Part 21
«Quando ebbi visto giungere, sostenuto a braccio da un infermiere, un altro povero diavolo coi segni della miseria ancor esso negli abiti e nelle sembianze e venir condotto a quel letto ed esser fatto in esso coricare, un nuovo assalto d'amarezza mi prese. Pensai con ispavento che in quel letto eziandio dove avevan posto me, poco tempo prima, il giorno innanzi fors'anco, poteva esser morto un altro infelice, ed io era venuto a prenderne il posto, come questo nuovo sopraggiunto si sdraiava lì dove era spirato il suo predecessore.
«Per allora questi pensieri non facevano capo a nulla di preciso, ma più tardi, quando anche più maturata la mia mente, tornandovi su ne' miei fantasticari, si conchiusero in alcune opinioni che forse sono paradossastiche, ma che a me pare contengano la verità — se non quella dell'oggi — quella che condurrà seco il progresso di domani.
«La carità sociale ha già fatto molto creando quegli ospizi in cui si raccolgono a curare gratuitamente i poveri caduti infermi; ha fatto moltissimo, se si paragona codesto a quel tempo di barbarie, in cui si lasciavano morire nei loro miserissimi tuguri senza od appena con qualche stentato e inefficace soccorso. Gli è certo sotto l'ispirazione d'un progresso che la società si disse: «quegl'infelici di proletari che mancano di tutto alle case loro, come vi potranno ricevere assistenza appena discreta nelle loro malattie? Raccogliamoli tutti insieme in luoghi appositi, dove con minori mezzi appunto, per la forza maravigliosa dell'associazione, potrà ciascuno dei ricoverati avere tutto o quasi tutto quello che loro può occorrere.»
«Ma non si era tenuto conto a tutta prima di questo fatto, che se la mancanza di mezzi materiali è cosa essenzialmente sventurata pur troppo nella cura dei malati, di uguale forse o di poco minore importanza è altresì il difetto dell'amorevolezza nell'assistenza, di quella soave temperie che crea intorno l'animo del sofferente il vedersi circondato da un vero interesse e da un caldo affetto. Ciò fu ben sentito più tardi da quell'anima celeste che fu S. Vincenzo di Paola, il quale istituì l'ammirabile ordine monastico delle _Suore di Carità_; ma per quanto queste sieno pietose e zelanti e superiori ad ogni elogio (come niuno può negare che sieno in generale), è tuttavia pur sempre ben diversa cosa l'interessamento d'una persona estranea, la quale ancora, se dall'abitudine acquista una certa pratica del servizio degl'infermi, ha insieme da quest'abitudine medesima, o smussata d'alquanto la sensibilità o quanto meno di certo non pari e non capace di rivaleggiare con quella dei congiunti dell'infermo — madre, moglie, figliuola, sorella.
«A codesto si ha da aggiungere tutto il resto di malessere e di inconvenienti che risultano dall'agglomerazione nello stesso luogo, nella stessa stanza di più malati, dei quali il soffrire dell'uno va ad aumentare e rincrudire il soffrire dell'altro, e il servizio di questo è un incomodo, un turbamento, un danno anche parecchie volte, alle condizioni di quello.
«I pregiudizi del popolo, anche i più falsi e perniciosi, hanno quasi sempre un fondamento in alcuna realtà che viene pur troppo esagerata: consulta tutta la povera gente in proposito, e fra quei miseri, che pure non hanno modo alcuno da questo in fuori di aver soccorso, troverai pochi, per non dire nessuno, che non senta una viva ripugnanza a farsi ricoverare negli ospedali. Senza ragionarvi sopra, senza avere fors'anche un'idea precisa della causa di questa ripugnanza, ciascuno di essi sente che molto lascia a desiderare in quel modo di soccorsi la carità pubblica; ed accrescendo colla mobile e impressionabile fantasia i mali di quel sistema, per lo più non si acconsente a recarsi allo spedale che quando la necessità lo comanda loro in guisa assoluta, e per molti già con soverchio ritardo pur troppo.
«Io credo che un nuovo progresso sarà quello in cui il malato non venga più tolto dalla sua famiglia, ma nel seno di questa al medesimo vengano apprestati tutti quei soccorsi e d'assistenza, per mezzo delle stesse _Suore di Carità_ per esempio, e di medici e di farmaci, per goder dei quali ora lo si costringe a recarsi negli appositi ospizi, e che in questi non saranno ricoverati altri più che quelli i quali o non hanno famiglia di sorta, od anche avendola consentono volonterosi a staccarsene per riparare all'ospedale.
«Codesta quistione sta legata con quell'altra non irrilevante essa pure degli alloggi della povera gente; ma se io entrassi a parlare di ciò la tirerei troppo in lungo. Forse verrà tempo in cui avrò da parlartene di proposito.... Ora perdonami la digressione e ritorno al mio racconto.
«Ero pressochè guarito, quando fra le molte Don Venanzio venne a vedermi una volta. Mi disse che si preoccupava del mio avvenire, che era tempo oramai di pensarci e mi domandò se avessi qualche idea, qualche progetto in proposito. Gli confessai che non avevo su codesto nè anche un principio di decisione: che bene mi era balenato il pensiero e il desiderio di tornarmene alla dimora ed alla vita del villaggio, ma che non avevo tardato ad accorgermi ciò essere impossibile; che cosa sarei andato ancora a far colà peggio disprezzato di prima, e forse in sospetto ancora dei più? Alquanto mi allettava pure il soggiorno nella popolosa città, dove avrei trovato forse di meglio impiego alla mia attività. Se io fossi stato padrone del mio destino, forse non sarei venuto in questo viavai agitato e pericoloso, comecchè il segreto desiderio mi vi spingesse, ma poichè era il caso che mi ci aveva a forza trascinato, pensavo rimanerci. In che modo e con quali opere non sapevo ancora, ma speravo trovare occasione e compenso a lavorare, come ne avevo volontà.
«Don Venanzio, prima di rispondermi, stette un poco a pensarci su; poscia mi disse che non avevo affatto il torto, e che una parte di quelle cose che gli avevo espresse, aveva pensato ancor egli. Suo primo proposito, a mio riguardo, era stato quello, appena vistomi dotato d'una certa intelligenza, di allevarmi al sacerdozio; vestito della rispettata cotta pretesca, mi avrebb'egli ottenuto d'esser maestro al suo villaggio, diventato anche mio. La mia qualità di trovatello sarebbe così stata riscattata agli occhi dei contadini dalla dignità dell'abito sacerdotale, e i padri di famiglia non avrebbero avuto scrupolo nè ripugnanza più ad affidarmi i loro figliuoli da educare, cosa che forse e senza forse sarebbe accaduta conservando io le vesti da secolare. A vedermi insignito degli ordini sacri, aveva egli rinunciato già da un poco, e non senza pena, me lo confessava, quando ebbe visto in me cedere sventuratamente, coll'aumentar dell'istruzione, la fede. Ora nè a vestir io la cotta talare, nè a farmi maestro del villaggio, nè pel momento a tornar neppure in quest'ultimo non era da pensarsi più. Dopo quanto era intravvenuto, quella popolazione rurale mi avrebbe peggio riguardato di prima, e mettermi ad educare la prole di essa era impossibile impresa anzi tutto, e tale ancora di poi, cui egli nemmanco non avrebbe più voluto affidarmi, perocchè fosse sua ferma persuasione, il maestro dell'infanzia dovere agli allievi, coi primi rudimenti del sapere, istillare quella preziosa e doverosa cosa che io non aveva più, il tesoro delle credenze religiose ortodosse; creder egli quindi necessario cercassi qualche modo di ricavarmela a Torino stessa dove mi trovavo. Io abbisognava d'un impiego dove avessi potuto guadagnar subito, imperocchè non avessi modo alcuno di sparagni nè d'altro da sostentarmi, e la cosa era difficile assai a trovare, perchè, sapendo pur io molte cose in paragone del mio stato, in sostanza poi, che cosa per allora ero buono a fare? Ma egli aveva conoscenza con certe famiglie ricche e potenti, fra cui principale quella all'intromissione del cui capo io andava debitore della mia liberazione dal carcere; avrebbe parlato a questo ed a quest'altro ed avrebbe senza fallo trovato ad allogarmi o qua o colà per fare qualche servizio che mi potesse convenire e che mi guadagnasse onestamente il pane.
«Lo ringraziai con effusione, e ci lasciammo con questo fermato proposito. Si trattava insomma di entrare a far da servo in qualche famiglia signorile. La cosa a tutta prima mi tornò la meglio conveniente che mi si parasse dinanzi. Non ero io servitore poc'anzi di Menico e di Giovanna? Ma essi mi avevano preso fanciullo, mi avevano allevato, ero come cosa loro; entrare non conosciuto in una famiglia ignota per sottostare alle volontà di chi sa chi, più ci pensavo e vieppiù mi appariva di poi cosa diversa. Mi ricordai ad un tratto del bottone di livrea che tenevo sempre meco del pari che il rosario, come cosa preziosissima. Questi oggetti mi erano stati tolti all'entrare nel carcere, ma me n'era stata fatta la restituzione all'uscire di colà, ed ora all'ospedale, appena tornato in me, li avevo ridomandati e li tenevo sotto il guanciale ove posavo la testa. Trassi fuori quel bottone e lo stetti contemplando per un poco. Era forse un indizio della condizione a cui apparteneva mio padre. Ancor egli probabilmente aveva servito; nulla era più naturale che il figliuolo altresì mangiasse di quel pane. Eppure, a seconda che mi ingolfavo in questi pensieri, mi nasceva in cuore e si faceva sempre più viva una ripugnanza contro siffatta condizione, la quale mi pareva un umiliarsi, cui finivo per apprezzare come una vergogna alla mia personalità. Guardando quel bottone vedevo il soprabito a cui doveva essere attaccato, e vedevo me vestito del medesimo ai cenni d'un padrone capriccioso. A codesto doveva far capo quella intelligenza che sentivo in me? Nient'altro di meglio dovevano conseguire il tumulto de' miei pensieri, le mie audaci aspirazioni, quello che avevo imparato e la capacità, onde avevo coscienza, di imparare assai più?
«Ad un tratto una subita idea mi assalse. Qui a Torino era Gian-Luigi; perchè non sarei ricorso a lui? La memoria dell'infanzia passata insieme, la promessa ch'egli stesso mi aveva fatta di ciò, lo avrebbero sicuro spinto a darsi alcuna briga per me. Non avevo bisogno di cercar molto affine di rintracciarlo, perchè in quell'ospedale ov'egli veniva — quantunque frequenti fossero le mancanze — avrebbero saputo dirmi di certo dove lo avrei potuto rinvenire. Mi parve quella la più felice ispirazione che fosse, e me ne sentii tutto lieto e quasi sollevato dell'animo.
«Ed ecco, quasi che la fortuna mi volesse in codesto assecondar proprio del tutto, ecco che io non aveva nemmanco finito di pensare ciò, quando vidi spuntare nel camerone la brigata degli studenti di medicina per la solita visita, col professore in capo, e nella schiera, aitante e sempre più per distinzione sopra ogni altro notevole, Gian-Luigi medesimo.
«Quando i visitatori furono al mio letto, siccome ero già in piena convalescenza, non si fermarono neppure; passandomi innanzi il medico volse verso me la testa e mi domandò:
«— La va sempre bene, giovinotto?
«E siccome io risposi di sì, continuò il suo cammino senz'altro.
«Gian-Luigi passava ancor egli, senza badare a me più questa che le altre volte. Io radunai tutto il mio coraggio, e lo chiamai per nome ad alta voce, ma un pochino tremante. Egli si riscosse, mi guardò fiso e mi riconobbe: parve un po' conturbato, o per dir meglio contrariato; esitò un istante e credetti fosse per tirar diritto cogli altri senza darmi punto retta; siccome assolutamente mi premeva il parlargli, benchè sentissi più tremante ancora farsi la mia voce, imperocchè il cuore mi battesse concitato, mi apprestavo a ripeter l'appello, quand'egli, come accortosi di quella mia intenzione, sembrò ravvisarsi e venne a me sollecitamente.
«— Sei tu? mi disse affrettato senza lasciarmi aprir bocca. Ed io non t'ho mai visto, o per dir meglio non riconosciuto? In fede mia non mi sarei mai più aspettato di trovarti qui.
«Nella sua premura, nell'accento delle sue parole non sentii caldezza nessuna d'affetto od interesse di sorta; ma piuttosto la fretta di sbrigarsi da colloquio che non molto gli andasse a grado, l'impazienza di trarsi fuori da cosa che lo contrariasse.
«Gli dissi del gran bisogno che avevo di parlargli.
«— Va bene: mi rispose interrompendomi; ma adesso no; adesso non posso. Bisogna ch'io segua la visita. Continuo i miei studi da medico, ed è perciò che tu mi vedi qui. Tornerò per udirti e parlarti in ora più opportuna, quando lo potremo con più comodo. A rivederci.
«Non mi strinse neanche la mano e mi lasciò per raggiungere in fretta i compagni.
«Quel suo contegno mi diede una tristezza che potrei chiamare un dolore. Ricordai la freddezza dell'addio nella sua partenza, e mi dissi che questo accoglimento nel rivedermi era peggio ancora scevro d'ogni affezione. Entro il suo cuore io dunque non ci aveva proprio più posto, e non sapevo capirne il perchè. Ero troppo inavvezzo ancora per indovinare che in presenza de' suoi attuali compagni, egli — il mio compagno d'infanzia, un trovatello al pari di me — si vergognasse di conoscere un cencioso villanello malato all'ospedale.
«Egli però mantenne la sua parola e quel giorno stesso venne a vedermi da solo. Il suo contegno fu tutt'altro da quello della mattina. Mi serrò con effusione tuttedue le mani, mi prese fra le sue braccia e mi strinse al suo seno, baciandomi e ribaciandomi; sedette presso il mio letto, e tenendo fra le sue mani la mia destra ascoltò con viva attenzione il racconto dei fatti miei.
«Innanzi a quei suoi modi gentilmente affettuosi tutta quell'amarezza che era nata in me contro di lui pel trattamento usatomi quel mattino medesimo si dileguò ratto come la prima neve sottile ai raggi caldi d'un bel sole. Mi sentii l'animo riconfortato; e la irresistibile seduzione che quel giovane esercita sopra ognuno quando voglia, riprese tutto il suo impero su me.
«Egli mostrò caldamente interessarsi ai miei casi cui compatì, si mostrò spiacente assai di ciò sopratutto che io fossi stato in prigione, e vivamente disse e ripetè insistendo che anzi ogni cosa io aveva da mettere tutte le mie cure nel nascondere ad ognuno e sempre questa circostanza. Le sue parole a tal proposito mi ricordarono quelle di Graffigna.
«— Il carcere, vedi, così mi diss'egli, nella nostra stupida società che vive di pregiudizi e di pecorili usanze, imprime a chi lo subisce una specie di marchio indelebile che lo addita al sospetto ed alla disistima di tutti — specialmente degli sciocchi che sono l'immenso maggior numero — e ciò qualunque sia la causa, fosse pure un errore, per cui questo carcere fu subìto. Codesto di certo non accade con me. Prima di tutto io ti conosco per bene; e poi sono superiore al volgo d'ogni fatta — anche a quello che calza guanti e va in carrozza, il quale in molte cose è più crassamente volgo dell'altro. Ma faremo bene in modo che niuno abbia mai da saperne un'acca. Per presentarsi nel mondo bisogna avere un nome ed una famiglia ed un passato che si possa raccontare francamente a tutti. Nè tu, nè io non abbiamo nulla di codesto; ebbene faremo per te ciò che ho già fatto per mio uso; ti fabbricheremo un passato, una famiglia ed un nome. Dimmi frattanto se tu hai qualche progetto sul tuo avvenire.
«Gli contai ciò che s'era detto e deciso fra Don Venanzio e me, e gli confessai la mia ripugnanza ad acconciarmi come servo. Gian-Luigi crollò il capo e levò le spalle.
«— Quel Don Venanzio è il miglior prete del mondo, diss'egli, ma il più disadatto ad immischiarsi in queste cose. Eppoi ti ho detto che bisognava fabbricarsi un passato acconcio, ed il vecchio parroco è la realtà vivente del passato che occorre nascondere. M'incarico io del tuo avvenire; ho già in vista quello che fa per te; manda a spasso il parroco e lasciami fare.
«Mi affidai tutto in esso, e promisi avrei fatto a suo modo. Quindi lo richiesi di lui, della sua vita e delle sue condizioni.
«Egli mi rispose con una leggerezza spensierata e piena di allegro brio:
«— Io? Sono niente ancora, ma tendo le fila per diventare..... che cosa? Non so bene, ma pur tale che conti..... Vivo tuttavia sulla somma pagatami dagli eredi del mio protettore. Il giuoco, in cui la fortuna mi seconda, accresce i miei proventi ed allunga la vita a quel capitale che faccio correre al gran trotto a tiro a quattro sullo stradone delle spese e del lusso, lasciandone un lembo ad ogni segnacolo della via. È una vita turbinosa che inebria. Prima che quel capitale sia finito, qualche cosa avrò trovato. Seguito gli studii di medicina _pro forma_; e poi perchè la fisiologia, oltre all'essere curiosissima scienza, mi può diventar utile; ma intanto studio più profondamente il mondo e la società, questo gran libro in cui tutto è scritto e in pochi sanno leggere, questo malato cui la cancrena travaglia e il medico da saperlo curare non è ancora nato. Tu studierai meco; e ci aiuteremo a vicenda. La tua potenza d'osservazione e la mia nativa acutezza di scetticismo diffidente sono fatte apposta. Comincieremo per mettere a nudo questo mondo mascherato e imbellettato; lo sviscereremo come fa l'oste che aggiusta un pollo per farlo arrostire; poi lo domineremo. L'anatomia d'un cadavere è cosa interessantissima: è tale a mille doppi quella d'un organismo vivo, quella d'una personalità immensa quale si è la società umana. Siamo dunque intesi. Di quest'oggi stesso mi occuperò de' fatti tuoi, e non tarderò molto a venirtene a dire i buoni risultamenti. Addio.
«Si partì così, lasciandomi nel cuore un poco di quella vivacità, di quelle speranze, di quell'ambizione fors'anco che davano al suo carattere ed ai suoi modi animazione cotanta; e con ansia stetti aspettando il suo ritorno.
«Non tardò infatti gran tempo. Il domani stesso, non essendosi lasciato vedere alla visita, venne da me all'ora stessa in cui avevamo avuto il colloquio che t'ho detto, e mi apparve tutto raggiante.
«— È cosa fatta, mi diss'egli senza indugio, sedendosi presso il mio letto. Tu sei bello ed allogato. Lo stipendio non è dei più grassi: sessanta lire al mese, alloggio, tavola, bucato..... e qualche incerto guadagno che vedrai venire fuori e di cui imparerai ad approfittarti. Non è uno stipendio da ministro, ma per cominciare!..... I grassi stipendii verranno poi. Hai tu mai sentito a nominare il sig. Nariccia?... No? — È giusto. Laggiù nel villaggio nessuno lo conosce. Ma qui in Torino è cosa diversa. Ei tiene mezza la città nei suoi artigli — artigli è il vero termine — e tutta la gente lo conosce e nutre per lui un'osservanza!.... l'osservanza che si merita un Rotschild acconciato alle proporzioni del nostro paese! Questo personaggio, in apparenza umile, vestito come un vecchio usciere, maneggia i milioni come tu non hai potuto ancora fare coi centesimi. Ha denari da tutte parti. La banca Bancone lavora a suo conto; tutti gl'impresari di lavori pubblici vanno avanti co' suoi capitali; è il segreto padrone di tutti i pubblicani delle gabelle. Ti ricordi del bastone di Bruto? Una verga d'oro in una corteccia di ramo di sambuco. Questo è un milionario nei panni d'un usuraio. Ma un usuraio che sa fare ammodo; di quanti pela, nessuno ha gettato ancora mai un grido che lo compromettesse. Io l'ho conosciuto per azzardo, e ne ho coltivata la conoscenza per progetto. Ho acquistato presso di lui una domestichezza cui non accorda a chicchessia. C'è molto da imparare praticandolo, e mi sono fatto promessa solenne che avrei imparato tutto e per bene. Ha bisogno d'un cotale che gli scriva le sue lettere senza errori di grammatica e con buona ortografia, e che gli rediga con sintassi i discorsi che ha da pronunziare nelle congregazioni religiose e di carità di cui è membro zelantissimo e nelle società commerciali in cui abbindola pulitamente soci ed azionisti. Aveva offerto a me questo impiego: ma io sono già troppo innanzi negli occhi del mondo per accettarlo. Tu cominci appena, ed è questo il miglior principio e più vantaggioso economicamente che ti si possa presentare. Mi sono fatto dar parola che avrebbe accolto il mio raccomandato. Inventeremo una storiella apposita che ti intrometta colla più naturale verosimiglianza. Ponendo il piede sulla soglia di quella casa, tu entrerai nella strada che mena alla ricchezza. Mi dirai un bel giorno che mi devi la tua fortuna. Guarisci adunque sollecitamente perchè io possa presentarti a messer Nariccia. Le cose più presto si fanno e meglio è per ogni verso.
«La proposizione di Gian-Luigi, a dire schiettamente il vero, non mi lasciava del tutto soddisfatto; c'era anzi qualche segreta cosa che me ne allontanava; ma la foga delle parole e la sicurezza di Gian-Luigi mi stordivano quasi, e non mi permettevano il coraggio di pur manifestare quella specie di mia malavoglia. Accettai e ringraziai. Se non altro avevo un pane assicurato ed avevo i piedi fitti in questa folla agitata della capitale che mi attirava e spaventava nello stesso tempo.
«Gian-Luigi mi aveva lasciato da pochi minuti, quando mi si presentò sollecita la faccia ilare e improntata di tanta benevolenza di Don Venanzio.
«— Il Signore ci ha aiutati: cominciò senz'altro il buon prete, tutto giulivo: ti ho trovato il miglior posto che si potesse desiderare. Ho parlato di te al marchese di Baldissero medesimo, e quel generoso ha consentito a prenderti seco egli stesso e provarti per sapere quale ufficio ti possa competere e debba quindi assegnarti. Gli ho detto tutto di te; non hai perciò nulla da nascondergli, nulla da dissimulare; come nulla del pari verrà più a farti ricordare le traversie passate. Il marchese sa che il labbro di questo vecchio servo di Dio non si è macchiato mai d'una menzogna, ed affermandogli io la tua innocenza, egli crede ad essa come ad una verità di cui avesse la prova: per la medesima ragione crede al tuo ingegno ed alla tua istruzione. Volentieri egli si presta per salvare dalla miseria e da ogni pericolo di male una creatura di Dio, i cui mezzi non comuni furono forse dalla Provvidenza concessi ad ottenere un gran bene. Se vi è uomo che possa coll'esempio, coll'autorità, cogli ammaestramenti indirizzare un'anima umana sulla buona strada, ispirarle i più sani principii e le più maschie e cristiane virtù; se v'è uomo che meriti rispetto, quello è il marchese. Tu, ne son certo, benedirai la benignità della Provvidenza, e me che fui di essa stromento, per averne ottenuto un tanto favore.
«Io rimasi imbarazzatissimo e non seppi di botto che cosa dire. Se il parroco fosse venuto a propormi d'entrar precisamente da domestico, avrei avuto il coraggio di manifestargli senza esitazione la mia ripugnanza e il mio rifiuto; ma ora le parole di lui mi adombravano una condizione ben diversa da quella che io aveva supposta, e in tal caso, posto in bilancia la fiducia che si meritava la prudenza affettuosa del buon vecchio e quella che l'avventatezza egoistica di Gian-Luigi, le qualità di gentiluomo presso cui voleva allogarmi Don Venanzio e quelle del trafficatore di denaro, al quale aveva promesso l'opera mia il giovane mio amico, non c'era da esitare un momentino nella scelta, anche per la mia inesperienza d'allora. Oltre ciò al marchese di Baldissero non doveva io già una certa riconoscenza per essere egli stato l'autore della mia sollecita liberazione? Quindi se alcun valore era in me, non mi toccava forse l'obbligo di questo impiegare in servizio di lui piuttosto che d'altri? Di più, senza che io me ne sapessi spiegare la cagione menomamente, il nome solo di quella famiglia — di Baldissero — fin dalla prima volta che io l'aveva udito, forse perchè il capo di essa m'era apparso come un genio tutelare che mi avesse protetto, m'aveva ispirato un certo non so che d'indefinito che era simpatia, che era reverenza, un misto confuso di sentimenti il cui effetto era di farmi sembrare che a quella famiglia io non fossi affatto affatto estraneo, che alcun legame segreto mi vi avvincesse, non so come; onde alle parole di Don Venanzio fortissimo di colpo mi si era destato il desiderio di entrare in essa.