Part 19
«— Sì, sciocca debolezza: ripetè insistendo. Sono un uomo, e un fiero uomo in tutto, me ne vanto; ma in una cosa sola sono un bambino, sono una femminetta. Lo credereste? In questi giorni ho qui dentro qualche cosa che mi rode, che mi leva ogni forza, che non mi lascia dormire..... Ha da dirsi rimorso?.... Chiamatelo come volete.... È un maledetto tormento, ve lo assicuro.... Sono già diciasette anni che a questa stagione soffro di codesto male. Che cosa non darei perchè non venisse mai il mese di novembre, e sopratutto il giorno dei morti! Ne ho fatte d'ogni colore, parecchi ho visto morire sotto i miei colpi. Nè il sangue mi spaventa, nè il rantolo dell'agonia d'un uomo. Se penso a questo od a quello che ho mandato all'altro mondo, non mi fa nè caldo, nè freddo, non perdo l'appetito e la notte non dormo meno saporitamente per ciò; e invece quando il pensiero mi viene d'una donna, d'una debole donna, giovane e povera, ecco che gli è come se la vedessi — proprio lei — sorgere, e starmi dinanzi, e tendere verso di me le sue bianche braccia convulse a strapparmi dalle mani suo figlio, e vedo, come allora, le chiome scarmigliate, il nudo seno e gli occhi furenti...... Chi ha visto mai una madre che difenda suo figlio? Una leonessa non può essere più fiera.... L'ho sognata questa notte. Mi si avventava incontro come allora con morsi e graffiature; mi vomitava improperii e maledizioni; invano la respingevo; mi si attaccava con unghie di ferro, e il tempo stringeva; avevo promesso, avevo già preso parte del denaro, aspettavo di averne il resto; Graffigna mi sollecitava; Graffigna mi aveva fatto bere come stassera; io gridava alla donna: lasciami andare o succederà qualche precipizio; ella più ostinata che mai gridava: rendimi mio figlio, gridava accorruomo. Era notte; mi ricordo che le sue grida acute risuonavano pel silenzio di quella città in cui ero straniero come i rintocchi d'una campana a stormo. La gente l'avrebbe udita di sicuro. Sarebbero accorsi; a momenti potevano esser lì. Come salvarmi? Non ero pratico di Milano..... poichè gli è colà che eravamo.... fa presto, mi diceva Graffigna, il quale mi tolse il bambino di mano; fa presto..... Ma come? Pari ad un serpente la Gegia mi si avvinghiava intorno.... In che modo avvenne che mi trovassi in mano un coltello? Fu il demonio che me lo cacciò fra le dita, o fosti tu, Graffigna.... Bisognava fuggire.... Quel seno bianco era lì davanti a me. Gli piantai dentro la lama; il sangue mi zampillò caldo nel viso, lo vidi colar rosso rosso su quelle carni; la Gegia agitò le braccia, rantolò pur ripetendo ancora quelle parole che mi rimasero stampate come un marchio di fuoco nel cervello: rendimi mio figlio; e cadde! Graffigna mi afferrò, mi trasse con sè; fuggimmo portando via la preda — quell'infelice bambino.... Ebbene questa notte l'ho sognata tal quale. Boccheggiante nel suo sangue, quella misera donna venne ancora a ripetermi: rendimi mio figlio!
«Curvò il capo e si tacque. Graffigna prese egli a dire, con quella sua voce in falsetto che mi parve allora più acre e stonata che mai:
«— Fu la cosa più necessaria del mondo, e non si poteva fare altrimenti. Un cotale — gli è un signore di qui, e potrei anche dirne il nome, se non fossi un uomo prudente — un cotale adunque, con cui avevo per altri precedenti affari piuttosto strette relazioni, mi dice un bel giorno, sono appunto diciasette anni: «— Mio caro Graffigna, ho bisogno che tu mi procuri un bambino maschio che abbia circa due anni di età, di cui padre e madre non si dieno più pensiero e non cerchino di saper più nulla mai; ho bisogno che nessuno al mondo sappia mai che io t'abbia data questa commissione e che tu l'hai eseguita. Se tu fai a modo avrai due mila lire.» Cospettone! Capirete anche voi che due mila lire non sono una manata di giuggiole. State tranquillo, messer Na... (Qui Graffigna s'interruppe e non disse intiero il nome). State tranquillo, insomma, gli dissi (così ripigliò) che la cosa è bella e fatta. Sapevo che Stracciaferro era in relazione con una tale che aveva dato alla luce un bambino, e pensai tosto che quello era il fatto nostro. Cercai subito di lui e gli contai la faccenda. Questo bravo uomo dapprima aveva degli scrupoli; ma poi all'udire delle due migliaia di lire cominciò a piegar l'orecchio. C'erano però due difficoltà. Quella donna s'era traslocata a Milano per seguitarvi una signora al cui servizio la si trovava, e quantunque non fosse più in quella casa, aveva però continuato a far dimora colà. Inoltre il bambino di lei non aveva che pochi mesi e non era ancora slattato. Ma io sono fatto per isciogliere le difficoltà. La prima era anzi un vantaggio. Avrei persuaso il nostro mandante come fosse molto meglio per la segretezza della cosa andare a prendere il fantoccio lontano, e che occorreva soltanto per la spesa maggiore un aumento della somma di compenso: quanto all'età, qualche mese più, qualche mese meno, pensavo di potergliela accoccare lo stesso a chi ci dava la commissione. E infatti quel signore fu lieto molto della mia proposta di prendere il bambino in una città lontana, e crebbe sino alle tre migliaia di lire, cotanto gl'interessava la cosa. Partimmo e andammo dritto da quella donna, sperando che spiegandole la cosa, ella si sarebbe acconciata volontieri per un cinquecento franchi a lasciarci il marmocchio, che non erale altro che un peso. Sì, va a far capire la ragione ad una testa matta di donna che si incoccia a dir no! Nè preghiere, nè minaccie ci valsero. Avevamo già intascato un migliaio di lire, e non è gente del nostro calibro che manca alla parola. Dissi allora a Stracciaferro di arraffare il naccherino e filare. Fu allora che successe il casa del diavolo. Il bambino fu portato via, e la donna andò all'inferno.....
«— Taci: urlò Stracciaferro: non parlar male di lei..... Povera Gegia! Povero bambino!.... Oh! che ne sarà stato di lui?
«— Peuh! Questo non era più affar nostro. Consegnato il marmocchio e presi i danari, che ne importava del resto?
«— A te! riprendeva Stracciaferro; ma io!... quello era mio figlio!
«Non puoi credere l'impressione che quel racconto fece su di me. Erano diciasette anni che quel delitto era successo. Quel bambino aveva dunque press'a poco la mia età; e mi domandavo, come faceva il feroce mio compagno di carcere, che cosa mai poteva essere avvenuto di lui, che vita, che sorte fossero le sue. Figliolo d'un tal padre! Non era ella una disgrazia peggiore che quella di non aver padre nessuno? Ma almeno egli non sapeva questa sua disavventura, e l'uomo che aveva fattolo rubare alle carezze della madre gli aveva forse creata una esistenza onorata e tranquilla. Pensavo a quella povera madre, e pareva anche a me udire le ultime parole arrangolate, pronunziate dalla morente: _rendimi mio figlio!_
«E di botto mi veniva alla mente il pensiero di quell'aerea forma che mi appariva di quando in quando, e ch'io m'era avvezzo a chiamar mia madre. Ella pure forse era stata da me disgiunta; e come? e chi sa con quanto dolore?
«Quegli che più di proposito aveva assunto l'impresa di volgermi decisivamente al male, era Graffigna. Si piaceva ad istillarmi ogni sorta di infami insegnamenti: come si concepiscono, si meditano, si preparano, si compiono i delitti. Era maestro in quest'arte sciagurata. Niuno meglio di lui sapeva far nascere le occasioni da un lato e fare sparir gl'indizi del fatto dall'altro. Aveva ridotto la cosa ad un giuoco di combinazioni che presentava la sua attrattiva come ogni lotta in cui l'attività e l'acutezza della mente s'impiegano più che le forze del corpo.
«A me poi, col serrato argomentare d'una logica inesorabile, voleva persuadere che ad ogni costo io doveva essere e sarei stato uno dei loro. Secondo lui, tutti gli uomini nascevano colle medesime disposizioni press'a poco; a gettarli di di qua o di là di quella linea ideale che separa nel mondo quelli che si chiamano galantuomini da quelli che si chiamano furfanti e che sono perseguitati dal codice penale, non è altro che il particolare presentarsi delle circostanze; in una sola parola, il caso. Per me questo giudice supremo aveva già pronunziato irrevocabilmente, ed avevo da appartenere di necessità alla schiera dei birbanti. Fossi non fossi reo di quel primo delitto, non montava nulla. Avevo assaggiato del carcere, e questo bastava per imprimermi il carattere indelebile d'individuo pericoloso alla società e condannato al bando dai cosidetti onesti. Uscito di là non avrei trovato più nè una mano che mi si tendesse, nè un pezzo di pane in compenso del mio lavoro; la sedicente virtù mi avrebbe chiuso la porta in faccia e lasciatomi dappertutto sul selciato a morir di fame, avrei dovuto riparare ad ogni modo nelle file dei reietti, e tanto valeva che di subito m'imbrancassi con loro. Ero povero, solo al mondo e colla nota di bastardo. La sorte mi aveva gettato in mezzo al genere umano precisamente apposta per accrescere d'una recluta l'esercito dei ribelli alla tirannia sociale: quello era il mio destino; uomo nessuno si può sottrarre al suo destino, ed io, avessi fatto qualunque cosa, avrei dovuto pur sempre soggiacere ai decreti di esso.
«Le parole di quell'uomo mi confondevano la mente; sentivo con terrore in me l'impotenza di rispondere alle sue ragioni, di respingere l'influsso che m'invadeva del suo dire. Delle volte mi nasceva la tentazione di esclamare: ebben sì, sarò dei vostri; e tenuissimo era l'ostacolo di ripugnanza interiore che tuttavia me ne tratteneva. Spesso mi sentivo agitato come da una battaglia che si combattesse nell'animo mio: poi ad un tratto ero lasso e fastidito, e parevami che, presa una volta la decisione di essere ciò che erano tutti coloro che mi attorniavano, sarei stato più tranquillo. Anche la ingiustizia del trattamento che soffrivo, io innocente, mi destava talora dei veri parossismi di sdegno. Provavo un odio accanito contro chi mi aveva procurato codesto immeritato supplizio; e Graffigna mi apprendeva che questo cotale era tutta la società, era l'ordinamento delle cose fatto apposta per rassicurare tutti quelli che possedevano e che si chiamavano onesti, ed opprimere coloro che non avevano nulla e che i primi avevano battezzato per mariuoli.
«Te lo confesso schiettamente: stavo per cedere. Mi sentivo male. Il passare così ad un tratto dalla vita aperta dei campi all'aria impura di quel luogo chiuso dove si respirava in tanti: la passione stessa della mia anima combattuta, la rabbia, il dolore, la vergogna avevano scosso la mia salute già cagionevole fin dall'infanzia. Da più giorni mi ricorreva periodicamente una febbre che ad ogni volta si faceva più forte. Non dicevo nulla ma mi sentivo consumare la vita. Non potevo mangiar più neppure un boccone; avevo una sete inestinguibile e non avrei fatto che bere. I miei compagni che mangiavano la mia porzione si guardavan bene dal dirmi ammalato ai custodi: io nè voleva, nè osava parlare; nè pure ci pensavo. Quando l'accesso mi prendeva, avevo delle trafitture qui nel capo che mi pareva mi piantassero delle sottili lame arroventate traverso l'osso del cranio ed alle tempia a penetrarmi entro il cervello. Delle cose che mi attorniavano e di me stesso e del mio stato, avevo e non avevo coscienza. Le impressioni perduravano, ma non erano più esatte. I rumori e la vista degli oggetti a volta a volta mi tornavano velati, come lontani, come traverso ad una nebbia, oppure mi rispiccavano più vivi, più forti, destandomi una sensibilità quasi dolorosa. Perdevo in certi momenti la idea del tempo; tutto mi si confondeva in un tratto il mio passato a farmisi presente, e vivere in un attimo una serie d'anni; poscia quella confusione svaniva a lasciar sorgere più netta l'idea dello stato in cui mi trovavo; ed allora mi sentivo veramente a soffrire.
«In uno di questi accessi tutti i discorsi tenutimi da Graffigna mi sfilarono innanzi come incarnati in certe figure di persone che mi sembrava mi sorridessero, mi ammiccassero, mi chiamassero a sè passando. Ciascuno aveva la sua fisionomia propria, e mi guardavano molto onestamente, con aria d'interesse e con faccia d'amici. Li salutavo quasi con affezione, e siccome essi parevano invitarmi ad andar con essi loro, io mi drizzai sul mio giaciglio, pronto a seguirli e recarmi dal demonio tentatore a dirgli: sono cosa vostra.
«Ma ecco, di colpo, appena levatomi a sedere, tutta quella fantasmagoria sparire. D'improvviso io mi sentii libero il capo e chiara la mente; parvemi che un fresco alito mi ventasse sulla fronte a calmare il tumulto del mio sangue: provai un senso subitaneo di sollievo e di benessere; sentii che riprendevo per l'affatto il possesso della mia volontà e della mia intelligenza; mi trovai — te lo assicuro — nello stato medesimo di lucidità in cui sono al presente.
«Anche allora era sull'imbrunire. Il lume non era ancora stato acceso ed un'oscurità quasi piena ottenebrava il camerone. Innanzi a me, dritta ai piedi del mio pagliericcio, diffondendo intorno a sè una specie di debolissimo chiarore, stava quella forma incorporea di donna, stava lo spirito che da qualche tempo già non mi era più apparso. Benchè sempre incerte ne vedessi le sembianze, parvemi tuttavia che in esse fossevi una espressione di mestizia e di rimprovero. Io tesi le mani verso di lei e mandai una esclamazione. Ella si chinò allora verso di me; sembrommi che qualche parola pronunziasse, ch'io pure non potei afferrare; si volse alla parte dov'erano nell'ombra Graffigna e Stracciaferro e scosse la testa e fece un atto imperiosamente negativo colle mani, come per dirmi a loro non m'accostassi; poi si pose la destra sul petto, quasi volendo indicarmi, son io che te lo comando, io che te ne prego, e disparve.
«Parvemi che il buio della stanza si facesse maggiore. Fui per chiedere ai miei vicini se nulla avessero visto; ma poi questa mi parve quasi una profanazione e mi tacqui. Mi lasciai ricadere sul mio giaciglio, tutto riconfortato dell'anima. Questa benefica apparizione aveva fugate quelle perniciose della febbre: i sofismi di Graffigna erano vinti dalla sola presenza manifestatasi del mio buono spirito. Stetti più cheto, con una nuova tranquillità quale non avevo più da tempo gustata, e poco stante mi addormentai.
«Il domani ecco aprirsi la porta del camerone, ed il custode chiamarmi per nome.
«— Venite fuori, che c'è gente che vuol parlarvi.
«Appena potevo reggermi in piedi. Mi trascinai a stento dietro il carceriere fino in una stanza a piano terreno.
«Colà Don Venanzio commosso mi tendeva le braccia e sclamava colle lagrime agli occhi:
«— Maurilio, tu sei libero.
«Gettai un grido di gioia e l'emozione fu tanta che per la debolezza non potendovi reggere, caddi svenuto nelle braccia del buon sacerdote.
«Don Venanzio non mi aveva dimenticato. Persuaso che io era vittima d'un errore, non aveva avuto pace più finchè non l'avesse visto riparato. A Torino egli conosceva una famiglia potente..... (Qui Maurilio esitò un momentino.) La famiglia Baldissero.
— Quella a cui appartiene il tracotante che insultò Benda? Domandò Selva.
— Quella stessa: rispose Maurilio. Al marchese, capo di questa famiglia, ricorse Don Venanzio, ed ottenne che sollecitamente si mandasse a procedere all'esame dei cadaveri di Menico e di Giovanna, che se ne scoprisse la cagion vera della morte, e che si dichiarasse non esser luogo a procedimento contro di me. Il buon prete aveva voluto recarsi egli stesso di persona a darmi la notizia della mia liberazione ed accompagnarmi fuor della carcere.
«Ma la infermità che mi aveva assalito mi obbligò a passare dalla prigione all'ospedale. Don Venanzio quando mi ebbe visto per sua cura allogato in un letto dell'ospizio X...., raccomandatomi con ogni premura alle suore di carità che pietosamente servivano i malati, se ne partì di nuovo pel suo villaggio, facendomi la promessa, che in realtà mantenne, di venirmi a vedere di sovente.
«Parecchi giorni rimasi senza cognizione; quando risensai mi sentivo una gran fiacchezza addosso, precisamente come allorchè incominciò la guarigione da quell'altra uguale malattia che sostenni qui dopo che tu mi avesti raccolto e dato ricetto. Ero in un lungo camerone a pareti tutte bianche; due file di letti nella direzione della lunghezza si schieravano in faccia l'una all'altra. Tutti questi letti erano similissimi, incortinati intorno d'una stoffa di cotone a righe bianche e bleu, con una coperta uguale: a capoletto di ciascuno di essi era appesa una lastra con suvvi la polizza che diceva il numero del letto, l'età, le condizioni, la malattia di chi vi giaceva. Non avvezzo sino allora che allo strame del soppalco di Menico ed al pagliericcio del carcere, io trovava quel materasso su cui ero allora disteso il più soffice del mondo; quella di sentirmi posare sulle membra un lenzuolo pulito mi pareva la dolcezza maggiore che avessi provato mai.
«Mentre stavo così meco assorto a gustare quel soddisfacimento tutto materiale, e non avevo pensiero fatto, ecco dal letto che m'era più vicino alla mia destra uscire un gemito dolorosissimo fatto per istraziare il cuore anche al più insensibile uomo del mondo.
«— Oimè! Oimè! Diceva una voce d'uomo faticosamente: oh quanto soffro!
«Volevo rivolgermi a guardare questo infelice che si lamentava, e la debolezza non mi consentiva moto nessuno. Il respiro affannoso del soffrente, interrotto tratto tratto da un'esclamazione di profondo dolore, da un lagno di spasimo incomportabile, mi faceva una pena da non potersi dire.
«— Da bere! Si mise poscia a domandare con quel po' di voce che gli rimaneva, onde appena era se poteva farsi udire fino da me: da bere!... un po' d'acqua, una goccia d'acqua per carità.
«Nessuno degl'inservienti poteva udirlo: io guardava intorno e non vedevo anima viva che fosse in caso da accorrere; le due lunghe file di letti soltanto, dai quali od uscivano gemiti o un silenzio di tomba. Facendo uno sforzo con tutto quel pochissimo vigore che mi restava, giunsi a volgere il capo verso quel povero tormentato, e lo vidi. Era un uomo sul mezzo della vita, con una folta ispida barba sul volto cresciutagli durante la malattia, le guancie incavate, giallo di colore, i pomelli sporgenti, le occhiaie infossate e al fondo le pupille accese d'un luciore di febbre.
«— Da bere, da bere: seguitava a dire il misero colla manchevol voce, ma con una specie d'irritazione nell'accento: da bere, un po' d'acqua per amor di Dio!... E non ci sarà un cane che mi dia una goccia... e mi lascieranno crepare senza pur darmi una stilla d'acqua!...
«Come avrei voluto potere saltar giù e andargliene a ministrare! Ma mi sentivo inchiodato nel letto del pari e forse più ancora che quegli non fosse; e ad un tratto mi assalì il pensiero che se ancor io avessi avuto quel tormento della sete non avrei potuto levarmelo, e nessuno sarebbe venuto neppure in mio soccorso. Bastò questo pensiero perchè tosto mi paresse davvero già esserne assalito ancor io. Volli chiamare e mi mancò la voce: mi parve che un'altra voce mi pronunziasse entro la testa: «— qui ci lascieranno crepare senza darci neanche una stilla d'acqua.»
«Intanto guardavo sempre quell'uomo, ed egli guardava me. Quegli occhi lucenti cupamente in mezzo a quel viso giallo di cadavere mi facevano paura: e non potevo distogliere da essi i miei quasi affascinati.
«Egli si lamentava sempre. Ad un punto cessò di fissar me per volgere il suo sguardo al tavolino verso il tazzone di terra in cui c'era la pozione da bersi. L'intensità del desiderio che c'era in quello sguardo, l'agonìa di arrivare a quella bibita, il tormento di non poterlo, erano indescrivibili. Vidi agitarsi lievemente la coltre sopra il petto di quell'infelice, e poi una mano scarna uscirne fuori a rilento, protendersi verso quell'agognata tazza, allungarsi, allungarsi, mentre quello sguardo brillava sempre più e più di desiderio. Già la mano era per arrivarvi; il corpo s'era stentatamente voltato ancor esso ad assecondare quel movimento; io seguiva con infinito interesse quell'atto, parevami che a vedere quel dolorante afferrare la tazza e potersi saziare la sete, ne avrei provato grandissimo sollievo ancor io... Ma quando già era per toccare la sospirata meta, quella povera mano di botto ricadde; un sospiro o meglio un gemito sfuggì da quel petto affranto; il capo del giacente rimase più abbandonato sul guanciale, gli occhi si chiusero ed un'immobilità di morte gli tenne tutte le membra. Lo credetti estinto. Quella faccia cadaverica esprimeva nella contrazione de' suoi lineamenti una rabbia profonda: la mano giaceva sulla sponda del letto, pendente all'infuori; era una rozza mano di un rozzo uomo della plebe; ma ora la pelle villosa e bruna si piegava sulle ossa rugosamente, in modo che ogni falange, ogni tendine, ogni vena ne spiccava al di sotto con brusco risalto. Pensai che quella mano un tempo era di certo forte da sollevare ogni peso, ed ora non poteva nemmanco prendere una tazza d'acqua; così era quel povero uomo ridotto dalla malattia!
«Dopo un tempo che mi parve abbastanza lungo, il mio vicino risensò e si rifece da capo a lamentarsi, ma più fiocamente, e a domandar da bere, ma con appena intelligibili parole.
«E così durò lo spasimo di quell'infelice, senza che niuno venisse in suo soccorso, finchè il momento non giunse della visita medica.
«Io, che non avevo mai visto ospedale, nè uditone parlare, quasi mi spaventai quando vidi quella frotta d'uomini vestiti di nero, accompagnati da una monaca, che s'avanzavano pell'androne, si fermavano a tutti i letti, ora un po' più, ora un po' meno, ma non oltre i dieci minuti mai, borbottavano alcune parole fra di loro e passavano.
«Era il medico capo con dietro a sè gli allievi del corso. Prima d'arrivare al mio dovevano incontrare il letto di quel mio vicino di destra, e li vidi, come altrove, fermarvisi. Il professore, che camminava primo, s'inoltrò fino all'altezza della testa del giacente; gli allievi si aggrupparono a' pie del letto, e senza riguardi, con brusca strappata, tirarono via le cortine per poter veder bene tutti la faccia del malato. Notai che alcuni fra essi chiaccheravano fra di loro, parevano di tutt'altro occupati che dello spettacolo che avevano innanzi agli occhi, e ridevano come se di nulla fosse. Uno di essi, che era il più prestante della persona, il più elegante di abiti e tale per ogni verso da richiamare specialmente l'attenzione di chicchessia, attrasse i miei occhi, che, appena vistolo, non seppero staccarsene più. Ei mi pareva tutto tutto il mio compagno d'infanzia Gian-Luigi.
«Intanto il dottore aveva preso il polso del malato e gli aveva domandato come si sentisse.
«— Da bere! Aveva susurrato il miserello per tutta risposta.
«— Ah sì, avete sete: rispose il medico: una sete ardentissima non è vero? È naturale, me la aspettavo.
«E rivoltosi alla monaca che l'accompagnava:
«— È stato tranquillo?
«— Tranquillissimo: rispose con tutta assevezione la suora.