Part 2
_«Bartolomeo Ripamonti devotissimo servitore di Vostra Santità umilissimamente li espone qualmente Giuseppe suo figlio sacerdote ed autore dell’Historia Ecclesiastica di Milano, doppo longo servicio fatto al Sig. Cardinale Borromeo così nel Seminario come nel coleggio ambrosiano et in altre occasioni, a persecutione d’alcuni suoi emuli et maleuoli che con diaboliche suggestioni et falsi pretesti gli hanno implacabilmente irrittato contro il Sig. Cardinale viene ritenuto prigione a quella corte archiepiscopale da molti mesi in qua, senza sapersi il pretesto della sua carcerazione. Et per molte istanze che si siano fatte di haver copia degli indiccj, o di habilitarlo con sigurtà, et promesse haute della sua liberatione, non si è però potuto mai conseguire cosa alcuna, nemeno vedere che si formi altro processo contro di lui. Disperando pertanto il povero petente di poter hauere altro compimento di giustizia a quella corte, ne da alcuno de’ suoi ministri, et vedendo già in manifesto pericolo il figlio per la poca sua sanità offesa anche dal patire longo delle carceri, supplica humilissimamente Vostra Santità a degnarsi ordinare che la causa sia conosciuta per giustizia, e terminata da alcuno de’ Cardinali della Sacra Congregazione dei Vescovi, o da altro giudice di questa corte, con commandare che sia trasmessa la inquisitione, et processo contro di esso fabbricato quando ve ne sia, che sarà gratia della molta pietà di Vostra Beatitudine quam Deus, ec._
_Giovan Ambrogio Crivelli_ _Per il Supplicante._
Infatti i cardinali Millino e Cadonisi scrissero, d’ordine del Papa, a Federico, che facesse terminare il Processo, custodendo frattanto l’accusato, ed informando a Roma de’ suoi diporti[17]. Ma che fosse, che non fosse, per due anni l’affare rimase stazionario, e trovasi una lacuna nella procedura dal 1620 al 1622.
Il prigioniero, languente in carcere da quattro anni, e ridotto a pessimo stato di salute, instava che lo mandassero a Roma per essere giudicato; anche la Congregazione lo reclamava colà; e infatti il cardinale Millino, tra le altre lettere, scrisse il 22 aprile 1622 avere il padre del Ripamonti presentato un nuovo ricorso al Papa: _Il quale ordinò che si faccia venire a Roma insieme al suo processo, et per l’esecuzione S. S. mi ha comesso di scrivere a V. S. Ill. perchè il suddetto Giuseppe sia rilasciato con rinnovare la sigurtà data altre volte di 4000 scudi di venir qui addirittura tra 20 o 25 giorni et presentarsi a questo S. Ufficio, col mandare al tempo stesso le scritture relative_[18]. Allora Federico, posto alle strette, nè trovando conveniente che un uomo così irascibile, ed inasprito da lunga prigionia, si recasse a Roma, affidò la causa all’inquisitore generale Abbondio Lambertenghi ed al vicario Antonino, succeduto all’Arcelli. Nel luglio vennero uditi per la prima volta, dopo sì lungo tempo, i testimonj in difesa. Il confessore del Seminario, varj parrochi e sacerdoti, alcuni segretarj del Senato e molte persone d’integra fama di Milano, Pavia, Lodi ed altre città, deposero tutti a favore del Ripamonti. Un canonico Rossignoli del Duomo, nominato difensore d’Ufficio con altri due causidici, sventò di molto le accuse, ed il 16 agosto di quell’anno venne finalmente emanata la sentenza.
Dichiarato nel preambolo essere egli meritevole di severo gastigo, ma che pure volevasi usare qualche benignità, venne condannato:
I. Ad incorrere nelle censure ecclesiastiche del Concilio Lateranense, con facoltà però d’invocarne l’assoluzione.
II. A tre anni di prigionia nelle carceri arcivescovili e ad altri due anni in qualche luogo pio a scelta dell’arcivescovo, e ciò a titolo d’emenda, e coll’obbligo di dare idonea sigurtà.
III. Sospesa la sua storia finchè non si ristampi colle debite correzioni.
IV. Proibita la pubblicazione di altre opere senza speciale autorizzazione del Santo Ufficio.
V. Gli fu ordinato di digiunare per un anno tutti i venerdì, e di recitare il rosario ogni settimana.
Venne lasciata facoltà all’Arcivescovo ed agli Inquisitori di commutare ed alleggerire la condanna.
Fu equa codesta sentenza ed il severo castigo pari alla gravità delle colpe? Ecco il dubbio che sorge nell’animo di ogni lettore imparziale. Siami quindi conceduto di esporre quanto, dopo il minuto esame ch’io dovetti necessariamente fare del Processo e d’altri documenti, emerge, a senso mio, di vero o almeno di molto probabile.
L’accusa d’aver falsato il passo di S. Gregorio, narrando i casi di prete Fortunato, è falsa, e basta a provarlo il semplice raffronto dei due testi[19]. Quanto ai passi, nei quali il nostro Autore venne accusato di sparlare di S. Carlo e di S. Agostino, è un’imputazione assai vaga e insostenibile, per poco che si ammetta una ragionevole libertà di opinioni nello storico.
L’accusa gravissima di ateismo e di materialismo, non solo manca di prove reali, ma è sventata da validissime testimonianze in contrario. Le quali testimonianze d’uomini riputati per dottrina e pietà non mancarono al Ripamonti per giustificarlo altresì di aver sempre trascurati i proprj doveri ecclesiastici.
Una riprovevole freddezza nell’adempiere gli obblighi del suo stato non curandosi d’altro che degli studj, un carattere irascibile e impaziente di qualunque disciplina, la facilità di mettere in ridicolo chiunque non gli andasse a genio, l’amor del denaro un po’ spinto e la poca gratitudine per l’Arcivescovo suo benefattore; ecco i veri e provati torti del Ripamonti, che lo rendevano meritevole di gastigo, ma che vennero oltre misura ingranditi dall’astio profondo de’ molti suoi nemici.
Persuaso di non aver meritato le severe pene inflitte dalla sentenza, egli voleva appellarsene a Roma; ma calmato il primo sdegno, con più savio consiglio invocò grazia dall’Arcivescovo, il quale, d’animo benigno e ritenendolo abbastanza punito, mutò la prigionia in un semplice arresto nel suo palazzo. Esultante il Ripamonti per tale grazia, che mitigava quasi per intero la rigorosa sentenza, dettò, la mattina del 29 settembre, la seguente dichiarazione:
«Constituito io Prete Gioseffo Ripamonti alla presenza di noi Notaro e testimonij infrascritti: Dico e protesto che mia mente non fu, nè di presente è, che hauendo io renontiato all’appellatione ch’era stata da me interposta dalla sentenza data contro di me dai signori Giudici Deputati da Monsignor Illustrissimo Cardinale Borromeo Arcivescovo di Milano mio Signore e Padrone con rimettermi del tutto alla pietà del Signor Illustrissimo acciò modificasse le pene e penitenze impostemi in detta sentenza, persona alcuna facesse più ricorso dal sommo Pontefice nè da altro superiore per ottenere la reuisione o altr’ordine contra detta sentenza, et se tal ricorso è stato fatto dopo detta mia renuntia, ciò non è stato fatto di mio consenso et più non uoglio che sortisca effetto alcuno. E perchè detto Monsignor Illustrissimo hieri per quanto da te notaro mi fu notificato, ordinò che io fossi allargato con assegnarmi (per sua mera gratia e benignità) tutto il palazzo arcivescovile, con che io dia prima sicurtà di non partirmi poi senza prima speciale licenza, dico et protesto, che l’intentione mia è, che quando io sarò posto in tal libertà, nel qual caso io potrò a mio piacere trattare con miei parenti et amici e dargli quei ordini che a me pareranno necessarj per mio seruitio se di nuouo fosse tentata cosa alcuna col far ricorso in mio nome, o in fauor mio al sommo Pontefice o ad altri superiori come sopra, ciò non sarà, ne uoglio che s’intenda fatto di mio consenso, se di ciò non constarà per qualche scrittura fatta o almeno firmata di mia mano perchè non intendo di far ricorso ad altro superiore per mio aiuto che al suddetto Monsignore Illustrissimo mio Signore e Pron. dalla cui pietà spero ottenere ogni giusta gratia[20]».
La lezione era stata amara, ma non inutile al nostro storico, poichè, rimessosi egli con ardore agli studj interrotti, ricuperò l’amicizia la protezione di Federico, e si aprì larga carriera di onori e fortuna. «Fu riammesso nei Dottori dell’Ambrosiana, anzi dichiarato di non licenziarsi mai, e graziato di aumento di soldo in lire 1600 all’anno in esecuzione della mente del Cardinale[21]».
Nominato dal re di Spagna canonico di Santa Maria della Scala, e storiografo regio[22] dal marchese di Legnanes, governatore di Milano, che lo tenne alcun tempo presso di sè[23], stampò la seconda (1625), indi la terza parte (1628) della sua _Storia Ecclesiastica di Milano_.
Cessata la peste, il Consiglio Generale lo incaricò di scriverne la storia, e Ripamonti la pubblicò nel 1640. Tre anni dopo diede in luce i primi dieci libri d’un grandioso lavoro affidatogli dal Consiglio medesimo, che l’aveva eletto a cronista patrio, vale a dire la _Storia di Milano_, dal 1313, dove ha termine quella di Tristano Caleo, fino alla morte di Federico Borromeo[24]. E attendeva a compiere quest’opera, ma i lunghi e laboriosi studj e la sofferta prigionia avevano logorato il robusto temperamento di lui. Soprappreso da lenta febbre, gli si enfiarono, per idropisia, il ventre e le gambe. I più esperti medici, per decreto pubblico, ne intrapresero la cura; ma vani furono i rimedj[25]. Allora decisero, come sempre, che l’unica speranza di guarigione stava nel respirare l’aria nativa. Il malato andò sui colli briantei a Rovagnate in casa del parroco, ma cresciuta l’idropisia, il 14 agosto 1643, con cristiana rassegnazione trapassò[26].
L’annunzio della sua morte rattristò Milano e i letterati[27], e trovai scritto in certe Memorie che il Senato sospese la seduta a solenne testimonianza di lutto per la perdita dell’istoriografo della patria. Ma fu momentaneo entusiasmo, che si esaurì in gran numero d’epigrammi, nei quali, con tutta la gonfiezza del seicento, si portavano alle stelle l’ingegno e le opere di lui, e s’inveiva perfino contro la Parca che ardì troncargli la vita. Io ve ne fo grazia, o lettori, e se v’aggrada conoscerli, li troverete stampati in fronte ai diversi volumi delle sue storie. Neppure fu posta una lapide, che nella chiesa di Rovagnate ne additasse il sepolcro, anzi cadde in tale dimenticanza, che le sue vicende, e perfino l’epoca della sua morte, rimasero una specie di mistero fino ai giorni nostri. Del che niuno vorrà farsi meraviglia, infiniti essendo in tutte le epoche gli esempj di noncuranza e ingratitudine verso gli uomini benemeriti del proprio paese!
Chiuderemo questa biografia, che i lettori mi perdoneranno d’aver forse allungata di soverchio, per la simpatia che ho a questo storico, e per il desiderio di rivendicarne la memoria, col ritratto che di esso ne lasciò un contemporaneo. «Imparò con tanta prestezza lettere greche et hebraiche, et arrivò tant’oltre nella perfezione di queste lingue, che facilmente si sarebbe fatto credere agli huomini d’esser nato et allevato piutosto in Atene o in Gerusalemme che in Lombardia. Ch’egli poi vaglia molto nella lingua latina, non m’affaticherò in accennarlo, posciachè riesce così mirabile in quella, come altri nella materna. Favorillo il cielo d’una sì tenace memoria, che di quanto ha letto distintamente si ricorda, e di questa virtù particolare se ne servì più volte nel sentire le prediche, le quali da esso nel tesoro della sua memoria portate a casa, nel latino idioma trasportava, come le aveva sentite in volgare. Al presente va componendo la vita del cardinale Federigo[28]».
IV.
Ora veniamo all’esame delle opere del Ripamonti in ordine cronologico. La _Storia Ecclesiastica di Milano_...
La _Storia della Pestilenza del 1630_ scritta, come abbiamo notato, per ordine dei 60 Decurioni, fu data in luce nel 1640 e dedicata al Consiglio Generale ed ai medesimi. È un volume in 4.º, di pagine 400 circa, diviso in cinque libri. La Carestia e la Peste. — Gli Untori. — Gesta di Federico Borromeo e del Clero durante il contagio. — Atti della Sanità ed altre magistrature. — Paralello fra gli antecedenti contagi e quello del 1630.
È libro importantissimo per autenticità, sì perchè l’autore fu testimonio oculare di gran parte degli avvenimenti, come perchè ebbe a sua disposizione gli archivj pubblici pei documenti necessarj. Il racconto è maestoso, energico, pittoresco; la lingua forbita, elegante, chè il Ripamonti conosceva e maneggiava il latino da maestro. Lo stile però si risente del falso gusto del tempo; quindi periodi intralciati, antitesi, arzigogoli, turgidezza di pensieri e d’immagini. I quali difetti rendono assai difficile ad intendersi, anche pei valenti latinisti, codesto libro.
Manzoni, che lo cita più volte ne’ _Promessi Sposi,_ dice «questa narrazione va di gran lunga innanzi a tutte e per la scelta dei fatti e ancora più pel modo di vederli».
Le Decadi III, IV, V della Storia in continuazione di Tristano Calco...
V.
Alessandro Tadino, di antica e nobile famiglia milanese, fu aggregato al Collegio medico nel 1603. «Uomo, dice l’Argellati, che ad un grande ingegno e sapere univa molteplice esperienza e destrezza negli affari». Inviato dal Magistrato di Sanità come commissario sul lago di Como e nella Brianza, all’avvicinarsi della peste diede ottimi provvedimenti. Penetrato il contagio in Milano, il Tadino s’adoperò con zelo instancabile, e sostenne, si può dire, solo il grave incarico del Tribunale di Sanità, di cui era uno dei conservatori, stantechè il protofisico Settala era reso inabile ad operare dalla vecchiaja.
Tadino morì ottuagenario[29] il 26 novembre 1661, e fu sepolto nella chiesa de’ Cappuccini di Porta Orientale, benchè fino dal 1617 avesse posta, giusta una consuetudine non infrequente in quel secolo, la seguente lapide in Santa Maria della Passarella.
ALESSANDRO TADINO FILOSOFO E MEDICO E GIOVANNA TADINO DONEGANA CONJUGI CONCORDI POSERO
Lasciò varie opere di medicina e la relazione della pestilenza del 1630, di cui diremo, avendolo appunto per essa annoverato fra i nostri storici. Ha il titolo pomposo di «Ragguaglio dell’Origine et Giornali Successi Della Gran Peste Contagiosa Venefica et Malefica seguita in Milano e suo Ducato dall’anno 1629 al 1631». Un volume in 4.º di pag. 150, stampato nel 1642, e dedicato al vicario di provvisione Francesco Orrigone.
Il Tadino dice che rimase perplesso in quale lingua scrivere, «sendoche in idioma latino dal fu D. Giuseppe Ripamonti alcuni anni sono fu data fuori. Ho risoluto valermi del naturale linguaggio anche perchè così dal pubblico era molto desiderata, come che con maggiore facilità da ogni qualunque persona potrà essere letta...... La mia fatica qual si sia contiene ciò che in questo contagio dal principio al fine è occorso. Un racconto minuto et distinto di tutti i casi di tempo in tempo et luogo seguiti in generale et in particolare, con molti ordini et provigioni fatte per beneficio publico».
Ed è veramente tale, offrendo questo _Ragguaglio_ di particolarità storiche, mediche, statistiche, che invano si cercherebbero altrove. Quanto poi al pregio letterario del libro, il Tadino sta al Ripamonti come un disadorno ma esatto racconto prosaico sta ad un’elegante ed immaginosa narrazione poetica.
Un Agostino Lampugnani, benedettino, morto nel 1646 in S. Simpliciano, dov’era priore, pubblicò nel 1634 un libriccino, in cui nulla trovasi d’importante, e dettato con uno stile sì falso e barocco che non si potrebbe far peggio. Lo cito soltanto per essere stato il primo a scrivere intorno la Peste: «Correndo il quart’anno, dic’egli, ch’è cessata, ne veggendosene ancora alcun volume alla luce, ho voluto intraprendere io a raccontarti quel poco che, trovandomi in essa, ho avvertito».
Pio della Croce, guardiano de’ Cappuccini, cinquant’anni dopo compilò, servendosi, a quanto pare, di una cronaca esistente nel suo convento a Porta Orientale, la _Memoria delle cose notabili successe in Milano in quel contagio e del Ricorso dei signori della città ai Padri Cappuccini pel governo del Lazzaretto_. Il libro è dedicato al marchese Giuseppe Arconati, pronipote di quello che si distinse nel 1630 come presidente della Sanità, e tratta per diffuso di quanto operarono i Cappuccini durante il contagio. Sotto quest’aspetto è di molto interesse, perchè è noto il gran bene che fecero quei Padri adoperandosi con uno zelo superiore ad ogni encomio.
Il conte Carlo Cavazzo della Somaglia nel suo _Alleggiamento dello Stato di Milano per le imposte, ec_., opera di cui ragioneremo più innanzi, offre importanti particolarità di statistica ed economia intorno il contagio.
Omettendo parecchi altri libri e scritti su questo argomento, che riuscirebbe nojoso e superfluo l’enumerarli, conchiuderò con uno di sommo rilievo. È un manoscritto del cardinale Federico Borromeo che si conserva nell’Ambrosiana tutto di sua propria mano, col titolo: _De Pestilentia quæ Mediolani anno 1630 magnam stragem edidit_. L’esposizione di varj fatti dei quali Federico fu testimonio, le sue opinioni intorno gli Untori, l’impulso che diede al proprio clero, sono dati preziosi a chi studia codesto periodo. Il Ripamonti trasfuse nel libro III della sua storia i passi più rilevanti di esso racconto.
E basti, poichè di editti, processi, lettere e documenti d’ogni genere intorno la Peste del 1630 riboccano i nostri archivj pubblici, e varj delle famiglie private, in guisa che lo storico, nell’abbondanza dei materiali, trovasi imbarazzato a scegliere.
Venendo ora agli storici milanesi che scrissero durante il secondo periodo del dominio Spagnuolo, ecc....
* * * * *
Il desiderio di far conoscere a’ miei concittadini questa storia della Peste che rimaneva necessariamente ignota al più de’ lettori, m’indusse a tradurla. Come vi sia riuscito, ne giudichino gl’intelligenti latinisti, i quali condoneranno, spero, i difetti della versione, in vista della somma difficoltà del testo talvolta quasi inintelligibile.
Quanto alle note, io le desunsi dagli autori contemporanei e da documenti inediti, nè mi si farà, spero, rimprovero d’avere in esse ecceduto, ove si consideri che valgono a mettere in luce il più fatale e miserando periodo della storia milanese.
IL TRADUTTORE.
_Agli Illustrissimi Signori_
IL VICARIO ED I SESSANTA DECURIONI DEL CONSIGLIO GENERALE DELLA CITTÀ DI MILANO
_Volge il terz’anno dacchè il Consiglio Generale, per decreto degli Illustrissimi Decurioni, affidommi la cura di raccogliere i documenti della patria storia, e di ordinarli in continuata narrazione dall’origine della città nostra fino al principio del regno di Filippo II ed alla morte di S. Carlo. E siccome la nostra Opera riuniva sotto un titolo ecclesiastico le cose sacre e le profane insieme, fu decretato, per servire alla fama di Milano, che le Memorie da me anche posteriormente raccolte fossero scritte nella lingua del Lazio, come quella che sempre venne giudicata propria alle storie, e che sola può rendere sempiterna la ricordanza degli umani eventi. Così statuirono i due sapienti decurioni Giovanni Maria marchese Visconti e Gerolamo Legnani[30], a’ quali era affidata la tutela della storia patria. Opinarono essi che i miei scritti aggiunti a’ volumi già da me dati in luce, formerebbero uniti un corpo di storia completo e d’uniforme tenore; monumento che fra tanti d’Insubria manca tuttora al desiderio degli studiosi._
_Le memorie dell’Insubria e di Milano, dalla sua fondazione fino ai giorni nostri, ci furono, è vero, tramandate da molti e chiari autori; ma nè l’arte, nè la diligenza sono eguali in essi, nè tutti servironsi, nel compilarle, della medesima lingua. Talvolta si contraddicono gli uni gli altri; e la storia di Milano, come quella dei grandi imperj, pecca per soverchia copia di materiali, laonde soccombe, per così dire, sotto il proprio peso._
_Non facilmente si troverebbe altrove una schiera numerosa di scrittori quale ne offre Milano, città dal poeta Ausonio, precettore dei Cesari, chiamata Roma Seconda; a misura che in essa succedevansi gli avvenimenti, cresceva tra gli uomini d’ingegno il desiderio di lasciarne memoria nei loro scritti. Ciò accadde ai tempi della Repubblica, allora cioè che i Milanesi liberi governavano l’Insubria con regime quasi eguale a quel de’ Romani, e vieppiù allorquando essa Repubblica cadde in eredità dei duchi. Da ultimo crebbe il numero degli scrittori dappoi che, spenta la milanese repubblica ed estinta poscia la stirpe dei duchi, venne la città nostra aggregata all’impero del cattolico monarca._
_Fuvvi adunque, ripeto, una turba di storici i quali scrissero o di proprio moto o per ordine di chi comandava, e che sono diversi tra loro per indole e per tendenze. Galvano Fiamma inclina volontieri a’ favolosi racconti, derivando da’ tempi eroici i nomi delle più illustri famiglie, mescolando sempre qualche miracolo all’accaduto, vago di narrare cose incredibili anche laddove la nuda verità basterebbe ad allettare i leggitori. Altri, scrittore sincero, si smarrisce nella caligine dei tempi, e non dà per sicuro se non quanto rinviene negli archivj. Alcuni de’ nostri storici studiarono la brevità dello stile, invece l’Arluno, coll’ampollosità de’ vocaboli e lo scrivere prolisso, guastò le sue storie colla vaniloquenza, come del declamatore Alcidamante riferisce Platone._
_Taluni lasciarono giornali delle cose accadute a’ tempi loro in Milano. Bonaventura Castiglioni, già canonico della Scala e nostro collega, fece raccolta di iscrizioni e di marmi, e con non lieve fatica, sebbene da molti stimata pedantesca, notando luoghi, epoche, nomi, e colla durevole memoria delle lapidi fe’ in guisa che la patria, per così dire, narrasse i proprj casi, divenuta storica di sè medesima. Tristano Calco e Simonetta, i soli due tra i nostri che si sforzarono di raggiungere il genio dell’antica storia romana, lasciarono imperfette le loro opere; il Simonetta la sua Sforzeide ed il Calco la Storia di Milano, che non continuò oltre la morte dell’imperatore Enrico III._
_Per la qual cosa i due sullodati Decurioni stimarono partito più facile e più idoneo che io, ripigliando il filo delle storie milanesi, le quali scrissi e pubblicai in addietro, le continuassi collo stesso metodo. Sono tre anni che m’affidarono codesto incarico: morto nel frattempo il Visconti, il superstite collega di lui, Legnano, continuò ad instare perchè dessi mano alla storia di cui m’aveva incaricato, e che avrebbe potuto scrivere benissimo egli stesso. Io non reputai quindi di oltre procrastinare, e pigliate le mosse dalla fine del regno di Filippo II e dai principj dei due Borromei, dapprima reggente il vicario Sormani, indi il vicario Archinti, stabilii narrare i casi e le azioni di questo periodo, e la guerra che ora si combatte implacabile ed atroce fra i due re, e che sarà famosa anche alle venture generazioni. Un volume di questa storia consegnai al decurione Legnano perchè, esaminatolo giusta l’ufficio suo, decida se debbasi tosto dar mano a stamparlo, ovvero sospendere, secondochè approverà o no il mio scritto. Frattanto, avendo io raccolte parecchie note e memorie intorno la peste che fu in Milano nel MDCXXX, risolvetti, tra per sdebitarmi in parte col Legnano, tra per le vive istanze del vicario Castiglioni, poi dell’Alfieri, suo successore, di pubblicare il racconto di essa peste diviso in cinque Libri, stampandoli senza indugio, staccati dal corpo delle storie. E ciò, dietro l’esempio di celebri storici, i quali staccarono alcun brano dell’opera loro, allorchè o la grandezza d’un avvenimento superava ogni altro, ovvero l’ammirazione ond’erano compresi li infiammava ad illustrarlo con maggior cura. — Siami lecito imitare l’esempio loro, quantunque non possa eguagliarne i pregi._