La plebe, parte I

Part 20

Chapter 203,892 wordsPublic domain

«— Uhm! Fece il dottore crollando il capo, in modo che pareva dinotare poca credenza in quella affermazione; poi, senz'altro preambolo, prese le coltri che coprivano il malato e le trasse giù fino a mezzo il letto: scoprì della camicia lo stomaco del giacente, vi pose su la mano sinistra piatta e si diede a battere su questa colle dita della destra fatte a gruppo; poi si curvò a mettere l'orecchio su quello stomaco e stette ad ascoltare. Drizzatosi rivolse la parola ai giovani che lo accompagnavano pronunziando barbari motti che io non capiva. Il petto rimasto denudato di quell'infelice era macilento come quello d'uno scheletro che fosse stato coperto da una pelosa epidermide; ancor esso era di color cereo, e nello stentato respiro sibilante del malato si alzava ed abbassava con una fatica che facevano pena a mirare. Quando il dottore ebbe finito di parlare, alcuni dei giovani vennero a lor volta a percuotere di quel modo sul petto del malato e porvi su il loro orecchio. L'infermo guardava tutta quella gente e i loro atti con occhio incerto, inquieto, ansioso, interrogatore. A me ispirava un senso di disgusto, quasi direi di ripugnanza e di ribrezzo il vedere tutti questi ignoti affollarsi indifferenti intorno al letto del soffrente, esaminarlo, guardarlo, palparlo come un oggetto di curiosità peggio. Mi dicevo che a momenti sarebbero stati del pari intorno a me e mi avrebbero fatto quel medesimo; e ciò mi faceva una pena che non ti saprei spiegare, tale che se avessi avuta la forza sarei saltato giù dal letto e me ne sarei fuggito.

«Quando il dottor capo si mosse per partirsi, uno del seguito, che teneva in una mano una specie di registro e nell'altra una penna, si avanzò domandando se si aveva da scrivere qualche ordinazione pel malato. Il medico crollò le spalle con un atto che significava chiaramente: è tutto inutile. Io mi sentii ghiacciare nel vedere quell'atto: pensati quell'infelice che stava appunto fissando il dottore coll'ansia interrogativa di chi aspetta la sua sentenza! Una specie di singhiozzo ruppe dal petto affannoso dell'infermo, e fra due sibili del suo faticoso rifiato egli disse:

«— Per me dunque la è finita?

«— Peuh! Esclamò senz'altro il medico dondolando il capo ed avviandosi.

«Un nuovo gemito uscì dal petto affranto di quel misero; e mentre tutti da lui si partivano egli ripeteva con quel po' di voce che gli restava:

«— Almeno... da bere..... da bere..... che muoio di sete.

«Ma nessuno — da me infuori — badava alle sue parole. La comitiva col dottore a capo veniva al mio letto; io mi sentiva il cuore a palpitare, quasi di paura.

«Avvenne intorno a me, precisamente come era avvenuto intorno al mio vicino. Gli allievi si aggrupparono ai piedi; il dottore, la monaca ed alcuni pochi vennero a lato.

«— Oh oh! Eccolo tornato in sè questo giovanetto: disse il dottore appena mi ebbe visto; e voltosi alla monaca: gli è molto, domandò, che si trova di nuovo in cognizione?

«— Credo di no: rispose la suora; perchè passando non è guari di qua l'ho udito vaneggiare come il solito e dire le più strane cose del mondo.

«— Bene! disse il medico: l'accesso è vinto, ma per precauzione ci vuole un'altra dose di chinino. — Si ripeta la ricetta del solfato: soggiunse parlando a colui che teneva il registro, il quale scrisse in fretta in fretta due parole; poi, dirigendosi di nuovo alla monaca, il dottore continuava: dieta assoluta, acqua semplice da bere, il farmaco a cucchiai ogni due ore, da lasciarsi lì tosto, appena v'accorgiate che ripigli un po' di febbre. — Andiamo.

«Io non aveva detto neppure una parola: quella malavoglia, quella confusione per vedermi attorniato da tanta gente che mi guardavano non era cessata; ma la mia attenzione era principalmente rivolta su quello dei giovani che seguivano il dottore, il quale mi era sembrato essere Gian-Luigi.

«E' s'era venuto a postare a pie' del mio letto, precisamente come aveva fatto al letto del mio vicino, se non che a me accordava ancora meno attenzione di quella che avesse data a quell'altro. Quando l'ebbi davanti a quel modo, ogni dubbio in me scomparve: gli era proprio desso, più bello e più superbo che mai, tutto letizia, prosperità e brio. Parlava animatamente con un suo compagno, e pareva che l'argomento dei loro discorsi fosse le mille miglia lontano da quell'infelice luogo di miserie e di dolori ove si trovavano, poichè sorridevano spesso, e talvolta rompevano anche in piene risate, cui frenavano però tosto, se il dottor capo volgesse verso loro lo sguardo.

«Quando il medico, dopo quelle poche parole, si mosse per recarsi ad un altro letto, Gian-Luigi s'avviò ancor egli senza nè anche volgere uno sguardo alla mia volta. Non che non riconoscermi, io credo che non mi ebbe nemmanco veduto.

«Io, facendomi forza, chiamai la monaca che per fortuna s'era indugiata un poco affine di aggiustare le cortine del letto state scostate dagli allievi.

«— Che cosa volete? Diss'ella venendomi allato e curvandosi su di me.

«— Quel povero uomo da un'ora domanda da bere; abbiate la carità di dargliene.

«Il mio vicino pareva aver rinunciato alla sua inefficace richiesta; taceva e guardava. Certo non potè intendere le parole che io pronunziai con tanta voce appena da farmi udire dalla suora, ma le indovinò di sicuro, e ne fu certo, quando vide la monaca accostarglisi e porgergli finalmente alle labbra quel tanto agognato tazzone.

«Il misero bevve avidamente; poi, quando la monaca ebbe raggiunta la schiera de' medici egli mi rivolse uno sguardo pieno di gratitudine e mi disse la parola _grazie_ con un accento di tanto affetto, che io ne fui tutto commosso ed anche adesso, ricordandolo, me ne sento intenerito.

«Pover'uomo! Quella doveva essere una delle ultime sue soddisfazioni.

«A me l'accesso non tornò più: ma che notte penosa e lunga fu quella che succedette! Non potei chiuder occhio. Nel vasto e lungo camerone radi lumicini, posti qua e là, spargevano una fioca e debole luce, per la quale ricrescevano cupamente le ombre gettate dai letti. Ai miei occhi, in causa della mia debolezza, quelle ombre arrampicantisi sulle pareti come mostruosi ragni, stendentisi sul pavimento come giganteschi animali sdraiati, pigliavano mille forme stranissime e paurose. Ora mi parevano atteggiarsi a faccie orribili che mi facessero smorfie minacciose, contorcersi in corpi convulsi o spasimanti per dolore o raccoglientisi per un feroce assalto; ora mi parevano braccia immense terminate da mani adunche di rapina che si tendessero verso me ad afferrarmi; e, come rifiato di questo mostro indefinibile, inconcepibile, le respirazioni affannose dei malati e il rantolo di questo, la tosse convulsa di quello, i gemiti di tanti. Tutte queste voci di dolore facevano un accordo penosissimo che mi turbava profondo nell'anima; alcune volte però, per caso, capitava che tutti questi lamenti, questi suoni tacessero un istante, ed allora si aveva un silenzio — un silenzio di tomba — un silenzio che era più tremendo ancora, nel suo breve passaggio, del rumorìo interrotto. Mi pareva che fosse sorvolato l'angiolo della morte e colla sua ala potente avesse percosso ad un tratto tutte quelle esistenze, mi pareva di essere io solo vivente in mezzo ad una schiera di morti.

«Il mio vicino di destra era tra quelli che avevano più frequente il lamento; si capiva che il male veniva rapidamente compiendo la sua opera di distruzione, ed io ricordava l'atto del medico che annunziava prossima la fine di quell'infelice e mi domandava se quelli non erano i rantoli dell'agonia, se quei gemiti penosissimi, ma sempre più deboli, non erano gli ultimi, se l'alba del mattino avrebbe ancora trovata accesa la fioca oscillante fiammella di quella vita.

«Io non aveva mai visto a morir nessuno. Menico e Giovanna li avevo trovati morti, ma non avevo assistito al tremendo momento della morte. L'idea di questo istante mi riempiva di terrore. Al pensare che un uomo lì presso stava per trar l'ultimo fiato, per diventare insensibile cadavere, io sentiva un alto spavento possedermi tutto. La idea del poi — di quel terribile ignoto che ci spalanca la tomba — il pensiero del nulla — i quesiti in cui s'era già cotanto affannata fin quasi dall'infanzia l'anima mia irrequieta, mi venivano ad assalire più vivaci e pressanti che mai, e in quel momento, per la debolezza del mio cervello, riuscivano ad una dolorosissima confusione, ad un più tormentoso ancora avvicendarsi di dubbi, ad uno sforzo impotente e penoso di padroneggiare e guidare i miei pensieri disordinati e strani.

«L'alba tanto desiderata e sì lenta ai miei voti, venne pur finalmente. Una maggior quietudine era in tutti i malati; avevano rimesso d'intensità i rantoli, i lamenti e le tossi; il mio vicino aveva meno ansimante il respiro. Ma che ora triste era quella pur tuttavia! I lumi accesi gettavano ancora debolmente intorno a loro un cerchio di raggi giallastri, oscillanti; i primi chiarori che penetravano per le alte finestre erano d'un grigio livido e mettevano sugli spigoli degli oggetti certi riflessi di tinte fredde, stonate affatto cogli ultimi sprazzi mandati dai lumi che venivan spegnendosi. Un'indicibile melanconia risultava da quell'aspetto di cose, dalla dubbiosità di quell'ora, che non era più notte e non era ancora giorno. Mi sentivo venire a folate alle nari più acre che mai il tanfo di tutte quelle esalazioni malsane, di tutti quei respiri viziati; parevami, in paragone, più tollerabile ancora l'atmosfera della carcere in cui avevo sofferto pur tanto. Pensavo con amaro repetio alle belle aurore della campagna, ove ero vissuto sino allora, a quelle pure brezze mattutine, a quel mio diletto gruppo d'ontani vicino al rigagnolo corrente. Quando avrei potuto far ritorno ad essi? E che cosa avrei dovuto andarci a far tuttavia, ora che Menico e Giovanna non eran più? Parevami che gli avvenimenti succeduti mi precludessero affatto la strada del ritorno a quel diletto paese, che la mano del destino, la quale me ne aveva violentemente tratto via ad un punto, fosse là tesa innanzi a me ad impedirmene il passo.

«Quei giorni che avevo vissuti non sarebbero tornati più mai; e quali altri avrei potuto e dovuto vivere io, povero trovatello, solo sulla terra? Me se m'avesse raggiunto la falce della morte, che male sarebb'egli stato? Per me, no certo nessuno; e per gli altri? Meno ancora, poichè la mia vita a persona al mondo non era utile, nè potevo pur dire diletta. E tuttavia un'intima ripugnanza si levava in me al pensier della morte, ed ogni fibra dell'esser mio anelava alla vita!

«Il mio vicino aveva cessato quasi del tutto il suo rammaricarsi. Credevo che dormisse, ma, essendomi rivolto verso di lui, lo vidi cogli occhi aperti, levati in su e pieni di lagrime. Sentii più viva la profonda compassione ch'egli m'ispirava, e parvemi che alcuna mia parola avrebbe fatto un po' di bene a quel misero. Il mio miglioramento era tale che m'era tornato in corpo un po' di voce da farmi sentire dal letto del vicino distante appena se di due passi.

«— La va meglio stamattina: gli dissi.

«Stette un istante senza rispondermi. Parve raccogliere tanto di fiato da poter parlare, e frattanto ringoiare quelle lagrime che gli velavan la vista; poi mi disse a sua volta con voce cavernosa e stentata:

«— Il meglio della morte..... Purchè potessi durar tanto che mia moglie e i miei figli venissero!... Oggi per fortuna è giorno di visita... Ma morire senza averli intorno... senza più vederli!... Oh esser povero! Oh morire all'ospedale!.....

«Fu interrotto di subito da un singulto, e come se troppo si fosso stancato nello sforzo di pronunziare tali parole, l'affanno lo riprese più forte di prima. Chiuse gli occhi, ned io osai più, nè ebbi voglia altrimenti di disturbarlo.

«Ma le disperate parole del morente mi suonavano nel capo come una fiera minaccia, come la pronunzia d'una tremenda condanna:

«Oh esser povero!... Oh morire all'ospedale!...

«A seconda che il giorno cresceva, crescevano pure nel mio vicino l'agitazione e il rantolar del respiro. I suoi occhi irrequieti non facevano che guardar fiso verso quella parte per cui s'inoltrava chi venisse dal di fuori; stanco li chiudeva di quando in quando, ma al primo rumor d'alcuno che si movesse li apriva sollecito con immensa ansietà di desiderio a mirar chi venisse, e poichè mai non erano quelli che con tanto spasimo stava aspettando, mandava un più desolato sospiro e tornava ad abbassar le palpebre con rassegnata disperazione.

«Quando la monaca di servizio gli si accostò per vedere s'egli alcuna cosa desiderasse, l'infelice con quel po' di voce che glie ne rimaneva onde appena nell'affanno del rantolo poteva formar le parole, domandolle che ora fosse, e poichè la suora gli ebbe risposto che appena le otto, egli non disse più verbo, non aprì gli occhi, ma quel sospiro desolato gli uscì ancora più doloroso dal petto, e giù dalle guancie gli calarono silenziosamente quelle lagrime che il giorno innanzi io gli aveva già visto brillar nella pupilla. Il disgraziato aveva perduto ogni speranza di vedere ancora i suoi.

«Poco stante venne la visita medica del mattino. Gli stessi individui, lo stesso modo di procedere. Mancava però Gian-Luigi, pel quale quella era forse ora troppo mattutina.

«Quando furono al letto del mio vicino di destra, il dottore non istette nè a interrogare, nè a toccar polso nè altro. Il giacente aveva gli occhi chiusi ed ansimava penosamente.

«— Siamo alla fine: disse il medico senza riguardo di sorta; e parlando poscia alla monaca: chiamate pure il prete, soggiunse, che questo buon uomo è già entrato in agonia.

«Il corpo del moribondo si scosse in un lieve sussulto, e gli occhi gli si spalancarono vitrei, quasi opachi, ma pieni di spavento; guardò di qua e di là esterrefatto, agitò le labbra, ma nessuna voce ne uscì, e mentre i medici si allontanavano, un singhiozzo d'infinito dolore fisico e morale prorompeva da quel petto affranto, già oppresso dall'affanno della morte.

«La visita medica era finita in tutto il camerone, quando sopraggiunse il prete fatto venir dalla monaca per confortare gli ultimi momenti del moribondo. Io guardava con una curiosità mista d'ansia, di pena e di terrore. Il prete s'accostò freddamente al letto del moribondo, come uomo avvezzo a questa sorta di cose, nel quale perciò la sensibilità rimane smussata. La faccia grossa e volgare diceva inoltre che in lui quella sensibilità non doveva mai essere stata nè molta, nè viva; aveva un libro sotto il braccio ed una stola in mano; camminava adagio volgendo gli occhi di qua e di là, ed annasando lentamente una presa di tabacco. Giunto presso il letto, guardò il giacente che teneva gli occhi chiusi e rantolava in modo sempre più penoso, e domandò alla monaca:

«— È egli ancora in cognizione?

«— Mah! chi lo sa?

«Il prete si curvò sul letto del morente.

«— Ehi, brav'uomo, diss'egli con voce più alta, come per destare un che dormisse, mi udite voi? capite voi quello che dico?

«L'infermo non fece segno alcuno che indicasse aver egli inteso.

«— Questo povero diavolo è più di là che di qua: disse il prete; ma ad ogni buon conto qualche parola d'esortazione non può far male.

«E con voce trascinante, con quel tono convenzionale di bigotta che prega, si diede a pronunziare le seguenti frasi all'orecchio del giacente:

«— Pensate al vostro Salvatore che morì sulla croce per voi, pensate all'agonia ch'egli soffrì su quella croce.

«Qui s'interruppe per dire colla sua voce naturale alla monaca:

«— A proposito, dove ci avete un crocifisso?

«La monaca prese un crocifisso di legno su tavolino dove lo aveva posato, e lo porse al prete.

«— Eccolo qua.

«Il prete lo prese e lo pose sul petto del moribondo, poi ripigliò colla voce dolcereccia, nasale che ho detto poc'anzi:

«— Gli è qui che vi assiste il vostro Salvatore; mettete nelle sue mani l'anima vostra, e con profondo atto di contrizione domandategli perdono di tutti i vostri peccati.... Voi state per comparirgli dinanzi....

«Il moribondo fece un sussulto e il suo rantolo cessò.

«— È passato: disse la monaca.

«— Non ancora: rispose il sacerdote; ma siamo proprio agli estremi.

«Prese colle due mani la stola, ne baciò con atto puramente meccanico — atto di abitudine — la croce che si trova a metà di essa e passandosela sopra la testa se la pose in ispalla; poi aprì il libro che aveva recato seco e si mise a borbottare le preghiere pei moribondi.

«La monaca s'inginocchiò a piè del letto e veniva rispondendo _amen_ di tanto in tanto e finalmente quelle stupende parole della liturgia: _et lux perpetua luceat ei!_

«Quando ebbe finito, il prete chiuse il libro, si levò la stola, che ripiegò intorno al volume e mise così avvolta sulla sponda del letto. Il giacente era immobile affatto; gli occhi gli si erano aperti, ma le pupille erano appannate, fisse, senza sguardo; la bocca erasi contratta e le labbra aperte ed immote pendevano da un lato.

«— Datemi un cerino, suora Genoveffa: disse il prete.

«La monaca trasse di tasca un cerino aggomitolato e lo diede al prete, il quale levatosi di tasca un fiammifero lo sfregò per terra e con esso infuocatosi accese il cerino. La fiammella fu posta innanzi alle labbra ed al naso del giacente, e non si ebbe la menoma oscillazione che potesse indicare il più lieve alito di fiato.

«Era proprio spirato.

«Il prete spense il cerino e lo restituì alla monaca; questa abbassò le palpebre sugli occhi del morto, e tutti due si apprestavano a partire, quand'ecco precipitarsi nel camerone e correre verso il letto dell'infelice estintosi allor allora, una donna che poteva dirsi il ritratto della miseria, trascinandosi dietro quattro bambini di varia grandezza, ma di cui il maggiore non passava certo i dieci anni.

«— Il mi' uomo! Gridò essa disperatamente.

«— È spirato adesso adesso: disse freddamente il prete.

«La donna si fermò su due piedi e mandò un'esclamazione così dolorosa che me ne vennero le lagrime agli occhi ad udirla; poi si contorse le braccia con parossismo quasi furibondo di dolore, e levando al soffitto gli occhi convulsi, pronunciò fra i più penosi singhiozzi:

«— Dio! Dio mio!

«La monaca più pietosa le venne allato e mettendole dolcemente una mano sul braccio:

«— Coraggio e calma, le disse.

«Ma la sventurata, rigettandola quasi con ira:

«— Calma! calma? Il mio pover'uomo, il mio pover'uomo, il mio unico sostegno.... la morte me lo ha tolto.... Ah! Dio non è giusto.

«— Oh! oh! Esclamò con tono di rimprovero il prete: guardatevi bene dal bestemmiare, buona donna. Bisogna curvare il capo rassegnati innanzi a Quel di lassù, e quando ci manda una prova, benedirne la mano che ci percuote. Dunque non c'è nulla da farci e bisogna aver pazienza.

«Così dicendo, il prete fece ad allontanare la povera donna dal letto del morto; ma essa, rigettandolo con più forza ancora e con più furore di quello che non avesse fatto alla monaca, si pose a gridare:

«— Mi lasci passare, voglio vederlo il mi' uomo.... voglio vederlo per Dio!... Nessuno mi potrà impedire di abbracciarlo l'ultima volta.

«E con abbandono disperato si gettò sopra il cadavere ancora caldo di suo marito.

«— Oh perchè non ti ho potuto tener meco, mio pover'uomo? Diceva essa in mezzo ai più strazianti singhiozzi: perchè ti hanno voluto trasportar qui lontano da tutti i tuoi, qui dove ti hanno ammazzato?... Sì ti hanno ammazzato coi loro salassi, colle loro droghe.... noi povera gente sì che glie ne importa a loro che crepiamo.... tanti di meno a mangiar pane.... io t'avrei guarito, io che avevo da conservarti ai miei figli.... Ed ora che ne sarà di questi tuoi miserelli di figliuoli?.... Chi ne darà loro da mangiare?.... O almeno saresti morto in mezzo a noi, circondato da noi... e non qui, solo, senza uno de' tuoi allato...

«La sua voce suonava forte e straziante pel camerone: i bambini, che non capivano molto, ma che vedevano la loro madre così disperatamente desolata, si aggrappavano alle di lei vesti, la tiravano e strillavano piangendo; era pei malati una troppo dolorosa commozione; gl'inservienti e le monache accorsero in frotta al rumore. Presero in mezzo la donna e i bambini, li ragionarono, li rampognarono, li confortarono, e tanto fecero che la donna, diventata taciturna con grosse lagrime che le colavano giù dalle guancie, si rassegnò a lasciarsi condur via. Ma quando ebbe fatto appena pochi passi allontanandosi dal letto, tutta di colpo si riscosse; si sciolse dalle monache ond'era attorniata, e sclamando: — Ah! ch'io lo veda ancora una volta, tornò precipitarsi sul morto corpo del marito il cui volto coprì di nuovo dei baci suoi. Quindi se ne tolse da se stessa in apparenza più calma; si premette le mani nere ed incallite sugli occhi e pronunziò con tale accento di dolore che io non potrò obliare giammai, queste parole:

«— Non lo vedrò più.... più mai!... Oh almeno l'avessi visto a morire!

«E coi suoi figli aggruppati intorno si allontanò quindi mesta, curva, barcollante, come spinta ed oppressa insieme dalla mano della sventura.

«Povera donna! Io era voltato col viso dalla parte del morto e avevo innanzi gli occhi la faccia di quel cadavere. Non potevo staccarne lo sguardo quantunque mi facesse una pena quasi paurosa a mirarlo. La morte aveva passato su quei lineamenti contratti dal dolore pur dianzi, la sua mano appianatrice: una gran calma sembrava spirare da quel volto ingiallito, ma insieme una gran mestizia eziandio, una mestizia però rassegnata e mite. Il misero aveva cessato di soffrire, ma quanta angoscia non doveva essere stata la sua quando l'occhio smarrito, sbarratosi negli ultimi fremiti dell'agonia, cercava invano intorno a sè le care sembianze dei suoi! Ma qual dolore per l'infelice donna superstite, che non aveva potuto consolarne gli estremi momenti, che non aveva potuto far impartire l'ultima benedizione a' suoi figli così presto orfani di padre!

«Oh! pensavo, anche la morte è dunque più trista pel povero?...

«Ed allora un'immensa amarezza m'invase, uno scoraggiamento, quasi uno sgomento profondo dell'anima. Quel letto che al mio primo risensare mi era parso così agiato, ora mi tornava irto di spine, l'atmosfera satura di miasmi di quell'ospedale mi riusciva di botto gravissima a respirare, quasi intollerabile, quel cadavere innanzi agli occhi mi faceva paura.

«Fu sollecita, è vero, la monaca che lo aveva assistito nell'agonia, a tornare indietro, appena la donna fu uscita dal camerone, e tirò tutt'intorno le cortine del letto in guisa che la vista del morto venne tolta ad ogni sguardo; ma io sapeva che dietro quelle tende bianche e bleu c'era un cadavere, e coll'occhio della mente lo vedevo pur sempre, con quella sua bocca spalancata e storta, con quell'aspetto di mesta rassegnazione e di abbandonata quiete.

«Più tardi vennero due uomini con una barella, questa deposero ai pie' del letto, poscia entrarono sotto le tende e per parecchi minuti si agitarono uno da una parte dal letto e l'altro dall'altra, imprimendo alle cortine distese una nuova forma, nuovi sgonfi ad ogni loro mossa; quando ebbero finito, trassero ai lati le cortine e il cadavere apparve sul letto, tutto avvolto nel sudario; lo presero a braccia, lo recarono nella barella coperta, e via, lasciando il letto disordinato.

«— Ora lo portano al gabinetto anatomico e domani sarà tagliuzzato per lezione degli studenti: mi disse l'altro mio vicino di sinistra con una specie di sogghigno e con una voce stridula che mi fece ghiacciare il sangue e correre un fremito per tutti i nervi.

«Neanche dopo morto, il povero, crepato all'ospedale, non è tranquillo.

«Nella giornata furono portati via il materasso e il pagliericcio di quel letto, ma due giorni dopo tutto era rimesso a posto, e un altro infermo dolorava a quel medesimo luogo.