La peste di Milano del 1630

Part 8

Chapter 83,684 wordsPublic domain

Il medesimo Tadino, intervenuto per sicurezza come conservatore della Sanità, all’apertura della valigia ed all’esame che fu fatto nel Lazzaretto, li giudicò per tali. Il forastiero, esaminato, rispondeva in modo soddisfacente ai giudici; se non che confessò d’essere apostata d’un ordine religioso e che aveva abbandonata Ginevra, lupanare d’eresia, desideroso di viaggiare alquanto e recarsi a piedi in Roma ad implorare dal Papa perdono de’ suoi traviamenti. Il giovane venne rilasciato[97], ed apparve sì chiara l’innocenza di lui, che cessarono i sospetti anche sugli altri forastieri.

Però i vaghi sospetti e la credenza delle unzioni crebbero nel pubblico per questo caso e per altri molti che il Tadino, chiamato a darne giudizio, non solo per la sua esperienza medica, ma per l’esimia prudenza, registrò siccome argomenti irrefragabili, e nei quali non poteva alcuno muover dubbio. Constava che alcuni rei del misfatto, sottoposti alla tortura, furono strozzati dal demonio, che le medesime case, untate una notte, lo furono in seguito ripetutamente, ed il nuovo unto sovrimposto alle prime macchie in guisa che apparivano segni d’arte diabolica.

Dodici vagabondi, arrestati e posti in ferri, confessarono e sostennero, anche fra i tormenti, esservi un tale che ogni giorno li menava all’osteria, e dopo che avevano ben mangiato e bevuto, li spediva ciascuno alla sua volta, ovvero in cerca della materia per fabbricare gli unguenti, rospi, scorpioni ed altri schifosi animali, e marcia di bubboni[98].

E perchè non si dubitasse di simili iniquità, di cui era capo il demonio, gli Inquisitori del Sant’Uffizio, nel lutto e nella disperazione della città, notificarono al presidente Arconato qualmente fosse stabilito al demonio un termine, oltre il quale l’inferno non avrebbe più alcun potere sulla vita del popolo milanese. Le quali parole dell’Inquisitor generale può dirsi aver troncata la questione degli unguenti coll’autorità apostolica che non può ingannarsi, nè venire ingannata.

Queste prove intorno le unzioni adduce il Tadino, medico, filosofo, conservatore della Sanità, ed altre più efficaci a conferma. Non è cosa nuova, e accaduta soltanto nella città nostra, il creare, per arte umana, la peste, che altre volte ritenevasi morbo naturale, prodotto dalla corruzione dell’aria o da interno guasto dei corpi, diffuso e contratto per mezzo dell’alito e del contatto. Anche a Palermo, in Sicilia, quattr’anni circa prima della nostra peste, apparve il furore dei demonj frammisto alla stoltezza e frode de’ mortali; certi scellerati cospirarono in orribile accordo coll’eterno e implacabile nemico del genere umano, per avvelenare i precordi degli altri uomini, e toglier loro il bene dell’alito e della luce, per la quale noi, per favore divino, respiriamo e viviamo.

In quell’antica, nobile ed opulenta metropoli perirono, nello spazio di sei mesi, cento trentacinque mila persone, vittime della furibonda scelleraggine d’uomini iniqui al pari dei demonj. E vi furono Monatti che, salariati allo scoppiare di quel contagio con sei zecchini il giorno[99], temendo, allorquando la furia del male andò scemando, di perdere il vistoso guadagno, si rivolsero per ajuto agli spiriti infernali, forse col mezzo delle streghe, e ottenuto che l’ebbero, manipolarono, con infame miscuglio, veleni, ne’ quali racchiudevasi una forza per sè mortifera e insieme il nodo del veneficio.

Anche fra noi accaddero eguali e non ambigui portenti nell’antecedente peste, che afflisse Milano nel 1576; maggiore d’ogni altra ove quest’ultima non ne avesse scemata la fama. Uno degli untori, scoperto e convinto del delitto, mentre veniva appeso alle forche, confessò, palesando altresì l’antidoto del venefico unguento; il qual antidoto, sperimentata che se ne ebbe l’efficacia, divenne celebre sotto il nome d’_Unguento dell’Impiccato_[100]. A questi esempj conosciuti e recenti, s’aggiunse l’autorità d’antiche memorie; che più volte furono punite donne venefiche per manufatta peste. E trovasi ricordo di untori, i quali, per mezzo di sapone, d’aghi e d’altri oggetti d’uso giornaliero, sparsero il contagio in grandi città, sulle flotte, in intere provincie e regni; nè le pene cui vennero condannati valsero ad impedire in altri malvagi lo stesso delitto.

Finchè uomini esisteranno sulla terra, accaderà mai sempre di scoprire di tempo in tempo nuovi delitti e punirli; ma dopo la pena riproduconsi, e compressi risorgono nuovamente, tale essendo il giro delle colpe come d’ogni altra umana vicenda. Da ciò si arguisce che se in altri tempi e luoghi, ed anche in Milano, audaci mortali provocarono la natura e l’inferno colle arti loro, formando, per così dire, una terza potenza distruggitrice, altrettanto poteva accadere a’ giorni nostri.

Tali cose discute con lungo esame il Tadino, notando persone, luoghi, epoche, testimonj. Afferma aver veduto co’ proprj occhi nella contrada di San Raffaele un furfante a cavallo, che di soppiatto e destramente, allungando la mano, gettava una polvere venefica addosso ai passaggeri[101]. Essendosi messo a gridare per avvertire gli astanti, colui, dato di sprone al cavallo, fuggì.

Ho conosciuta, egli prosegue, un’onesta famiglia, ch’io frequentava come medico ed amico, la quale perì tutta quanta per la polvere venefica e contagiosa. Due giovani nubili[102], recatesi alla chiesa de’ Padri Serviti, attinsero col dito l’acqua benedetta nella pila, e si toccarono la fronte, il petto, le spalle, facendosi il segno di croce. Esse videro dei pulviscoli ed un sedimento sabbioso, che rimase loro attaccato sulle dita e sulle vesti. Tosto s’annebbiarono gli occhi, e furono prese da vertigini e dolore acuto di testa: portate a casa, dopo quarant’ore morirono fra gli spasimi, senz’indizio veruno di peste. La madre e tutti i servi morirono anch’essi di quel male inesplicabile.

Il senatore Caccia divenne rinomato in Milano non tanto pel suo grado, ma per l’ultimo suo caso, il quale per la novità del delitto rese a tutti notissimo il nome di lui. Un certo Ferletta[103], suo servo, ovvero uno di que’ clienti che frequentano le case de’ senatori ed ambiscono accompagnarli allorchè escono di casa, si presentò una mattina tutto ossequioso e sorridente, e porse al Caccia un fiore, lodandone per avventura la specie o la fragranza. Il buon Senatore per gentilezza l’appressò alle nari, e tocco all’istante nelle parti vitali, morì in brev’ora[104].

A Volpedo, nel Tortonese, si scoprirono sette malfattori: confessarono d’aver fabbricati gli unti, e mentre subivano il supplizio della ruota, si vide, sopra la macina d’un mulino vicino, una macchia di quel pestifero veleno[105]. Se ne fece l’esperimento, stropicciando quell’unto con mollica di pane, che fu data in briciole ad alcune galline; in una mezz’ora caddero morte, e sparate, si trovarono le interiora nerissime. Un moscone, che forse erasi posato sopra quella macchia, volò sull’orecchio d’un cocchiere, il quale in quattro giorni morì senza dolore o sintomi d’altro male, accusando soltanto ch’era stato morsicato da quell’insetto. I riferiti casi di persone e animali sono indizj che la peste non era solo naturale, ma vi concorreva altresì l’arte degli uomini, i quali manipolavano le più velenose sostanze della natura, fatali alla vita. Se non che le unzioni erano fattura più diabolica che umana, come apparisce dal fatto che racconterò[106].

Antonio Croce e Giovan Battista Saracco, abitanti in Porta Ticinese, nella contrada di Cittadella, si presentarono al Tribunale di Sanità, e deposero con giuramento quanto segue:

«Che ivi loro vicino si ritrovava un legnamaro infermo suo amico, al quale di notte v’andorno alcune persone in camera senza sentire aprire l’uscio; e li fu commandato dovesse di subito levare e andare al bastione, che colà avrebbe ritrovato una persona di molta autorità, la quale gli avrebbe dato da ungere le case in quel suo contorno, e dipoi gli promettesse andar seco che lo avrebbero risanato. Fratanto pigliasse a buon conto 25 scudi, li quali per quello fu rifferito, furno riposti sopra una tavola, e benchè l’infermo ricusasse più volte il fare questa funzione, prima perchè non poteva per la sua infermità, e non voleva pericolare la sua vita; e poi perchè non vedeva persona alcuna, se non sentirse movere il letto e levarli la coperta e li lenzuoli; il meschino, non sapendo più che dire, atterrito di tanto accidente, si risolse dimandare che persone erano, e da chi mandate. Uno di loro rispose nominarse Ottavio Sasso, il quale mai s’è ritrovato, per certo essere stato il demonio. Finalmente non volendo promettere di fare questa loro volontà, ritornarono pregare con lasciarli altri denari, sentendo l’infermo il moto sopra la tavola. E dopo molto contrasto gli fu detto, che si vestisse: sarebbero poco dopo tornati per andar seco, e dopo partiti, si ritrovò una voce di uno lupo che mugghiava sotto la lettiera, e tre gattoni sopra il letto, che sino al far del giorno vi dimorarono. Dopo tutti sparvero, restando il meschino mezzo morto, e riavuto alquanto domandò ajuto, e v’andarono i sopra menzionati suoi amici vicini, a’ quali raccontò subito tutto il successo seguito quella notte; il quale fu riferito subito al Presidente allora della Sanità».

Per questo fatto e per altri, il Tribunale di Sanità ed il Tadino, conservatore di essa, avevano piena fede nelle unzioni.

VII.

Repentino e pestifero tumulto.

Ormai il sospetto e il terrore de’ mortiferi unguenti, se non era dileguato dall’animo in tutti i cittadini, in molti almeno andava di giorno in giorno scemando; quand’ecco il 25 luglio repentinamente e contro la comune aspettazione, correre il popolo d’ogni parte all’arme, innondare le strade e scoppiare incendj in diversi luoghi. Dubitarono i magnati, ed il volgo tenne per sicuro, che il subbuglio fosse suscitato per spargere dappertutto gli unti. Verso l’ora undecima di quel giorno[107], pochi Decurioni trovavansi in Palazzo, consultando intorno i provvedimenti, che ogni dì diventavano più necessarj. Giunse fino al loro orecchio il romore, per cui, balzando in piedi costernati, s’affacciarono ai balconi: alcuni più animosi scesero le scale. Non udivasi che un solo grido: «All’armi! i nemici sono in città!» I pianti delle donne ed un confuso schiamazzío rintronava l’udito, mettendo in agitazione gli animi, perchè nessuno ne conosceva la causa. Alfine serpeggiò, fra la tumultuante moltitudine, la voce che i Francesi si trovavano presso le mura, e quivi appiattati, avevano introdotti emissarj per dar fuoco a Milano.

Alcune persone mandate dal Palazzo a scoprire che fosse, riferirono aver viste le fiamme. Bruciavano infatti alcune beccherie a Porta Tosa: al Carrobbio ed al Cordusio ardevano cataste di legna, ammucchiate da taluni della plebe, i quali suscitarono il tumulto per aver occasione di rubare e depredare. Ivi accorreva d’ogni parte la folla, non già per ispegnere il fuoco e portar soccorso con acqua ai vicini, come s’usa, ma per godere lo spettacolo, spinta dalla solita curiosità. In un momento tutti i cittadini rimasti fino a quel giorno illesi dal contagio, si stivarono intorno ai roghi, e quasi ne avessero l’ordine, con impeto accorrevano, non per agire, ma per essere spettatori di que’ straordinarj incendj.

I magnati, ignari ancora del vero, e ritenendo i fuochi accesi dai Francesi già penetrati in Milano, diedero armi a quanti avevano d’intorno, e, armatisi essi pure, corsero alle porte, mettendosi ivi a difesa colle caterve di popolo che li aveva seguiti. Colà rimasero non solo quella notte, ma i dì e le notti seguenti, come se i nemici potessero entrare a porte chiuse, o già dentro le mura dovessero sbuccare all’improvviso fuori dalla terra. Il tumulto però non era che una congiura di pochi ladri.

Del resto, il popolo, correndo qua e là, raccogliendosi a gruppi, ora cianciando, ora rimanendo estatico a guardare, diede nuovo fomite al contagio. Il quale, siccome trasse a morte parecchj senza che i consueti segnali di peste apparissero, fu creduto per sicuro che i Francesi e i loro partigiani avessero unto in quel trambusto. Opinione anche questa che in seguito si riconobbe insussistente[108].

La peste, rinnovata in esso tumulto repentino, dopo ch’ebbe per qualche tempo fatta strage del popolo, s’attaccò agli animali: i buoi e l’altro bestiame che serve ai bisogni dell’agricoltura, stramazzavano di colpo durante il lavoro, ovvero nelle stalle e ne’ pecorili morivano come colpiti da un dardo. Tre anni durò la mortalità nelle campagne[109], ed al danno presente univasi il timore per l’avvenire, che non avesse termine l’ira divina ora contro la vita degli uomini, ora contro gli animali e le messi che servono agli alimenti.

Fu riferito in que’ giorni al Tribunale da certi Padri religiosi gravissimi, i quali non avevano motivo di mentire e non v’erano usi, qualmente nei loro campi e nelle ville, dove si ritiravano per ricrear gli animi stanchi degli studj, si fossero trovate palle e gomitoli, tutti ravvolti, agglomerati, intrecciati di filo unto e sgocciolante veleno. I contadini e alcuni religiosi malcauti, che li raccolsero e maneggiarono, caddero estinti al momento. Così pure morirono repentinamente altri, che raccogliendo le spiche ne’ corbelli, s’imbrattarono le dita dell’unto, di cui erano contaminate.

VIII.

Varj casi di peste nel Lazzaretto. — Il padre Felice presidente del medesimo.

Mentre questi casi ed altri, sì tragici che burleschi, accadevano ogni giorno in città e nelle campagne, la peste infuriava ostinata e senza tregua nel Lazzaretto. Regolatore ed arbitro d’ogni cosa in esso recinto, fu tal uomo degno d’essere ricordato negli annali milanesi, anche se io narrassi non già il contagio e le stragi, ma i fasti e le glorie della patria nostra.

Il padre Felice Casati di Milano, del sacro Ordine dei Cappuccini, attissimo a quell’ufficio, parve fosse stato disposto dalla Provvidenza celeste per soccorrere la patria in quell’estrema ruina. Di corpo indomito alle fatiche, nel fiore della virilità, d’animo grande, placido, mansueto, all’opportunità rigoroso; sprezzatore della vita e delle terrestri cose, cui aveva rinunziato fin da quando, abbandonate le delizie del secolo, vestì l’abito de’ cappuccini ed entrò in quell’austera religione.

Era perito negli studj che sollevano al cielo l’umana mente e del pari nelle scienze indagatrici dei segreti della natura. V’univa l’eloquenza, sublime dote che a nulla giovava tra le miserie e le morti, ma utilissima in quanto, lasciata in disparte la vanità e la pompa oratoria, rimaneva quel solido e grave ragionare con cui l’oratore cristiano eccita gli animi ai proprj doveri, e li sa all’uopo raffrenare.

I Decurioni, chiamato il padre Felice, lo pregarono che per la santità sua e dell’ordine, assumesse l’arduo governo del Lazzaretto. Ei, parlato che ebbe modestamente di sè e con ornate parole dell’importanza e gravezza di tale ufficio, prese tempo a deliberare, risoluto ad aprirsi col cardinale arcivescovo. Ove il sommo e religioso Federico annuisse, egli, interpretandone il cenno come volere di Dio, entrerebbe tosto nel Lazzaretto; in caso diverso il padre Felice non si credeva destinato a quell’incarico dal cielo. Ma accadde un non so che di faceto e di elegante[110] in quel lutto generale, nella visita che il cappuccino fece all’arcivescovo.

Questi, udito il padre Felice, rimase alquanto sospeso, e disse alcune cose che parevano esprimere la titubanza dell’animo suo, per cui il cappuccino, piegato il ginocchio a terra, già già si accommiatava. Quand’ecco Federico, con ilare volto «È dunque vero, disse, o padre, che senza difficoltà entrerete tosto nel Lazzaretto!» e gettando le braccia al collo al padre Felice, lo baciò e ribaciò[111], dimostrando, colla familiarità e tenerezza sua, quanto fosse lieto d’aver trovato un uomo che, spregiando ambizione e vita ad un tempo, era pronto a lasciare la sua carica di guardiano, e gire incontro a tremendi pericoli. Ripieno d’ammirazione per tanto sacrificio, nulla ommise per accrescergli poteri ed onori, e confermando il pubblico decreto coll’autorità propria, lo elesse capo supremo del Lazzaretto.

Ricevuto il mandato, entrò fra gli appestati in quel recinto il padre Felice, quale vittima volontaria del contagio, di cui morir non doveva[112]. E ciò accrebbe la venerazione per esso, imperocchè l’uomo che salvò a tante migliaja d’infelici la vita, ebbe egli pure bisogno de’ soccorsi che prestava altrui; e dopo averne seppelliti mille e mille, bramando invano la morte, quasi periva per lo strazio che fece del proprio corpo siccome narrarono. Era spettacolo bello, e in uno miserando, che mostrava la miseria e le angustie di que’ giorni, vedere il padre, esercitare il comando nel Lazzaretto, con indosso il cilicio, quasi paludamento di guerra. Vigilantissimo, quasi sempre digiuno, mal reggendosi per istanchezza, spargendo lagrime e sudori, egli s’aggirava pei portici, le capanne, le vie del Lazzaretto, di giorno imponendo coll’autorità del nome e del cappuccio, la notte armato di una lunga asta. Qua raffrenava in segreto misfatti, là distribuiva pubblicamente premj e gastighi, dove recava vesti e farmachi, dove porgendo orecchio alle confessioni dei moribondi gli confortava a lasciare il mondo colle speranze d’una vita migliore. Erano queste le giornaliere fatiche del padre, senza riposo mai; sovente cure ed affanni più gravi lo angosciavano.

Aveva egli sotto di sè ne’ portici e le capanne cinquantamila appestati all’incirca, cui la città forniva gli alimenti, ma soverchiando la moltitudine de’ malati, non bastarono le cure, i denari o l’ordine stabilito per la distribuzione, talchè molti pativano fame e sete in mezzo all’abbondanza di cibi e di vino.

Laonde più volte fu grande l’angustia, non sapendosi in qual modo rimediare, finchè si riconobbe per esperienza che Iddio vi provvedeva. Ed i regolatori del Lazzaretto vi si avvezzarono, in guisa che mancando gli alimenti necessarj a tante migliaja di persone, nell’ultime strettezze aspettavano fiduciosi i soccorsi della provvidenza.

Narrava il padre Felice, e narra anche oggidì, che più volte, quando mancato del tutto il denaro ed esaurite le provviste di pane e vino, temevasi nel Lazzaretto la fame, estremo de’ mali, sopraggiungevano all’improvviso i viveri in abbondanza, senza che si conoscessero i nomi dei benefattori. E venne largito oro ed argento in tal copia, che il detto Padre ebbe stupito ad ammirare i sacchi ammucchiati a sè dinanzi. Le persone ricche ed i più opulenti cittadini, o per divina ispirazione, o perchè, deposto ormai ogni pensiero delle terresti cose, nè stimando più utile il denaro a qualsiasi uso, s’infervoravano a placare lo sdegno di Dio, mandavano il vile metallo affinchè si recitassero preghiere. Ma non era ancora giunto il termine della calamità, imperocchè, non appena provveduto ad un bisogno, un altro ne sopravveniva più grave ed istantaneo, cui era impossibile riparare. Casi luttuosissimi e repentini, mentre distribuivansi le vivande a sollievo degli infermi, turbarono l’alacrità del donare e distolsero gli animi dei caritatevoli da future elargizioni. I deliquj e le morti di coloro cui sporgevasi il cibo, la spuma grondante di bocca, i veleni rinvenuti nelle cinture, le confessioni fatte nella stessa morte, ed altri manifesti indizj, appalesarono come quei miserabili fossero untori essi pure, ed insieme rimanessero unti.

Un subitaneo portento celeste e fatale, se mirabilmente non vi si rimediava, allagò di nottetempo, con ruina impreveduta, le capanne innalzate nel recinto del Lazzaretto.

La notte del 23 luglio cadde un acquazzone così dirotto, che i vecchi non si ricordavano averne veduto uno simile, talchè uomini e donne credettero precipitasse il cielo medesimo. Smosse e rovesciate le capanne e le tettoje, sotto le quali giaceva la turba infelice, travi, paglia, letti nuotavano travolti dall’acqua in mezzo al prato.

Padri e madri, ansiosi non della propria, ma della salvezza dei figli, ne corrono in traccia, e con difficoltà li rinvengono fra le tenebre in mezzo agli urli, ai vagiti, al generale schiamazzo. I gridi di disperazione, di dolore, i clamori non rompevano il silenzio di quell’orrida notte, chè il fracasso del cielo romoreggiante non lasciava udire verun altro suono. E se fin dal principio non apparissero in questa storia congiunti i prodigi celesti colle stragi de’ mortali, chiunque terrebbe per incredibile come un solo uomo abbia potuto tener fronte a simile violenza; e in quel tremendo diluviare notturno salvare da morte i naufraganti bambini, e loro restituire la quasi spenta vitalità.

Al primo scoppiare della procella, il padre Felice, prevedendo che l’acqua irromperebbe dovunque, che gli infermi correvano grandissimo pericolo, e che i soccorsi riuscirebbero inutili ove non fossero istantanei, accorse, seco traendo un drappello d’uomini, ne’ quali ripor soleva maggior fiducia nelle più difficili circostanze. Sprezzando l’acqua, e più rapido di essa, si precipitò colla sua scorta tra gli appestati, che s’annegavano, e i crollanti tugurj[113]. A guisa che il pescatore trae dalla rete i pesciolini, porgendoli ai compagni, che tosto li chiudono nel corbello, così il padre Felice districava i bambini e li trasmetteva ai satelliti, che a tutto potere lo ajutavano a salvarli, recandoli di mano in mano dal prato nel portico, e da questo nelle stanze. La procella s’acquetò finalmente dopo alcuni giorni, in cui piovve sì a rovescio, che fu detto non essere mai caduto simile acquazzone[114].

Tra il diluviare, che non cessava giorno nè notte, e l’impeto del turbinoso vento, rovesciante ogni riparo nel Lazzaretto, gli agonizzanti appestati, quasi infraciditi dall’acqua, esalavano l’anima. Io non ardirò discutere se la mancanza di soccorsi fosse imputabile all’incuria dei magistrati municipali, ovvero effetto dell’imprevista intemperie; perocchè se da un lato l’esempio di quanto fecero i nostri maggiori nell’antecedente contagio suggeriva d’innalzare tugurj, tavolati e ripari in più gran numero, dall’altro fu sì grande lo spavento e la violenza dei morbo, che, stupefacendo gli animi, impedì le necessarie previdenze.

Perirono in quel trambusto fatale anche coloro che il morbo non aveva colpiti, perchè i servi ed i becchini in mezzo al disordine gettarono a fascio malati e sani. Per verità i nostri magistrati presero cura di far allestire altri locali e lazzaretti sussidiarj; ma ciò eseguivasi lentamente, talchè sembrava esservi un’occulta forza impediente que’ soccorsi. Frattanto gl’infermi, ammucchiati ne’ tugurj del Lazzaretto grande, morivano, attaccandosi il contagio ai sani pel contatto e pel fetore dei cadaveri, ovvero trasportati ne’ lazzaretti incompiuti, malgrado i soccorsi perivano.

IX.

Come incominciò a rallentare la pestilenza, e come ebbe termine.

Il morbo, contumace a tutti gli umani rimedj, e mandato dal cielo a punizione delle umane scelleraggini, non poteva infrenarsi e spegnere fuorchè dalla misericordia divina, la quale non mancò all’infelice Milano, ormai in tanta desolazione ridotta all’ultimo eccidio.

Fra i tempii che l’avita pietà de’ cittadini e l’età più recente, imitatrice de’ costumi e degli esempj paterni, sacrò a Maria, celebratissimo è quello cui diede nobile nome il favore della Vergine per la città nostra, e che chiamasi _delle Grazie_, per le molte grazie dalla Madre Santissima a’ Milanesi impartite. Lo adornarono i nostri duchi con munificenza regale, allorchè governavano questo paese; e i Padri di S. Domenico, colonne della fede, stanno a custodia del tempio, e hanno stanza nell’attiguo monastero, dove risiede il Sant’Uffizio ed il tribunale supremo dell’Inquisizione[115].