La plebe, parte I

Part 18

Chapter 183,800 wordsPublic domain

«Ti ho già detto e ripetuto che Menico e Giovanna erano le due creature più avare di questo mondo. A me misuravano con tanta parsimonia il pane che avevo continua compagna la fame; a se stessi rifiutavano ogni cosa che passasse il necessario, ed anco questo riducevano ai più stretti limiti che sia possibile immaginare; sola eccezione faceva Menico per sè, quando si abbandonava all'ebbrezza. Una mattina di autunno Menico ne tornava dalla città secondo l'usato, che codesto non aveva mai voluto smettere di far egli stesso, per nulla fidandosi di me, quando sull'orlo della strada trovò un bel mucchietto di funghi che parevano mangerecci ed i più belli che fossero mai. Pareva che alcuno li avesse raccolti e poscia abbandonati colà. Al vecchio avaro a cui piacevan di molto, parve una buona ventura l'impadronirsene e farsene una corpacciata senza costo di spesa. Li prese, e recatili seco a casa, la Giovanna li fece cuocere, e se li mangiarono tutti con una ghiotta esultanza che nulla più. A me, non occorre pur dirlo, non diedero nè offerirono neppure un briciolo di tanta leccornia.

«Venuta la sera, se ne andarono a dormire che erano i più soddisfatti che fossero sotto la cappa del cielo. Io mi arrampicai a mia volta sopra il tavolato nella tettoia, che era definitivamente diventato mio abituro, e sulla paglia degna del canile che ci avevo colà non tardai ad addormentarmi. Avevo allora diciassette anni, lavoravo tutto il giorno più forse che non permettessero le mie forze, onde non è a dire se il mio sonno fosse profondo, duro e tenace.

«Quella notte certo alcun rumore dovette succedere nella stanza ove dormivano i due vecchi; forse chiamarono aiuto: Menico si levò e venne fino in sulla soglia per cercarne, e là di sicuro mi avrà chiamato colla voce già arrangolata dalla morte: ma io non udii nulla.

«Mi svegliai al mattino e mi stupirono forte due cose: che il sole battesse già sopra il fumaiuolo del tetto della casa, il che indicava esser l'ora più tarda di quella in cui ero solito a levarmi, e che Menico, come tutti gli altri giorni, non m'avesse fatto saltar giù al primo romper dell'alba. Il cane di guardia mandava tratto tratto un lamentoso ululato. Discesi in tutta fretta e quando fui nel cortile un miserando spettacolo mi si offerse. Menico giaceva bocconi sulla soglia della casa, il corpo mezzo fuori e mezzo dentro, immobile, le mani contratte, livide, irrigidite; e il cane sdraiatosi presso alzava di quando in quando il capo insù e guaiva dolorosamente come avevo udito fare quello del medico sulla fossa del suo padrone.

«Accorsi di slancio verso il giacente, chiamandolo per nome. Non sapevo che cosa dirmi di codesto, non avevo neppur travista tuttavia la tremenda verità, ma le gambe mi tremavano. Mi chinai su di lui, sempre chiamandolo e stupito non rispondesse, ne toccai le carni, erano fredde d'un gelo che mi fece correre per le vene un brivido ripulsivo di ribrezzo, feci a sollevarlo e lo trovai pesante come una massa di piombo. Un alto spavento si impadronì di me; gettai un grido e lo lasciai ricadere; il mio sguardo sgomento corse nell'interno della stanzaccia; la Giovanna giaceva traverso il letto, livida ed immobile ancor essa, riversa, le braccia ed il capo abbandonati, con certi occhi spenti, immoti, ma spalancati che parevano fissarmi con minacciosa insistenza. Gettai un altro grido, e fuggii di là tremante, smarrito, dissennato, le chiome ritte per orrore sul capo. Mi fermarono domandandomi che fosse, avvisati dal mio aspetto medesimo che alcuna grave cosa era avvenuta. Io non sapeva che rispondere, non potevo che dire: — Menico e Giovanna.... là.... là.... andate a vedere.

«Si accorse, in pochi minuti tutto il villaggio era colà, e sapeva che i due vecchi erano morti repentinamente d'una inesplicabil morte. Ora ciascuno voleva spiegarsela questa morte. Il caso aveva voluto che due giorni prima Menico e Giovanna mi maltrattassero più ancora dell'usato; ed io, che pensavo sempre più a fuggirmi di là, mi ero lasciato scappar di bocca in presenza di qualcheduno le parole, che non sempre le cose sarebbero andate di quella guisa e che avrei ben saputo un giorno o l'altro sottrarmi a quella vita da galeotto. L'occhio morto della Giovanna che mi aveva odiato e che io certo non amava, mi faceva paura; non osavo entrare in quella stanza, e per quanto mi facessero e dicessero, non lo volli mai; la mia agitazione, il mio turbamento in faccia a quella morte inaspettata erano indicibili. L'idea mi era venuta, che alcune volte, nei momenti di mio maggior dolore, io aveva pur pensato alla mia liberazione per questo modo fatale e quasi con desiderio; ora innanzi a questo fatto tremendo quel pensiero mi pareva un delitto ed io doveva aver di certo sul volto l'impronta del rimorso. Cominciai ad accorgermi che mi si guardava con sospetto, che le donne susurravano piano fra di loro, accennando verso di me, che se ne allontanavano con ribrezzo. Non capivo ancora; ma me ne sentivo inquieto. Venne la giustizia. Esaminò, interrogò anche me — che risposi il più impacciatamente e confusamente che fosse possibile. Il giudice poco accorto e poco istrutto del suo dovere eziandio, non fece procedere ad autopsia dei cadaveri nè ad altro; diede ordine i morti si seppellissero, ed iniziò contro di me processo per omicidio.

«Tutto mi accusava: le parole che avevo detto, il mio contegno, lo sgomento che provai all'udire la taccia appostami, l'antipatia stessa che ispiravano altrui la mia condizione disprezzata, la mia indole scontrosa, il mio umore superbo e vago di solitudine che mi faceva fuggir tutti e rispondere con asprezza all'oltraggio. Tutti mi credettero reo, da Don Venanzio in fuori, al quale protestai della mia innocenza, ma non seppi dar ragione del fatto.

«La casa e le sostanze di Menico e di Giovanna cadevano in mano a certi loro congiunti, i quali erano troppo lieti di succedere e di potersi sbarazzare di me senza aggravio nessuno; e quindi erano i più furibondi nell'accusarmi.

«Io fui arrestato, ammanettato e condotto in carcere a Torino. Quando n'ero uscito, infante, era d'inverno, e mi recava sobbalzando il carro d'un lattaio; ora, dopo diciasette anni, rientravo in questa città, di sera, in una fosca giornata di autunno, sopra il carro d'un conduttore di ghiaia su cui mi si era fatto salire, perchè l'emozione e la vergogna mi avevan tolta ogni forza da poter camminare, scortato da due carabinieri.

«Ero così abbattuto dell'animo che non sapevo guari come e se vivessi. Quasi non avevo più coscienza di me; direi che non sentivo più nell'interno l'anima mia. Solo un gran sentimento di vergogna mi dominava. Nessuno mi conosceva in questa città a cui mi accostavo; nessuno sapeva pur che esistessi fra quella gente in mezzo a cui passavo; e parevami che sopra ogni parete di quelle case, sopra ogni volto di quelle persone leggessi la mia condanna, il mio disprezzo.

«La notte era già scura quando giungemmo. I lampioni accesi mi parevano macchie sanguigne nella tenebra notturna; sentivo un'aria soffocata come sotto una volta bassa ed angusta; il rumore delle strade mi suonava doloroso nel cervello, provai ciò che descrive Dante aver provato nell'affacciarsi alla «valle dolorosa.» Il carro si fermò in una viuzza stretta e scura; fui fatto discendere, mi si fece passare per una porta, poi per diversi anditi e salire diverse scale; dinanzi e di dietro a me mi veniva accompagnando il rumore fastidioso di chiavi agitate, di serrature che si aprivano e si richiudevano ad ogni volta, di catenacci che si toglievano e rimettevano con fracasso, di porte pesanti che cigolavano sui loro cardini, schiudendo il passo, e battevano con cupo rumore risserrandosi.

«Io andava guidato da un gruppo di persone che non sapevo quali, e neppur quante fossero. Pensandoci poi mi venne ricordato che mi avevan fatto fermare in una stanzuccia, innanzi ad un tavolino a cui sedeva un uomo, che mi fu chiesto il mio nome cui non seppi nemmeno balbettare, che i carabinieri avendo risposto per me, quando pronunziarono la parola trovatello, quest'uomo seduto mi saettò in volto uno sguardo incisivo, ironico, insultante, e pronunziò un'esclamazione che pareva dire: — Me lo aspettavo; ecco un abitatore predestinato di questi luoghi; che finalmente fui spinto in uno stanzone appena se illuminato da una lucernetta appiccata in alto alla parete di faccia all'uscio e una voce mi disse: — Guardate d'aggiustarvi lì dentro: per questa notte starete senza pagliericcio che non abbiamo tempo da procurarvelo, ma alla bella meglio, o qua o colà, fate di dormire.

«E la porta pesante si chiuse alle mie spalle con un lugubre suono.

«Io rimasi là dove m'avevano spinto, immobile, coi piedi piantati su quel quadrello dove si trovavano. La lucernetta fumosa, con un lucignolo che era un carbone, rischiarava a stento il locale. Vedevo delle forme che non sapevo ben discernere a tutta prima, stese in linea ordinata appiè delle due pareti laterali. Un'afa gravosa, piena di acri vapori e di cattivi odori, qual può esser quella d'un luogo chiuso in cui gli aliti impuri di troppa gente raccoltavi, mi serrava alla gola e mi rendeva difficile e penoso il rifiato, a me che ero avvezzo alle pure aure dell'aperta campagna. Un romore di voci rauche discorrenti con accompagnatura di violente bestemmie sorgeva di qua e di là, e frammischiatovi il russare profondo di qualche addormentato.

«Alcuni dei prigionieri all'udire aperto l'uscio s'erano levati a sedere sullo strammazzo su cui giacevano ed avevano guardato curiosamente chi fosse il nuovo compagno loro dato a quel punto.

«Ben mi era apparso che parole di scherno e di schifosa fratellanza, oltraggiosi saluti di buona venuta mi accogliessero, ma la mia mente confusa e smarrita non comprendeva bene. I più, squadratomi un poco, s'eran tornati a risdraiare, non curandosi altrimenti dei fatti miei; alcuni seguitavano a guardarmi con curiosa insistenza, ed io vedeva i loro occhi accesi o grifagni a me rivolti splendere nello scuriccio di quello stanzone d'una luce sinistra e maligna.

«Dopo alquanto tempo che io era colà, dato giù alquanto il tumulto che aveva luogo nella mia testa, potei udire questo dialogo:

«— Gli è un poverino d'un piluccaborse per sicuro, quel cazzatello intormentito: diceva una voce grossa e rauca non molto da me lontana.

«— Non ho mai visto quel muso lì, io che conosco dal primo all'ultimo tutti quelli che lavorano a Torino, soggiungeva un'altra voce esile e sottile che pareva di donna, eccetto che tratto tratto usciva in qualche nota da basso profondo. Di certo quel ragazzo non ha mai posto piede nella bettola di Pelone.

«— È vestito come un paesano del contado.

«— Sta a vedere che gli è un ladro di campagna.

«— Mi ha tutta l'aria d'un rimminchionito.

«— Bisognerà farlo cantare... A me, a me che gli vo torre il filo della camicia.

«Così disse quel della voce esile e dirizzando poscia il capo verso di me, fe' con esso un cenno di richiamo:

«— Ohei, martuffino, figliuolo d'una versiera, dà un po' retta qui.

«Io lo guardai: gli occhi piccoli, irrequieti, malignamente vivaci di colui che mi parlava — un omicciattolo mingherlino, collo stampo di tutti i vizi sulla faccia degradata e i bernoccoli di tutte le più brutte passioni sul cranio raso di capelli — quegli occhi mi fecero rabbrividire. Chinai lo sguardo innanzi al lume sinistro di quegli occhietti e mi sentii tutto invaso da una penosa suggezione, da un profondo timore, da un insuperabile ribrezzo.

«— Sei tu muto o scemo, caro il mio bamboccio da forca? Riprese quel cotale. Vieni un po' qua che facciamo conoscenza, poichè siamo alloggiati alla medesima osteria.

«Io nè mi mossi, nè feci motto.

«Egli allora si levò a sedere.

«— Oh oh! esclamò: gli è un sordo e muto, nato e sputato: ma sta a vedere, Stracciaferro, che io fo il miracolo di guarirlo in un momento.

«L'omaccione della voce grossa e rauca si pose supino sul suo stramazzo, colle mani intrecciate sorreggendosi di dietro la testa, e disse ridendo sguaiatamente.

«— Vediamo un po' i tuoi miracoli, Graffigna.

«Quest'ultimo tornò a sdraiarsi, poscia strisciando come una serpe sul pavimento ed allungandosi in modo straordinario delle membra, mi sparò in uno stinco a tutta forza un calcio col suo piede armato d'un pesante zoccolo di legno, munito di chiodi di ferro.

«Il dolore che ne provai fu più forte d'ogni altro sentimento, più forte del mio orgoglio e della mia volontà. Diedi un grido, le gambe mi mancarono sotto, e caddi per terra là dove mi trovavo. Credetti per sicuro avere lo stinco spezzato. Le lagrime mi vennero agli occhi e non potei avere più tanta forza in quel momento da ricacciarle indietro o da nasconderle.

«L'omaccione sghignazzava a gola spalancata, come della più piacevole facezia che avesse visto mai; l'acuto mio grido aveva svegliato qualche dormente, il quale brontolava del sonno interrotto e mi mandava ai cento mila diavoli: Graffigna esclamava in tono trionfante colla sua voce in falsetto.

«— Ve', se l'ho saputo toccar nel debole!

«Quello scellerato, trascinandosi sempre per terra a guisa di rettile, mi si venne accostando. Sentivo una paura ed un abborrimento da non dire. Avrei dato non so che cosa per potermene allontanare. Provai ad alzarmi, e il dolore non me lo consentì.

«— Là là: diss'egli: non muoverti, non agitarti, sta buono, bell'amorino da galera. Questo non è altro che un piccolo ammonimento, che quando Graffigna ci parla bisogna rispondere. L'hai capito eh?

«Mi pose una mano sull'avambraccio; e quel contatto mi fece fremere.

«— Non toccatemi...... lasciatemi stare: gridai con vero terrore tirandomi in là più che potessi.

«Ed egli trattenendomi:

«— Sta buono che non ti voglio mica mangiare; se tu fossi un pezzo di prosciutto... meno male!

«Mi cacciò impudentemente le mani addosso e mi palpò con isfacciato cinismo.

«— Sei magro come un'acciuga. Che cosa faremo di te qui dentro? Sei buono nè da questo nè da quello.

«Dirti il ribrezzo che provavo è impossibile, eppure stavo là passivamente sotto lo schifoso toccare di quelle luride mani, incapace com'ero diventato assolutamente di muovermi.

«— I birri, t'avranno frugato ben bene, continuava Graffigna, e non t'avranno lasciato neppure la croce d'un centesimo, non è vero? vediamo un po'. (E mi frugava con una destrezza insuperabile). Se lo dicevo! Asciutto come un fiasco che è passato per le mani di Stracciaferro. E tu, povero coso, non avrai saputo mettere in salvo tanto da pagarci la buona venuta... E qui dentro, in un modo o nell'altro bisogna pagarla; e se non hai denaro la pagherai colle opere... Questo te lo dico io.

«Ed egli mi diceva il vero pur troppo. Io divenni il servo di tutti que' tristi e ad ogni più umiliante cosa, ad ogni loro capriccio mi obbligarono con sevizie di tutta fatta, piacendosi di quando in quando a tormentarmi per iniquo diletto da occupar loro la noia.

«Non ti dirò tutto quello che mi avvenisse in quella bolgia d'inferno. Ti basti sapere che d'ogni fatta orrori io ne udii narrati e d'ogni sorta sconcezze ne vidi; io cui la vita della campagna in mezzo alla natura aveva almeno conservato sino allora incorrotto nella mia pudica ignoranza.

«Credi pure: una delle prime riforme che occorrano nel nostro ordinamento civile si è quest'essa delle carceri. L'imprigionamento preventivo, in massima, può essere talvolta una solenne ingiustizia che punisca crudelissimamente un innocente, com'era il mio caso; in fatto poi, applicato com'esso è appo noi, è una scuola infame di corruzione e di delitti per chi o è puro tuttavia, dopo un primo fallo altresì potrebbe ancora esser facilmente ridotto alla buona strada.

«Pensa al mio caso ed alle mie condizioni, e non potrai a meno che rabbrividire. Giovane appena di diciasette anni, mentre non avevo ancora nemmanco in me l'idea del delitto, e l'uomo colpito dalle leggi mi appariva come un mostro quasi fuori della natura, ero gettato in mezzo ad una frotta di scellerati che dei loro delitti si compiacevano e menavano vanto, ed avevano dai compagni misurata la stima appunto dalla audacia e dalla grandezza della colpa commessa.

«A ritenere dal male giova moltissimo, forse più che ogni altra cosa, il pensiero ch'esso sia ripugnante alla nostra natura, che il delitto non sia il retaggio che di certi esseri predestinati da noi ben differenti, che fra noi ed i colpevoli corra una gran distanza difficilissima a superarsi. Più state lontani dallo spettacolo e dalla conoscenza del male, e più sarà in voi radicata questa salutare idea. Non crederete possibile il far male, perchè non avrete l'abitudine di pensarci e conserverete per esso tutto l'orrore che vi hanno inspirato od avete da voi medesimi concepito. Ma prendete un povero diavolo cui la giovinezza faccia più impressionabile alle cose circostanti e cacciatelo in quella trista atmosfera di scelleratezze; dapprima il suo orrore sarà cresciuto a dismisura, e soffrirà moralmente, come parola umana non può esprimere; poscia, del pari che il corpo ai patimenti ed alle intemperie fisiche, la sua anima s'incallirà, per così dire, a poco a poco a quello sciagurato ambiente del male; la mostruosità del delitto, che gli pareva impossibile ad allignare nel suo animo, finirà per apparirgli la cosa più naturale del mondo e se ne sentirà entro se stesso i germi; se quell'infelice condizione perduri, giungerà a credere portato della natura umana il delitto, stoltezza o pregiudizio l'onestà e la virtù.

«Codesto press'a poco provai io stesso, e se non caddi fino a quest'ultimo grado, lo debbo ed al buon don Venanzio, che tutto s'adoperò per ottenere la mia liberazione, e più ancora all'intervento pietoso del mio buono spirito protettore.

«I due principali in quella congrega di scellerati erano i due che ho già nominati: Graffigna e Stracciaferro. Erano essi che più mi tormentavano e più mi tenevano seco. M'inspiravano odio e paura: il primo peggio che il secondo, quantunque Stracciaferro fosse il più violento e in apparenza anche il più feroce. Ma non so quale ignoto sentimento, che anche oggidì non so come spiegare, mi faceva desioso di conoscere, di esaminare quella rozza, selvaggia, barbara natura.

«Un vincolo fortissimo di antica complicità nei delitti si vedeva che legava questi due uomini in un'infame amicizia; ma essi lo dissimulavano. Graffigna, che era quello dei due il quale aveva la parola sciolta, raccontava ai compagni, che ammiravano, i fasti sciagurati della loro vita; e mentre l'uditorio applaudiva, Stracciaferro, giacendo quasi sempre disteso nella sua lenta mole, si contentava di sorridere con una specie di orgoglio bestiale.

«Fra tutti quei delitti ce n'era uno che Stracciaferro non voleva udire ricordato. Graffigna aveva fatto cenno di esso una volta, e il suo complice, divenuto pallido come un cencio, esclamò con ira insieme e quasi spavento.

«— No, no, non quello, non quello.

«Bastava codesto perchè grande fosse appunto in tutti la curiosità di saperlo, e ti confesso che ancor io partecipava di questa malsana curiosità.

«Eravamo in principio di novembre, il giorno tristissimo dei morti. Da qualche giorno Stracciaferro era tristo, cupo, taciturno; Graffigna sorrideva e crollava le spalle guardandolo con molta compassione. Quando s'interrogava Stracciaferro che cosa avesse, egli non rispondeva che mediante un grugnito con cui voleva dire: lasciatemi tranquillo; quando se ne chiedeva a Graffigna, egli diceva sottovoce, perchè il suo complice non udisse: — Siamo ne' suoi giorni neri; parecchi anni sono a questi dì ci capitò quel certo affare ch'ei non vuol mai gli si ricordi, e il pover uomo ha la debolezza di sentire qualche cosa a rosicchiarlo nello stomaco.

«La notte dei morti, io che dormiva non lontano da lui, udii Stracciaferro gemere, lamentarsi nel sonno, lo vidi agitarsi e ad un punto levarsi di scatto a sedere sul giaciglio come desto improvviso, esclamando:

«— Ah! la Gegia! la Gegia!

«Tutto taceva, eccetto il profondo russare di alcuni addormentati; il lumicino appiccato alla parete mandava una fioca luce nell'androne; a quello incerto chiarore mi parve scorgere livide per paura le guancie di quell'omaccione ed irte sulla sua testa le chiome. Stette egli un poco così, quasi smemorato, guardando attorno con occhi sbarrati, poi si passò la mano sulla fronte due o tre volte, come per cancellarne un tenace pensiero, e gettando un profondo sospiro tornò a sdraiarsi.

«Il domattina Stracciaferro era pallido ed aveva ancora contratti i lineamenti. Quasi non disse verbo di tutto il giorno. Mi guardai bene dal lasciarmi sfuggire un sol motto che potesse fargli supporre aver io visto il suo turbamento notturno.

«Graffigna cercò motteggiarlo; ma, senza neppur disserrare le labbra, Stracciaferro lo guardò di tal guisa che quell'altro non ebbe più ardire di aggiunger parola. Verso sera alcuni dei prigionieri avendo cominciato a cantare, secondo il solito, una delle luride loro canzonaccie, Stracciaferro con voce tonante impose loro silenzio, e tutti si tacquero, tanto era il predominio che gli avevano dato la sua superiorità di forza muscolare e di colpe.

«— Non c'è che un modo per addomesticare quest'orso: disse Graffigna ristrettosi cogli altri prigionieri a consiglio; ed è di ubbriacarlo d'acquavite. Il carceriere P....., se noi gli lasciamo scorrere qualche _bianchetto_, ci fornirà una famosa _toppetta di branda_, e con ciò noi otterremo l'intento.

«Così fu fatto. Quando si ebbe l'acquarzente, dapprima Stracciaferro rifiutò di bere; poi cedendo ad un tratto alle sollecitazioni di Graffigna, con un moto brusco e quasi rapace afferrò la fiaschetta e recatala alle labbra, ne tracannò giù come se fosse acqua di fonte. Di botto i suoi occhi brillarono, un cupo rossore salì ai pomelli delle sue guancie, e il petto largo e potente gli si sollevò in un respiro ampio e profondo.

«— Neh, che così la va meglio? Gli disse, con tono insinuante Graffigna.

«— Sì, la va meglio. Questo è il farmaco per ogni melanconia.

«E rimettendosi il fiasco alla bocca non lo trasse giù più finchè non l'ebbe vuotato del tutto. Allora guardò intorno roteando gli occhi, con aspetto tra scemo e tra stupito; poi ruppe in una gran risata, scaraventò contro la parete di prospetto la bottiglia vuota che ne andò in mille frantumi, e cadde indietro lungo e disteso sullo strammazzo dov'era seduto, come fulminato.

«Alcuni s'appressarono quasi per soccorrerlo.

«— Lasciatelo, lasciatelo: disse Graffigna. E' fa sempre così; ora sta un poco a covarsi quel boccone di sbornia, e poi salterà su collo scilinguagnolo sciolto che lo udrete a contare vita e miracoli.

«Avvenne in questo modo appunto. Stracciaferro tornò a sedere sul suo pagliericcio. Aveva la faccia di un rosso cupo, color di mattone, gli occhi infiammati, le labbra turgide, allividite; pareva un infermo di trasporto cerebrale nel delirio della febbre. Tese la mano a Graffigna, e questi avendogli data la sua, glie la strinse con tal forza che il mingherlino fece una smorfia orribile e gettò un grido ed una bestemmia.

«— Alla croce di Dio, pendaglio da forca, tu mi stroppii.

«— Grazie, Graffigna: diceva Stracciaferro con una concitazione straordinaria: grazie! Sì questo mi fa bene.... forse mi uccide, ma che importa?... Questo mi guarisce dalla mia sciocca debolezza.

«Guardò intorno entro il viso dei suoi ascoltatori, un per uno, come per vedere se alcuno volesse contraddirlo.