La peste di Milano del 1630

Part 26

Chapter 263,118 wordsPublic domain

_Et tutte queste cose si fanno negli sopradetti oglij bollire tanto che ogni cosa sia bene incorporata insieme a’ modo d’unguento del quale poi si ungono le narici del naso, ovvero li polsi della testa, o delli bracci, et sotto la suola de’ piedi, usando prima il mangiare de agli, cipolle, e gustare dell’aceto._

[101] E come se gli unguenti non bastassero, si trovarono anche le polveri venefiche.

_S’aggiunse di più, che oltre l’unguento pestilente et venefico fabricavano ancora una polvere della medema natura et qualità, la quale spargevano nelli vasi dell’acqua benedetta pigliata dal popolo nelle chiese et ancora nelli luoghi della povertà dove si trouauano camminare con li piedi ignudi, attaccandose alle mani et piedi haueva tanta forza che incontinente quelle misere creature s’infettavano et morivano in brevità di tempo._ (Tadino, pag. 119.)

[102] Tadino dice che erano _figliuole di un Antonio Vailini di Caravaggio_. (Pag. 121.)

[103] Codesto G. B. Farletta, morto in prigione durante la procedura, venne abbruciato in effigie il 7 settembre mentre si giustiziavano il Maganza ed altri untori.

[104] _Mentre odorava la superficie, nel manico ouero piede vi si trouava il veleno, et morse in brevità di tempo._ (Tadino, pag. 121.)

[105] _Che si trouaua di colore gialdetto oscùro._ Questa pretesa unzione accadde nel settembre 1630, ed il Tadino s’appoggia alla relazione del dottore e avvocato Giuseppe Dondeo, delegato nel Tortonese. (_Pag._ 122.)

[106] Avendo il Ripamonti tradotto questo pazzo racconto dal Tadino, io cito l’originale perchè sarebbe inutile ed assurdo il ritradurre dal latino. (_Tadino, pag._ 123.)

[107] Alle ore 23, secondo il Tadino, meglio informato; perchè il Ripamonti non trovavasi a Milano.

[108] _Ma il camminare con tanta gente fu causa, che di queste persone molte fossero unte, et morsero in breve tempo, et per dir il vero nel principio del mese di agosto et nel prossimo non vi era giorno che non si sentissero grande novità di queste maladette untioni per le contrade di questa città, il che tutto di notte succedeva, et pochi malfattori si ritrouauano._ (Tadino, pag. 129.)

[109] _Ma non dimorono quà le miserie nostre, che queste untioni passorno ancora fuori della città per le terre, et ville, et di più corse voce che sino li frutti fossero stati unti. — Oltre di questo comminciò entrare il contagio et mortalità nelle bestie bovine, et ancora nei caualli et durò longo tempo sino l’anno 1635._ (Tadino, pag. 129.)

[110] _Accidit vero facetum atque elegans quiddam._

[111] _Hominem sine fine deosculabatur._

[112] _Il Padre Casati uomo d’animo mite ed il compagno più severo entrarono nel Lazzaretto il 30 marzo: era un sabbato santo._ (Croce.)

_Era il Padre Felice Casati di età matura, e l’altro Padre Michele giovine d’anni, ma ambi duoi di molto senno, et di prudente giuditio cittadini milanesi; Padri invero tanto caritatevoli et infervorati nel servitio di Dio..., che se questi Padri iui non si ritrouauano, al sicuro tutta la città annichilata si trouaua._

_Poco dopo il Padre Casati s’ammalò, in causa del manigoldo portinaro ed apparitore del Tribunale Paolo Antonio Gallarate, il quale per li furti che lui, figliuoli et figliuole lavandare faceuano, restorno per divino giuditio tocchi dalla peste: doue non palesandola al fisico Appiano, al quale detto Gallarate seruiua portandogli il libro sopra il quale scriueua le medicine per gli infermi, restò ancor esso contaminato.... et puoco doppo restorno offesi li due padri cappuccini con un bubbone all’inguine, atteso che li medemi padri spesse volte teneuano nelle mani il medemo libro, sì che il portinaro con li figliuoli presto morirono et li Padri con detto Fisico Iddio lodato si risanarono._ (Tadino, pag. 94, 98.)

_In maggio s’infettò anche il padre Michele Posbonello; ma sì mitamente che non fu quasi mai obbligato a letto. In principio di giugno il Padre Cristoforo di Cremona sacerdote molto avanti eletto a quel servitio tolto li ostacoli, che sin allora gliel’avevano impedito alfine entrò nel desiderato aringo.... Desiderio ch’ebbe poi felicissimo l’effetto corrispondente, a’ 10 di giugno, morendo di peste per il servitio di que’ poveri, nella persona de’ quali serviva il suo diletto Gesù._ (Croce, pag. 12.)

[113] _Per stragem illam hominum atque tuguriorum._

[114] L’esimia condotta del Padre Casati e del suo compagno Pozzobonello ottennero meritamente il più dolce compenso che uomo bramar possa in terra; la riconoscenza di tutta una popolazione. I Cappuccini desiderar non potevano un più lusinghiero attestato di quello che loro diede la sanità colla patente sottoposta. E sembra che per onore dell’Ordine ne diramassero copie in varj conventi. Lo desumo da quella che io ebbi sott’occhio, e che ha in calce quanto segue.

«Collazionata coll’originale da me Frate Ilario da Milano, sacerdote Cappuccino, e socio ordinario, per ingiunzione del Rev.º Padre Lorenzo da Novara, Provinciale e Ministro dei Frati Cappuccini della provincia di Milano. E siccome trovai concordare parola per parola, in fede sottoscrissi, apponendovi il suggello maggiore di essa provincia, per mandato del prefato Rev.º Padre Provinciale. Dato in Milano nel nostro convento della Concezione il XXI Ottobre 1646.

«Frate ILARIO da Milano.

«_Il Presidente et Conservatori della Sanità dello Stato di Milano_».

«Poichè la memoria delli egregij fatti, si deve procurare di accrescere, e mantenere nelle menti degl’huomini, per accenderli a gloriose opere, et innanimarli a mostrare di sè quel valore, et virtu, che puonno farli in ogni secolo immortali, e renderli dopo morti vivi. Con questa ragione, debbiamo dunque essaltare l’opere insigne, et eroici fatti del _Padre Felice Casato_ hora Guardiano del Monastero nuovo de’ Capuccini in Porta Orientale di questa Città, il quale con animo invitto, andò ad incontrare la morte, col sottoporsi a manifesto pericolo della vita, mentre pregato da’ Signori Carl’Antonio Roma, et Geronimo Legnano nobilissimi Cittadini, a nome di questo Tribunale, et de’ Signori di Provisione, a far opera con li superiori di quel Monastero, acciò mandassero qualche Padre della loro Religione ad assistere, et governare il Lazaretto di S. Gregorio fuori di P. O. di questa Città. Egli prontissimamente fece offerta di sè stesso, la quale fu accettata con molto giubilo da detti Signori. Ed ottenuta ch’ebbe detto Padre la dovuta licenza da’ suoi superiori: si rinchiuse col Padre Michele Posbonello suo Compagno (il quale dopo rihavuto dal male contagioso, e continovando nelle solite fatiche di molti mesi nell’istesso Lazaretto: caduto in grave infermità, e portato dal detto Lazaretto al suo Monastero; ivi fra pochi giorni, rese l’anima a Dio) nel Lazaretto sodetto alli 30 di Marzo l’anno 1630 con carico di Regente e Governatore di detto Lazaretto, con ampla autorità concessagli da questo Tribunale sotto il Presidentato del Signor Senatore Marc’Antonio Monte di gloriosissima memoria, di amministrar giustizia, di castigare i delinquenti, disobedienti, et inosservanti degl’ordini di questo Tribunale; di comandare, ordinare, prevedere, e fare tutto quello, che dalla singolare sua prudenza fosse stimato necessario al buon governo d’esso Lazaretto, et al servitio degl’infetti, et sospetti, che in quello si ritrovavano: e che nell’avvenire vi fossero entrati per dover essere curati, o per fare la quarantena. Ha atteso questo Padre al detto carico vintitrè mesi continovi con somma pendenza, vigilanza, e carità, con l’agiuto di dodici Padri della sua Religione, quali sono morti di peste nel medesimo Lazaretto per servitio di esso; havendo hauto sotto al suo governo, et commando, tal’hora più di sedici milla anime, e governato nel detto spatio di tempo da cento milla persone, e più alle quali ha fatto provedere, non solo li alimenti, e medicinali necessarij per il corpo, ma ancora somministrato li santissimi Sacramenti, et altri agiuti spirituali per l’anime loro, havendo quotidianamente celebrato il santo sacrificio della Messa, predicato, frequentemente esortando li poveri appestati alla patienza, penitenza, et rassegnatione di se medesimi nel voler di sua Divina Maestà. Ma non contento degli infiniti travagli, et dell’inesplicabili fatiche del Lazaretto, ha voluto adoperarsi anco in servitio della Città, e suoi contorni, col provedere de’ Monatti, e Carri per condurre alli fopponi i cadaveri, e per levare gli appestati vivi, col far interrare i morti del Lazaretto, e quelli che di giorno e di notte erano portati dalla Città in tanto numero; havendo anco fatto cavare diversi fopponi vicino al Lazaretto, e provisto agli altri sparsi in diverse parti fuori dalla Città, acciò da quelli non esalasse fetore, et accompagnato molte volte (portando la Croce) li medesimi appestati levati dal detto Lazaretto, a quello di S. Barnaba per dar luogo ad altri più pericolosi; havendo anco eletto tanti Ministri, quali appena assentati, si trovavano caduti nell’infettione, et morti. Et con la sua opera, et industria, in tempo tanto calamitoso, in gran parte ha provisto a tanti migliaja di persone il vitto necessario. E finalmente dopo d’aver patito infiniti disagi, sostenuto diverse infermità et esser stato due volte sì crudelmente dal male contagioso oppresso, che più tosto ad opera Divina, che ad agiuto humano si può attribuire la di lui ricuperata salute: se n’è uscito con buona licenza di questo Tribunale vittorioso dal detto Lazaretto nel quale ha dimorato dal principio del male sino al fine, sotto il comando delli Signori Presidente della Sanità, Monte, Arconati, Visconte; et ultimamente, sotto il Sig. Senatore Sfondrato hora Presidente. Et perche la grandezza dei meriti di detto Padre, et il voto di povertà della Religione, lo rendono incapace di premio terreno: l’habbiamo almeno voluto honorare colla presente nostra testificatione d’indubitata verità di tutte le predette cose, et anco maggiori, la quale servirà a perpetua memoria, et essaltatione sua, a gloria di Dio, et ad esempio de’ buoni Cittadini, et benemeriti della Patria loro.

«Dato in Milano li 20 Magio 1632.

«D. GIOVANNI SFONDRATO, _Presidente_.

«GIACOMO ANTONIO TAGLIABUE, _Cancelliere_.»

[115] La chiesa ed il convento delle _Grazie_ furono edificati nel luogo ov’esistevano i quartieri delle soldatesche di Francesco I Sforza. Il conte Gaspare Vimercati, generale delle medesime, donò ai Domenicani il sito e pose nel 1464 la prima pietra del convento. Egli morì prima di aver finita la chiesa e la raccomandò a Lodovico il Moro, che la fece ultimare da periti architetti, gettando a terra la maggior cappella e l’antico coro: fu ultimata nel 1497 dopo la morte di sua moglie Beatrice d’Este. La stupenda cupola delle _Grazie_ è opera del Bramante. Sarebbe superfluo ricordare che nel monastero esisteva il famoso cenacolo di Leonardo, di cui oggi non rimane, per ingiuria del tempo, quasi più traccia.

[116] Il Consiglio Generale dei 60 Decurioni, dopo avere con solennissima pompa visitata la cappella della Madonna del Rosario in questa chiesa, il 27 maggio 1631, decretò, in rendimento di grazie, una lampada d’argento del valore di 500 a 600 scudi con tanto reddito annuale che bastasse a comperare l’olio per tenerla continuamente accesa. Nel 1796 la lampada fu rubata mediante un foro praticato nel muro della cappella; nel 1816 la fabbriceria delle _Grazie_ fece istanza alla città, e fu messa in corso l’antica prestazione di quattro zecchini all’anno per la spesa dell’olio.

Di ciò esiste memoria sopra l’ingresso, munito di cancelli di ferro, che mette all’antica cappella della Madonna. Trovasi nella mezzaluna un dipinto a fresco, del quale non indicano l’autore nè il Torri, nè Lattuada, nè lo stesso elenco delle pitture esistente in detta chiesa, ma che io crederei di scuola del Cerano. Rappresenta la Vergine che apparisce in mezzo a due angeli, uno dei quali sostiene la lampada dell’olio miracoloso entro cui un Domenicano intinge una penna per toccare gli appestati che in diversi gruppi sono disposti nel fondo. Sotto leggesi la seguente iscrizione, che traduco al solito dal latino:

A D. O. M. LA CITTÀ DI MILANO INFURIANTE IN ESSA CRUDELMENTE LA PESTE NEGLI ANNI MDCXXX E MDCXXXI SPERIMENTATO L’OLIO SALUTIFERO DELLA LAMPADA DI MARIA DELLE GRAZIE ALLA MEDESIMA CON LAMPADA ARGENTEA PERCHÈ ARDA IN PERPETUO DINANZI LA SACRA EFFIGIE SUA IL VOTO DELLA RICONOSCENZA ESULTANTE SCIOLSE L’ANNO DI RICONCILIAZIONE MDCXXXII.

[117] _Dove morivano 1700 persone al giorno, cessò in modo la strage, che non rimanevano estinte che tre o quattro al giorno._ (Somaglia.)

[118] La quarantena generale fu proposta nel luglio: ma non attivata dietro parere della Sanità, perchè, dice il Tadino, _mai fu osservato in niuno tempo di peste nel maggior fervore dell’estate venire a quarantena.... molto più che le persone stesse sarebbero crepate nelle loro proprie stanze, nelle quali ogni giorno se ne trovavano morti e infetti_.

_Verso poi il fine di settembre et principio d’ottobre fu dato principio alla quarentena generale.... si cominciò a prohibire a tutti gli infetti et sospetti che non caminassero più per la città, sapere nome cognome de commissarj, apparitori, et Monatti, perchè molti non rolati andavano con grande temerità facendo l’offitio che più le gradiua, mentre potessero rubare._

In novembre s’incominciò veramente la quarantena di giorni 22, affidando la sovr’intendenza di ciascuna porta della città a gentiluomini con ampii poteri. Il municipio somministrava ogni mattina pane e riso ai poveri quarantenanti.

Nel dicembre la peste scoppiò nel castello, ma essendo luogo chiuso, spurgate le stanze, e mandati in campagna gli infetti, presto fu libero. In Milano però _al tempo stesso Iddio lodato si vedeuano cessati li carriaggi del tutto, et si cominciava a rasserenarsi, et aprirse le botteghe dei mercanti_.

L’anno 1631 si godè _puoco meno che intera salute, seguitando le purghe particolari delle case sospette et infette le quali si trouauano chiuse; et sebbene occorrevano alcuni casi di peste benchè rari, con tutto ciò Iddio lodato non passauano più oltre. Si continuavano ancora le guardie alle porte della città, poichè vi restauano ancora molte terre del Ducato contaminate. Infine dopo molti ordini e provvedimenti sanitarj ai duoi di Febraro 1632, a suono di Trombe, fu fatta la liberatione della città et ducato di Milano_. (Tadino, pag. 135 e seg.)

[119] Fu d’uopo dare esempj di rigore. _Non restauano li furbi fare delle ladrarie et furti, dove fu preso un Monatto et convinto fu impiccato. Duoi infetti che non volevano ubbidire, andando per la città furono presi, et gli fu troncata la testa._ (Tadino, pag. 136.)

[120] Ciò indurrebbe a credere che il Senato temeva una sollevazione, ove non avesse prontamente appagato il pubblico col supplizio dei supposti Untori.

[121] Forma, come dissi nella mia Introduzione, la Decade V della Storia di Milano del Ripamonti.

[122] _Occultum virginale illud_.

[123] Somaglia, lodando le elargizioni di Federico, riferisce che soltanto nella sua parrocchia di San Vittore Quaranta Martiri, faceva distribuire _un quartaro di riso la settimana per ogni povero._

[124] _Si provvide di sei sacerdoti d’approvata vita e forti della persona, i quali in tre parti ripartiti, avessero a due a due a scorrere ogni giorno la tripartita ampiezza della città, ec._ (Rivola, Vita di Federico, pag. 564.)

[125] Le splendide elargizioni dell’Arcivescovo nostro trovansi per minuto notate dal Rivola, dal Somaglia e da altri contemporanei. È celebre un suo detto, che appalesa quale carità veramente cristiana lo infiammasse. Era intenzionato Federico di offerire alla Madonna dell’Albero in Duomo un pallio tutto d’oro massiccio, tempestato di gemme. Sopraggiunta la carestia e la peste, impiegò invece quel denaro a soccorrere i poverelli, e rallegrandosene: _Lodata sia,_ esclamò, _la Reina del cielo, che dandomi occasione di porger a’ poveri nelle loro estreme necessità soccorso ed ajuto, m’ha fatto fare il pallio a suo modo!_

[126] Il 30 novembre, trovandosi nella chiesa di San Dalmazio per la rielezione degli uffiziali della dottrina cristiana, disse: _Se ’l Signore Iddio per nostro gastigo hauesse determinato di mandar sopra di noi questo gran flagello, non dubitate, fate animo, che ne da me, ne da miei preti sarete giammai abbandonati_. (Rivola, pag. 574.)

[127] Esiste una vaga e assurda tradizione che Federico, durante il contagio, si allontanasse da Milano, e che fu questo uno dei motivi che vennero addotti contro la sua canonizzazione. Siccome però in nessuna delle tante memorie dell’epoca trovasi indizio di ciò, io la ritengo falsa. Tutt’al più si potrebbe supporre alcuna momentanea gita fuori di città, che fu per avventura esagerata dai malevoli, tacciando di pusillanime e trascurato il zelantissimo Arcivescovo. (_Vedasi il Rivola_.)

[128] Nel luogo ove sbocca la via detta di Santa Croce, sulla piazza attuale di Sant’Eustorgio, esisteva da antichissimi tempi _un fonte_, traduco l’Alciati, _ove si pretende che San Barnaba battezzasse primo i Milanesi, e celebrasse la messa, catechizzando il popolo_. La tradizione aggiungeva che il santo Apostolo dimorò sette anni in quel solitario sito, che San Cajo, il terzo arcivescovo della nostra Chiesa, ivi battezzò gran numero di Gentili, fra i quali i più nobili cittadini. Grandissima era la venerazione dei Milanesi, che nelle infermità venivano a bere di quell’acqua, reputandola, per intercessione di San Barnaba, miracolosa. Non essendovi alcun vestigio di chiesa, Federico Borromeo pensò ad innalzarne una, ed il 28 ottobre 1623 pose la prima pietra coll’assistenza del Governatore, Tribunali e Città, con infinito popolo accorso a quella divota funzione. (_Così il Lattuada_.)

[129] «Non affrontava i pericoli temerariamente, come se disperazione o noja lo costringessero a morire, ovvero cercasse lode fra i precipizj, giusta quanto si narra facessero alcuni grandi uomini. Ma del pari non evitò mai alcun pericolo cui fosse giusto e legittimo l’avventurarsi». Così lo stesso Ripamonti nella Vita di Federico, pag. 389.

[130] Esisteva una tradizione fra i Padri Minori Osservanti che, scoppiata la peste in Milano, il Guardiano del convento della Pace dicesse in refettorio, che tutti coloro i quali erano disposti a prestarsi si alzassero in piedi; e che neppure uno rimase seduto. Questo fatto lo raccontava il vescovo Cerina, antico religioso dell’Ordine, e morto in Milano nel 1827.

Onorevole Documento di quanto fecero i Minori Osservanti in tempo del contagio è la seguente Iscrizione posta in una lapide nell’ortaglia dell’ex convento della Pace, e oggidì di proprietà della Raffineria di zuccaro dei signori Azzimonti e C. Tanto più volontieri io cito quest’iscrizione, traducendola, in quanto che, malgrado la sua importanza storica, non venne finora giammai pubblicata.

TRATTIENI IL PASSO VIATORE NON IL PIANTO L’ANNO DELLA NATIVITÀ DI CRISTO MDCXXX UN FUNESTO CONTAGIO INVASE L’ITALIA DEVASTÒ LA LOMBARDIA E LO STATO E LA CITTÀ DI MILANO QUASI ANNICHILÒ SEICENTO MILA NEL PRIMO CENTONOVANTA MILA NELLA SECONDA MORIRONO QUESTA MILANESE PROVINCIA DEI FRATI OSSERVANTI DI S. FRANCESCO PIÙ CHE CENTO DEI SUOI FRATI RAPITI DAL MORBO CON GIUSTO DOLORE LAGRIMÒ ESSI COL PRESTARE AGLI APPESTATI UFFICI DI CARITÀ PERDETTERO LA VITA ACQUISTANDO IN CIELO IL PREMIO DEI CARITATEVOLI NOVE DI LORO ESTINTI IN QUESTA DIOCESI QUATTRO A S. STEFANO IN BROGLIO DUE A S. BARTOLOMEO IN MILANO DUE IN ABBIATEGRASSO UNO A S. PIETRO FUORI DI MONZA TUMULATI RIPOSANO UNDICI ALTRI SACERDOTI INSIGNI PER DOTTRINA EVANGELICA PREDICAZIONE E PIETÀ LA MEDESIMA PESTE VULNERÒ NON ESTINSE COSÌ LA FURIBONDA MORTE E I CADAVERI SANGUINOLENTI NON POTERONO SPEGNERE IL FUOCO DI CARITÀ DEI FIGLI DI S. FRANCESCO NÈ RAFFREDDARE LE SACRE CENERI DI ESSO FUOCO QUESTO UFFICIO PIÙ DI OGNI ALTRO PIETOSISSIMO LA MISERA PATRIA SPERIMENTÒ DIVOTA RICONOBBE GRATA ENCOMIÒ O TU CHE VAI OLTRE IMPARA DA SÌ GRANDE CONTAGIO L’UMANA CALAMITÀ DA TANTA ABNEGAZIONE LA PIETÀ RELIGIOSA DA SÌ TREMENDO FLAGELLO IL GASTIGO E INSIEME L’INDULGENZA DIVINA I FRATI NOVIZJ DELLA CASA DELLA PACE SUPPLICANTI LA PACE CELESTE QUESTA LAPIDE A SEMPITERNO MONUMENTO DEI DEFUNTI E SALUTARE RICORDO DEI BEATI POSERO IL QUARTO GIORNO DI OTTOBRE ANNO MDCXXXXVI