avvenuto di me se io allora fossi stato intromesso in quella casa; e più vivo e doloroso ebbi il rammarico che ciò non fosse avvenuto, e d'altra parte per contro quasi benedissi l'error mio, perocchè più acuto sarebbe stato il tremendo dolore che mi aspettava, che mi ha raggiunto, che mi travaglia quest'anima combattuta.

«Ma tu non puoi ancora comprendere queste parole, che presto verrò a spiegarti, quantunque contengano il mio più caro e più tremendo segreto: — ma non ho io deciso di svelarti tutto? — tutto l'esser mio?

«Avrei dunque voluto a quelle parole di D. Venanzio poter rispondere con una sollecita accettazione; ma come, se avevo impegnata la mia parola con Gian-Luigi?

«Il parroco s'accorse della mia esitazione e del mio imbarazzo, e volle saperne la ragione. Tentennai alquanto; mi passò perfino nella mente il pensiero di tacer tutto a D. Venanzio, e di accettare subitamente come se nulla fossevi stato con Gian-Luigi. Però alla verità non sapevo ancora, e non lo so nemmanco adesso, fallire; avevo poi per quel vecchio sacerdote troppa reverenza perchè mi potesse durare a lungo il pensiero di ingannarlo, di pur dissimulargli alcun che. Alla seconda volta ch'egli inquieto e sollecito mi fece richiesta di che cosa avessi, gli dissi tutto.

«Se ne mostrò molto contrariato, mi rampognò amorosamente perchè, avendo egli promesso torsi briga de' fatti miei ed essendomi io affidato in lui, avessi poi, senz'aspettare una sua risposta, disposto delle cose mie; era quasi un mancar di parola verso di esso, era un mancar di fiducia in lui, cose che in me lo affliggevano e l'una e l'altra.

«Proposi vivamente di non tener conto nessuno della promessa data a Gian-Luigi; ed egli me ne ripigliò con severe parole. Avrei fatto maggiore ancora il mio fallo; creder egli di certo che la condizione da lui procacciatami sarebbe stata migliore sotto ogni riguardo, ma ora mio obbligo esser quello di mantenere la data parola; imparassi da ciò ad andar cauto a prendere impegni, ma allorquando ne avessi assunti, mi facessi una legge ad adempirli.

«Mi lasciò con queste parole non offeso, chè troppo buono è il suo cuore per offendersi mai, ma disgustato; ed io da mia parte, nell'animo sentii una malavoglia, una scontentezza che era come il presentimento delle poco liete cose che mi aspettavano.

«Ciò però non tolse che una settimana dopo, guarito, ma debolissimo ancora, io non fossi insediato nel mio ufficio in casa di messer Nariccia.

«Messer Nariccia aveva allora intorno a cinquant'anni. Un ometto piccolo e grassotto a collo torto, a mani rozze e grossolane, a piedi enormi, con ventre proeminente e voce fessa che mi ricordava quella del ladro Graffigna. La faccia piena, la carnagione di color terreo, un'aria sommessa e da buonuomo, un sorriso improntato sulle labbra, troppo costante per essere sincero; i capelli grigi gli venivano giù bassi sulla fronte piccola; gli occhi piccini e birci guizzavano via, per dir così, innanzi allo sguardo degli altri, come timidi vergognosi. Portava un po' di barba d'un biondiccio slavato alle gote, la quale sembrava ancora lanugine; la cravatta bianca, pantaloni, panciotto e soprabito scuri di panno sempre logoro; orologio d'argento con grossa catena d'acciaio, scarponi da montagna, cappello a larga tesa da quacchero, e, suo fido compagno, un grosso bastone.

«Mi accolse con quel suo sorriso che mi parve ghiacciato; mi fece un discorso impacciato in cui le parole si affoltavano senza troppo senso e senza nessun ordine, mentre uno dei suoi occhi guardava la punta delle sue scarpe e l'altro il luciore degli stivalini di vernicato di Gian-Luigi. Trovò la maniera di ficcare in tutti i periodi la Madonna, i Santi, le piaghe di Gesù, il timor di Dio e il gesuita padre Bonaventura del Carmine, suo confessore.

— Buono! Interruppe Giovanni Selva. Gli è anche il confessore di mia madre; e conosco che pollo è.

«— Mi disse in sostanza, continuò Maurilio, che, giovane com'ero, col lavoro e coll'ingegno, avrei potuto arrivare ai favori della fortuna se avessi saputo guadagnarmi colla religione gli aiuti del Cielo. Prendessi ad esempio lui; venticinque anni prima egli era venuto a Torino dalle sue montagne di V... più povero e più solo di quello che fossi in allora, sapendo appena appena leggere e scrivere e già presso ai 25 anni. Ma egli aveva coraggio, buona voglia di lavorare e il santo timor di Dio. Egli entrò come servitore — vero servitore, a spazzar camere e lavar anche i piatti di cucina, e non se ne vergognava, perchè Iddio gli aveva fatta la grazia di non lasciargli perdere mai la umiltà, — entrò dunque come servitore nel collegio-convitto tenuto dai PP. Gesuiti al Carmine, dove tutte le principali famiglie torinesi della nobiltà e della borghesia facevano educare i loro figliuoli. Era appunto allora il 1815, quando colla ristaurazione in Piemonte dell'antico Principato Sabaudo, tornavano a regnare, secondo ch'egli diceva, i buoni principii e la vera religione; ed egli diede prove serie, costanti e solenni ai suoi superiori di essere il meglio pensante e il più zeloso e fedel servo della buona causa, onde si cominciò a distinguerlo e ben volergli, e poichè la Madonna dei sette dolori e quella della Consolata e S. Luigi Gonzaga di cui era specialmente devoto, lo aiutavano per loro bontà celeste, più che non fossero i poveri meriti suoi, ebbe campo di avere al suo zelo sì buona riuscita che quei santi uomini dei PP. Gesuiti lo elevarono a poco a poco di grado e di uffici, e giunse ad essere il dispensiere del collegio.

«Sempre aiutandolo Iddio, secondo la sua espressione, e la più severa economia, era già riuscito a mettersi in disparte un piccolo nucleo di capitale cui si guardava bene dal lasciare inoperoso, ma faceva senza riposo lavorare come lavorava instancabilmente egli stesso. I superiori del collegio, incantati delle sue virtù e della sua abilità, ne parlavano tanto bene che il marchese di Baldissero, avendo avuto bisogno d'un intendente, non volle saperne d'altri che di lui, e benchè assai gli rincrescesse abbandonare i buoni Padri del Carmine, tuttavia dietro le istanti sollecitazioni del marchese, animato a cedere anche dai Reverendi i quali contavano fra i primi loro protettori e amici il marchese medesimo, egli finì per acconsentire.

«Questo marchese di Baldissero non era mica l'attuale padre del marchesino, ma quello che Nariccia chiamava il vecchio marchese, padre al capo presente della famiglia ed avolo di quel tracotante insultatore di Benda. Ah quello era un uomo! esclamava pieno di compunzione e di ammirazione il sig. Nariccia. Il marchese attuale, soggiungeva egli, è certo un degno signore pieno di mille meriti; oh non era egli che ne volesse dire il menomo male; era ben pensante ancor egli, certo, ma il padre suo!... Che fermezza! che rigore! che testa e che mano d'acciaio contro i liberali! Che zelo per la buona causa, la religione, la monarchia legittima, i privilegi della nobiltà! Era un piacerone, per uomini della stampa di cui Nariccia si vantava di essere, lo aver da fare con lui.

«Egli era entrato al servizio del marchese nel 1821, quando, dopo il ridicolo tentativo dei Costituzionali, diceva il buon messer Nariccia, quel capo duro di Carlo Felice era venuto a metterli alla ragione. Il figliuolo — l'attuale marchese — aveva in quell'occasione dato qualche dispiacere al vecchio gentiluomo. Trentenne allora, il padre del marchesino erasi intromesso in quella schiera che si radunava intorno al principe di Carignano, nobili con velleità liberali, e benchè non fosse stato veramente compromesso nella rivoluzione, il partito dei puri lo guardava con occhio sospettoso. Il padre lo aveva fatto partire per un viaggio, e quindi lo aveva fatto nominare addetto all'ambasciata in Ispagna, così che durante quasi tutto il tempo in cui Nariccia fu al servizio della famiglia, egli era stato assente dal paese.

«Quando poi il vecchio marchese, nel 1825, morì e fu capo della famiglia l'attuale, Nariccia già da un anno era uscito di quella casa. Iddio aveva continuato, diceva egli, a favorirlo, e con quel poco di ben di Dio che aveva potuto raggranellare coi suoi risparmi, s'era posto più definitivamente in certi traffichi che già aveva intrapresi, e colla benedizione del Cielo, colla protezione della Beata Vergine e dei Santi a cui lo legava una particolare divozione, i suoi affari avevano prosperato. Dunque accogliessi buona speranza anche pel mio avvenire, se avevo la ferma intenzione di seguitare il suo esempio e di adottare le sue umili virtù da buon cristiano. Egli, da canto suo, avrebbe fatto di tutto per tenermi nella buona via del Signore e rendermi degno dei favori del Cielo.

«— _Amen!_ Disse a questo punto Gian-Luigi, il quale aveva già sbadigliato più volte durante quel lungo ed indigesto e scomposto discorso.

«Io mi sentiva invadere l'anima da un freddo morale, che era uguale e fors'anche conseguenza a quello fisico onde avevo tutte oramai ingranchite le membra, per lo star fermo in piedi in quel freddo salotto dove il sig. Nariccia ne aveva accolti. La casa in cui egli abitava ed abita tuttavia, di sua proprietà, è posta in via **, una delle più anguste di Torino. Tutto era grigio colà dentro; il color delle pareti, la vernice delle intelaiature delle porte, il pavimento, il soffitto, il colore del legno e della stoffa dei mobili, le cortine delle finestre sopraccariche di polvere, la poca luce che si stacciava traverso ai vetri sporchi in quella nuvolosa giornata d'inverno. Non c'era pure una favilla di fuoco, e il camino ornato d'un marmo grigio, con un po' di cenere rammucchiata nel focolare pareva, invece di calore, com'è suo ufficio, mandare anzi nella camera un freddo maggiore. Con quella freddolosità che ci entrava nel corpo per tutti i pori veniva compagna una mestizia, quasi un abbattimento che ti ammortava ogni vigore dell'anima. Ascoltai tutta la lunga diceria del mio nuovo padrone a capo basso; e sentivo una stanchezza, una malavoglia, quasi un'antipatia per quest'uomo, una impressione sgradevole insomma, che era forse accresciuta in me dalla debolezza in cui mi trovavo ancora per la recente malattia.

«Gian-Luigi, che era impaziente di finirla, fece osservare a Nariccia che io aveva bisogno di due cose: di riposarmi, perchè ero ancora in convalescenza, di venir vestito un po' convenientemente, perchè portavo tuttavia gli abiti rozzi e laceri che avevo nel villaggio.

«Nariccia mi guardò alla sfuggita con un occhio, mentre coll'altro pareva sbirciare Gian-Luigi, e poi mi disse:

«— Vi condurrò nella vostra camera. Vi permetto anche di andare a letto, se ne avete bisogno... D'ordinario io mi alzo alla mattina alle cinque — anche d'inverno — e occorrerà che siate in piedi a quell'ora anche voi, ma pei primi giorni potrete stare in letto a crogiolarvi anche sino alle sei... Quanto agli abiti, cercherò fra i miei vecchi panni se qualche cosa potrà adattarvisi, e ve lo manderò dalla Dorotea. Venite.

«Gian-Luigi si partì, ed io seguii messer Nariccia nella camera che mi aveva assegnata.

«Era un camerino stretto ed alto, posto verso il cortile, non illuminato che da un finestruolo così elevato da non poterci arrivare senza una scala, più nudo, più grigio, più uggioso del salotto che avevamo lasciato. In un angolo stavano per terra due grandi casse di quelle che si usano pel trasporto delle mercatanzie e sopravi gettato un pagliericcio che mi aveva da servire per letto; al disopra di esso tendeva le braccia, appesa al muro, una gran croce di legno nero; li presso, da una parte, un vecchio baule di cui la pelle, liberatasi dalle bullette, si rivolgeva contorta allo insù con volute che avresti detto rabbiose, dall'altra parte un tavolino che aveva perduto la vernice ed aveva acquistato una ricca crosta di polvere accumulata, zoppo e reggentesi a stento contro la parete; compieva il novero di quelle masserizie una seggiola che perdeva l'impagliatura del suo piano ed aveva perduto affatto la traversa della sua spalliera.

«Non era a me, avvezzo al fenile di Menico ed uscito allor allora di prigione e dell'ospedale, che la povertà di quella stanza e di quelle robe potesse parer soverchia o produrre soltanto alcun effetto; ma pure, entrando colà dentro, io sentii rinnovarsi e più forte quella specie di freddo onde avevo provato l'impressione sensibilissima al primo porre il piede in quella casa. Parvemi che una voce interna mi dicesse che la vita che avrei dovuto passare colà dentro sarebbe stata la più ingrata del mondo; feci girare intorno l'occhio quasi atterrito, come per cercare un mezzo di fuggire, e poichè l'uscio spesso e grossolano di abete si serrò con fracasso dietro di noi, e il mio sguardo non corse più che sulle pareti nude e scuramente grigiastre, mi sembrò d'essere entrato in una nuova carcere.

«— Suvvia, mettetevi a letto, mi disse il mio nuovo padrone, riposatevi, dormite, e domani stesso comincierete le vostre funzioni.

«Si avviò per uscire, ma quando fu alla porta si fermò per soggiungere:

«— Forse avete bisogno di qualche cosa; or ora che venga Dorotea da voi, le direte ciò che v'occorre. Qui già non si mangia mai fuori pasto, ma per voi che siete ancora convalescente, credo bene che vi sarà un po' di brodo. Intanto dite le vostre orazioni e se aggiungerete un pater e una ave alla mia intenzione, mi farete piacere. Io da mia parte non vi dimenticherò nelle mie.

«Strinse le mani come uomo che prega, storse il collo e borbottò fra le labbra con aria compunta come chi dice una giaculatoria, quindi uscì. Io stetti un poco li piantato al luogo in cui mi trovavo, senza quasi sapermi render conto esattamente delle mie condizioni, di quello che succedeva e di me stesso. Una nuova vita incominciava per me, ciò era certo. Il passato cadeva irrevocabilmente nel baratro delle cose distrutte per sempre e che non tornano più. Questo passato ben era stato abbastanza infelice perchè io non avessi a rimpiangerlo: eppure sentivo un'esitazione, quasi una paura nell'affacciarmi all'oscurità di quel futuro che stava per incominciare.

«Mi riscossi sentendo invadermi sempre più le membra da quel freddo fisico a cui andava compagno un freddo morale che mi veniva avvolgendo l'anima. Tutto intirizzito mi affrettai a pormi a letto, il quale trovai ben diverso, quanto a comodità ed agiatezza, da quello che avevo all'ospedale. Ero inoltre non coperto abbastanza e per quanto rammontassi addosso a me quei pochi panni mezzo laceri che avevo allor allora svestito, sentivo tuttavia crescermi lo intirizzimento che mi faceva battere i denti come a chi è assalito dalla terzana.

«Poco stante entrò una vecchia trascinando le pianelle entro cui teneva i piedi, burbera d'aspetto, grossa e robusta della persona, con qualche cosa di virile nelle sembianze, che mi fece il più scontroso effetto del mondo. Come certe volte si è mai ingiusti nell'apprezzamento fatto dietro la prima impressione! Per quella creatura brutta e grossolana, io provai di botto una viva ripugnanza che mi fece sembrare di vedermi davanti risuscitata la Giovanna, più niquitosa che mai. Ella portava sopra il suo braccio in un fascio alcune vestimenta, destinatemi da messer Nariccia.

«— Ebbene, giovinotto, mi diss'ella coll'accento con cui si parla colle persone che si vogliono strapazzare, di che cosa avete bisogno? Orsù parlate.

«Io levai timidamente lo sguardo verso quella megera e il suo viso scuro colle sopracciglia aggrottate mi fece una vera paura. Mi parve che se domandassi alcuna cosa a quella donna, avrei incorso chi sa qual pericolo: risposi tremando e di freddo e di suggezione:

«— Non ho bisogno di nulla, non voglio nulla.

«La vecchia Dorotea mi guardò con aria più feroce di prima.

«— Che storie sono queste? Come, non avete bisogno di nulla? Avete mangiato? Non vedete che avete l'aria d'un pulcino colla pipita? E se _monsù_ mi ha detto di venirvi a domandare se volete qualche cosa, bisogna prendere qualche cosa. È già un fatto straordinario che monsù offra una goccia d'acqua; andate là, che se fate delle cerimonie siete uno stolido.

«La verità era che io mi sentiva proprio un gran bisogno di ristoro; ma pure non osavo muovere la menoma domanda. Tacqui non osando pur levare più lo sguardo sulla faccia per me terribile di quella vecchia colossale.

«Dorotea stette un poco, gettò sopra il baule le vesti che aveva recate, poi crollò le spalle con impazienza soggiungendo colla sua voce più aspra ed ingrata:

«— E tal sia di voi! E così non avrò da pigliarmi altri incomodi, che se credete ch'io vi avessi da servire anche voi, la sbagliereste di grosso. Ne ho già di soverchio a servire _monsù_, che non c'era nessun bisogno che venisse a ficcarsi in casa un terzo che sarà buon da niente e che mi accrescerà lavoro, alla mia età!..... Eccovi intanto i panni che _monsù_ vi manda. Li vestirete domani. Oh ci starete proprio bene dentro, come un bastone in un sacco.

«Mi pareva sempre più di riaver dinanzi viva e tal quale la moglie di Menico; onde la mia ripugnanza e il mio disagio crescevano sempre più.

«Ad un punto Dorotea s'accorse che battevo i denti.

«— Avete freddo? Mi domandò.

«— Sì, un poco: risposi con voce mozzicata, appena da potersi udire.

«Mi cacciò bruscamente le mani sotto le coltri a soppesarle.

«— Parevami pure che queste coperte dovessero bastare.

«Toccò le mie guancie e le braccia e le mani.

«— Questo babbuino è freddo come una manciata di neve. E' non ha niente affatto sangue nelle vene. Bel coso che _monsù_ s'è andato a caricare! Egli ci basirà qui come un pippione da imbeccare tolto troppo presto dal nido.

«Stette un momentino in silenzio, poi mi disse ruvidamente, colla guisa che altri avrebbe fatta una minaccia o scaraventata in faccia un'ingiuria:

«— E vostra madre? Dove l'avete vostra madre?

«Queste parole mi scesero profondo nell'anima come una punta di lama che mi ferisse. A quell'essere sconosciuto che era stato mia madre pensavo cotanto e sentivo verso di essa tante e sì forti aspirazioni! Il rammentarmi ad un tratto in quelle condizioni che non avevo, nè mai avevo avuto intorno a me una madre, mi fece sentire più doloroso, più disperante il mio isolamento, così che, senza potermi in nessun modo frenare, ruppi in un subito pianto.

«Dorotea stette un poco a guardarmi come stupita, poi mi disse collo stesso accento, senza che la sua voce avesse pure il menomo cenno di pietà:

«— Che? vostra madre è morta?

«Mi rasciugai le lagrime, soffocai a forza i singhiozzi, e risposi con più ferma voce che potei:

«— Non la ho mai conosciuta.

«E poi, come sentivo l'emozione vincermi nuovamente, nascosi la faccia sotto le coltri e mi premetti coi pugni chiusi gli occhi che a forza volevano piangere. Dopo un poco, non avendo udito più alcun rumore, alzai la testa, e non vidi più nessuno. Dorotea, forse infastidita di quelle mie lagrime, avevami lasciato lì, senza tentar pure una parola di consolazione. Provai quasi un sentimento di sollievo a trovarmi solo; ma il bisogno di ristoro si faceva sempre più forte, aumentava quel freddo che m'intirizziva e cominciava a darmi un vero tormento. Eppure domandare non osavo; avevo rifiutato un minuto prima ciò che mi si era offerto; ed ancora, se avessi pur domandato, non ero sicuro che alcuno sarebbe venuto al mio appello.

«Il bisogno divenuto incomportabile era lì lì per farmi superare la mia timidità e spingermi ad un tentativo di chiamar per aiuto, quando udii nello andito che conduceva al mio stambugio lo strascico delle pianelle di Dorotea, e tosto dopo vidi l'uscio aprirsi e quella vecchia con faccia da megera comparirmi dinanzi più burbera e stizzosa che mai, tenendo sopra un braccio una coperta e in una mano una scodella fumante.

«Non disse una parola ned io parlai. Io guardava quella benedetta scodella coll'occhio intentamente desioso d'un affamato. Dorotea s'avanzò, pose la scodella sul tavolino, e poi di mala grazia mi gettò addosso la coperta, cui non si diede punto cura di aggiustarmi intorno, ma lasciò spiegazzata come volle stare; poi ripigliata in mano la scodella me la pose innanzi a farmi venire alle nari l'odore riconfortante di un sugoso brodo di carne.

«Presi avidamente la ciotola con ambe le mani che mi tremavano.

«— Grazie! Mormorai osando levare lo sguardo su quella terribile faccia di donna.

«Ella nè rispose, nè parve tocca in alcun modo dal sentimento di riconoscenza che pur c'era nell'accento della mia voce. Mi volse le spalle ed uscì col suo passo lento e pesante, trascinando quelle sue ciabatte come aveva fatto venendo.

«Quella scodella di buon brodo mi riconfortò tutto; mi ravviluppai poscia per bene colla coperta stata aggiunta alle mie coltri e tornando nelle mie membra per ciò un benefico calore, io sentii un certo benessere invadermi il quale mi condusse senza ritardo un tranquillissimo sonno.

«E in quello stato incerto di dormiveglia che precede l'addormentarsi mi apparve annebbiato, ma non più spaventoso il sembiante di Dorotea che ora mi pareva confondersi con quello della Giovanna, ed ora mi pareva pigliare una tinta di benignità, facendomi oscillare fra la prima, istintiva ripugnanza che quella donna mi aveva ispirata, e quel certo sentimento di gratitudine che quel suo ultimo tratto mi aveva lasciato nell'animo.

«Il domattina dormivo ancora della grossa, quando una mano venne a scuotermi per una spalla ed una voce sottile e strillante mi gridò:

«— Ehi là giovinetto! Svegliatevi su! Altro che le sei, sono le sette.

«Mi destai in sussulto. A tutta prima non ebbi coscienza di dove mi trovassi. La mia stanza era tuttavia oscura ed appena se dall'alto finestrino discendeva un incerto albore in essa. Mi fregai gli occhi, guardai intorno, pensai in un attimo al fenile di Menico, alla prigione, all'ospedale, vidi che non ero in nessuno di questi luoghi, mi ricordai ad un tratto di ciò che era avvenuto il giorno prima, sorsi a sedere sul letto e riconobbi nell'uomo che mi aveva svegliato il signor Nariccia.

«— Orsù è più che il tempo di levarsi, soggiunse messer Nariccia. Avete dormito oltre il bisogno, Tognino.

— Tognino! Esclamò a questo punto Selva, stupito d'udir così chiamato Maurilio. Avevi tu cambiato di nome?

«— Era stato Nariccia medesimo, rispose Maurilio, a volere che così mi chiamassi. Appunto, mi sono dimenticato di narrartelo. Gian-Luigi aveva inventata una storiella sui fatti miei che si prese incarico egli stesso di narrare a Nariccia per farmene accettare. Io era figliuolo di certi negozianti che, avendo visto andare a male i loro affari, n'eran morti di crepacuore, lasciandomi orfano in tenerissima età alle cure d'uno zio prete, il quale mi aveva preso con sè, allevato ed istrutto in quel modo di cui non avrei tardato a dargli prova. Che adesso, morto essendo, e poverissimo ancor egli, lo zio, m'ero trovato affatto solo al mondo e nella massima miseria, ch'egli, Gian-Luigi, statomi compagno di scuola, s'interessava vivamente a me e perciò gli premeva vedermi allogato così bene ecc. ecc.

«Nariccia aveva egli creduto a codesto? Io non so; il fatto è ch'egli non se ne diede altra briga e forse, perchè io gli servissi all'uopo, niente gli importava donde venissi e che cosa fossi: soltanto, al dire di Gian-Luigi, poichè io a quel colloquio tra di loro non fui presente, soltanto gli dispiacque assai il mio nome di battesimo, e qualunque ne fosse la ragione, che io mal saprei indovinare, Gian-Luigi mi disse come all'udire ch'io mi chiamava Maurilio, Nariccia avesse dato in un trasalto, avesse corrugato la fronte e sclamato con una emozione che invano avea cercato dissimulare:

«— Si chiama Maurilio?... Che razza di nome!... Ma ci sono dei Maurilii qui in Piemonte? Non ho mai sentito nessuno del nostro paese che fosse battezzato così.... Di che paese è egli mai?