Part 15
«Quelle miti parole con tanta soavità pronunziate da quel sacerdote di volto sì benigno, forse per l'ora del tempo, per la solennità del giorno in cui l'animo novello, appena aperto alla vita, mi sentivo inondato di sì intima gioia quasi sovraterrena e di un benessere non ancora provato mai; quelle miti parole mi si stamparono profondamente nel cuore, e furono la norma invariabile, alla quale, con qualche eccezione per taluni parossismi di dolore, ebbi informato i miei sentimenti ed i miei pensieri verso gl'ignoti autori dei miei giorni. No, non li accusai — o raramente soltanto, e me ne pentii subito, e chiesi perdono io stesso dell'accusa a quel Dio, a cui mi fu sollievo un tempo rivolgere con fede la mia preghiera. Non li accuso nemmanco adesso; e per quanto grave mi torni e conosca la infelicità del destino, a cui mi hanno, per qualsiasi cagione, condannato, li perdonai e li perdono.
«Poichè il parroco mi ebbe contato per bene tutto quello ch'egli sapeva di me, cioè come e dove Menico mi avesse trovato, soggiunse che stimavami oramai degno d'aver io stesso con me il deposito dell'unica ricchezza che mi appartenesse al mondo, ed aperto il cassettino della tavola, ne trasse un involto in cui erano la lettera, il bottone ed il rosario che ti ho detto.»
Qui Maurilio s'interruppe. Levossi dalla sponda del letto di Giovanni su cui sedeva ed andò ad uno stipo, ove teneva le poche sue robe, dal quale prese un picciolo viluppo di carta ingiallita dal tempo.
«Eccoli qui questi miei preziosi oggetti:» soggiunse egli di poi, tornando a sedere sul letto di Selva, dove recò ed apri la carta ripiegata.
Il rosario d'agata aveva ancora pel medesimo filo appeso il grosso bottone d'argento, il cui luciore era offuscato da un sottile strato rugginoso stesovi dagli anni. La carta della lettera cominciava a tagliarsi nelle ripiegature, ma le parole scrittevi su, benchè l'inchiostro ne fosse sbiadito, si potevano tuttavia legger benissimo.
Maurilio la porse spiegata a Giovanni e gli disse:
— Leggila.
Non vi erano che le poche parole seguenti, scritte con una calligrafia ed ortografia degna della cuoca la meno istrutta del mondo.
«_Abiate conpazione per costa povera masnà, che è già batesata, che è ciamata MAURILIO, che è il nome di suo padre._»
Il rosario era d'agata, come dissi, e le anella per cui un grano si univa all'altro, e la medaglina appesavi in fondo, su cui l'immagine della Madonna era impressa, parevano d'oro. Poteva dirsi un ricco oggetto. Il bottone d'argento era un grosso bottone di livrea. Lo stemma che vi era scolpito sopra in rilievo era diviso orizzontalmente in due parti; nella superiore vi era un mezzo leone (per dirla in linguaggio araldico) rampante in campo azzurro, nell'inferiore tre stelle disposte a triangolo in campo d'oro; sormontato il tutto da cimiero con corona comitale, ed intorno una lista ripiegata, in cui scritta in carattere gotico una leggenda.
Come Giovanni Selva voltava e rivoltava il bottone al lume della lucerna per dicifrare il motto di quella leggenda, Maurilio gli disse:
— Quelle parole sono: _voluntas ardua vincit_. un bel motto, ma quante volte smentito dai fatti! Però io l'ho accettato come quello del mio destino, come un ammonimento, datomi, d'entro l'ignoto, dietro cui si nascondono, forse di là della tomba, dai miei genitori.
«Quando il curato mi ebbe posto in mano quegli oggetti, ancor io li guardai curiosamente, e compitai lettera per lettera le parole della carta, e mi sforzai ad interpretare questi gotici segni per me allora inintelligibili. Mi ricordo sempre che il mio animo si trovava in uno stato strano e così nuovo che nulla saprebbe esprimerlo. In certi momenti, a vedere, a toccare questi oggetti mi sentivo un'intima potentissima tenerezza nascermi in cuore e venirmi su, per così dire, e tutto possedermi, e riempirmi gli occhi di pianto: poi ad un tratto una subita freddezza subentrare in me; e guardavo queste robe con occhio asciutto e quasi indifferente, ed ascoltavo le parole del sacerdote come se di tutt'altri si trattasse che di me, e mi accorgevo che la mia mente si distraeva per correre dietro ad altri pensieri, ai più puerili, ad una farfalla che veniva ad aleggiare fuori della finestra, ad un'ape che veniva a ronzare sui fiori, ad una nuvoletta che traverso le tende bianche vedevo vogare sul fondo del cielo azzurro, a nulla di nulla.
«Tutto questo ti dico, perchè tu valga a conoscere meglio lo strano impasto ond'è formato il mio essere.
«I detti che mi rimasero impressi eziandio, furono quelli che mi rispose Don Venanzio, quando io lo interrogai che cosa volessero significare quelle cifre che invano mi sforzavo di leggere.
«— Sono parole latine che dicono, l'uomo savio, l'uomo dabbene superare ogni difficoltà, vincere ogni prova colla forza e colla rettitudine della volontà. L'uomo è in questo senso il fabbro del suo destino; che cioè si può costituire da se medesimo l'ambiente della sua coscienza. Bisogna volere, e rettamente e fortemente volere, e volere il bene; e poi, qualunque sieno le circostanze dei casi, l'uomo o le dominerà, o godrà almeno il supremo vantaggio della tranquillità che proviene dal merito di aver compiti i proprii doveri.
«Molte e molte altre, e tutte sante cose mi disse allora quell'egregio sacerdote su quella vita in cui da quel giorno, diceva egli, incominciavo ad entrare conscio di me e però imputabile dei miei atti; e quando, dopo circa un'ora, mi congedò baciandomi paternamente in fronte ed accarezzandomi colla mano le chiome, come benedicendomi, io mi partii da esso col cuore rigonfio e giocondo insieme, con mille confuse idee nella testa, e senza pur sapere formolare un pensiero. Mi stringevo al cuore le cose rimessemi dal parroco, e ripetevo meco stesso camminando frettolosamente le ultime parole pronunciate da Don Venanzio e che mi suonavano nell'animo come una dolce musica, la cui melodia ci piace revocare nella memoria.
«— Sono figliuolo di nessuno, ma sono figliuolo di Dio!»
«Non me ne tornai subito a casa. Avevo bisogno d'esser solo. Mi recai fuori del villaggio, presso a un torrentello sulle cui sponde inchinavano i loro rami delle acacie in quel tempo già illeggiadrite da quello splendido verde primaverile che è sì dolce alla vista, già coronate di bianche ciocche di fiori. Mi sedetti là su quella riva deserta e stetti lungo tempo così assorto, come se la più profonda meditazione mi occupasse. Non pensavo a nulla. Guardavo l'acqua che mi correva a' piedi e sembrava giuocare tra i grossi sassi che ne occupavano il letto. Di quando in quando, traevo dal seno, dove li avevo riposti, questi oggetti e li contemplavo attentamente, compitando ad una ad una le lettere di queste due righe di scritto e piacendomi delle forme strane di queste cifre gotiche cui non capivo per nulla. Poscia di colpo mi mettevo a pensare della comunione che per la prima volta avevo fatta. Il buon parroco m'aveva detto che, fatta bene la Pasqua, la mia anima sarebbe diventata così pura come quella d'un angelo. Questa pasqua l'avevo celebrata. In questo momento adunque mi trovavo nello stato uguale a quello degli angeli. Pensavo al paradiso dove avevo udito dire si stava così felici in mezzo a tutte le cose belle che vi possano essere. Perchè non avrei potuto andare tosto tosto, in quel momento medesimo, insieme con quegli angeli così beati lassù nell'azzurro del cielo, senza freddo, senza fame, senza battiture, senza dolori fisici come quelli che a me la mia cagionevole salute e i mali trattamenti degli uomini mi procuravano con tanta intensità e frequenza? Oh! se il buon Gesù mi pigliasse seco in compagnia degli altri angeli: pensavo. Mi sentivo risuonare confusamente ma soavemente all'orecchio le armonie dell'organo che avevo udito nella chiesa, e le parole del buon curato dettemi di poi, delle quali non ricordavo più bene il senso preciso, ma erami rimasto come un'eco aggradevole; sentivo ancora il profumo dell'incenso cui avevo visto nella mattina innalzarsi alla volta del tempio in densi avvolgimenti di fumo biancolastro di cui indorava gli orli il sole, che invadeva co' suoi raggi, dalle alte finestre, la Chiesa.
«Non so perchè quelle ore di meditazione infantile mi rimasero di guisa impresse nella mente che di spesso le mi tornano innanzi così fresche di ricordo che mi par quasi di vivere in esse. Quando torno a rileggere quelle righe, a ricontemplare questi oggetti, raro è che io non mi riveda pure là in quel riposto luogo del torrente, sotto alle acacie fiorite, fruscianti colle frondi sotto il venticello della primavera.»
Maurilio tacque un istante, curvò il capo sul petto, come assorto appunto in quella interna visione del tempo trascorso che le sue parole eran tali da evocare.
Fece scorrere tra le sue dita i grani del rosario e volse e rivolse al raggio della lucerna il bottone d'argento.
— Questo rosario era forse la salvaguardia cui credeva affidarmi la religione di mia madre........ Certo ad essa appartenne questo simbolo d'una fede poco illuminata..... Mia madre adunque era forse ricca?...... E questo bottone di livrea?...... Forse appartenne a mio padre.... Gli è forse il segno della sua vil condizione di servo... Oh! se tu sapessi come e quante volte mi sono affannato in matte induzioni ed in congetture impossibili!..... E se mia madre era ricca, perchè fui abbandonato?..... Si vergognava forse di me, del mio nascimento, di avermi avuto figlio chi sa di qual padre!...... Oppure questo rosario loro non apparteneva, l'avevan tolto chi sa dove, chi sa da chi; non l'avevan posto tra le mie fasce che per compensare in alcun modo col valore di esso le prime cure di chi mi avrebbe raccolto.... Appena fui più grandicello, questo mistero della mia nascita mi tormentò con angustia incessante. Quante volte nella solitudine della campagna, dove conducevo al pascolo le giovenche di Menico, io obliai tutto il mondo per affondarmi in questi pensieri! Una velleità ambiziosa mi sentivo spuntare nell'animo, che mi pareva indizio di meno ignobil sangue. Stavo delle ore e delle ore, in me raccolto, collo sguardo della mente, per così dire, fisso in me stesso nel mio interno a scrutarmi con una minutezza inesorabile d'analisi per giudicare da me stesso quali istinti avesse posto nella mia natura il sangue paterno. Talora mi pareva che le generose aspirazioni e l'intelligenza, che superbamente riconoscevo in me superiore a quelle ond'ero circondato, fossero prova di non abbietto lignaggio; un'altra volta poi sentivo alcun che di basso ne' miei istinti, un'acquiescenza, direi quasi vigliacca a quella condizione in cui mi aveva precipitato il destino onde m'arrabbiavo dolorosamente meco stesso, e che conchiudevo esser sicuro indizio della volgarità della mia origine.
— No, codesto non può essere: disse Giovanni Selva. Il tuo solo desiderio di appartenere per sangue alle classi superiori, mi pare argomento da far credere che non eri nato per essere un povero mandriano. Del resto, poco importa chi e quali e che cosa fossero i genitori tuoi. Noi camminiamo verso un tempo, e ci siamo oramai giunti, in cui all'uomo non si domanderà più da cui sia generato, quali i meriti ed i titoli de' suoi padri, ma sibbene che cosa valga e quali meriti sieno i suoi. E questa dev'essere di noi liberali l'opinione immutevole.
— Verso questo tempo camminiamo, è vero. Ci siam presso... forse!... come tu dici... Ma non ci siamo ancora giunti. Ah! dei lunghi anni passeranno ancora, sta certo, prima che nella società non sia più una nota di vergogna la parola bastardo!
— Poichè tanto desiderio — e giustamente — ti possedeva e possiede di conoscere qualche cosa intorno a' tuoi genitori, od almeno intorno a coloro che ti posero addosso quegli oggetti abbandonandoti, non avresti potuto cercar modo di scoprire di qual famiglia sia questo stemma?
— Bene ci pensai... Anzi fu Don Venanzio medesimo che ci pensò, e volle incaricarsi egli stesso delle ricerche. Un giorno si fece consegnare da me e rosario e bottone, e venne a Torino con essi.
— Ebbene?
— Tornò dicendomi che quell'arma gentilizia apparteneva ad una famiglia affatto estinta, il cui ultimo rampollo era morto nelle guerre dell'impero. Più tardi volli cercare anch'io, e meno felice ancora di Don Venanzio, non potei raccapezzare da nessuna parte la menoma cosa. D'altronde, ancorchè scoprissi tuttavia esistente siffatta famiglia, che induzione si potrebbe trarre riguardo ad essa da un oggetto così poco significante, come un bottone di livrea? No, no, non bisogna ch'io pensi a nulla di codesto; lo so bene; ma che cosa vuoi? Un intimo senso, una pazzia forse mi spinge, non dico a sperare, ma a fantasticarci sopra in una assurda aspettazione di impossibili avvenimenti...... Ma lasciamo ciò per ora, e ascolta il racconto della mia povera vita.
— Ti ricordi tu, Giovanni, così proseguì Maurilio dopo un istante; ti ricordi il primo momento che la tua intelligenza si destò alla vita? Io me ne ricordo. Fu sotto l'impulso del dolore, in un'ora di patimenti. Prima di quel punto la notte era stata sempre in me; l'anima mia non s'era scossa dal torpore. Certamente avevo sofferto di già, avevo di già pianto di molte lagrime, ma non ne avevo coscienza. Ad un tratto... ti dico che me ne ricordo, come se si trattasse d'un avvenimento accaduto da poco tempo soltanto..... una specie di luce si fece nel mio spirito, ebbi conoscenza dell'esser mio, della mia personalità, e mi diedi conto nel mio cervello della mia esistenza e delle cose che mi circondavano.
«Mi ci vedo ancora, là, dove e come mi trovavo a quel punto. Avevo da quattro a cinque anni. Era d'inverno come adesso, ma una bella giornata, benchè freddissima. Il fango del lurido cortile era tutto ghiacciato e faceva un pavimento irto di punte e rugoso come la vecchia corteccia d'una grossa quercia. Le galline razzolavano in un po' di fimo. Un sole giallastro indorava la paglia annerita del tetto della casa. Io era seduto sopra lo scalino della porta che metteva nella stalla, e l'uscio richiuso separavami dal benigno calore di essa. Ero vestito di una misera ciopperella di stoffa di cotone, il cui colore doveva essere stato rosso, ma che allora, per l'uso, per l'immondezza raccattata su nell'arrabattarmi comechessia entro il brago di quel cortiluccio che poteva dirsi tutto un truogolo, aveva una tinta bruna, ributtante come l'impiastratura nericcia di sporco che mi copriva la pelle delle mani e del viso, e queste e quello vergini di ogni lavatura. Tenevo i piedi nudi entro vecchi zoccoli di legno della Giovanna, che avrei perso ad ogni passo che avessi voluto fare. Tutte le membra mi erano intirizzite. Avevo fame — quella fame che dovevo provar tante volte! — soffrivo molto e piangevo con quanta voce e con quante lagrime mi restavano in corpo.
«Quella era una delle punizioni usate, e mi toccava ogni qualvolta la mia presenza diventasse un po' più uggiosa del solito alla Giovanna. La mi batteva, poi mi cacciava di fuor della stalla a macerare battendo i denti dal freddo, poi, il più delle volte per intromissione del marito, meno di lei crudele, si decideva a ripararmi di nuovo entro la casa, ma non senza prima avermi ribattuto.
«I miei pianti finirono per seccare la malvagia donna. Aprì l'uscio e mi gridò con quella voce che sola essa mi faceva tremare:
«— Vuoi finirla, bastardo del demonio?
«Mi rammento — tanto da quel punto in poi i miei sovveniri cominciarono ad essere, e furono sempre spiccati e precisi! — mi rammento che da quell'uscio semiaperto, da cui veniva la voce minacciosa della Giovanna, passava pure una ondata d'aria tepente, la quale venne quasi ad avvolgermi come una carezza. L'una e l'altra cosa fecero che io mi tacessi; ma attratto da quel dolce tepore, onde abbisognavo cotanto, io mi trascinai verso l'apertura per isgusciar dentro fra lo stipite dell'uscio e le gambe della donna. Ma questa duramente mi respinse con un calcio che mi mandò a rotolare nel cortile.
«— Sta in là, scimiotto! Diss'ella. Chi ti ha dato licenza di rientrare?
«E chiuse l'uscio inesorabilmente. Io rimasi là dov'ero caduto; non piangevo più, ma un singhiozzo mi usciva di quando in quando dal petto.
— Che scellerata megera! Esclamò Selva indignato.
— Passò allora un uomo, riprese Maurilio, e vistomi a quel modo, e uditomi, entrò sollecito e si curvò con interesse su di me a chiedermi che avessi, perchè fossi lì. Era Don Venanzio. Io non seppi, non potei rispondere altro colla voce interrotta che quelle crude parole cui mi rispose stassera un povero ragazzo: — Ho freddo, ho fame!
«Don Venanzio non ebbe schifo della mia lurida sporcizia; mi prese tra le sue braccia, e tenendomi in grembo andò all'uscio e picchiò forte. La Giovanna, domandato e udito chi fosse, venne ad aprire, e il parroco entrò recandomi seco. Con autorità ed amorevolezza insieme fece alla donna quei rimproveri che aveva già dovuto far prima e che ebbe da fare ancora mille volte di poi sul modo onde ero trattato, e per sua opera ebbi allora rifocillamento di pane e di calore.
«Non ti dirò tutto quanto m'intravvenisse di simile, che sarebbe una troppo lunga e monotona filza di maltrattamenti d'ogni genere. Stenti, improperi e percosse ne avevo senza interruzione, con raddoppiamento d'intensità, di quando in quando, che alla Giovanna la luna era più di traverso del solito, e che a Menico l'ebbrezza giornaliera aveva un grado maggiore. Mi ricordo, fra le altre cose, che più tardi mi facevano dormire sopra un impalcato d'una tettoia senza riparo ai lati, e per letto un po' di strame sminuzzato e sporco più che uom possa immaginare. Colà passavo la notte state ed inverno senza copertura sempre, avvolgendomi per riscaldarmi in quel tritume che poteva quasi dirsi letame. Per salire colassù non volevano nemmanco scomodarsi a pormi all'uopo una scala a piuoli; e siccome io non aveva forza bastante da mettermela a posto, mi industriavo ad arrampicarmi, aiutandomi dei crepacci e di alcuni vuoti che c'erano nel pilastro onde il tetto era sostenuto. Infermiccio e deboluccio com'ero, sovente non me ne sentivo da tanto, e restavo sotto quell'impalcato spargendo lagrime impotenti, anelando a quella lurida paglia a cui non potevo arrivare, come ad un piccolo paradiso. Una volta mi mancarono a mezzo dell'ascesa le forze, caddi e mi ruppi gravemente il capo. Menico udì per mia fortuna il colpo ed il grido, venne fuori, mi raccolse, e d'allora in poi mi fece partecipare del giaciglio che aveva sotto il carro il cane di guardia.
«Se io non sono morto, convien dire che un fortissimo organismo mi avesse dato la natura...
— Ma Don Venanzio, interruppe a questo punto Giovanni Selva, come tollerava egli codesto? Piuttosto avrebbe dovuto toglierti a quei manigoldi ed allogarti altrove, anco prenderti seco.
— Don Venanzio, rispose Maurilio, non poteva veder tutto, e non seppe mai, come non sa neppure adesso ancora, la verità per intiero. Bene era già sufficiente ciò ch'egli vedeva perchè il buon sacerdote se ne commovesse, fieramente ammonisse Menico e la moglie, e li minacciasse eziandio di togliermi alle loro mani. Ma questa minaccia avrebbe egli avuto assai difficoltà poi a tradurre in atto; poichè quale altra fra le povere famiglie di quel povero casale avrebbe voluto accollarsi quel peso? E rendermi ad un ospizio di trovatelli, Don Venanzio non pensava fosse un vantaggio per me. E pigliarmi seco, la sua povertà, che pur trovava modo ancora di soccorrere altrui sottraendo al necessario per esso, la sua povertà di umil prete di campagna non glie lo consentiva. D'altronde sperava egli sempre che un po' d'affetto i due villani avrebbero posto in me, il quale, crescendo, cominciavo a diventar loro utile, e lo sarei stato sempre più; non avevano figliuoli, non congiunti prossimi, nulla era più naturale che a me lasciassero poi quelle sostanze che il parroco sapeva aver essi raccolte e venire aumentando ogni anno; e ciò, pensava egli, sarebbe stata la mia fortuna.
«Menico e Giovanna poi, appunto perchè col crescere degli anni io mi veniva facendo utilissimo, perchè avevano in me un servitore oramai necessario alla loro età più inoltrata e un servitore che pagavano soltanto con un tozzo misurato di pane; Menico e Giovanna, dico, simulavano per bene innanzi al curato, e sapevano all'occorrenza allontanare da lui l'idea di togliermi alla loro casa. Sì, lamentandosi della spesa maggiore che loro costava il mio mantenimento, arrivavano ancora a strappare dal buon prete alcun regaluccio di denari e di robe destinato a me, ma di cui non arrivavo mai a vedere neppur l'ombra.
«Quando la mia intelligenza fu abbastanza sviluppata da poter comprendere la crudeltà della rampogna continuamente gettatami in faccia dalla Giovanna: che io era un intruso in quella famiglia, che non appartenevo a nessuno, che rubavo, per così dire, quello scarso pane che mangiavo, una profonda umiliazione fu la mia. Mi sentii l'ultima delle creature viventi; qualche cosa di più basso che quegli animali, per cui, traendone profitto e costando loro denari, Menico e sua moglie avevano più cura e maggiori sembianze d'affetto che non per me, di più vile del cane, il quale almanco veniva lodato e mantenuto senza troppo rincrescimento perchè teneva lontani i ladri, custode vigile e fedele.
«Perciò allorquando potei dirmi che alcun servizio rendevo pur io a quella piccola associazione e compensavo così il datomi alimento, mi parve di essermi alcun poco rilevato ai miei occhi medesimi.
«Facevo in casa il servo di tutti — uomini e bestie; faticavo come un animale da soma. La sera cascavo dal sonno e dalla stanchezza; ero così sfinito certe volte che mi pareva dovesse mancarmi la vita. Mi lasciavo cadere spossato là dove mi trovavo. Ma gli improperi e lo staffile della Giovanna venivano a restituirmi ben presto il coraggio d'un nuovo sforzo.
«Conducevo alla pastura le vacche della stalla, e quello era il tempo più felice della mia giornata.
«I pascoli comunali, dove menavo e custodivo le vacche di Menico, erano sopra un'arida costa della collina, su cui una misera erba mezzo assecchita copriva appena il terreno ronchioso, pieno di sassi e di sterpi. Ma lì presso correva susurrando un'acqua a cui andavano a bere ghiottamente le bestie; sorgevano sulla sponda del ruscello alcuni ontani dal verde lussureggiante, all'ombra dei quali m'era dolce ripararmi dai troppo caldi raggi del sole; intorno intorno si aveva il sempre magnifico spettacolo della natura.
«Come imparai ad amarla questa gran madre di tutto e di tutti, io che non ne aveva di madre, io che non poteva amare nessuno, perchè non ero amato da nessuno!
«Nella solitudine di quel luogo nacquero nel mio capo i primi pensieri intorno alla vita, intorno all'esser delle cose, sorsero nella mia anima le prime aspirazioni verso gli affetti onde abbisognava il mio cuore e cui indovinava l'istinto.