La Pianta Dei Sospiri Con Alcuni Cenni Su La Vita E Su Le Opere

Chapter 1

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BIBLIOTECA SCELTA

DI OPERE ITALIANE ANTICHE E MODERNE

_vol. 428_

DEFENDENTE SACCHI

_LA PIANTA DEI SOSPIRI_

Illustrazione: _Appoggiato ad un bastone narrò le sventure degli amanti del colle._ _p. II._

LA PIANTA DEI SOSPIRI

ROMANZO DI DEFENDENTE SACCHI

_CON ALCUNI CENNI_ DI G. B. CREMONESI SU LA VITA E SU LE OPERE DELL'AUTORE

MILANO

PER GIOVANNI SILVESTRI

1841

A GIOVANNI SILVESTRI

_Voi m'invitaste a dettare alcuni Cenni intorno a_ Defendente Sacchi, _ed io non ebbi a frapporre un solo istante per vedere, che a Voi, dolce e tenero amico di sì caro uomo, era dovuto il mio lavoro qualsiasi._

_Conosco già che questa mia fatica sarà tenuta in pochissimo pregio da tutti quelli che non vogliono udir a narrare che le grandi cose, o gli uomini straordinarj; desiderio perdonabile a questi tempi, in cui fummo agitati da tante meraviglie di avvenimenti quasi incredibili. Ma non importa; io non confido certamente di piacere a que' saccenti i quali, gonfi del loro fumo scientifico vorran disprezzare questo umile lavoro ch'io dedico alla Vostra amicizia, lavoro che certamente non ha merito fuorchè nei sentimenti che lo_ _dettarono. Da questo lato torni egli più caro al vostro cuore scevro da quella fredda politura, che, venuta in un momento di calma, travisa non di rado le calde ispirazioni delle passioni._

_Accoglietelo dunque benevolo, e assicuratevi della mia pienissima estimazione._

_Di Casa, 27 febbrajo 1841_

GIAMBATTISTA CREMONESI

DEFENDENTE SACCHI

_CENNI_

DI G. B. CREMONESI¹

Bello è il pianger gli estinti; e separato Dall'immemore vulgo, a cui non fiede L'alma torpida oggetto altro nessuno Fuor che l'oggetto che la man gli tocca, E con forma e colori occupa il guardo, Bello è il ridursi a solitaria cella; E ad uno ad uno riandando i giorni Che negri precedeano alla sventura, Chiamar l'amato nome, e con lo spirto Conversar del defunto.

¹ _Quantunque i molti scritti di _D. Sacchi_ sieno bastanti a render durevole la di lui fama, pure non ispiacerà al lettore che un suo caro amico, il sig. _Giambattista Cremonesi_, abbia, da noi richiesto, dettato alcuni cenni per rilevarne maggiormente la virtù del defunto. Il sentimento di una viva riconoscenza ed ammirazione che il suo animo nutre costantemente verso la memoria di Sacchi, ed il desiderio di renderne un pubblico attestato, sono le sole ragioni che lo obbligano ad appagare in un col suo, il nostro desiderio.--L'Autore di questi cenni non intese di scrivere l'elogio a questo letterato, ma sì bene, per quanto si poteva così subitamente, dare un pubblico segno di riverenza a chi gli fu caro amico ed alla patria, la quale deve godere che sia onorata la memoria di un suo chiaro cittadino._

Nota dell'Editore.

Chiunque sia zelante dell'onor nazionale, e tenga in pregio chi s'adopra a celebrar cogli scritti la memoria de' propri concittadini per ingegno e per virtù chiari e benemeriti, saprà certamente buon grado a noi che abbiam dettato un breve cenno che risguarda _Defendente Sacchi_, scrittore degno d'essere collocato nel novero di quei personaggi di cui va superba la biografia italiana. Ma delle chiare imprese quanto più ricca è la messe, tanto è meno agevole stringerla debitamente in parole, e le speranze de' leggitori e il pubblico grido adegnare. E noi sopra questa cagione principalmente ci scusavamo coll'egregio signor Giovanni Silvestri dal tessere questi Cenni, quando altri rispetti nell'animo nostro le forze loro usarono di qualità, che noi stessi i sospetti nostri improverando, fummo costretti a dettare queste parole, le quali se troppo povere all'argomento, ci saranno, speriamo, testimonio di osservanza e di volontà debita a tale che negli anni giovanili ci raccolse e agli studi dell'umane lettere confortò. Rimembranza veramente la quale più c'invoglia a piangere che a favellare.

Quanta dottrina, quanto ingegno, quante solide qualità, quante amabili virtù ci hanno fatto estimare ed amare questo caro confratello! Amico egli del vero, non istudiava che per conoscerlo, non iscriveva che per esporlo nella più chiara sua luce. Veruna prevenzione mai non lo traviò ne' suoi giudicj, mai non signoreggiò le sue opinioni. Vituperò sempre il mal vezzo di quelli che mettono con aspre critiche ed inurbane a rumore il pacifico regno delle lettere. Tale è il danno delle discordie letterarie, che mai non si può abbastanza dire di esse; ed allora si vogliono maggiormente combattere i vizj, quando per li malvagi esempi possono divenire comuni, e talvolta per certa loro indole vestir le sembianze della virtù.--Pur troppo, convien dirlo, questa mala costumanza di trattare le controversie letterarie colle armi della plebe e co' personali oltraggi, si è quasi perpetuata in Italia, ed anche al presente, sotto l'impero di più miti costumi, si è veduto nella giostra fra i _Classici_ ed i _Romantici_, come pochi abbiano saputo attenersi alle norme di gentilezza che governano il moderno viver civile.

A ricondur sul buon sentiero gli abituati all'ira e alla critica mordace, giovino le seguenti parole di un illustre Italiano, parole che spirano reciproco amore e salutevole concordia; parole che noi dirigiamo principalmente, o giovani, a voi «ne' quali or la patria ripone le sue più liete speranze; a voi, ci rivolgiamo, e vi scongiuriamo, che vogliate discacciar del cuor vostro, se mai entrato vi fosse, un amore sì scellerato, e riprovi quel legittimo, quel santo amor di noi stessi onde si nutrono le anime generose, quell'amore onde si conciliano i nostri veri interessi con quelli d'altrui. Questo, questo collocò di sua mano la natura ne' petti umani; e appunto vel collocò affinchè avessero gli abitatori della stessa contrada, avvinti co' dolci legami d'una mutua benevolenza, a passar lietamente la loro vita. Se un amor di tal natura allignerà negli animi vostri, egli avverrà che, coltivando anche adulti le lettere con quell'ardore con cui ad esse dedicati vi siete fino da' vostri anni teneri, e congiungendo le vostre forze in loro vantaggio, siccome fecero gli avi nostri, le veggiate rialzarsi da quell'avvilimento in cui sono cadute per le discordie de' loro medesimi coltivatori. Già la grand'opera è oramai cominciata da alcuni privilegiati ingegni, dalla cui valorosa penna vanno esse ricevendo nuovo lustro. Quello che cominciarono a fare questi spiriti illustri, sarà continuato da voi: e le lettere nostre riacquisteranno il primo loro splendore; e voi darete agli altri del vostro paese un luminoso esempio di quell'amorevolezza ed urbanità con la quale gli uomini, dal loro Facitor destinati a dover vivere insieme, hanno a trattarsi fra loro.»

Se, nel corso di discussioni sempre franche ed amichevoli, avveniva a Sacchi di difendersi con qualche calore, questo non aveva per cagione che un interno convincimento; l'amor proprio non vi prendeva parte nessuna. Ispirato da quell'animosa verità di cui havvi sì grande scarsezza in questo secolo di _servili dichiarati, e di liberali mentiti_, si può dire essere sempre stato indifferente per lui che la verità uscisse dalla sua bocca, ovvero da quella di uno de' suoi amici, soltanto ch'essa riportasse vittoria. Egli definendo il merito e le mende d'ogni scrittore e d'ogni produzione, esaminando e paragonando le cose in modo da ischivare i traviamenti, traeva gli animi al bello ed all'utile; e adoperava la lima della critica per mostrare nel suo nudo aspetto tutto che era atto a fortificare le facoltà conoscitive invece di affinar le armi della bassa vendetta e della vile invidia. Chi più di lui nemico di quella smania di dileggiare e maledire per abitudine o per inclinazione tutte le cose buone e oneste? Noi vorremmo che ci intendessero quegli scrittori dei leggiadri nulla e dei pettegolezzi... Vorremmo c'intendessero tutti coloro i quali non sanno modellarsi che cogli spiriti mediocri, il cui contatto nuoce al genio, come la ruggine a' metalli!--S'abborriscano alla per fine le frivolezze ed il vano garrito, e si procuri di vivere in sè e non già negli oggetti esterni, di badare più alla realtà delle cose che alle apparenze, di agire e pensare senza imitazione, e di studiare d'esser uomo, perchè a tutti deve esser grave il veder scimmie da per tutto.--Non sappiamo comprendere come ai nostri giorni il piccolo numero de' veri letterati, e il grandissimo di coloro che aspirano a questa rinomanza, tanto si affanni in parole vuote affatto di un senso utile, e come alcuni scrittori di opere periodiche, senza al più delle volte leggere gli scritti degli autori, e non mai penetrando più a dentro nell'animo loro mandano da' loro scanni sentenze di morte e diplomi di immortalità e di gloria per i loro contemporanei, quasi che tutto il resto di questo vastissimo mondo che legge e che pensa abbia in essi soli riposta tanta parte delle loro facoltà d'intelletto da costruirne una sola inappellabile ed assoluta. E pazienza ciò si facesse apertamente confessando la propria religione in fatto di lettere, e difendendo a visiera calata la bandiera sotto la quale si viene assoltato, ma invece, in capo ad ogni opuscolo, ad ogni articolo da giornale, ad ogni giudizio, ad ogni controversia, noi vediamo sempre una solenne dichiarazione dell'imparzialità di chi scrive, ed una modestissima protesta di essere unicamente per il vero ed il giusto. Ma chi sono questi tali?--Oh! mio caro Cremonesi: la smania che non pochi hanno di mostrarsi dotti, solevaci spesse fiate ripetere _Defendente Sacchi_, ancorchè tali non siano, e le ciurmerie che usano a tal uopo, sono mirabilmente indicate nel Capo secondo della _Relazione della Repubblica de' Cadmiti_ di Agnolo Piccione, dove si narra come i _Cadmiti_ avendo testa piccina e statura di pigmeo, si allacciano a piedi una sorta di zoccoli d'elegante lavoro, e ritti ritti sen vanno sì, che veduti da lungi fanno una bella comparsa, ma se tu li squadri ben bene davvicino, ti si appalesano quelli che sono.--Se i nostri scrittori si porranno un giorno a raccogliere materiali per compilare la storia letteraria di questo _beato ottocento_, incontrando tanto profluvio di disputatori in materia di lettere, di scienze e di arti, crederanno che costoro con sì ricca dottrina di parole, con tanto gusto, con tante opinioni avranno dato al loro secolo capi d'opera maravigliosi in ogni ramo di italiana letteratura. Cercheranno i monumenti di tanta benemerenza gloriosa; ma che troveranno eglino invece?

Rari appajon nuotando in vasto mare Prossimi anch'essi a rimaner sepolti Entro i gorghi profondi.

Schivo a profanare le lettere nel congresso degli ignari, s'attenne egli sempre alla sentenza di Platone: _Rerum naturam investigare difficile, in vulgus vero aperire nefas_.

Colla moderazione, egli parlava senza alterigia, rispondeva senza viltà, criticava senza amarezza, lodava con giustizia. Le sue espressioni, scelte mai sempre, eran naturali mai sempre. Una portentosa memoria ed una singolare perspicacia lo studio gli agevolavano dell'uman cuore. Egli paragonava gli uomini dei passati tempi a quelli del nostro secolo. La conoscenza loro non lo attristava, poichè ripetea di sovente: _Non si parla che dei malvagi in questo mondo: come citare i buoni? Essi sono in sì gran numero!_--Non fece mai pompa di quell'impetuoso valore che in mezzo alle pugne letterarie soltanto compiacesi. Il pericolo ei lo sprezzava, ma non ne andava in traccia giammai. Destro nel nascondere le ricevute impressioni, e signore de' primi moti che svelano un secreto e tradir possono qualunque impresa mai lasciossi trascinare dall'impetuosità della sua indole. Pur vero e giusto è il dire, che un costante e fermo dominio sopra sè stesso sarebbe il primo passo e il più importante, ad ottener il quale è necessario ed indispensabile la condizione di prescinder sempre ed in tutto da quel turbolento, incontentabile, irragionevol _io_, che tutto guasta e deforma, e che non ci lascia mai formare giudizj retti, deducendoli dalle verità e conseguenze generali, e non dall'individuale interesse. Oh le quante volte ciò che parzialmente è male, generalmente considerato, trovasi essere un bene! nel qual caso l'uom di senno si consola del proprio male, ed anche in mezzo a quello è felice. Ma che? Questo fermo carattere e questa dignità non impedirono che intorno a lui bulicasse uno sciame di vili insetti, che sempre aggiransi intorno agli onorandi uomini per ferirli col velenoso pungiglione della calunnia e presentarli al popolo, cui sì facile è l'ingannare, macchiati e deformi per le piaghe di cui li coprono. Non turbossi egli, e tenendo sempre più la vista lontana di ogni volgar dilettanza tutto raccoglievasi alle letterarie cure, e sola vaghezza il prendeva di far tesoro di quelle cognizioni, che del loro bello e del vero intrattenendo vivo ed energico l'operare della mente, nè lasciando che intorpidisca collo scemare delle forze del corpo danno allo spirito perpetua vigoria giovanile, e lo pascono di quei divini piaceri degni solo dell'eccellenza umana. Ma in un cagionevole corpo pur troppo le lunghe veglie accelerarono la nostra amarissima perdita, nel mentre egli divisava vari lavori per la filosofia e per le lettere, e in quest'ardua impresa sarebbe egli entrato con felicissimo successo.--L'avversità lo trovò sempre imperturbabile e sereno, e ben di lui può dirsi aver indefessamente praticato quel grave consiglio di Orazio:

_Æquam memento rebus in arduis Servare mentem, non secus in bonis Ab insolenti temperatam Laetitia._

Molti che egli amava hanno sdegnato di riconoscerlo nel suo infortunio. Sofferse il male che non meritava; e allorquando la fortuna si è mostrata stanca di perseguitarlo, la morte si è presentata al suo cospetto.--Se alcuno cerca la cagione di un sì crudele destino, ei durerà fatica in trovarlo. Volete voi chieder la ragione perchè questo perde al giuoco e quel vince? O perchè si danno quegli anni in cui non v'ha nè primavera nè autunno, in cui i frutti si inaridiscono nel loro fiorire? Con tutto ciò non vi cada in pensiero che Sacchi avesse voluto mai cagionare la sua infelicità colla prosperità degli uomini deboli. La fortuna può farsi ludibrio della sapienza degli uomini virtuosi, ma il potere essa non ha d'atterrarne il coraggio.

Uomini distinti gli fecero cortesi accoglienze, ed allorchè gli avvenne di far con essi fortunati cambj di idee, arricchì il suo fondo senza diminuir quello di loro, e portò via il suo bottino eccitando l'altrui gratitudine. Alla gioventù dava l'idea dei fasti antichi, nei coetanei destava fiducia e compiacenza, e le due opposte età insieme conciliava. Abbandonò mai sempre la sua anima al tranquillo diletto della solitudine, come quella degli ambiziosi si abbandona all'inquieta felicità della fortuna, di cui egli ridevasi ripetendo a chi lo interrogava intorno alle sue vicissitudini ciò che solca spesse fiate ripetere _Shakspeare_:--Vada il mondo come sa andare, sorgano o cadano regni, purchè io abbia con che vivere, io sono il monarca di tutte le cose che passo in rassegna. Una seggiola a bracciuoli è il mio trono; il ferro da attizzare il fuoco il mio scettro; una saletta di dodici piedi quadrati all'incirca mio reame che nessuno mi vorrà contrastare. Quest'è un minuzzolo di certezza ch'io stacco fuora del cumulo delle incertezze congiunte colla nostra esistenza; è un istante di sole che rischiara benevolmente i miei dì nuvolosi; e chiunque si trovi alcun poco innoltrato nel pellegrinaggio della vita, sente quanto importi l'essere masserizioso di questi minuzzoli, di questi istanti di godimento.--Queste parole ci ricorreano alla mente appunto allora che la campana della Chiesa di S. Babila annunciava l'agonia di Sacchi, della cui ingenua affettuosità noi sempre partecipammo, e dal quale nè distanza di luoghi, nè disuguaglianza di tempi, nè vicende d'alcuna sorte poterono mai distrarre il nostro cuore. E questo carattere portò lui pure ad essere eccellentemente buono con tutti: onde, in ogni città in cui ebbe poco o molto a soggiornare, lasciò sì profondo desiderio di sè, che della stima e benevolenza di quelli coi quali aveva conversato, il sentimento e la memoria sono passate alla generazione succeduta.

Alcuni letterati di moda, che osano insultar persino la sacra immagine d'Omero, il quale come smisurato colosso innalzasi nella più lontana prospettiva dell'antichità, dissero D. Sacchi uno scrittore spigolatore; ma egli non aveva bisogno di spigolare, siccome fanno molti, in campi mietuti, nè di vivere delle altrui reliquie: egli possedeva e coltivava un proprio ricco fondo d'ingegno, da cui traeva pregevol frutto. E questi letterati di moda le cui critiche contro Sacchi a tutt'altro approdavano che alla cognizione del vero, e per lo più il solo infame gergo de' vituperi se ne giovava ed aumentava, furono o i non lodati, o i meno lodati da lui sui pubblici giornali.--La pubblica lode anima, è vero, vivifica, moltiplica i talenti: ma non serve di scuola che li formi, perchè i suoi giudizj, i suoi consigli non son sicuri. Col pronto applauso a certe opere le quali fanno soltanto traspirare e riconoscere il talento ancora immaturo, essa dissimula i difetti, sbaglia il giudizio, sempre più illude l'amor proprio e ferma o rallenta i progressi. Quasi tutti i segni d'ammirazione hanno ormai perduto il loro valore, pel grande abuso che ne ha fatto l'adulazione, ed è moneta fuori di corso: fa duopo il fabbricarne una nuova, a cui diano materia di valor vero e costante il sentimento, la verità, il giudizio. I letterati, disgustati una volta dei crassi vapori d'un incenso disonorato, tengono egualmente in poco conto, e chi prodiga lodi e chi non serve con coscienza alle lettere.--Per la eccessiva lode, il campo della letteratura è a dì nostri, per la gioventù, come la scena teatrale: troppo presto ella vi si mostra al pubblico; e in quella è pericoloso il volersi fare una precoce riputazione, imperciocchè egli è talor più difficile il sostenerla quando è immatura, che il giungere a meritar d'ottenerla. Le lodi sieno giuste e non simili a quelle che suole articolare a disagio la fredda lingua de' complimenti! Sia in noi franchezza di opinioni senza temerità, saviezza di principj senza nè pedanteria nè smanie di novità, aggiustatezza di giudizj dettati da coscienza, da persuasione, e senza le solite contumelie e personali inimicizie che troppo spesso lordano i giornali!--Pare proprio che in alcuni nostri letterati prevalga il pregiudizio che un articolo da giornale od altro, debba assomigliare ad un vase scoperchiato d'incenso, da cui si tramandino adulatorj profumi a tutte le nari. Non v'ha in que' lavori menzione di creatura viva che tosto non rechi seco un panegirico. Bella, noi ripeteremo sempre, santa è la lode spontanea, detta a proposito, largita a chi la merita, ma una maniera oratoria d'inchini e congratulazioni l'è un fastidio, un solleticamento d'orecchi e nulla più. Questo diciamo e a malincuore perchè la lettura di non pochi scritti di circostanze che si pubblicano in alcune città lombarde ne ha pur troppo convinti di questo abuso nella letteratura. Povero quel paese in cui letterati ed artisti non attendono ad altro che a darsi mutuamente patenti di immortalità! Eglino ignorano che c'è un pubblico spassionato che gli ode, un pubblico che non usa della penna che pe' privati o pubblici negozj, nè sa trattar tavolozza o scarpello, ma che vuole dagli uni e dagli altri verità ed istruzione, come cibo salutare dell'animo. Spendano i letterati le frasi gratulatorie ne' loro giornalistici convegni, nè rendano l'universale a parte de' loro non sempre sinceri baciamani! Gli artisti e i letterati sono gli interpreti della sapienza; e la sapienza non fu mai l'arte di sciupare inchini o di formare ingiusti giudizj che agitano continuamente gli scrittori, giudizj che ferirono anche Sacchi, cui la voce del Vero, più forte d'ogn'ira, apparecchiava maggiore della espettazione il trionfo.

«Se d'un forte pensier l'anima hai pregna, Se amor di verità ti trae dal fondo Franco l'accento e come strale acuto, Se te stesso non fuggi, e se Viltate Non t'è Prudenza, o Cortesia la pingue Sciocchezza intesta con sottil menzogna, Lascia il mondo a chi 'l merta. Invidia, scherno, Noia, dolor, calunnia a te raddensa Dell'agognato calice la fercia. Puoi tu giovar dell'opra o del consiglio? Allor qual sei ti mostra: all'alto passo Della sventura, ove l'amor dei vili Quasi a meta finisce, il tuo cominci. Ma del gregge il contagio, e delle ciance Fuggi l'anil sollazzo; e s'e' t'insiegue Siepo all'orecchio oppon, freno alla lingua: Ch'uom di lingua innocente è uom perfetto. . . . . . . . . . . . . . . . Quegli fia l'angel tuo che a te il sospiro Recherà degli eletti in cui rivivi; Cui tu l'immensa via delle intentate Opre insegnasti, e il Dio furor del giusto, E la scienza degli arcani affetti: Or fa che in te primier forte s'alligni De' forti sensi il delicato germe. E di gentil fortezza e di verace Non commutabil gioia unica fonte È solitudo, il sai. Quivi te stesso Al Sol di Verità lento matura: L'alta fantasia, l'immota mente, E l'arte, e il caso, e la memoria, e il senso Rafferma, adergi, in armonia contempra. . . . . . . . . . . . . . . . Oh se possente meditar solingo, E labor diuturno, e integra vita E incessante pregar, dal ciel t'impetri Poche, ma pregne di fecondi _Veri_ Splendide carte, in cui l'età lontane Bacin segnata del tuo cor la stampa, E ogni anima gentil senta il tuo spirto In sè trasfuso, e a pianger teco impari, Te beato in fra mille! Allor potrai Volgere al mondo, che da lunge amasti, Sereno il guardo, e dir morendo: io vissi.»

Ma a che ripetere questi versi pieni di verità in tempo in cui sono in grand'uso e onore la frivolezza, la molle pigrizia; in cui ognuno cerca di avere e mostrare ingegno e brio senza pensare a belle, ad utili imprese, trascurando e abbandonando le opere che richiedono serj e profondi studi; in cui si preferiscono gli Almanacchi, le Strenne, le Cronachette e i Versetti che divertono e fanno ridere gli oziosi, in cui pochissimi sono compresi da quel forte sentire che è la vera dote di un animo generoso; in cui si accompra coll'esser vile la facoltà di diventare insolente; in cui non si abborrono la cieca adorazione e la cieca irriverenza; in cui si ride perfino de' caldi promotori di instituzioni patrie che tanto ingentiliscono il costume: in cui trionfa l'inganno.... Ma il mondo, altro non è che una piazza pubblica, ove tutti i ciarlatani d'ogni genere e d'ogni professione si esercitano dal mattino alla sera a spese un dell'altro, e figurano or come ingannatori, or come ingannati, or come dotti, or come ignoranti.