La plebe, parte I

Part 17

Chapter 173,780 wordsPublic domain

«Il mondo soprasensibile mi parlava così all'anima, ed il mondo reale, crescendo negli anni, mi parlava con agognante curiosità alla mente. Cominciò a travagliare il mio spirito intorno al problema della mia nascita. Volli cercare la ragione per cui de' genitori erano costretti a condannare i nati dal sangue loro a quell'insulto che mi gettavano in faccia gli uomini spietatamente colla parola bastardo; e questa ragione, in mezzo ai miei studi incompleti, mal digesti, fatti alla ventura, mi apparve circondata dagli spinosi avvolgimenti della quistione sociale. Il problema della ricchezza e della povertà mi affannò allora ancor esso con una dolorosa confusione del mio spirito. Il buon Don Venanzio non era a gran pezza capace di dire una parola che mi fosse in quello scombuiamento un richiamo, una guida; egli non aveva che una spiegazione sola, un unico principio a cui tutto subordinava come effetto a causa: la volontà di Dio. Questa spiegazione più non bastava al mio scetticismo crescente. Mi ribellavo a veder chiudere in quell'angiporto i miei audaci perchè. Il concetto dell'armonia universale mi sfuggiva, e facendo, come avviene, centro all'universo della mia povera individualità e tutto ad essa recando, conchiudevo suprema ragione delle cose terrene essere l'ingiustizia. L'umanità, quindi, credevo affatto fuor di strada; la rivoluzione sociale essere una necessità assoluta, chi non volesse la civiltà caduta in vecchiaia, fatta impotente, cristallizzata, per dir così, in forme inefficaci, colpite di morte, e però da spegnersi come le civiltà dell'antico Oriente.

«Non abbracciavo tutte le parti dell'immenso quesito. Non apprezzavo e non conoscevo la virtù immensa, e sola effettiva, e sola creatrice, del graduato e lento moto di riforma, in una parola, del progresso, a cui la terra medesima e tutto l'universo deve l'attuale suo stato e dovrà gl'immegliamenti avvenire. Circonchiuso in istretti limiti segnati, me inconscio, dal mio interesse personale, esageravo colla foga esuberante della prima giovinezza.

«Più di me esagerava Gian-Luigi, anche in codesto. Il suo pensiero aveva ancora più temerità e meno logica del mio. Dal medico, il quale con tanto amore l'avea preso a proteggere, egli era ogni anno mandato a Torino per gli studi. Il bravo uomo — senza prole — sognava vedere Gian-Luigi addottorato in medicina, succedergli nella clientela del villaggio, ed a lui vecchio prestare negli ultimi anni le amorose assistenze d'un figliuolo.

«Ma quanto una simile sorte era lungi dal bastare all'irrequieta ambizione del giovane! Fin dapprima questi non anelava che ad una cosa: potersi allontanare di tanto da quel villaggio che nessuno udisse mai più nulla di lui, fuorchè — com'egli si lusingava ottenere — la sua fragorosa celebrità; e non tornarci mai più, fuorchè circondato da una brillante aureola di gloria.

«— Vorrei, mi diceva più volte nei nostri confidenti colloqui, vorrei che strabiliassero tutti che un uomo simile sia venuto fuori dal guscio di quel bastardo che essi disprezzavan cotanto.

«Questo disprezzo era eziandio per lui un tormento uguale se pur non maggiore a quello che io ne provava; quantunque verso di lui siffatto sentimento si manifestasse assai meno che non verso di me, perchè egli era forte, robusto, arditissimo, di sembiante meravigliosamente bello, possedeva una certa autorevole imponenza di persona che faceva effetto su tutti, ed inoltre gli era di salvaguardia la protezione del medico, uomo nel villaggio assai considerevole e stimato.

«Molte volte Gian-Luigi protesse la mia debolezza contro gl'insulti dei compagni, e talora — cosa che mi parve un'audacia incredibile — perfino contro i maltrattamenti di Menico e di Giovanna che io temeva, massime quest'ultima, più di ogni cosa al mondo. La comunanza dei pensieri e dei sentimenti e la riconoscenza che io dovetti mettere in lui per queste ragioni, fecero che io amassi allora Gian-Luigi più di tutti, più ancora del buon Don Venanzio, il quale era pure il solo in cui avessi trovato il tesoro d'un affetto che aveva del paterno. Credevo esser amato ancor io dal mio compagno, ma quanto m'illudevo! Egli ha in codesto uno dei privilegii consentiti alla sublimità del genio: non ama che sè, non pensa che a sè.

«Dappoi che gli era solito venir a passare in Torino, per cagione degli studi, la maggior parte dell'anno, il soggiorno del villaggio era diventato a Gian-Luigi intollerabile. Fastidiva tutto. Nei primi giorni dopo il suo arrivo, si piaceva alquanto a restar meco, per dirmi tutto quello che aveva provato, tutto quello che aveva visto, pensato, sentito, tutte le sue speranze, tutti i suoi pazzi progetti che detti da lui parevano i più facili del mondo a compirsi, tutti i suoi sogni impossibili, che passando per la sua bocca, nella foga eloquente del suo discorso, pigliavano l'aspetto di cosa naturalissima. Ero io il solo in quel paese che potesse capirlo, partecipare a quei suoi sentimenti, completarli quasi coll'appassionato concorso. Io faceva sempre la mia solita vita, se non che lavoravo assai più, pensavo ancora maggiormente, e rubavo le ore al mio sonno, di cui avevo pur tanto bisogno, per leggere e studiare di soppiatto. Gian-Luigi veniva a cercarmi là al pascolo; e che festa per me il vederlo! Ad ogni volta però egli mi si presentava così cambiato in signore che io rimaneva tutto interdetto e non osavo più abbracciarlo. Egli mi recava innanzi gli abiti, le maniere, il profumo, quasi direi, della vita signorile di città; e ti lascio pensare qual effetto tutto ciò dovesse produrre in me. Maggior effetto mi producevano ancora le sue parole. Esse mi svelavano alla fantasia desiosa il mondo novello vagamente immaginato, l'Eden sociale da cui eravamo esclusi noi due, ma di cui egli s'era già pur tuttavia avanzato sino sulla soglia a mirarvi per entro ed in cui giurava di voler entrare.

«Le sue parole mi destavano un tumulto indescrivibile, e me lo destavano del pari i libri che egli mi recava. Furono i primi romanzi che vennero a dar forma più precisa a quella moltitudine di esseri immaginarii che riempivano le scene svariate e confuse delle mie fantasticaggini. Come divoravo quei volumi! Li recavo meco dappertutto e leggevo, leggevo, leggevo, finchè mi bastasse la vista.

«Trascorsi alcuni giorni, quando egli mi avea detto tutto, anche la mia compagnia tornava sazievole a Gian-Luigi. Non solamente non mi cercava più, ma se io andava in traccia di lui, mi sfuggiva. Siccome l'amavo, ciò mi faceva soffrire. Con colpa ben maggiore, egli sfuggiva altresì la brava donna che l'ha allevato, e che aveva ed ha tuttavia in lui un affetto più che materno. A chi gliene muovesse rimprovero, egli rispondeva sdegnoso: non esser egli come tutti gli altri, e le sue azioni quindi da non misurarsi alla regola comune; non aver egli legami di sangue con nessuno sulla terra, epperò averlo sciolto il fato da ogni e qualunque obbligo verso chicchessia. Come nessuno, egli non amava nulla di colà, e quei luoghi che erano sì cari — e lo sono ancora — a me, che pure in essi ho sofferto cotanto, quei luoghi non dicevano niente all'anima sua; ed il suo più lieto momento era quello in cui li dovea abbandonare per tornarsene col pretesto degli studi a Torino.

«Se il medico, il quale lo manteneva all'Università, fosse vissuto, io non so che cosa sarebbe capitato di Gian-Luigi. Forse avrebbe finito per acconciarsi alle voglie del suo protettore ed al destino che questi gli preparava; ma prima che il giovane terminasse il suo corso di medicina, il dottore, assalito da una violenta malattia, in pochi dì soccombette.

«Unico suo desiderio, sul letto di morte, fu di vedere ancora Gian-Luigi che allora trovavasi a Torino. Mandato a chiamare in fretta in fretta, il giovane venne ad assistere all'agonia del suo benefattore. A quello che ne udii, fu uno spettacolo fatto per addolorare un credente, ma non per ammollire l'anima di un incredulo. Il medico materialista, malgrado tutti i tentativi di Don Venanzio, morì nell'interezza delle sue opinioni antireligiose. Gian-Luigi assistette al desolante spettacolo di un'anima che lotta fisicamente contro la morte e giace vinta da questa senza recare seco pure un barlume di speranza. La vita conchiusa tutta in questo breve periodo di tempo, per un'anima nata dal nulla e che torna nel nulla, gli apparve sempre più una lotta in cui bisognava sopravanzare, un giuoco in cui bisognava vincere. Si confermò nella sua credenza: la soddisfazione dei proprii istinti, l'appagamento dei desiderii, essere legittima e suprema regola di vita.

«Il buon parroco non rifiutò le preghiere della Chiesa a quell'incredulo impenitente che ne avea rifiutato i sacramenti.

«— Preghiamo sempre, egli soleva dire in ogni occasione. La preghiera non può dirsi inutile mai, e dirla proibita mi par quasi un'eresia. D'altronde chi può porre un limite alla misericordia di Dio?

«Gian-Luigi accompagnò sino al cimitero la bara del suo benefattore. Credevo di vederlo piangere. Invece l'occhio suo era asciutto e quasi più vivace del solito; aveva le guancie un po' pallide. Stette muto, e non fece il menomo atto che svelasse il suo dolore. Quando la bara fu coperta di terra, egli si volse indietro tranquillo, senza pronunziare una parola e se ne partì lentamente.

«Il cane del povero medico morto aveva seguito ancor egli il funebre corteo, ed ora, sdraiatosi sul cumulo di terra smossa sotto cui giaceva il cadavere del suo padrone, guaiva dolorosamente.

«Io mi affrettai dietro Gian-Luigi, e lo raggiunsi che camminava col medesimo passo lento, a capo chino.

«— Povero dottore! Io cominciai per dire a Gian-Luigi. Come presto egli ti fu tolto! Ti compiango, e sento il tuo danno e il tuo dolore, come se fossero miei.

«Egli non mi rispose tosto, ma continuò a camminare di quella guisa, quasi che non prestasse la menoma attenzione alla mia presenza nè alle mie parole.

«Dopo un poco mi disse:

«— Sì, povero dottore! Che vita fu la sua? Aveva studiato assai, sapeva molto e la sua esistenza rimase rinserrata in questa misera tomba di vivi che è il villaggio! A che cosa gli valse avere ingegno? Passò come un'ombra nel mondo, come passano tutti gli stupidi che riempiono di loro inutil persona quelle brutte casipole laggiù per soffrir di stenti, d'ogni privazione, procreare altri stupidi ed altri infelici al pari di loro e venire poi colla loro putredine ad ingrassare le alte erbe del cimitero che abbiamo or ora lasciato. Forse quell'uomo si meritava di meglio.

«Tacque un istante, e poi crollando le spalle con un certo suo atto pieno di orgoglio, soggiunse:

«— Oppur no; ebbe la sorte che seppe o che volle acquistarsi. D'altronde oramai la sua vita era conchiusa. Ne aveva egli tratto tutto quello che poteva o sapeva. Per lui tutto era finito. La decrepitezza è un prolungato tormento; è stato avventurato che la sorte volle risparmiarglielo.

«Le fredde parole di Gian-Luigi mi facevano pena, e non sapevo pure come ripigliarnelo, e non osavo, perchè allora ancor io sottostava a quell'ascendente che la ricca di lui natura esercita sopra chi lo accosti. Ma conoscevo allora per la prima volta con precisione quanto il mio amico mancasse di cuore, e sentivo il mio invaso come da un gelo, e ne provavo entro di me irritazione e dolore.

«Proseguimmo per alcuni passi, senza parlare e l'uno e l'altro.

«Nella campagna, silenziosa a quel momento, suonavano lamentosissimi gli ululati del povero cane che piangeva sulla fossa del suo padrone.

«Non potei trattenermi dal dire a Gian-Luigi con manifesta allusione alle sue parole ed alle sue condizioni:

«— Povera bestia! Odi come quel cane si lagna sconsolatamente. Egli sente d'aver perduto il suo benefattore, egli piange la sua mancanza.

«Gian-Luigi m'interruppe vivamente:

«— Il suo è dunque un egoismo. Incapace di procurarsi la vita da sè, rimpiange il pane perduto con quell'essere sepolto.

«— Ah no: diss'io: in quel dolore c'è anche l'affetto.....

«— Un affetto, ribattè egli seccamente, regolato dall'istinto e non guidato dalla ragione.

«Io mi tacqui. Cominciai da quel momento ad esser chiaro della vera natura di Gian-Luigi, e una profonda amarezza mi scese nell'anima.

«Camminammo in silenzio fino all'entrata del villaggio; colà si separò da me con un brusco saluto, e volto a destra s'avviò di buon passo verso la campagna.

«Stetti alcuni giorni senza vederlo. Finalmente me lo vidi comparire innanzi mentre ero al pascolo, sotto i miei favoriti ontani. Aveva l'aspetto più serio dell'usato e risoluto come d'uomo che ha deciso oramai sulla sua sorte.

«Mi tese una mano e mi disse col simpatico accento della sua bella voce vibrata ed armoniosa:

«— Addio, Maurilio, io parto; abbandono questo villaggio — per sempre — e le più dolci memorie che io ne porti meco son quelle che ti riguardano, e se a questi luoghi ed a questi tempi trascorsi tornerà il mio pensiero, sarà per te soltanto, per trovarvi le traccie dei momenti che abbiamo insieme passato.

«Mi parve commosso, se pure non fingeva, se pure non era la mia commozione che mi faceva scorgere per errore la sua. Io mi sentii stringere il cuore e la gola. Lo guardai con occhi meravigliati, sgomenti, che di subito si riempirono di lagrime.

«— Tu parti! Potei dire soltanto. Per sempre?..... Gran Dio! Non ci vedremo dunque più?

«Egli sorrise compassionevolmente.

«— Qui, no certo, disse; od almeno è difficile molto; ma ciò non significa che non abbiamo ad incontrarci mai più. Verrai tu pure a Torino, e là mi ci troverai tale e quale ora sono.

«Qual probabilità v'era allora per me, di venire a Torino? Nessuna. Mi credevo condannato a vivere in quel villaggio tutta la mia vita, per allontanarmene forse soltanto alcune volte ad accompagnare Menico nelle sue gite alla città, così mattiniere che potevano dirsi notturne. Come avrei potuto vedere ancora Gian-Luigi? Ritenni per sicuro che quello era fra noi l'ultimo addio. Colla partenza di lui, mi parve da me si dipartissero tutte le belle giovanili speranze, tutto quel mondo di sogni e d'idee in cui mi piacevo cotanto far correre la mente; mi parve rimanessi allora affatto solo sulla terra e venissi chiuso inesorabilmente in quella esistenza di miseria, di abbiezione, di ignoranza che aveva per cornice il fetido tugurio di Menico. Un impeto irrefrenabile di dolore mi invase di presente; sciolsi con brusco atto la mia mano dalle sue, e coprendomi la faccia scoppiai in pianto.

«Gian-Luigi tacque per un poco. Quando, già vergognoso di quello sfogo infantile, rivolsi gli occhi verso di lui, lo vidi che mi guardava con una certa compassionosa meraviglia che quasi mi produsse l'effetto d'uno scherno, e sorpresi in lui quel suo disdegnoso crollar di spalle che ti ho detto. Codesto mi rasciugò repentinamente le lagrime entro gli occhi. Mi sentii freddo ad un tratto ancor io, e benchè avessi tuttavia il cuor grosso, le mie sembianze poterono acconciarsi all'indifferenza.

«Egli sedette presso di me e mi raccontò come e perchè partisse. Il medico aveva scritto nel suo testamento che gli eredi fossero obbligati ad una annuale provvigione verso Gian-Luigi, fino a quattro anni dopo che egli avesse preso la laurea in medicina; aveva lasciato inoltre al suo protetto, per legato, tutti i suoi libri e stromenti della scienza che voleva il giovane finisse di apprendere. L'obbligazione loro imposta pareva un gravame intollerabile agli eredi, che se ne lamentavano come di una matta ingiustizia. Gian-Luigi, sdegnoso di codesto, impaziente di dover dipendere da quei tali, propose loro per transazione: gli pagassero di subito una data somma, egli li esonererebbe da ogni obbligo nell'avvenire, gli lasciassero prendere i libri e strumenti del legato, ed egli con essi si allontanerebbe che non avrebbero mai più avuto il menomo fastidio per fatto suo. La proposta fu volentierissimo accettata.

«— Ed ora, conchiudeva Gian-Luigi, io parto e vado ad affrontare l'ignoto. Con quella somma avrò bene di che vivere un anno! In dodici mesi quante cose possono succedere! Quante ne può compire una volontà tenace!... Che farò io? Non lo so ancora. Forse continuerò a studiare la medicina, forse no... come vedrò le circostanze, come sentirò l'interna ispirazione dettarmi. Ma ho diciannove anni soltanto! Ho qualche cosa entro questa fronte, e in questo petto. Voglio che gli uomini abbiano a conoscermi ed inchinarmi, per Dio! L'umanità mi ha rigettato fin dalla nascita... Me le imporrò colla forza di questo ingegno, colla potenza di questo volere cui nulla può piegare.

«Si drizzò in piedi, brillante lo sguardo, animato nel volto, tumide d'orgoglio le labbra; e voltosi dalla parte in cui al fondo al fondo, nel vaporoso aere della campagna, si vedevano vagamente indicate le ondulazioni della collina di Torino, tese la mano verso colà e pronunciò con indicibile accento di energia, di agognamento, di avida bramosìa:

«— A noi due, o mondo della ricchezza; mondo dei piaceri, della bellezza, dello sfarzo, dell'ambizione, della potenza, preparati ad aprirmi il varco. Lo voglio. Ci riuscirò. Voglio la mia parte de' tuoi tesori — e la mia parte ha da essere quella del leone. _Nominor leo!_

«Gian-Luigi partì. La brava e povera donna che gli aveva fatto da madre, ne pianse lacrime di sangue. Egli le diede l'ultimo addio, incommosso, fissando coll'occhio ardente quel punto lontano verso cui si dirigevano i suoi passi; promise con accento di leggerezza, quasi d'impazienza le avrebbe scritto, le avrebbe fatto sapere sue notizie, non l'avrebbe in niun modo dimenticata, ma ben si vedeva che le erano parole a cui non avrebbero tenuto dietro gli effetti.

«Fece pessima impressione in paese, ed anche in me il fatto che il giovane, della somma ricevuta dagli eredi del medico, neppure la menoma parte non offerisse a sollievo di quella donna ormai vecchia, che lo aveva allevato, la quale, rimasta vedova, era caduta in una vera miseria.

«Essa, la buona Margherita, non domandava nulla, non si lamentava di nulla, non vedeva nulla che fosse menomamente da rimproverarsi nel suo diletto Gian-Luigi; ella aveva tanta fiducia in lui, che credeva alle sue fredde parole ed alle sue leggiere promesse. Accompagnammo il giovane ella ed io soli un tratto sino al crocicchio in cui la via comunale attraversava quella reale di X... per a Torino, dove la Diligenza doveva prenderlo e portarselo seco alla capitale.

«Gian-Luigi aspettava con impaziente inquietudine questa Diligenza. Quando essa sopraggiunse, ci salutò in fretta, strinse appena a me la mano e staccatosi dalle braccia della Margherita, che si era gettata perdutamente al suo collo, si arrampicò alla svelta sull'imperiale della carrozza, e questa riprese la sua corsa pesante, avvolgendosi in dense nuvole di polvere.

«La donna ed io stemmo là piantati a seguitar collo sguardo la Diligenza; e quel crudele che con essa da noi si allontanava, mai non fu che si volgesse pure una volta a darci un ultimo sguardo, a fare un ultimo cenno di saluto.

«Seguitammo cogli occhi quel polveroso carrozzone, finchè lo potemmo scorgere. Che cosa pensava, che soffriva essa la povera Margherita? Confesso che io la dimenticai un istante, assorto nel mio particolar sentimento, che a quel punto era una segreta invidia per quel felice il quale andava a gettarsi nel vortice del mondo, vagheggiato ed abbellito dalla nostra fantasia. Io pure mi sentiva nell'animo una certa ambizione che mi pareva nobilissima — e forse era. Io pure orgogliosamente mi dicevo, e mi dico, che sotto le ossa del cranio la natura mi ha posto una forza da sopravanzare nel mondo, la forza del pensiero, una ricchezza di fosforo cerebrale da accendersi, consumarsi, ma gettar luce e brillare!.....

«Quando la Diligenza fu affatto fuor dell'arrivo dei nostri sguardi, richiamò la mia attenzione verso la misera donna uno scoppio di singhiozzi che ruppero dal suo petto. Finchè essa aveva visto Gian-Luigi, finchè ancora aveva potuto vedere quel legno che seco lo portava, il dolore della infelice si era contenuto, quasi la si era fatta una pietosa illusione che la tremenda verità non fosse. Ma ora tutto era sparito ai suoi occhi: ogni coraggio ed ogni forza l'abbandonavano ad un tratto. Le lagrime che prima le colavano silenziosamente giù delle guancie arrugate irruppero con violenza irrefrenabile dai suoi occhi.

«— Me misera! Esclamò essa coll'accento straziante della disperazione. Sola! sola! rimango sola!... E lo vedrò io ancora sulla terra?

«Si lasciò cadere sopra la sponda della stradicciuola che mena al villaggio, e là, seduta, reclinò il capo sulle ginocchia, piangendo amaramente.

«Io volli consolarla. Che la capitale non era in capo al mondo, le dissi: che Gian-Luigi sarebbe tornato a vederla, che trattandosi della ventura di lui, ella doveva rassegnarsi a non averlo più seco di continuo.

«Ma essa, cui il dolore in quel punto faceva giustamente prevedere il futuro, mi rispose crollando il capo:

«— No, no, Gian-Luigi non tornerà più a vedermi. Egli mi dimenticherà del tutto..... forse mi ha già dimenticata fin d'adesso..... Non lo avrò a chiudermi gli occhi quando morrò; e chi sa se potrò ancora vederlo più sulla terra!

«Si tirò sugli occhi il fazzoletto di cotone onde si copriva il capo e mi pregò la lasciassi stare colà; aver ella bisogno di essere sola, la mia vista in quel momento esserle di pena. Mi allontanai e venni solo al villaggio, stranamente commosso nell'animo. Invidiavo il mio compagno d'essere partito per quella terra dei sogni, verso cui sì acceso pure si volgeva il mio segreto desio; lo invidiavo ancora di più per essere egli amato di quella guisa, come lo amava Margherita. Se io fossi stato amato così oh certo non sarei partito, mi dicevo; ma aimè! nessuno mi amava!...

«L'idea di fuggire dal villaggio, di correr sulle traccie di Gian-Luigi, di affrontare ancor io l'incognita del destino mi venne allora subitamente e per la prima volta; e bene spesso doveva tornarmi e sempre più imperiosa, di poi. Ma come porla in esecuzione? Quali mezzi avevo? E poi, se non l'affetto, il timore mi legava a quelli che mi avevano allevato, ai quali divenuti vecchi ero oramai necessario. Non avevo tanto coraggio da abbandonarli: mi pareva che la mano adunca della Giovanna e lo staffile di Menico mi avrebbero sopraggiunto dapertutto.

«Passai un anno più tormentoso e più arrabbiato degli altri. Anche la mia benigna visione pareva mi avesse abbandonato. In capo ad un anno fui libero di me, ma in virtù d'una tremenda catastrofe.»

CAPITOLO XVII.

Maurilio sospese un istante la sua narrazione, esitò visibilmente, le sue guancie pallide e smunte s'infuocarono ad un tratto di cupo rossore; prese fra le sue le mani di Giovanni, e stringendogliele con forza, curvandosi su di lui, riprese a dire con isforzo ed a voce sommessa:

— Poichè ti dico tutto in quest'ora di espansione dell'anima mia, ti dirò pure cosa che ho con infinita cura nascosta a tutti quelli che potei, ed a voi miei amici più studiosamente ancora che ad altri, e cui potete accusarmi l'avervi nascosta. Ma tu, che mi ami più di tutti, tu avrai compassione della mia vergogna, e perdonerai alla mia debolezza.

— Parla, parla: disse Giovanni con molto affetto, corrispondendo alla stretta convulsa delle mani di Maurilio.

— Odimi adunque, esclamò questi, levando il capo ed agitandolo, come per iscuoterne un peso che lo gravasse; e così continuò il suo racconto: