La Pianta Dei Sospiri Con Alcuni Cenni Su La Vita E Su Le Opere

Chapter 8

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Arrabbia Guidone a sì lunga resistenza, e impaziente apporta alla gola dell'altro la spada, ma mentre scaglia il colpo, Stefano percuote a lui sì fieramente la mano, che è forzato abbandonare l'arme. Però ei stesso non evitò, abbenchè lieve la ferita, e sentendosi scorrere il sangue, fu sopra all'avversario, il rovesciò, e brandendogli il ferro sul viso gli intimò con terribil voce di darsi vinto.

Guidone per nulla si arrende o mostra timore: rovesciato sbuffa come leone piagato a morte: freme, ma nè parla, nè si lagna, gira foschi gli occhi e mentre l'altro l'insulta, in un lampo coll'una mano procura di deviare la pendente spada, coll'altra tratta un pugnale, e lo avventa al petto del nemico. Ma il ferreo usbergo è scudo al Rosso, che scosso a tanto ardire gl'immerge nella gola il provocato acciaro: e mentre quei versa il sangue e la vita, gli calca il petto coll'orgoglioso piede e l'insulta.--Così il Rosso ti calpesta: così qui fosse teco tuo figlio, e andasse ogni tuo congiunto come te e la tua Rocca, fuoco ed ombra.--

Levato il cruento elmo dell'ucciso, e innalzatolo con barbare grida sulla bandiera, fu la spoglia di Guidone gittata nella fiamma divoratrice che distruggeva l'oppugnata fortezza. Si fe' libero alla militar baldanza di depredare i poderi del vinto, e ordinò l'inesausto odio di Stefano di rovesciare fino alle fondamenta la formidabile Rocca, sicchè non ne restasse pietra sopra pietra, e si disperdesse pur la memoria di un orgoglio che fu.

Fra tanta strage e sangue allora pensò a' suoi ed alla pace: credendo Anselmo o estinto oscuramente o fuggito, depose la spada micidiale, e disse che perdonava alla figlia i commessi errori, perchè aveagli aperta la strada alla vendetta.

XXIII.

Ma era vano il perdono di Stefano. L'ira e l'insano livore non gli permisero di veder qual piaga avesse il suo ferro aperta nel petto di Bianca; la vittoria gli aveva tratto di mente di chiederne novelle, pago di saperle in Stefanago.

Giovane sventurata e in mal punto pietosa, ondeggiante fra gli affetti di sposa e di figlia, amore la trasse fra le battaglie, e ambizione la trascinava al natìo suo tetto. Anselmo anelante la raggiunse lungo la via che conduce a Stefanago, recata sur un letto di frondi da una mano di fidi soldati. Come questi videro giungere il guerriero, dubitando non gli inseguisse onde loro involare Bianca, si disponevano alla difesa, ma il dolente alzando la destra ignuda gridava--Pace: io non porto guerra, voglio vedere la mia Bianca, la sposa mia, colei che per me si avventurò fra l'armi, voglio soccorrere a' suoi mali e caderle vicino.--

Scese in cuore a Bianca la voce di Anselmo, e n'ebbe soave refrigerio; pregò i soldati perchè libero lasciassero a lui il passo al suo letto. Come il vide, quasi amore le richiamasse sulle erranti pupille il fuoco di vita, teneramente riguardandolo,--ah Anselmo mio, diletto sposo sì per poco a me concesso!... vedi, omai è segnato il mio destino, e mi abbandonava anche la speranza, se non che desìo di pur vederti mi nudriva in seno amor di vita. Or lieta inchino alla necessità che mi appella, irreparabile necessità, poichè la mano, ahi qual mano!... che trafisse questo mio seno, troppo seppe cercare le vie di morte.... Almeno colla mia vita si ponesse termine a tanto furore.

Anselmo fattosele vicino, e presa la destra che Bianca avea a stento levata allorchè il vide, teneramente la baciava e bagnava di pianto, e i suoi occhi stringendo agli occhi della sposa:--Ah Bianca, lungi per pietà questi sinistri presagi che mi straziano.... Lascia al tuo Anselmo, all'amor del tuo sposo il pensiero di sanare la tua ferita: amore per me ti trasse al duro passo, amore deve prestarti salute.--Oh che di' tu mal accorto! quali pensieri aduni? a che pure stai? Non vedi i perigli che ti circondano? non senti il suono delle inimiche catene che ancor ti si apprestano? Ah va, fuggi, finchè n'hai tempo! Soave in vero mi è il vederti, e sento che la tua voce mi piove un balsamo sull'anima che mi asperge e disacerba fino le mie ferite;... ma tu sei in periglio, e a me sarà bastante sollievo nelle ore estreme l'averti ancora abbracciato, e il sapere che quel ferro fatale fu sazio di una vittima sola... Ah se m'ami, se non vuoi contristare con terribili presentimenti l'anima mia fuggitiva, ricevi questo ultimo addio e involati sempre dalla sventurata tua sposa.--

Accompagnava la misera le meste parole con una soavità d'affetti che se le pingeano sul pallido viso e i sensi schiudeano dell'anima; stringeva a sè Anselmo, e ancora tacendo il pregava in vista a salvarsi colla fuga. Ma questi ricusò di lasciarla, depose lo scudo nelle mani de' soldati, e li sollecitò perchè la trasportassero ove erano indirizzati. Non si dipartì mai lungo la via dal suo fianco, e d'amorose parole s'ingegnava lenire alla sfortunata il doppio affanno.

Come furono al fatale Castello si adoprarono ragioni e preci perchè Anselmo non vi ponesse il piede, presagendogli sinistri e sventure, ma tornarono a vôto, quasi parole commesse al vento. Ei depose Bianca sul letto del riposo, e giurò che niuno nol rimoverebbe mai finchè era in vita. Ognuno sentivasi commosso da terrore discorrendo col pensiero i guai della giovinetta, ognuno era preso da meraviglia vedendo Anselmo con tanta fermezza riedere fra quelle mura; tutti rispettavano e compiangevano lo sposo di Bianca.

XXIV.

Le cure dell'arte indarno furono poste in opera, invano si accolsero labili speranze, chè non vi avea rimedio alla piaga fatale. Fuggiva alla misera col sangue la vita, che sentiva ognor più venirsi meno: e il celeste suo spirito dolente di abbandonare il leggiadro velo con cui fu pellegrino in questo mortale viaggio, pareva ora fuggire dalle annebbiate pupille di Bianca, ora riedere ad esse non già per fruire ancora la luce fuggitiva, ma per pascerle in quelle innamorate dello sposo, e ancor gustare la soavità dell'amoroso desìo. Nulla sapevano quegli affannati, nè curavansi chiedere di quanto accadeva a Nebiolo: Anselmo solo avea pensiero di soccorrere alla trafitta, mentre la nemica fortuna gli toglieva il patrio tetto, la libertà e il padre.

Fuggiva la notte funesta per Bianca, e ognor più scemavano in lei le forze, e s'avvicinava l'ora del misero suo fine. Ordinò che convenissero al suo letto il pio sacerdote, il custode del Castello, ed alcuni servi, e prendendo da loro gli estremi congedi, li pregava perchè consentissero ad Anselmo suo torsi liberamente da quelle infauste mura.--Ei qui non pose inimico il piede, ei non apportò sterminio e guerra ai vostri figli. Fu la pietà che il trasse in queste soglie, la pietà libera gliene dia l'uscita. Questo sia l'estremo favore che accordate alla povera vostra Bianca, questa l'ultima opera pia e giusta che vi consiglia l'amor mio: ve ne prego per quell'affetto che pur m'aveste, per quelle cure onde sovente raddolcìa per voi l'ira paterna, e vi resi men duro il suo rigore. Ei non ve ne farà rimprovero; ditegli che il concedeste alla morente sua figlia, e che era crudeltà negare l'estrema grazia alla figlia di Stefano.--

Erano tutti commossi intorno a lei, pieni di lagrime gli occhi, le risposero che Anselmo potea a suo piacere partirsi, ma ad un tempo che conveniva il facesse tosto, giacchè giungeano dal campo sinistre novelle per lui. Si succedeva sulle squallide gote a Bianca un misto di pietà e di dolore, pietà che la stringea per le sventure che presagìa dell'amico, dolore che la premeva perchè dovesse dividersi innanzi di morire; ma vinse la pietà e a lui dal labbro agitato dagli aneliti di morte volava la tenera preghiera.--Mio sposo, mio unico amico, va, ti salva, nè volere ostinarti a perire vilmente fra questi ceppi, mentre t'attendono forse altrove gli allori della gloria e il periglio de' tuoi congiunti. Omai io sono presso al mio fine, inutili omai mi sono le tue cure. Lascia che sola io componga questi occhi al sonno di morte... Ti prometto che il tuo nome sarà l'ultimo mio sospiro... tu sarai l'ultimo pensiero di Bianca... se tu solo fosti quello onde io gustai qualche dolce in questa travagliata vita...--Ah, Bianca, ch'io ti abbandoni? disperi dunque affatto di tua salute?... E dovrò lasciarti sola contro l'ira d'un uomo sì fiero? Ei venga, ei la spenga nel mio petto, e almeno vedendomi ancora ne' suoi ceppi, sia men duro con te... Ei sia feroce, ma non padre snaturato... ei ti dia l'estremo abbraccio e tu possa dividerti da lui obbliando un involontario...--Anselmo, e tanto ti stringe pensiero degli altrui filiali affetti, mentre nulla hai cura de' tuoi? forse in questo istante tuo padre oppresso dai nemici, invano sospira il braccio di suo figlio perchè gli presti soccorso... forse ei cadde e non ha una mano amica che gli ministri l'ultimo uffizio di religiosa cura... Ah questa idea pur mi pesa! va, mio pietoso amico, per l'amore che mi ponesti in questi brevi giorni di nostra unione, va, ti prema sollecitudine pel padre, cedi al desìo della tua Bianca che ten prega e ti vuol compassionevole, nè si acqueta che in questo pensiero...--

Erano inutili le preci di lei, e i consigli di quelli che il circondavano: Anselmo rispose siccome conosceva il valor di Guidone, e che ove fortuna men propizia gli mostrasse la fronte, chiuso nella Rocca poteva sostenere lunga difesa: allora migliorata la salute della sposa, sarebbe volato a soccorrerlo. Soggiunse come solo ei seguendo i consigli del cuore, mai non si sbigottiva all'incostanza della sorte o al rumor de' perigli:--Sempre io gli ebbi al tergo, e per quanto fieri mi minacciassero, non giunsero a prostrarmi giammai, e sì che il mio cuore era unicamente acceso da sentimenti d'onore: potranno ora atterrirmi, ora che dovere, gratitudine, amore, amore che per te mia liberatrice e sposa sì altamente intendo, a te mi stringono, nè fia che umana forza mentre io viva giunga a dividermi giammai... Se pur te move come innanzi, eguale affetto per me, cessa dall'inutile preghiera: mi cruccia, m'irrita, e quasi mi desta l'acerbissimo dubbio che poco t'importi di avermi vicino,... o ti pesino le mie cure.--

Si acquetò Bianca a quel deliberato favellare, e gli rispose con uno sguardo in cui tutti sfavillavano i sentimenti dell'anima amorosa. Poichè alquanto racconsolò l'amico sul destino che la premeva, presentendo brevi i momenti di vita che ancor le rimaneano, gli profferiva mille ricordi, perchè sottrarre si potesse allo sdegno di Stefano, ma ad un tempo accorta il raddolciva con pietosi sensi che il richiamassero dalla vendetta.--Ti sia la ricordanza di Bianca tua infelice, siccome un'aura che temperi il rigore de' tuoi pensieri... Deh abbiano fine queste discordie, e sulla mia sciagura s'innalzi la pace di questi poveri coloni. Che se l'onta di una non tua colpa... agognasse in mio padre a spargere nuovo sangue alla mia memoria, Anselmo perdonagli l'ira, e forse qualche rimorso... che destar gli potesse la ricordanza di una figlia perduta... Egli è mio padre, Anselmo, ed io morrei desolata, se sapessi che nella sua canizie privo dell'antico valore, privo del conforto de' filiali affetti... dovesse sostenere i furori del tuo sdegno.

Anselmo tutto le prometteva, e le giurava che più presto avrebbe rinunziato alla sua fortuna, alla vita, di portare la spada di guerra nell'asilo che ella col nascervi aveva per lui santificato. Anselmo abborrìa dai pensieri di vendetta e si proponea di offrire, se occorreva per la pace di que' paesi, anche in olocausto la propria vita.

XXV.

Allorchè la calma dell'amoroso foco consentiva a Bianca il pensiero di cose meno affannose, spargeva i suoi accenti a sollievo degli altri che le stavano intorno.

Prese l'estremo commiato dalla sua nutrice, e raccomandatale la propria memoria, la pregò perchè talora la richiamasse al padre.--Allorchè dorma in lui lo sdegno, e il dolore lo cerchi della perduta figlia, allora te le avvicina, e digli che Bianca morì invocando il suo nome;... che solo mi dolse di non potergli chiedere compatimento di un pietoso errore, pietoso perchè forse il suo cuore istesso ove sia più mite, mi applaudirà di aver salvata una vittima di acciecato furore... Digli ch'io muojo per giovanile imprudenza e amore;... che que' ferri m'erano del pari mortali, e volea dividerli, ma il destino... Se però egli a sè rivolgesse qualche rimprovero,... tu il solleva dalla crucciosa idea, e lo accerta che sua figlia non ebbe mai quel pensiero, ma riconobbe la spada del cielo che punì le proprie colpe... Se mai l'ostinazione d'Anselmo a non allontanarsi... se... deh tu che m'avesti in luogo di madre, tu che vedi quanto ei mi ami, chiedi a Stefano in compenso di tante cure per me sparse, in espiazione della mia sventura... chiedigli... nè qualche atroce scena... Gli ricorda che io abborro il sangue, e che perdonando... morii... oh Anselmo... Anselmo...

Allora Bianca fu presa da convulso improvviso commovimento, che le troncò la voce e le tolse ogni lena. Madida di freddo sudore la fronte, era combattuta da un fiero anelito che quasi le impediva di spirare le fuggitive aure di vita: si smarrirono le ultime rose delle appassite labbia, nè più, sebbene agitate sembrassero tentarlo, potevano formare accento. Parve che una nube se le diffondesse sullo squallido volto, se le innondarono di pianto gli occhi, e avvisavi che un velo ne appannasse il lume. Come face cui viene meno l'alimento, ora è pallida e presso ad estinguersi, ora divampa di subita luce, indi ricade; così nelle pupille alla morente, or quasi si spegneva la vitale scintilla, ora ritornava a sfavillare, e mentre di nuovo animate pareano erranti cercare quegli che più loro incresceva abbandonare, tornavano di nuovo ad offuscarsi.

Così per molte ore accolse la misera debile fuoco di vita, e a lungo lottò fra l'ansia di una penosa agonìa. Anselmo sentiva a prova tutte le angosce che la stringevano, e a maniera ch'ella ripigliavasi, sorgeva a ristorarlo la speranza, per cader tosto in una miserrima disperazione: la sua anima era un deserto di arena in cui spira la bufera, dove invano piove la rugiada, dove invano un'erba pone radice.

Però avea cura di sostenere i singhiozzi che pel gran duolo ognora gli prorompeano dal petto, per non contristare colle sue doglie alla moribonda. Stava inchinato sul letto ferale, intendeva a soccorrerla, a porgerle qualche refrigerio, e sovente le bagnò l'aride labbra colle lagrime de' suoi occhi. La dimandava pietosamente, la blandiva con affetto, le dava qualche tenero amplesso, e raccoglieva colla bocca tremante gli estremi sospiri, che pareano con un confuso susurro fuggendo, gli parlassero ancora del suo amore.

XXVI.

Già un alto clangor di trombe si propaga di vetta in vetta, già ripetono le valli le grida confuse degli evviva e i clamori della vittoria, e a questi si rispondono da Stefanago suoni d'esultanza e di gioja. Tutto intorno è un frastuono, un affaccendarsi di soldati e di conservi, tutto annunzia Stefano che giunge vincitore.

Si scuote, se ne avverte Anselmo, e se gli propone la fuga, perigliosa in chi la permette, ma sacra a chi serba i giuramenti. Solleva lo sfortunato cavaliere il capo dal letto di morte, e nè agitato nè stretto da meraviglia, interrompe--Vincitore, e in qual modo? dunque mio padre?... fuggire!... Bianca or rende gli spiriti estremi ed io?... Anselmo non fugge, non commette bassezza. Se mio padre... se... io cadrò senza avvilirmi.--Niuno osa rispondergli, nè tôrre a' suoi occhi il velo che ancor gli ricopre il destino della sua casa: ammutolisce ognuno e dall'occorso più fiero scopre l'avvenire, e trema.

Stefano irato aveva dimenticati i privati affetti, Stefano trionfante chiese di Bianca, non vedendola muovergli in contro, e dividere seco l'esultanza della vittoria. Udì che era presso a morte, e parve turbato commoversi, e volle vederla, ma come inoltrò il piede in quella stanza di pianto, e scoprì Anselmo a canto a quel letto, ripigliando la natìa fierezza stette, lo sguardò con un amaro sorriso che annunziava il tripudio della crudeltà:--Tu qui, tu cagione che io sia orbato dell'unica mia figlia? Ah sapevi al certo ch'io richiedea qualche gran vittima sulla sua tomba: non aspettato m'è il dono e più gradito.--

E a lui Anselmo con disdegno, mentre colla destra faceva velo agli occhi di Bianca:--Uomo crudele, e osi insultarmi a questo letto, ove manda l'ultimo sospiro quella figlia che tu trafiggesti? Ah ch'io la tolga a' tuoi sguardi! nè son degni di fermarsi in tanta virtù; certo quest'alma immortale nel suo partire da spoglia sì pura ne sarebbe macchiata... Vedi, ella moriva spargendo sentimento di pace, e tu vieni a insultare l'asilo della sua quiete col veleno della tua inaudita ferità! Credi forse atterrirmi? vittima sulla tomba di quest'angelo? io ne sarò ben lieto, poichè con lei mi rapisti quanto m'era di più dolce e di più caro: io che brevi e foschi giorni vissi con lei, volonteroso divido seco il riposo della morte. Sappia ognuno però ch'io non t'abborro, sappia mio padre...--Tuo padre?... bevette il suo sangue questa mia spada: la sua spoglia abbruciò fra le ruine del vostro castello; Nebiolo non è più.--

Fe' gittare innanzi ad Anselmo gli abiti insanguinati e l'elmo di Guidone, e gli fe' balenar sugli occhi la spada ancor rosseggiante che gli uccise il padre: il riguardava con orgoglio e disprezzo quasi anelasse che l'avvilimento del figlio rendesse più bello il suo trionfo. Ma l'eroe muto guatò quegli oggetti d'orrore, non profferì accento, impetrò. Raccolto indi al cuore lo spirito inorridito, e tratto un profondo gemito, cadde sul letto di Bianca e spirò.

XXVII.

Dopo tante lagrimose vicende fu cercato a qualche pietà l'animo di Stefano, e venne dolente per la morte della figlia. Il Malaspina parlò allora sensi di pace almeno cogli estinti, e il Rosso ebbe per legittime le nozze di que' miseri nel cui amoroso sangue erasi macchiate le mani, e acconsentì avessero eguale sepoltura.

Anselmo coll'onore delle armi, e colle insegne di cavaliere levato sulle spalle de' Signori confederati, Bianca portata dalle spose, furono posti a sepoltura presso alla seconda porta che esce dal Castello, ed ivi s'innalzò una chiesetta ed un'ara. Stefano reso dalla canizie più mite, moveva sovente a visitare quella tomba, e a spargerla di qualche fiore, e solo negli estremi giorni di sua vita, spesso con amarezza ricordò ove il traesse l'ira ultrice e lo spirito di vendetta.

LIBRO TERZO

LA FIDANZATA DI NEBIOLO.

_Amor sementa in voi d'ogni virtute, E d'ogni operazion che merta pene._ DANTE.

I.

Il cieco era venuto a termine della dolente istoria che il giorno se n'andava, e raggiando l'occidente per gli estremi crepuscoli, parea rivolgere l'ultimo addio ai solitari di Nebiolo. Tutti erario impietositi al mesto racconto, e qualche secreta lagrima spesso fu vista spuntare sul ciglio a Marcellina.

Girani cui nulla era sfuggito, e mentre tutti pendevano dalle labbra del cieco, amava schiudere il cuore a quegli affetti che vedea succedersi sul volto della bella, ruppe il silenzio.--Fiera storia narrasti, egregio veglio, e non poco ne fu commosso il cuore dell'amor mio.--Avvicinandosi poscia alla rosea guancia di Marcellina, amoroso stringendole la mano:--Sgombra i pensieri tristi che ti destò il racconto delle passate età: brilli il sorriso sul tuo volto e rallegri gli animi nostri.

Allora il bardo della collina salutò con lusinghiere parole la leggiadra sposa: disse come dopo quelle fosche tenebre sorgesse a diradarle più propizia aurora, e come movendo per quelle valli amica il piede la Pace, una povera famigliuola co' rottami del diroccato castello si costruisse un tugurio sulla vetta di Nebiolo: mano mano indi nuove aggiungendone, siccome dimandava il bisogno della crescente colonia, si formarono i pochi casolari che sorgono su quella cima.--Essa fra gli avvolgimenti dei secoli fuggitivi visse nella campestre semplicità, nè mai potè la corruzione in questi luoghi, nè i nostri padri furono sollecitati dal desiderio di allargare i confini di quei poveri campi, che mercè il tributo di poco grano, ebbero fin da quelle remote età in dono dagli orgogliosi dominatori; nè mai venne loro il talento di cambiar forma a queste capanne, e se togli le fanciulle che sovente altrove andarono a marito, niuno de' figli di Nebiolo abbandonò questa patria innocente. Fu il debito solo di provvedere alla necessità della vita che menò i nostri fratelli nelle città, o per cambiare i prodotti del loro suolo, o per prestare altrui i proprj offici, ma ritornarono sempre semplici e puri al loro focolare. Fu la pietà che sempre gli inchinò alla religione degli avi, la semplicità che educò le nostre figlie, e l'innocenza che le guidò desiate in seno degli sposi, nè mai turbolenti affetti offuscarono il bel sereno della pace conjugale. Essa sieda sempre invidiata fra di voi, e da questa solitudine accompagni nei focolari di Girani la bella Marcellina, cui il cielo è cortese di tante grazie innocenti, e la volle a consolazione della nostra cadente età. Ella dia a colui, che lieto le siede al fianco, bella corona di figliuoletti che in sè rechino le virtù della madre, fiori degni di sì gentile stelo: sia la felicità, o figli, indivisa compagna della vostra vita.--

II.

Si fe' la Marcellina tutta vermiglia come la rosa dell'alba, al suono di quella lode, e vezzosamente abbassando gli occhi sfuggì gli sguardi di coloro che l'affisavano e le davano plauso. Però s'avvide che il suo Girani stava trepidante fiso in lei sfavillando di gioja, e sentì corrersi al cuore un fiume di tutta dolcezza.

Giri, allora disse il padre, giri la tazza dell'amicizia, e ponga giulivo fine a questo festevole giorno. Venne il rustico cratere allora terso nell'onda, ed empiutolo di spumante vino, Marcellina lo offrì al padre. Se ne avvide il cieco, e a lei--Sposa della Collina, a te spetta il cominciare, noi seguiremo l'esempio: bevi e presenta la tazza a cui più ti è dolce scerre fra noi, ma bada a non mentire.--

La bella timida si rifiutava, ma in fine sollecitata ne attinse qualche sorso, indi stava dubbiosa a cui la offrisse, giacchè la giovanile innocenza le consigliava il padre, ma il cuore le fea un più dolce invito. Tutti stavano in attenzione del modo onde si togliesse dal contrasto in cui la vedeano, e ne pigliavano diletto; ma in fine raggiando di un amabile sorriso i genitori, la porse a Girani. S'innalzarono replicate evviva, sicchè ella nascose il suo rossore in seno della madre, finchè lo sposo la richiamava, ed a saperle onore della grazia, le offriva il presente di alcuni spilli con cui raffermare le treccie.

Si alternò una rustica canzone che invitava a bere ed alla gioja, e come ebbe fine la libazione dell'amicizia, a porre termine più gradito alla festa, il cieco invitato sciolse il canto delle nozze. Era l'inno che il trovatore sposando la voce al suono dell'armonica arpa fea echeggiare nella valle Borgoratto, il dì che il Signore di quella menò la figlia dei principi al patrio talamo dai Liguri monti. Sentiva della religione non in tutto spenta de' latini, sentiva della rozza favella che nuova allor tentavano le itale Muse, ma non era oscuro a que' montanari, il cui linguaggio talora come i costumi ricorda tempi più antichi. Destò il bardo di Nebiolo la melodìa di una corda che era tesa ai capi di un legno piegato in arco, e pari a Femio crinito che rallegrava la mensa della casta Penelope, innalzò il cantico che suona in questi accenti, mentre gli rispondeano gli amici con gioviali evviva:

Tutto festevole D'un vago riso Che i fiori addoppia Del roseo viso,

Nel bosco Idalio Amor dicea All'Acidalia Leggiadra Dea:

Vedi risplendere Tu quella Rosa Che il seno schiudere Par vergognosa,

E mentre amabile Incanta gli occhi, Par dir stringendosi: Nessun mi tocchi?

Vedi protendere Tutto giulivo A lei le braccia Quel casto Ulivo,

Che dalle foglie Tal calma muove, Che il crine cingere Potrìa di Giove?