Part 14
Si strinsero tutti sei intorno al fuoco quegli imprudenti ma generosi giovani, e gravi decisioni furono prese; quali fossero vedremo in appresso.
Quindi si parlò eziandio del caso particolare di Francesco. Il duello col marchesino di Baldissero bisognava assolutamente che avesse luogo. Uno dei padrini era il sedicente dott. Quercia; l'altro fu deciso che sarebbe stato Giovanni Selva.
Francesco Benda, coi più affettuosi saluti e strette di mano degli amici, accompagnato dagli augurii di tutti, se ne partì per andare a casa, a porre in sesto alcune sue carte, a scrivere un addio alla sua famiglia; a prepararsi per lo scontro. Selva sarebbe andato da lui all'ora posta dal dott. Quercia.
Antonio Vanardi si ritrasse nelle sue stanze, dove fece piano più che potè a coricarsi per non isvegliare la moglie, la quale lo avrebbe tempestato di mille domande. Ma ciò non gli valse gran fatto, perchè quando fu a letto ed ebbe spento il lume, la profonda agitazione che aveva addosso per le cose avvenute nella sera, e specialmente per le decisioni prese, non gli lasciava non solo chiuder occhio, ma nemmanco quietar la persona; onde, e gira e rigira fra le coltri, e sospira e sbuffa, la Rosina fu presto svegliata, ed accortasi dello stato in cui si trovava suo marito dopo aver vegliato così tardi, cominciò quell'interrogatorio insistente e fastidioso, frammischiato di collere, di preghiere, di lagrime, di supposizioni, cui il buon Antonio temeva cotanto.
Certo il marito si difese bene in questa lotta contro la curiosità e diciamo pur anche l'affettuoso interesse della moglie, e non una parola gli scappò dalle labbra che potesse mettere in sulla strada della verità la Rosina, poco destra d'altronde nello indovinare e specialmente in questo genere di cose che costituivano un mondo affatto chiuso alla mente della brava donna; ma una cosa rimase per certa nell'animo della moglie, ed è che da qualche tempo fra suo marito e gli amici di lui si maneggiavano dei misteriosi raggiri, che in quella notte si era tenuta una di quelle conventicole, cui ella aveva già notato altre volte, e che le cose trattatesi dovevano essere state più gravi del solito, se suo marito le era tornato dappresso così tardi, così irrequieto, e d'un umore cotanto alterato che, mentre ella d'ordinario poteva ben vantarlo come un vero agnello, ora alle interrogazioni di lei si era posto a rispondere come un basilisco. Ma quali erano questi raggiri? Questo gli è che le cuoceva sapere. Ora non vi ha nulla di più pericoloso che una donna ciarliera, la quale sa che vicino a lei esiste un segreto, ed ha la matta voglia di apprendere questo segreto qual sia.
Mentre Antonio bisticciava colla moglie, Romualdo andava a letto dietro il paravento, Mario si metteva al tavolino a scrivere appunto per la grande impresa; Selva e Maurilio si ritiravano nella stanza vicina, dove avevano ambidue il loro letto l'uno accosto all'altro.
Non avevano sonno neppure. Erano dominati ambidue da una irrequieta tristezza di pensieri. Maurilio sedette presso al suo letticciuolo, ci pose su il braccio ed appoggiò a questo la testa che gli ardeva. L'avreste detto assopito al vederne gli occhi chiusi e l'immobilità della persona; ma il contrarsi tratto tratto de' suoi lineamenti manifestava che una dolorosa meditazione possedeva quell'anima. Ad un punto, di sotto alle palpebre abbassate comparvero due goccioline, s'ingrossarono fra i cigli, parvero direi quasi, esitare, poi, come staccatesene a malincuore, lentamente colarono due lagrime giù per le guancie. Quando le sentì sulle labbra, Maurilio si riscosse; sorse di scatto, le asciugò con rabbia, e si pose a passeggiare concitato per la stanza.
Giovanni, che s'era gettato sul letto vestito come si trovava, per essere pronto a recarsi fra poche ore presso Francesco; Giovanni gli disse affettuosamente.
— Vieni a riposare, Maurilio.
Questi al suono amichevole di quella voce si fermò e si volse ratto là donde era partita. La sua fisionomia era commossa con espressione affatto nuova, quale nessuno in esso non aveva visto mai. Accorse al letto di Giovanni e gli prese vivamente la mano.
— Tu non mi disprezzi, non è vero Giovanni? Tu non credi che io sia un vile?
Selva sorse a sedere sul letto e rispose con caloroso affetto:
— Mai no. Che pensieri sono questi?
Maurilio si strinse con tuttedue le mani la vasta fronte e con voce soffocata e quasi affannosa proruppe impetuosamente:
— Giovanni, questo è un momento strano nella mia vita, un momento che forse non si rinnoverà più..... Io che sempre fui chiuso in me stesso, ho bisogno di espandermi.... Soffro ed ho bisogno di parlare. Tu sei quello che più m'ami... che io più amo.... A te debbo la vita, a te debbo d'essere stato chiamato fratello da labbro umano.... vuoi tu accogliere la piena del mio cuore che trabocca? Nessuno mi conosce, nessuno mi conoscerà forse mai! Vuoi tu leggermi nell'anima?
— Parla, parla: disse Giovanni con calore, abbracciando Maurilio.
Questi sedette sulla sponda del letto dell'amico, e le mani intrecciate con quelle di Giovanni, così di subito prese a parlare.
CAPITOLO XV.
«Quello, che ora è finito, è giorno solenne per me: _dies nigra notanda lapillo_: il giorno in cui ricorre quello dal quale incomincia, se così mi lasci dire, l'epoca storica della mia vita. Ventiquattro anni or sono, nella prima mattina di un tal giorno di questo mese, io, bambino di poche lune, fui trovato in mezzo al fango del selciato in una delle più luride vie di questa città.
«Era un giorno precisamente come quello che or ora è caduto nel baratro del passato, scuro, tristo, nebbioso, pieno di freddo e di neve. Me lo ha detto mille volte quel crudele che ebbe, trovandomi a vagire, la funesta pietà di raccogliermi.
«Non ho nome, non ho famiglia, non sono figliuolo di nessuno. Un fatal giorno, certo non desiderato, forse paventato, oggetto fin da prima del nascimento di rammarico e di odio, me ne venni al mondo per incontrarvi od una subita morte o l'abbandono. La mia nascita forse fu un peccato, forse un delitto, o venne accrescimento di miseria a miserissimi; vollero togliersi via dagli occhi con me un rimorso od una vergogna, o semplicemente una bocca di più da alimentare.
«Fui abbandonato! Là nelle immondizie d'una immonda strada, alla ventura d'essere schiacciato da un carrettiere incauto, o lasciato morire da insensibili passeggieri, o da qualche pietoso raccolto.
«Fui abbandonato! Forse di me nulla sapevan che fare! A me nessun affetto legava l'anima di qualcheduno! Per me la natura non parlava al cuore di nessuno!
«Non ebbi forse una madre?... Madre! Questo nome che fin dai primissimi anni mi suona così dolce nell'anima..... Questo nome che quando, ancora nell'infanzia, udivo pronunciato da' miei compagni mi venivano, e non sapevo perchè, le lagrime agli occhi!.... Oh forse la povera donna morì sopra parto e mi lasciò solo: o forse fu collo schianto dell'anima che dovette cedere alla mano di ferro della necessità che mi staccava dal suo fianco..... Ah! l'avrei amata cotanto mia madre!.....
«Questa sera mi piacque aggirarmi colà, per quella scura e sconcia strada in cui vagii neonato in quella cupa notte d'inverno, e scorsi il miserabile quartiere con lento passo, il cuor palpitante, la mente commossa, come se uno di que' sassi del selciato, una di quelle scalcinate ed annerite pareti, una delle anguste, umidiccie porticine, l'aria stessa che respiravo, mi dovesse ad un tratto miracolosamente rivelare il mistero, forse infame, della mia origine.
«Quante volte non ho io già fatto quel doloroso pellegrinaggio, e sempre con quanto spasimo dell'anima segreto, soffocato, dolorosissimo!
«Questa sera, la sorte, là su quella motriglia che a me fu culla, mi pose innanzi un bambino che piangeva. A quel suono di pianto in tal luogo, tutta la mia penosa esistenza, accompagnata di disprezzo e di vergogna, mi sorse innanzi spiccatamente ad un tratto. Se fosse stato un lattante quel bimbo, l'avrei preso fra le mie braccia, l'avrei recato meco, avrei voluto essergli padre, avessi dovuto vendere, per nutrirlo, il sangue delle mie vene. Rivissi in pochi minuti la sintesi intiera di tutti gli anni che ho travagliosamente trascorsi; ripiansi, per così dire, tutte le mie lagrime, imperocchè nella corta mia vita passata non ci sia nemmanco il ricordo d'un sorriso di gioia.
«Oh! perchè fui raccolto se non mi si voleva dar che tormenti? E può Dio ascrivermi a peccato se io desiderai come fortuna d'essere morto nell'abbandono, se più volte ho maledetto meco stesso chi seco mi prese e il momento in cui mi rinvenne?
«Era uno di quei venditori di latte che vengono il mattino per tempissimo a recare questa derrata ai fondachi di rivendita nella città. Correndo col suo carro, su cui saltavan le bigoncie, al trotto del suo cavallo, passò nella strada dov'io era, e il cavallo nell'istante di schiacciare quel corpicino colla sua zampa ferrata, atterrito forse dal vedersi innanzi ad un tratto quell'involto biancolastro, fece uno scarto che diede un fiero sobbalzo all'uomo seduto sul carro.
«— Che cos'è codesto? Disse Menico il quale travide in quello scuriccio nebbioso qualche cosa per terra. E venuto giù, si chinò e prese tra mano quel viluppo.
«Visto che gli era un bambino mezzo intirizzito che non aveva nemmen più la forza di piangere, rimase lì un istante perplesso, non sapendo a qual partito appigliarsi. Poi, siccome in fondo quell'uomo non era cattivo, e quando non era ebbro aveva a sufficienza cuore e ragionevolezza, gli parve troppa crudeltà il lasciar lì quella creaturina e tirar dritto per la sua strada. Risalì sul suo carro tenendosi fra le braccia il bambino, e lasciò che il cavallo riprendesse l'andare, mentre egli si diceva: — Il diavolo mi porti se so che cosa fare di questo marmocchio.
«Siccome il bimbo pareva lì lì per basire senz'altro, Menico intanto cominciò per porre sulle labbra di esso una bottiglietta che aveva allato di latte munto di fresco al momento prima di partirsi di casa e ancora caldo. Glie ne fece colare in bocca a poco a poco alcune goccie, cui il bambino affamato assorbì avidamente e che di subito alquanto lo ristaurarono.
«Menico si recò qua e colà a fare gli affari suoi, e sempre teneva sul carro quel bambino cui aveva adagiato sovra un po' di fieno che ci aveva per ventura, e sul quale, per tenerlo caldo, aveva gettato la pesante coperta di lana del cavallo.
«Ad ognuno dei lattivendoli con cui parlava, Menico diceva il caso intravvenutogli e domandava se di quel piccino se ne volessero incaricare. Ognuno lo motteggiava e crollando le spalle lo mandava con Dio.
«— Ma che cosa ho io da fare di questo coso? seguitava a chiedere a sè stesso Menico sempre più imbarazzato.
«— Menatelo alla Maternità: gli disse qualcuno di coloro a cui egli recava la provvista del latte.
«— Dovreste recarlo al palazzo di città: diceva un altro: ma a quest'ora è troppo presto e troverete tutto chiuso.
«— Mettetelo sulla porta d'una chiesa: gli consigliò per ultimo un cotale. Lì sarà sotto la protezione di Dio, e potete esser tranquillo che capiterà bene.
«Menico adottò questo consiglio, e quando ebbe terminato tutte le sue faccende, siccome nella sua strada aveva da passare innanzi alla chiesa di San *****, determinò di porre sulla soglia di questa il trovato bambino.
«Non era ancora diradata la tenebra della notte dall'alba, che in quella nevosa giornata d'inverno tardava a venire. Un semispento lampione gettava una luce fievole e giallastra sulla neve che si rammentava sopra gli scalini di San *****, Menico, giunto all'altezza della chiesa fermò il cavallo, saltò giù del carro e prese su questo l'involto in cui era il bimbo, allo scrollar del veicolo addormentatosi. La strada era silenziosa come un sepolcro; nulla si muoveva, nel sonno generale di tutta la città. Menico si disse non senza soddisfazione che gli era affatto solo. Ma quando fu per salire gli scalini della chiesa, ecco dalla soglia di quest'essa staccarsi un'ombra nera, la quale si avanzò con sollecitudine verso il villano, ed una voce d'uomo pacata, benigna, soave, dirgli:
«— Giusto voi che aspettavo, Menico.
«Questi, per la sorpresa, poco mancò non lasciasse cadere in terra il bambino; ma, riavutosi tosto, riconobbe in chi gli parlava il parroco del suo paese.
«— Lei, Don Venanzio! Esclamò il paesano.
«— Sono venuto ieri a Torino per alcune mie bisogne: disse il prete; ma stamattina conviene che io torni al villaggio; e siccome il far tutta quella strada a piedi comincia a stancarmi di troppo, sono venuto ad aspettarvi qui, dove so che passate sempre, per pregarvi se volete usarmi la carità di prendermi con voi sul vostro carro e condurmi sino a casa.
«— Oh si figuri! Disse Menico imbarazzatissimo col suo fagotto in mano.
«Don Venanzio lo vide e domandò che cosa avesse costì, e il villano, non potendo altrimenti, contò tutto; come avesse trovato quel bimbo e come volesse lanciarlo in quel luogo.
«Il parroco scosse la testa.
«— No: diss'egli con quella voce così insinuante e persuasiva, di cui dovevo ancor io sentire cotanto l'influsso di poi: no, ciò non istà bene, Menico. Iddio vi ha posto innanzi una buona azione da fare e un gran merito da acquistarvi, e non dovete rigettare ingratamente l'uno e l'altra. Voi non avete giusto figliuoli; ed ecco che la Provvidenza ve ne manda perchè possiate godere di tutte le gioie della famiglia ed aver quindi un sostegno nella vostra vecchiaia.....
«Insomma seppe parlare tanto bene che Menico, il quale pure non era di cuor tenero, si lasciò convincere essere suo dovere ed anzi suo vantaggio il tenere presso di sè quel rinvenuto bambino.
«— Quanto a me son già bello e persuaso: finì egli per dire al buon sacerdote; ma gli è mia moglie che sarà un affar serio a fargliela entrare. Lei sa che razza di animale essa è.....
«— Vostra moglie, spero che si lascierà muovere ancor essa dalla voce della pietà che è quella di Dio. Se non glie la fa sentire il suo cuore, proverò fargliela suonare io all'orecchio; e la Provvidenza mi dia la grazia, come spero, di convincerla. E se poi ella non vorrà a niun conto, ebbene allora sarò io che prenderò meco il bambino.
«— Oh! se la si assume lei, sig. Prevosto, di parlare a mia moglie, disse Menico il quale non osava rifiutare, ma in realtà avrebbe voluto farlo, allora acconsento di venire innanzi a quella benedetta donna con questo bel regalo.
«— Dunque andiamo: conchiuse Don Venanzio; e fate correre più che possa, senza soffrirne, il vostro cavallo, perchè questa povera creaturina prenda il men di freddo possibile.
«Salirono sul carro, e il buon sacerdote tolse me in grembo e mi tenne caldo, chiuso nel suo ferraiolo. Menico frustò il cavallo e lo cacciò al trotto serrato. Un'ora dopo, che tanto ci voleva di tempo a fare il cammino alla corsa del cavallo, giungevasi al villaggio di X., e il carro s'arrestava innanzi ad una porta ad arco in un muro di cinta, la quale metteva in uno sporco cortiletto entro cui la casupola abitata da Menico e dalla moglie.
«Il parroco discese ed entrò egli prima nel cortile, poi nella stanza a pian terreno che serviva alla coppia di cucina, di tinello, di camera da letto, di tutto. Io non seppi mai bene quel che avvenisse e si dicesse fra quelle tre persone. Ebbi ad apprendere di poi, perchè la Giovanna medesima, la moglie di Menico, me lo gettò migliaia di volte in sulla faccia, ch'ella aveva ricisamente e per assai tempo rifiutato il nuovo carico e resistito a tutte le belle parole e ragioni che le veniva dicendo il buon curato: e se cedette finalmente, fu certo per la promessa di qualche soccorso e di qualche vantaggio, che, quantunque la non ne avesse bisogno, Don Venanzio ebbe fatta a quella donna taccagna ed avida di denaro.
«Ah! non avesse ella ceduto! La mia infanzia sarebbe certo stata più lieta, e forse migliore e più felice tutta la mia esistenza.
«Don Venanzio mi lasciò nelle mani loro con mille raccomandazioni a mio riguardo, e promettendo che avrebbe sempre vegliato su di me; come di fatti non mancò di fare; ma che poteva egli mai?
«Un giorno, quando già grandicello, un giorno in cui avevo sofferto più che l'usato — e quanto soffrii sempre, te lo dirò — osai movere rimprovero a Don Venanzio di avermi fatto entrare in quella famiglia, la quale al mio bisogno d'affetto non doveva corrispondere che coll'odio, col disprezzo, coi più crudeli trattamenti.
«— Perchè non mi lasciaste abbandonare sul passo d'una chiesa, dissi al buon prete, come aveva intenzione di fare l'uomo che mi raccolse? Qualcun altro più veramente pietoso mi avrebbe forse preso seco di poi; o sarei stato recato all'ospizio dei trovatelli, e sarebbe stato meglio per me; e fossi anche morto di freddo, sarebbe stato meglio ancora.
«— Non ribellarti ai decreti della Provvidenza: mi rispose il curato con quella sua semplicità grave e quell'affettuosità mezzo di padre, mezzo di maestro in cui sentesi quasi un'ispirazione superiore e la fede d'una coscienziosa persuasione. Io non fui che lo stromento della Provvidenza divina. Menico e sua moglie erano soli, e l'avarizia e l'egoismo li facevano piegare verso il male e la durezza di cuore; sperai — e che ciò avvenisse pregai internamente, sallo Iddio — sperai che un nuovo affetto, quello paterno, che nuovi dolcissimi doveri e nuove gioie famigliari, cui la natura aveva loro rifiutato, avrebbero esercitato un benigno influsso su quelle anime per avviarle verso il bene. Così non fu pur troppo; e tu ne hai da soffrire. Non mi pento tuttavia di quanto feci; e non ti so dare altro miglior consiglio nè altro maggior conforto, fuor quello di dirti: rassegnati a quelle prove che Iddio ti manda, e benedici quella mano che ti percuote, se per essa può aquistare pregio maggiore e merito innanzi a chi la creò quell'anima immortale che in te alberghi.
«Ma ch'io ti narri le cose per ordine.
«Quando Menico mi raccolse, le mie piccole membra erano avviluppate in misere fascie senza puntiscritto nessuno. Su di me una lettera su carta grossolana, scritta da mano inesperta, ed un ricco rosario d'agata, a cui legato per un filo un bottone stemmato d'argento da livrea di domestico di nobil casa.
«Li conservo preziosamente questi oggetti: e molte, molte volte li guardo, li riguardo a lungo a lungo, leggo e rileggo quelle poche righe di scritto, li interrogo con affanno, come se mi potessero parlare e dirmi donde vengo, chi sono, chi furono i miei. Essi rappresentano per me il mistero del mio nascimento, che una folle speranza mi sta lusingando ancora nell'animo io possa scoprire un giorno. Essi furono i segreti confidenti delle mie pene d'infanzia, lo sono tuttavia degli attuali tormenti della mia giovinezza.
«Se li possiedo ancora ne vo debitore a Don Venanzio. Menico me li aveva tolti, e l'unico pensiero che gli avesse potuto suggerire l'avara moglie, in proposito, era quello di vendere il rosario ed il bottone, e beccarsene i denari. Per fortuna il curato indovinò il brutto loro disegno, e tanto bene e con tanta forza seppe parlare, che indusse Menico a consegnare quel sacro deposito nelle mani di lui, il quale avrebbe rimesso quegli oggetti a me, a cui spettavano, quando grandicello così da poterne capire l'importanza e custodirli colla voluta devozione.
«Ah! mi ricordo sempre il giorno in cui Don Venanzio mi fece entrare nella sua cameretta alla _canonica_, ed eravamo soli egli ed io, per consegnarmi quelle per me vere sacrosante reliquie. Avevo allora otto anni, ed avevo fatto in quel dì medesimo la mia prima comunione. Fisicamente ero indietro assai, debole, piccolo, miseruzzo come Dio tel dica; perchè d'ogni fatta stenti ne avevo sofferti; ma intellettualmente ero innanzi a tutti i miei coetanei non solo, ma a quelli ancora che mi sopravanzavano di più anni in età; onde il buon parroco che mi aveva preso ad istruire e ad amare — fu il solo che mi amasse! — aveva voluto che celebrassi quell'anno medesimo la mia prima Pasqua, e venissi insieme in possesso delle uniche cose che io di mio possedessi al mondo. Era di festa, una domenica, ed una bella giornata primaverile rallegrava la natura. La cameretta imbiancata di calce del curato, modesta e pulita, povera e gaia, era tutto profumata dei fiori delle siepi di biancospino che gli avevan recati le ragazze del villaggio. Una vivacissima striscia di sole correva sull'ammattonato e si rifletteva in tinte rosee su tutti gli oggetti circostanti; un'arietta fra tepida e fresca entrava per la finestra aperta, faceva gonfiare le tende di semplice cotone e passava come una carezza sui fiori e sulle guancie del sacerdote e di me.
«Mi era avvenuto parecchie volte di entrare in quella camera o per domandare il parroco, o per cercare, mandatovi da lui, uno di quei pochi libri che schieravano a costa l'un dell'altro la loro legatura di pelle nera, sulla piccola scancìa di legno d'abete che si drizzava allato alla finestra, sopra una tavola nuda di tappeto; e ad ogni volta che io aveva messo il piede là dentro, non sapevo perchè, mi ero sempre sentito occupare da una soggezione reverenziale, come non m'ispirava neppure la venerabile figura del buon prete già tutto incanutito. La nudità di quelle pareti mi tornava solenne più che qualunque suntuosità d'apparato: la gran croce nera al di sopra del piccolo letticciuolo di abete, sulla quale un Cristo d'avorio tendeva le sue braccia magre e stecchite m'incuteva un'ombra di terrore. L'espressione di dolore che c'era sul volto di quel Cristo, invece di intenerirmi, facevami quasi paura; parevami che quell'appeso dovesse al mio avvicinarsi staccare uno di quei suoi bracci inchiodati e respingermi da quella stanza.
«Quel giorno invece, che ci entrai tenuto per mano da Don Venanzio, la mia impressione fu tutt'altra. Lo splendido sole che la invadeva le dava una giocondità inesprimibile. Colla mia nella mano del prete mi sentivo sicuro, come se il genio di quel luogo mi dovesse accogliere con benigna compiacenza. Volsi lo sguardo alla gran croce nera, e mi parve che anche la bella faccia del Cristo di avorio, illuminata dal riflesso di quel sole che batteva sullo spazzo, avesse acquistato più dolcezza nel suo patimento, e di dietro alla sua suprema rassegnazione al dolore, m'incoraggiasse ad avanzarmi con un benigno sorriso.
«Il parroco mi aveva detto che mi avrebbe parlato di cose assai gravi, a cui dovevo porre tutta la mia attenzione e che avrei dovuto rammentare per tutta la vita; onde, quando egli si fu assettato sul suo seggiolone impagliato a bracciuoli di legno non imbottiti, e fu in atto di parlare, io, aspettando ciò che fosse per dirmi, avevo il cuore che batteva forte nel petto.
«Che io fossi figliuolo di nessuno già lo sapevo pur troppo. Me ne avevan chiarito gl'improperii della Giovanna, accompagnati dalle percosse nelle sue frequentissime collere, nate per ogni più futile motivo e sfogate tutte addosso me; me lo veniva rammentando con dispregiosa insistenza il nome di bastardo gettatomi in volto come una maledizione da tutti i ragazzi miei compagni d'età che, in codesto già uomini, si compiacevano del mio soffrire e della mia vergogna.
«— Tuo padre e tua madre: mi disse Don Venanzio: non condannarli. Chi sa qual tremenda necessità, forse, fu quella che li costrinse a tanta colpa, a tanta sciagura! Tu dèi credere che non la volontà loro, ma un inesorabil destino fu quello che te da essi disgiunse: dèi compatirli, invece che accusarli, perdonarli ad ogni modo.