Part 23
I. Prologo » 3 II. Posizione e stato della città avanti la peste » 4 III. Come gli apparecchj di guerra, indi la fame, cominciassero ad affliggere Milano » 7 IV. Dei governatori di Milano Fuentes, Velasco e Mendozza, e ancora dell’origine e delle cause di guerra » 9 V. Toledo, Figueroa, Consalvo di Cordova governatori di Milano. — Origine della carestia » 10 VI. Della fame che precedette la peste » 12 VII. Del pubblico Consiglio, ossia dei LX Decurioni di Milano che provvidero alla miseria generale » 17 VIII. Del Lazzaretto e della moltitudine de’ poveri in esso ricoverata » 18 IX. Discipline stabilite al Lazzaretto e nell’ospitale della Stella » 20 X. Il Lazzaretto è riprovato e si sgombra » 23 XI. Tumulto popolare per la carestia » 25 XII. La peste scoppia in Milano » 37 XIII. Furore e stoltezza della plebe circa la credenza della peste » 40 XIV. Pericolo corso dal protofisico Lodovico Settala all’incominciare della peste » 41 XV. I Magistrati pensano a più efficaci rimedj » 44 XVI. Il corpo di S. Carlo viene trasportato solennemente per Milano, onde impetrare che cessi la peste » 47 XVII. Dopo la processione s’accresce la peste » 51 XVIII. Aspetto ributtante di Milano pe’ mucchi de’ cadaveri e l’insolenza dei Monatti » 53
LIBRO SECONDO
GLI UNTORI.
I. Prologo » 59 II. D’un terribile e falso rumore divulgato in Milano ed all’estero » 62 III. Del Piazza, del Mora, del Baruello, e d’altri Untori » 67 IV. D’altri che a torto furono creduti untori, o per tali imprigionati » 80 V. D’un grande e insigne personaggio sul quale cadde il medesimo assurdo sospetto » 88 VI. Si espongono le opinioni di filosofi e medici chiarissimi circa gli unguenti pestiferi; e vari casi » 94 VII. Repentino e pestifero tumulto » 107 VIII. Varj casi di peste nel Lazzaretto. — Il padre Felice presidente del medesimo » 110 IX. Come incominciò a rallentare la pestilenza, e come ebbe termine » 119
APPENDICI DEL TRADUTTORE AL LIBRO SECONDO
I. Difesa di Giovanni De Padilla » 127 II. Considerazioni sul Processo degli Untori » 139 III. La Colonna Infame » 145
LIBRO TERZO
IL CARDINALE FEDERICO BORROMEO E IL CLERO DURANTE LA PESTE.
I. Prologo » 155 II. Provvidenze e disposizioni del Cardinale ai primi rumori di peste » 156 III. Suoi fatti durante la peste » 159 IV. Lazzaretto ecclesiastico istituito da Federico » 166 V. Denaro portato al Cardinale da due contadini e dal Lomellini di Genova » 171 VI. Avvisi e consigli del Cardinale al suo clero » 173 VII. Premura del Cardinale pei Monasteri delle Sacre Vergini » 177 VIII. Il Cardinale presagisce per ispirazione divina la prossima cessazione della pestilenza, e si accinge a riordinare gli studj ecclesiastici e le arti » 178 IX. Opinioni e sentenze di Federico Borromeo circa la peste » 179
LIBRO QUARTO
VENUTA E DIFFUSIONE DELLA PESTE IN LOMBARDIA. — ATTI DEL TRIBUNALE DI SANITÀ.
I. Prologo » 195 II. Atti del Tribunale di Sanità » 227 III. Nuove particolarità sulla carestia e la peste » 252
APPENDICE DEL TRADUTTORE AL LIBRO QUARTO.
Intorno la mortalità della peste del 1630 e la popolazione di Milano a quell’epoca » 261
LIBRO QUINTO
CONFRONTO DELLA PESTE DEL 1630 CON ALTRE, E SPECIALMENTE CON QUELLA DEL 1576.
Proemio del Traduttore al Libro Quinto sugli Storici della Peste del 1576 » 269
I. Prologo » 275 II. Confronto della pestilenza di Milano coll’antichissima degli Ateniesi » 277 III. Confronto della peste di Milano con quella di Firenze » 280 IV. Confronto della pestilenza del 1630 con quella del 1576 » 284 V. Lazzaretti secondarj. — Capanne per gli appestati e per i poveri. — Medici. — Asilo pei bambini » 298 VI. Voto a S. Sebastiano. — Quarantena generale. — Spurghi » 308 VII. Donativi di Casalmaggiore » 321 VIII. Nuove particolarità intorno i Presidenti della Sanità nel contagio del 1630. — Si accenna il gran numero degli altri Magistrati » 329 IX. Il Senato e il Presidente del medesimo nel tempo del contagio » 334 X. Credenza che la peste cessasse per grazia di S. Carlo. — Arca donata dal re di Spagna per deporvi il suo corpo, e nuova processione per la città » 337 Frammento della Decade V.ª del Ripamonti, in cui è descritta l’arca di S. Carlo donata dal Re Cattolico, e la solenne processione fatta in Milano il 4 novembre 1638 » 339
FINE DELL’INDICE.
NOTE:
[1] Ciò feci per esteso nel principio di questo _Ragionamento_, esaminando le tradizioni popolari, per farmi strada a parlare dei nostri Storici e Cronisti. Io credo superfluo di qui riportare questo brano perchè si riferisce alla Storia generale di Milano, non alla Peste del 1630.
[2] La presente lacuna e le altre, che trovansi in questa introduzione, provengono dalla necessità di ommettere i passi del mio _Ragionamento sugli Storici e Cronisti milanesi_, che sono estranei a questo libro.
[3] Nel libro I _Delle Ordinazioni, MS._ pag. 29 e 74.
[4] L’attuale archivista sig. Civelli lo ordinò con sapere e diligenza lodevolissima.
[5] Fu battezzato a Nava il 18 agosto di quell’anno, come da’ registri parrocchiali. Vedi Cantù, tom. II, pag. 72.
[6] _Oriundus fuit ex obscuro pago Briantaei collis aspero et confragoso, ipsum dein illustraturus_. Così il Legnano nella vita citata.
[7] Piccolo paese non lontano da Tegnone.
[8] Ripamonti fu ordinato sacerdote nel 1606.
[9] Da uno dei costituti del Ripamonti. _Processo MS_.
[10] Costituto 7 agosto 1618 dell’abbate di San Pietro in Chiaravalle. _Processo MS_.
[11] Processo.
[12] L’abate di Chiaravalle nel costituto sopra citato.
[13] Processo.
[14] Intorno al Toledo vedasi il capitolo V, lib. I.
[15] Lo desumo da una delle lettere di Federico, che, scrivendo a monsignor Besozzo a Roma, perchè cercasse un altro vicario da sostituire all’Arcello, che si era licenziato, dice: _In verità è poca perdita_.
[16] Lettere autografe del cardinale Federigo, esistenti manoscritte nell’archivio Borromeo, parte unite al processo del Ripamonti, e parte in un voluminoso carteggio tra Federico e diversi.
[17] Negli atti del Processo.
[18] Processo.
[19] Vedasi Decade I della _Storia Ecclesiastica_ del Ripamonti, pag. 515, e l’Epistola XXXIX, libro IV; e la IV del libro V di S. Gregorio Magno, pag. 720 e 730, ediz. Maurina, Parigi 1705.
[20] Processo.
[21] Libro delle Ordinazioni MS. nell’Ambrosiana, pag. 74.
[22] Non trovo in qual anno, ma certamente prima del 1625.
[23] _In ejus aula cum ego viverem_. Ripamonti, introduzione alla Decade III.
[24] Il Consiglio donò a ciascuno dei 60 Decurioni un esemplare di quest’opera. Io ne posseggo uno, sul frontispizio del quale è scritto: _Petrus Paulus Confalonerius I. C. Colegiatus Vicarius Provisionis de anno 1646 librum hunc a civitate dono habuit._
[25] _Cum publico Decreto medicorum peritissimi frustra adhibiti essent, etc._ (Legnano, vita citata.)
[26] «A dì 14 agosto morse il M.to Ill. e Magn. Rever. Sig. Ripamonti, Canonico di Santa Maria della Scala in Milano, il quale essendo infermo d’infermità d’idropisia, fu consigliato a venirsene fuori per mutar aria. Al che fece elezione della mia habitazione: dove passò come sopra dalla presente all’altra vita, che nostro Signore abbi seco in Cielo, e fu sepolto in questa chiesa nella sepoltura de’ sacerdoti il giorno dell’Assunta di Nostra Signora».
Dai registri parrocchiali di Rovagnate. Vedi I. Cantù, _Vicende della Brianza_, 1837, Vol. II, pag. 83.
[27] _Magno cum urbis atque litteratorum mœrore_. Legnano, ivi.
[28] Ghilini Gerolamo. _Teatro d’huomini illustri_, p. 137. Venezia 1647.
[29] Non trovo l’anno della nascita, ma quando fu ammesso nel 1603 nel collegio medico doveva avere almeno vent’anni.
[30] _G. M. Visconti fu eletto dei 60 Decurioni nel 1606; nel 1627 ebbe il titolo di marchese, e morì verso il 1638. Girolamo Legnano, entrato nei 60 Decurioni l’anno 1634, morì il 3 novembre 1650 a Madrid ove dimorava come oratore di Milano presso il re cattolico._ (CUSANI.)
[31] Il primo capo di ciascun libro non ha l’argomento, essendo una specie di prologo al libro medesimo. (_Il Trad._)
[32] Il Ripamonti con queste gonfie e oscure frasi intende parlare di Enrico IV, il quale aveva in animo di ricuperare il ducato di Milano, quando venne ucciso dall’assassino Ravaillac. Il nostro buon Storico era o troppo affascinato o troppo cortigiano, per trattare sì male il grande Enrico.
[33] Il frumento salì fino a lire 100 il moggia; la segale 70, e 60 il miglio. (_Tadino_, pag. 9. — _Somaglia_, pag. 478.)
[34] Secondo la falsa opinione allora in voga intorno l’origine della Società.
[35] Pare un controsenso od un bisticcio, ma in fondo l’Autore dice il vero, perchè in simili calamità, l’uomo, spinto dalla fame, crede sempre di trovare altrove i soccorsi che gli mancano in paese. I contadini avevano, ed hanno ancora, idee esagerate dell’agiatezza cittadinesca; all’opposto, il popolo che vive nelle città, sentendo in confuso che le granaglie, il vino, le carni, gli oli, ec. vengono dalle campagne, crede inesauribile la loro abbondanza, nè sa persuadersi, in tempo di carestia, che si debba ivi morir di farne. Quindi lo spostamento di popolazione cui accenna l’Autore nel suo gonfio stile, è naturale.
[36] Sulle prime si distribuì una minestra di riso ai poveri, ad imitazione di quanto erasi fatto nella peste del 1576. Allora il governatore d’Hayamonte faceva recare ogni mattina una caldaja di riso ad ogni capo di strada per tutti i poveri del vicinato; ed alla porta del suo palazzo faceva distribuire un soldo per ciascun povero.
[37] Allude al padre di Francesco Sforza, villano di Cotignola in Romagna. Il Lazzaretto, disegno del celebre architetto Bramante d’Urbino, fu incominciato per ordine di Lodovico il Moro nel 1489; suo fratello il cardinale Ascanio concorse in gran parte alla spesa. Fu ridotto a termine soltanto nel 1507 sotto il re di Francia Luigi XII, allora padrone del Milanese.
[38] Questa è una contraddizione a quanto l’autore disse dell’aere salubre di Milano nel cap. II. Pur troppo v’erano, e vi sono intorno a Milano praterie, che rendono greve l’aria.
[39] Tadino dice 288, benchè nella distribuzione ne calcoli 213 solamente, soggiungendo, che a ponente erano inservibili perchè non finite.
[40] In città furono 3534, e tanti concorsi dal contado e dalle vicine città, che in breve arrivarono a 9715, pasciuti di pane con entro riso. Si scoprì che i fornaj lo adulteravano con materie nocive per guadagnare; l’acqua bevile corrotta, la paglia delle stanze fracida e non cambiata mai, ed il caldo eccessivo di quell’estate, 1629, in cui per tre mesi non piovve, svilupparono le febbri contagiose nel Lazzaretto. Era ivi sì insopportabile il puzzo, che il senatore Arconato, presidente della Sanità, cadde in deliquio quasi mortale, e si dovettero sospendere le visite.
Il Somaglia fa ascendere il numero dei poveri ricoverati nel Lazzaretto ed alla Stella a 14,000.
[41] La colpa era dei Decurioni, i quali non diedero retta ai conservatori della Sanità, Alessandro Tadino ed il Settala, i quali protestarono con atto pubblico contro quell’imprudente misura, predicendo che _la gran moltitudine dei poveri quale causava un necessario reciproco commercio et alito fetente putrido fra loro principalmente atteso la mala dispositione dei corpi haverebbe acceso un contagioso morbo_. Il numero dei morti dal 1.º gennajo a tutto settembre 1629 fu di 8570 nella sola Milano.
[42] Intorno a questo tumulto, oltre il Tadino, ec., ebbi sott’occhio un documento autentico: la relazione dell’accaduto in lingua spagnuola, spedita per ordine del Consiglio al governatore Gonzalvo, sotto Casale: _Breve y sumaria relacion del subceso en Milan el savado fiesta de S. Martin, y el domingo a 11 y 12 de noviembre 1628_. Concorda pienamente col racconto del Ripamonti e ne prova la verità. Mi fu gentilmente comunicata con altri MS. di molta importanza, di cui mi servirò nel corso di questo libro, a schiarimento, dall’archivista signor Civelli, il quale possiede una preziosa raccolta di atti pubblici e di manoscritti riguardanti le cose patrie.
[43] Il prestino delle Grucce, detto volgarmente di _Scansc_, posto anche in oggi sulla corsia che dal Duomo mette a porta Orientale, a mano sinistra sul principio della medesima.
[44] _Io che sono stato presente non ho visto arme che eccedesse il sasso et qualche spada; per il più tutti (erano) battilana et simile scroccheria._ Lettera 18 novembre di Agostino Foppa al conte Carlo Borromeo. (_Tra i MS. Civelli_).
[45] _Alcuni per non aver sacchi persa ogni vergogna et molestia si ridussero a spogliarsi delli vestiti et questi riempire; et alcune donne ad alzare le vesti quantunque una sola ne havessero et in quella riporla._ (Tadino, pag. 7.)
[46] Il Tadino, narrando questa sommossa, parla della resistenza del fornajo e de’ suoi garzoni, che vieppiù irritò il popolo. — _Li Padroni et Ministri del quale vedendo non esservi a loro rimedio, ricorsero anch’essi alla violenza, et saliti nelli luoghi superiori col gettare anch’essi contra detta Plebe sassi, et pietre irritorno quella in tal maniera (principalmente per essere morti duoi figliuoli con le percosse de’ sassi et pietre) che fatta maggiore violenza, entrorno rompendo le porte, ec._
[47] Il vicario di provvisione di quest’anno 1628, del quale Ripamonti e Manzoni taciono il nome, era Lodovico Melzi, eletto dei LX Decurioni fino dal 1618, e che nel 1630 venne creato conte, forse per guiderdone del pericolo corso nella sommossa.
Gli succedette Alfonso Visconte, uomo integro e caritatevole. (Vedi il _Somaglia_.)
[48] _La casa del povero Vicario è stata maltrattata, avendoli costoro non solo fracassato le invetriate sotto la porta et scrostata tutta la muraglia; ma mostrato risolutione di ammazzare e brucciare: E se un tantino tardava il soccorso del castello, era fatto il becco all’ocha._ Lettera del Foppa, citata più sopra.
[49] _Furono necessitati gli Spagnuoli con carri attraversare la strada, et con la moschetteria custodirla._ (Tadino, pag. 7.)
[50] _Fu necessario che il Primicerio, avvisato in Duomo, mentre si stava dicendo la lezione dopo i vesperi, facesse sospendere al lettore di proseguire la lettura, e che con parte dei chierici, e con due crocefissi molto grandi, e con la gente che colà si trovava, andassero in processione al prestino etc._ Traduzione letterale della _Relacion etc._ in lingua Spagnuola sopra citata.
[51] _Dalli Monsignori Mazenta, Settala et Bosso de’ principali di quel capitolo Metropolitano veniva assicurata la Plebe che avriano avuto il pane in grande abbondanza ed a buon mercato il che giouò assai essendo personaggi di gran credito et veneratione per le loro qualità presso la detta Plebe et tutta la città._ (Tadino, pag. 8.)
[52] Codesta tariffa, secondo il Tadino, costò alla città più di 100,000 scudi di perdita.
[53] Il decurione Legnani.
[54] Degli autori della sommossa quattro ne furono appiccati la vigilia di Natale; due innanzi il prestino, e due a capo della strada ove abitava il vicario di provvisione.
[55] Il Tadino varia nella data e nel nome dell’individuo. _Entrò nella città Pietro Antonio Lonato soldato alli 22 ottobre del sodetto anno 1629, habitante in borgo di Porta Orientale, parocchia di S. Babila nella casa detta dell’orefice... conducendo seco molti vestimenti comperati, ovvero rubbati alli soldati alemani, et subito gionto s’infermò, et fu condotto all’Hospitale, il quale essendo soprapreso da un tumore nel cubito del braccio sinistro con un bubone sotto l’ascella sinistra, morbo maligno et pestilente, accompagnato da febbre parimente pestilente, morse nel quarto giorno.... Tutte le sue robbe et letto insieme furno subbito abbruggiati, che fu causa, mediante l’aggiutto Divino di preseruarle per all’hora questo Hospitale Venerando; ma non durò longo tempo questo sospetto perchè manifestamente si palesò con l’infermità contagiosa, scoperta nella persona del Consegnero di detto Hospitale et Barbiero con il Rever. P. Terzago, per la longa esperienza del suddetto, il quale fece grandissima carità nella peste di Palermo dell’anno 1624, disse il Lonato essere morto di peste et loro medesimi essersi amalati del medemo male, se bene per gli preseruativi, et loro robustezza mediante l’aggiutto Divino si fossero mantenuti_ (_guariti_). (Tadino, pag. 51.)
[56] _Carlo Colona Suonatore di Leuto poco prima anch’esso venuto da Monza, per vedere il passaggio de gli Alemani et forsi che haveva comprate alcune robbe da questa gente: alli 16 novembre infermò... morse nella quarta_. (Tadino, pag. 51.)
[57] Ciò accadeva nella primavera del 1630, quando il male cominciava a serpeggiare nel borgo di Porta Orientale, e si sarebbe forse potuto circoscrivere con buone provvidenze.
[58] _A questa incredulità s’accompagnavano altri fisici... li quali per degni rispetti non si nominano. Et in questo sinistro pensiero cascavano ancora li chirurgi della città Carcano, Monte, Calvo et il Chiodo, li quali non sapendosi governare mercè dell’ingordo guadagno, con la loro morte confessorno la verità, atteso che tutti morsero di peste, etc._ (Tadino, pag. 73.)
[59] _I Conservatori del Tribunale, et in particolare li Fisici come fu del Tadino, et Settala cominciarono ad essere odiati dalla Plebe ignorante, mediante la voce d’alcuni Medici puoco ben intenzionati alla salute publica, li quali per li carobij attestauano non essere contagio pestilente, ne loro conoscere altra peste che quella dell’aria; et che questa mortalità copiosa di persone dependeua dalla mala regola et penuria del viuere questi duoi anni prossimi passati.... Laonde la plebe insupata ed imbibita da questa illusione, cominciò a sparlare di questi fisici (che ritenevano vera la peste), li quali quando per sciagura transitavano i carobij gli trattavano con male, et disoneste parole; et a tale petulanza arrivò questa plebe, che non vi mancò con le pietre restassero percossi._ (Tadino, pag. 83.)
[60] Lodovico Settala fu uno de’ più celebri medici dell’età sua, e benemerito della patria per lo zelo con cui esercitò la medicina, specialmente duranti le due pesti.
Nato nel 1552, ebbe per madre una Riva, figlia di Gian Francesco, giureconsulto riputatissimo all’università di Pavia. Ivi fece i primi studj, continuandoli a Torino ed a Milano nelle scuole Canobiane. Laureato che fu, entrò nel collegio medico nel 1573, e quasi subito venne nominato lettore all’Università di Pavia, ma scoppiata la peste nel 1576, lasciò la cattedra per servire più utilmente il suo paese. _In quel tempo_ (scrive il Settala nel Trattato della peste) _il Grande Arcivescovo, che confortava con divina carità i moribondi milanesi, destando ammirazione universale, mi volle, con indicibile benignità, compagno all’esimia opera_.
Egli coadjuvò con tanto sapere e premura il Borromeo, che acquistò fama di dotto e caritatevole medico, non solo in patria, ma in tutta Italia e fuori. I principi facevano a gara per avere il Settala: nel 1608 il duca di Baviera gli fece offrire la cattedra primaria di filosofia nell’Università d’Ingolstadt. Il duca di Toscana lo voleva professore a Pisa. Il Senato di Bologna gli esibì 1200 zecchini di stipendio qualora si recasse a quella famosa Università. Il Senato di Venezia instava per fargli accettare una cattedra di medicina a Padova. Ma egli rifiutò costantemente tali lusinghiere profferte, non volendo abbandonare la sua Milano. E insistendo il Senato di Venezia perchè indicasse almeno un uomo degno della cattedra ricusata, egli suggeriva il dottissimo Santorio, il quale giustificò la sua scelta. Nel 1619 il re di Spagna nominollo protofisico di tutto lo Stato di Milano, ricompensa meritata colla sua dottrina e le sue virtù. Allorchè scoppiò la peste del 1630, il Settala, benchè toccasse ormai l’ottantesimo anno, si adoperò con gran zelo come capo del magistrato di Sanità per attivare le più energiche misure onde frenare il contagio. Ma ebbe il dolore di vedersi non creduto anzi insultato dal popolo, malgrado la venerazione procacciatagli dal sapere e dai beneficj resi a’ concittadini. Non s’avvilì perciò, e durante quel contagio, giovò colla sua sperienza, poichè la vecchiaja non gli consentiva di giovare coll’operosità. Uscito illeso, il Settala chiuse, il 12 settembre 1633, la sua lunga e onorata carriera, lasciando nome di valente medico e d’ottimo cittadino.
Scrisse molte opere, nelle quali traspare ingegno ed erudizione, ma viziate dagli errori in allora comuni nelle scienze mediche. Il progresso di queste, e un po’ il riprovevole dispregio di quanto è antico, le fece cadere oggidì in totale dimenticanza. Se ne può leggere il catalogo nell’Argelati. _Bibliot. Script. Mediol_.
Lodovico Settala riposa nel tumulo de’ suoi maggiori in San Nazzaro, dove, quarant’anni dopo la sua morte, i figli gli posero una lapide, la quale ora trovasi in sacristia, ivi con altre locata nell’anno 1830 quando ristaurossi quella basilica. Vi si legge una gonfia iscrizione, piena di bisticci, secondo il pessimo gusto del seicento, la quale, tradotta in italiano, suona così:
D. O. M.