La pianta dei sospiri con alcuni cenni su la vita e su le opere dell'autore

Part 6

Chapter 63,959 wordsPublic domain

Una tortuosa via di pietre dalla valle scorge all'antemurale ed alla uscita estrema: da questa trascorrendo fra le fortificazioni per rapido sentiero, si giunge al secondo ingresso, da cui sassosa scala mette all'inespugnabile Rocca. Sopra la sua ferrata porta si spinge al cielo l'alta torre che orgogliosa per intangibili mura, insulta agli anni ed all'età fuggitive. Essa scopre ad un tempo allo sguardo i monti e le pianure, e piove una grandine di sassi sul nemico che portasse tant'oltre il piede; mentre da ogni parte si mandano per aperti artifiziosi spiragli mille strali di morte.

VI.

Un dì Stefano diede voce ch'egli n'andasse a diporto dai Malaspini a Pregola sul Penice. Anselmo dal padre istigato con breve mano de' suoi valorosi, si spinse su quello del Rosso a depredarne le mandre, a devastarne i campi; e inseguendo i fuggitivi ardito s'inoltrò fin sotto al nemico Castello. Pose fiato alla bellica tromba, e sfidò come altre volte solea i nemici alla battaglia: niuno rispose, e tacile le scolte sostenevano dalle mura il più amaro insulto.

Anselmo diede volta al cavallo per tornarsi, reputando viltà spargere voce di guerra innanzi a' codardi; ma taluno de' suoi più fiero e men generoso, si scagliò ad insultare la sentinella della porta: grida questa per soccorso, vengono pochi de' suoi, la difendono, e in tal modo involontariamente si appicca la mischia. Allora l'armi di Nebiolo son volte contro la porta: dopo breve resistenza cede e sì apre. Fatto ardito il picciolo drappello penetra il primo cortile, sparge terrore, e innalza gridi di vittoria. Ma in quell'istante sbocca Stefano da alcuni sotterranei che dal castello metteano nel sottoposto bosco, prende furiosamente co' suoi i nemici alle spalle, e stretti in luogo angusto, sconosciuto, sopraffatti da' soldati che da ogni parte come onda di crescente fiume precipitavan su loro, in poco d'ora gli ebbe a man salva vinti e fatti prigioni.

De' pochi compagni d'Anselmo che restarono in vita, Stefano fece a quali tagliare l'orecchie, a quali la destra, quindi così mutilati li mandò al loro Signore, dicendo che in tal modo tosava le capre che s'attentavano mozzicare nelle sue vigne; del lupo poi che ardì portare l'avido dente nel suo ovile, avrebbe fatto quanto richiedeagli la vendetta dei suoi cani. Indi ordinò ai suoi sgherri, che troncata la testa ad Anselmo, la si innalzasse sulla maggior vedetta del baluardo.

Non si avviliva il giovane per ciò, ma già fra le mani de' suoi sicarj, fieramente lo insultava; il tacciava di traditore e di vile, e diceagli che se avea petto dovea seco lui discendere al duello.--Ma troppo fiacco è il tuo braccio, perchè osi trattare la spada del valore; tu paventi troppo i Nebiolo, e perciò tendi loro infami insidie, tu cui il solo lampo della loro spada fa tremare ogni vena.--

Ferìano acerbamente Stefano quell'orgoglio e quella rampogna, e meditando più lunga e cruda vendetta, entratogli anco speranza con quest'amo di trarre pure il padre nella rete, richiamò quell'ordine di morte, e fe' gittare il giovane eroe nella torre, stretto di ferri.

Ivi spesso il caricava di tante catene che a fatica poteva reggerle; talora legategli le mani al tergo ed annodatele ad una corda che pendea dalla volta, il teneva sospeso dal suolo, rovesciando miseramente col peso del corpo le braccia: sovente ordinava venisse per giorni intieri immobilmente legato al muro in piedi o boccone sul suolo. Ivi il misero dormendo sul terreno ignudo, pativa disagio d'ogni nutrimento, e sovente alle arse sue labbra dopo lunga sete, si concedevano, a spegnerla, liquori putrefatti o amari.

Fiera è questa torre in cui per brevi spiragli penetra poca luce, e il piano destinato alla carcere si è il primo che sovrasta all'ingresso della Rocca. La scala che conduce ad essa passa per gli appartamenti di Stefano: la porta ne è tutta di ferro, e presso alle imposte di sasso è aperto un tortuoso pertugio che appena consente il passaggio ad una mano, onde per questo ministrare al prigione lo scarso cibo, allorchè non si vuole penetrare la carcere. Stefano ne tenea sempre seco le chiavi, nè si apriva quella porta fatale s'egli non era presente, nè alcuno si accostava al prigioniere senza che esso ne spiasse i moti e gli sguardi, perchè temea mosso a pietà non ardisse in secreto rendere mite la sua vendetta.

VII.

Anselmo però fra tante strettezze e in sì dolorosa vita non si avviliva mai. Nè la scarsità del cibo, nè i sonni interrotti dalle catene, dal duro letto e spesso dalla presenza del truculento nemico, nè i più fieri tormenti, poterono domare l'animo di lui. Ogni volta che udiva stridere le ferree imposte, presago di nuove sciagure, sentìa corrersi per le vene un gelo: però non cangiò mai di aspetto o si atterrì al fulminar degli sguardi di Stefano, e queto sempre udì la minaccia di nuovi tormenti: agli insulti o non rispondeva o opponeva il disprezzo. Il Rosso il premea perchè scrivesse a suo padre di venire in un vicino bosco, ove gli avrebbe acconsentito di parlargli per trattare di pace. Era questo un inganno che ordiva per indurre pure Guidone ne' suoi lacci: ben Anselmo sel vide, nè mai per preci, promesse o minaccie volle annuirvi. Ei non sostenne mai un solo istante che il suo cuore si mostrasse debole innanzi al nemico, e se talora fra i patimenti pur si dolse, il facea sommessamente e solo.

VIII.

Allorchè Anselmo venne trascinato nella torre, Bianca sbigottita al suono dell'armi che s'era sparso nel Castello, accorsa alle grida de' soldati nella stanza per cui passava, vide il giovine bello e disdegnoso fieramente insultato, e n'ebbe pietà. Fu però gelosa che il padre non s'avvedesse di questo sentimento che le muoveva il cuore, poichè si sarebbe tenuta persa. Pensava sempre ai crudi modi con cui udiva opprimersi lo sventurato straniero, e si dolea di non potergli prestare alcun soccorso; però nè osava chiederne, nè muovere accento a svegliare compassione per lui: ben sapea che se l'avesse tradita un sol sospiro, in un loco ove era ignota la pietà, e avrebbe provocata la spaventosa ira del padre, e ridestando gelosi sospetti, accelerata a un tempo la morte dello sventurato.

Anselmo già da molto giaceva nel duro suo carcere, e l'inumano Stefano iroso perchè vedea tornar vano ogni suo pensiero di nuovi tradimenti, e il giovinetto rintuzzare con indomito petto l'ira sua, gli diminuiva ogni dì più il cibo. Quasi meditasse fra que' ceppi lasciarlo perire di fame, già da alcuni giorni non avea schiusa la fatale porta, nè permettea che alcuno si attentasse avvicinarsele, paventando si concedesse al nemico maggior vitto di quanto dall'angusto pertugio ordinava gli venisse ministrato in sua presenza.

Mentre volgeano sì acerbi dì, in tempo che il fiero Duca era lunge dai Castello, tutto era quiete, e Bianca sola passeggiava sotto il battuto della torre, e flebilmente cantava, quasi cercasse rapire sè stessa dai cupi pensieri ove la sospingeva la vista delle impenetrabili mura in cui crebbe; Anselmo sentendola, e come più potè, avvicinatosi allo spiraglio da cui ritraea scarsa luce, la dimandò.--Ah per pietà, chiunque voi siate, essere pietoso che qui v'aggirate, giacchè non può albergare anima fiera in cuor di donna, datemi un'arme con che io possa por fine alla tristissima mia vita. Omai qui ho difetto di pane e di acqua, ed è quasi un dì che son sì travagliato dalla sete che sento struggermi le viscere. Porgetemi, e fia l'opera più pia di questo Castello, porgetemi un ferro per pietà.--

Que' dolorosi accenti discesero in cuore a Bianca, e fu commossa a tanta miseria: e sovvenendogli qual si fosse chi le parlava, parve che un'ignota voce la richiamasse a compassione, sicchè superando il timore di essere scoperta e dell'ira paterna, gli rispose che attendesse.

Volò alla carcere; colle preci e coi doni tanto si adoprò che ne sedusse la guardia, sicchè potè da quella picciola fessura offrire alcun sussidio al prigioniero: a ciò per confortargli l'animo travagliato unì un biglietto, in cui dicevagli essere figlia di Stefano bensì, ma non d'egual cuore, l'animava a non ismarrirsi, e gli dava qualche speranza di salute. Anselmo si ristorò alquanto, e ottenuto da Bianca con che scrivere, potè significarle i sentimenti del grato animo suo. Era Anselmo giovane d'alto intelletto, nè lo studio dell'armi avealo sviato dal coltivare l'ingegno nelle discipline che gli consentivano le tenebre della sua età: le sue lettere cercarono il cuore di Bianca, e in lei la compassione erasi trasformata in tale inquietudine, che ognor la pungea nuovo desìo di sapere novelle del cavaliere oppresso.

Ogni volta che si mutavano le scolte e veniva a guardia della torre quella ch'essa avea resa amica, tosto volava a quella dura porta, e se il padre era assente stava a lungo a racconsolare Anselmo con miti accenti. Di propria mano gli sporgeva il cibo, e più d'una volta in quell'angusto forame da cui il prigioniero traeva refrigerio a' suoi patimenti, strinse la mano pietosa che il sovveniva, e mentre esprimeale tremando la sua gratitudine, quella di Bianca tremando essa pure gli accennava, insieme alla pietà, quai nuovi affetti le si destassero in petto.

IX.

Fra queste pie cure e il timore e il compianto, cresceva nella vergine leggiadra ognor più compassione per le sciagure d'Anselmo. Poichè questi più volte esprimeale il desiderio di vederla, desiderio a cui parea dolcemente inclinare anch'essa; nè ciò riuscendole in niun modo, fatta ardita dalla bramosìa, un dì mentre il padre era penetrato nella torre infausta, con mendicato pretesto vi portò audace il piede.

Stefano lunge dal darle per ciò rampogna, presala per la mano con amaro sorriso le disse--Vieni, figlia, impara anche nella docilità del tuo sesso ad abborrire i tuoi nemici. Calpesta questo orgoglioso: esso lotta contro la natura, contro la forza e contro il voler mio; ma pur se io sono Stefano, cadrà. Esso è lo sparviero che voleva dominare nei nostri boschi, volò intorno alla nostra sede, portò l'artiglio nel nostro tetto, ma cadde nella rete, cadde nelle mie mani, nè fia vi sfugga più mai. Se ei non seconda il voler mio, se non chiama quel Guidone nella nostra valle al parlamento ch'io medito, vedrai ivi rotolarsi la sua testa, e il suo sangue renderà più belle le nostre bandiere.--

Bianca stava sbigottita e muta presso al padre, guardava di soppiatto Anselmo cui nè lo squallor della carcere, nè i sostenuti patimenti, per nulla aveano scemato alla nobile fierezza del volto e all'avvenenza delle forme. Non volea applaudire agli inauditi crudi modi del padre, chè non gliele consentiva il cuore, ma non ardiva sciogliere accento per raddolcirne la fierezza; ben sapea che tanto stato sarebbe il segnale di morte pel prigioniere sventurato. Tremava la combattuta fanciulla, e riguardava Anselmo con un misto di pietà, di conforto e di paura, che gli apriva quali angoscie a prova le combattessero nell'animo.

Il Nebiolo per nulla si avviliva, muovea gli occhi or sul padre or sulla figlia, e mentre sdegnosi rifuggiano dall'uno, pareano vaghi fermarsi a contemplare il leggiadro viso della giovane pietosa, quasi stanco viatore cui aletta limpida fonte, e dopo petroso cammino rallegra l'amena verdura del prato. Nel momento che Stefano altrove torceva il fiero cipiglio, ei riguardava la bella, nelle accese luci raccoglieva il fuoco dell'alma, e in un baleno tutti le esprimeva i sensi ascosi.

Però anzi che punto si dileguasse la sua fermezza, o gli annebbiasse debole tristizia il volto, con generoso ripiglio così mordea il nemico.--Uomo dispietato e vile: a che insegni la tua malvagia crudeltà a quest'angelo d'innocenza? Non temi che l'alito tuo soltanto macchii il candore delle sue virtù? Assai si ravvisa al solo leggiadro aspetto di dolcezza pieno; ben altro è il suo cuore dal tuo, e troppo straniera debb'essere in questo Castello, benchè il destino ve la facesse nascere tua figlia. Tu sei lo sparviere, tu il lupo distruggitore, ma ella è la colomba benefica che porge conforto alla solitaria tortorella del bosco, e le è riconoscente, nè mai vorrà spiegare il volo dalla sua macchia, senza spargerle intorno il flebile canto della gratitudine.--

La giovane era commossa ai cari accenti da lei sola intesi, e tremava vedendo torvo ruotarsi qual tempestosa nube lo sguardo del padre che impaziente spirando tosco dalle enfiate labbia proruppe--Folle, a che vaneggi tu, a che muovi mistici detti? Ben io apprenderotti quale tu sia, e che sorte ti attenda. Qui vuolsi sangue, e tu il verserai. Però cessa dallo spargere ombra di lode a mia figlia: sarebbe in lei segno dell'odio mio la lode di un Nebiolo. Fra pochi dì o tuo padre sarà mio vassallo, o verserai colla vita questo insano orgoglio.--

Senza udire risposta, impone di raddoppiare i ferri al prigioniero, esce dispettosamente dall'infausta soglia e seco trascina Bianca. Soffoca la timida i sospiri che le van concitando il terrore e la pietà, e traendo dietro al padre, muove fuggitive le tremule pupille inondate di represso pianto sur Anselmo: mentre si avvisa d'infondergli speranza ed ardire, ritrae in vece dal di lui volto intrepido e sereno una straniera dolcezza che le piove in petto e lo schiude a nuovi affetti, quasi aura mattutina che accarezza la socchiusa rosa, finchè apra il seno a' balsami della rugiada.

X.

Il Rosso spedì un messo a Guidone a ordinargli che cessasse dallo spargere contro di lui le insane sue grida, e sciogliesse il turbine di guerra che milantava volere portargli a Stefanago per vendicare il figlio. Questi giacersi nella sua torre, e proporgli solo partito a liberarlo, che ei si rendesse vassallo di Stefano: se il nega manderebbe a Nebiolo la testa d'Anselmo: due soli dì concedersi alla scelta.

Arse di rabbia Guidone alla fiera minaccia e ordinò che si gittasse dalla sua torre il messo. Stefano che più ritornar nol vide e seppe da' suoi spiatori la fine di costui, si morse per dispetto le labbia agitando vendetta. Bandì nei suoi feudi la condanna d'Anselmo decapitato tra due dì, e mandogli nel carcere avviso che si apparecchiasse a morire: ei nulla rispose, ma sguardò con sì fermo ciglio chi glielo annunziava, che vergognando si ritrasse dalla carcere in cui risplendea tanta virtù. Pure perchè l'ira di Stefano più s'accendea a quel silenzio, e di nuovo gli proponeva la vita a prezzo della viltà, rispose il generoso Nebiolo che nulla temeva la morte e che da un codardo suo pari, cui era morta in petto ogni scintilla di valore, non doveasi attendere che tradimenti e patiboli.

XI.

Bianca erane oltre modo dolente, e seguendo gl'impulsi del suo cuore seco fermò di liberare il giovane prigioniero. Gli porse tenere preghiere perchè volesse assecondare le di lei premure se avesse schiuso il carcere, nè sdegnasse la sua virtù di salvare una vita che non era del tutto sua ove teneva un padre, e ricordasse che il misero morrebbe di dolore nell'udire la dira e sanguinosa novella.

Persuadeano l'austera ragione d'Anselmo le care sollecitudini di Bianca, e sebbene d'animo forte pur gli tremava il pensiero all'immagine d'una morte obbrobriosa ed oscura: ma l'idea che la sua salvezza travolgesse Bianca a certa rovina, gli ridestavano nell'animo le assopite virtù e pria scegliea cadere che vivere coll'onta di una viltade in fronte. Rispose però a Bianca che sarebbesi arreso, presto a secondare quanto gli richiedea la pietà di lei, ove ella volesse seco partirsi dall'infausto castello, perchè non pativa di abbandonarla al furore del Rosso, e confidare, libero e a lei vicino, di porre fine alle tremende ire paterne. Alla misera di troppo era noto Stefano, perchè potesse annidare pur lieve speranza; ma serbava troppe virtù perchè sostenesse di offuscarne lo splendore con una fuga, e troppo le tenea d'Anselmo onde abbandonarlo: pensò di salvarlo, gittarsi indi ai piedi del padre, e cadere vittima del suo implacabile sdegno.

Bianca di continuo attendeva se il padre dimenticasse nella sua stanza le chiavi della carcere: ma invano lo sperò, e temeva che male le riescissero i suoi pensieri. Già premea l'ultima sera che spargea colle tenebre l'estremo sonno sulle pupille d'Anselmo, già s'apprestavano nella prossima valle il feral palco e la cruda bipenne, e il misero giacea pur sempre ne' suoi ferri: non si lagnava, non ostentava coraggio, queto aspettava il suo destino.

Ma con quella notte scendeva il gelo di morte in seno a Bianca: le parea ad ogni istante che sorgesse l'importuna aurora, e sentiva nell'animo il suono del bronzo fatale e l'ultimo sospiro di Anselmo morente. Nè più potendo reggere a sì funeste immagini, nè parendole che dar si convenisse maggior indugio al pietoso suo proponimento, fatta ardita, siccome la stringea necessità di consiglio, penetrò nella stanza ove Stefano dormiva, e chetamente avvicinatasi ove tenea le chiavi, le rapì. Prese il serico di lui mantello adorno d'aurei fregi, e la celata ondeggiante per molte piume, se ne ricoprì la persona, si armò d'una spada, e tacita e franca s'avviò alla torre.

XII.

Poco differìa Bianca dal padre in altezza, sicchè le sentinelle non si accorsero della frode. Disserra l'uscio ferrato, e ad Anselmo che scosso riguardava chi venisse a portargli o vita o morte, dicea pregando e stendendo le mani tremanti ai suoi ceppi:--Ecco ti schiudo il tuo carcere, ti sciolgo le tue catene. Quest'abito e questo elmo ti apriranno ogni via ed ogni porta, chè tutti ti crederanno il Signore. All'ultima uscita è già presto un mio fido con un cavallo: t'invola, salvati e ricordati nel furor delle tue vendette che Stefano è padre di Bianca... Non obbliare talora quella mano che scioglie i tuoi ferri:... io già non sarò più, ben conosco l'ira paterna, ma la ricordanza di chi per te si dimentica d'essere figlia, ti renda meno crudele...--Ah Bianca, ch'io parta e abbandoni te fra gli artigli dei crudi?... ch'io viva mentre queste tue forme immortali, questo cuore sì pietoso... questo pietoso cuore!... Ah non sia mai! mi colgano mille morti, anzi che esser reo di tanto delitto.--Anselmo, or sì mi strazii d'acerba doglia, or che il tuo dubbio solo ne spinge a irreparabile rovina! Omai non ha più speme, la sorte è gittata e noi siamo entrambi perduti, che questa frode non può starsi ignota a Stefano... Deh! se ami tuo padre, se non è spenta ogni favilla di gloria nel generoso tuo cuore, se non mi sei ingrato, Anselmo, fuggi... io non posso essere felice se non ti vedo in salvo.--

Anselmo comprese il linguaggio della tenera fanciulla, commosso le cadde al piede, chè eran già sciolte le sue catene, e stringendole teneramente la destra che copriva di lagrime riconoscenti e di baci.--Ah spirito celeste per cui mi son cari anche questi infausti luoghi! speranza della travagliata anima mia... Bianca, ah! no il mio cuore non può esserti ingrato, se ei respira solo perchè tu gli ministri l'aura di vita... ma che ei giammai non si divida da te: se lo abbandoni è nulla per me la vita, lievi mi sono e patibolo e morte...

Ma la giovane accorta avendo l'animo a doversi affrettare, pur lo pungea a fuggire, mentre ne avea ancor tempo: ei si arrendeva purchè ella non rimanesse in sua vece nella torre. Volea schiudersi la strada col ferro, volea,... ma un lampo loro scioglie la confusion della niente: Bianca fa cenno alla sentinella più prossima di entrare: la assalgono, la disarmano; Anselmo prende quelle armi e quella divisa, la minaccia di trafiggerla se chiama per aiuto: la chiudono nella torre e s'involano.

Ogni servo cede al loro passaggio, ogni porta si apre, chè ognuno crede con un soldato il Duca. Bianca segue Anselmo, perchè l'aspetto di un semplice uom d'armi potrebbe destar sospetto, nè gli sarebbe permesso in quell'ora l'andar fuori. Già solleciti hanno corsi gli appartamenti, lasciate addietro le ascolte, passate le due prime porte: già trepidando di gioja si appresentano all'estrema, e Bianca dà il cenno perchè si schiuda.

In tanto il soldato dalla torre innalza disperate grida, accorre la vicina guardia, si sente la frode, si dà il segno di soccorso. Il custode dell'ultima uscita che stava per ischiudere, vedendo il contrasto de' due guerrieri, perchè Anselmo premea Bianca a seguirla, e questa si rifiutava, sospetta dell'inganno, a quel clamore ne ha certezza, e vuole opporsi al loro passaggio; ma la spada d'Anselmo vince ogni ostacolo. Già il grido d'allarme scorre per tutto il Castello, suona la campana, si desta la milizia, accorrono i servi, tutto è scoperto. Anselmo non si perde d'animo, apre la porta, sale il pronto cavallo, si leva a forza Bianca sugli arcioni e si dilegua in un istante. Racconsola la vergine tremante, le ripete che non avrebbe mai patito di lasciarla vittima della sua pietà, la preme al petto, la inanima, la pasce di nuove speranze e fugge.

XIII.

Precipita il cavallo fra le distorte vie: sprona timore chi il caccia e preme, ei vola e pare non senta il doppio peso, appena liba coll'agil piede e balze e valli e passa, e in breve è sotto le mura di Nebiolo. Anselmo diede il solito suo segno e fu riconosciuto dalle veglie: si schiusero le porte, e fu uno stupore, una gioia di tutti nel vederlo di ritorno, mentre ognuno piangeva la sua morte: chi accorreva a riguardarlo, chi se gli faceva incontro e gli baciava le mani e lo stringeva al seno, mentre a tanto amore spuntava sul ciglio al reduce il pianto della riconoscenza. Guidone che gemea sulla sorte del figlio e ne fremea orribilmente in suono di pietà e di rabbia, vedendolo improvvisamente libero, e stringendolo fra le sue braccia, pianse di paterno affetto: però fieri i suoi lumi aggirandosi fra quelle lagrime, quasi raggio di sole fra fosca nube, annunciavano le sue risorte speranze e la vendetta che gli suonava intorno al cuore.

Udì severo e muto il fiero veglio i patimenti del figlio, e il suo silenzio parea la calma che precede la tempesta; ma quando seppe che seco traeva la figlia di Stefano, sorrise di barbara gioja, credendo che rapita l'avesse alla vendetta. Anselmo allora radolcìa quell'antica rabbia col racconto di quanto la virtuosa adoperasse per lui, e aprendogli i suoi affetti ascosi, gli asseverava com'ei non avrebbe mai con viltà corrisposto ove lo stringea gratitudine.

Gli addusse innanzi la tremante donzella, che stava contrastata nell'idea dell'altrui sdegno, del luogo nemico ov'era, e di un incerto avvenire. La confortò il giovinetto vestendo d'amorosa dolcezza le sue parole, sciolse i di lei timori, e ispirolle coraggio; le propose tutti i teneri sensi del proprio cuore omai non più libero, non più suo.--Tu, generosa Bianca, mi salvasti la vita, tu restituisci un figlio, tu perdesti un padre, io darotti uno sposo. Tu forse richiamerai la pace su questi contrastati colli, sarai l'angelo di salute a questi abitatori ognor turbati da ire nemiche. Tu splenderai raggio di gioja in Nebiolo, e l'anima mia accesa d'inesausti affetti attingerà dai tuoi occhi una soave e nuova vita: tu sarai la speranza de' miei giorni, tu l'elemento del valor mio, e mentre io ti stringerò al petto amante e sposo, grato in te mio padre ravviserà l'angelica mano che gli rendeva un figlio e gli ricovrò le perdute speranze. Fra tanta soavità di affezioni, tu ancora farai riflettere ne' nostri cuori il lampo della gioja, e su queste mura il sorriso della calma.--

Pioveano siccome rugiada ristoratrice di primavera sulle erbe appassite gli accenti d'Anselmo in cuore della vergine pudibonda, e a sì teneri affetti stranieri nel luogo inospito ove sortì la culla, ella beveva una nuova dolcezza che componeva le tempeste dell'animo suo. Tripudiava ei di vederla commossa, e tanto si ingegnò che le rasciugò il ciglio, e porgendole nel proprio un nuovo padre, potè richiamare in lei alquanto lo spirito smarrito. Guidone istesso rattemprando i vetusti sdegni che gli capìano nell'animo, reso per amor del figlio di più umana natura, con dolci blandizie la allettò a nuovi pensieri, e insieme ad Anselmo la strinse al petto.