La pergamena distrutta Romanzo del secolo XVI
Part 9
Delle voci che si avvicinavano strapparono il conte a quelle riflessioni.
Una vecchia accompagnava il sagrestano....
Saprebbe dessa?...
Non le disse nulla, non interrogò.... Doveva essere già informata... D'altronde non ne avrebbe avuto il tempo; chè il sagrestano esclamò tosto:
Non sa nulla. Eccellenza.
Queste parole fecero svanire l'ultima speranza del cavaliere di Malta. Dunque tutte era finito!... Non saprebbe che fosse avvenuto della donna che cercava? Colei, che un istante si era tenuto quasi certo di rinvenire... Perdeva le sue tracce, quando soltanto per suo mezzo avrebbe potuto forse aver notizia degli altri suoi parenti... Se il cavaliere Dell'Isola era morto, come mai ritroverebbe quel figlio, di cui il vecchio duca moribondo aveva palesato l'esistenza?...
Dovrebbe dunque ritornare a Catania senza nulla scoprire; e non saprebbe riportare alla duchessa che delle congetture confuse, incerte, infondate fors'anche... che maggiormente l'agiterebbero?
Mentre egli rifletteva a tutto ciò, il sagrestano e la donna, che gli aveva condotta dinnanzi, lo esaminavano ed attendevano quanto direbbe loro.
Infatti, dopo qualche istante, ei rivolse la parola alla vecchia.
--Che disse quella signora prima di lasciare Pesaro? Quale motivo addusse?
--Nessuno, assolutamente nessuno; balbettò la povera donna posta in gran soggezione.
--Quella partenza fu dessa precipitosa, o vi parve fosse stabilita da lungo tempo?
--Partì improvvisamente colla sua domestica, non ne so di più, perchè soltanto qualche volta andavo in quella casa. Quella signora parlava pochissimo; era sempre assai triste.
--E non giungeste mai a conoscere qualche importante particolare, che la riguardasse?
L'interrogata riflettè.
--Non so davvero che mi dire, mormorò; era assai affezionata al suo bambino, che non toccava ancora, i due anni; so che ne aveva un altro più piccolo da una nutrice, che ignoro ove abitasse; ella vestiva sempre a bruno, da poco era vedova, e di suo marito non parlava mai.
--E non diceva talvolta di aver padre, fratello?
--Io non ne ho mai udito parlare.
--Nessuno veniva a vederla?
--Nessuno a quanto credo.
Mi sembra impossibile, pensò il conte, che se veramente era mia cugina avesse a vivere in tal modo. La sua famiglia non dovrebbe essersi tutta spenta. Poi ad un tratto.
--Ed il suo nome?
--Io la udii chiamar soltanto la signora Gabriella.
Gabriella! pensò il conte... Ma era questo il nome della seconda moglie del duca suo avo!... della madre del cavaliere Dell'Isola... Ah sì! doveva esser sua cugina... E per accertarsene, spinto da un impulso involontario, irresistibile, senza darsi pensiero che quanto stava per fare era forse sconveniente per lui, e poteva cagionar sospetti, trasse rapidamente dalla valigia di pelle, che portava sotto al mantello, il ritratto della contessa sua madre, e lo mise sotto gli occhi della vecchia e del sagrestano.
Essi fecero un movimento di sorpresa.
--È il suo ritratto! sclamarono insieme. Dunque il giovane padre Leone non aveva esagerato!...
Ah perchè non la ritrovai? pensò il conte.
La sorte si prendeva davvero giuoco di lui. Come potrebbe riescire se essa non lo favoriva?
Dopo un istante di immobilità dolorosa rimise l'effigie della contessa nella valigia.
Le due persone, alle quali egli l'aveva mostrata, fissavano in lui degli sguardi pieni di curiosità. Certo, pensavano entrambi, questo cavaliere deve conoscere assai la signora Gabriella. Forse è suo fratello!.. forse qualche suo amante!...
Quanto s'ingannavano in quest'ultima congettura sopratutto!... Eppure... chi non avrebbe pensato come loro, vedendo la premura, l'agitazione del conte?
È così che talora si crede ciò che non è, e si riesce poi a persuadersene in modo, che rende in seguito difficilissimo il convincersi di avere errato.
Il conte di San Giorgio, pensando che quella vecchia non potrebbe ormai essergli utile a nulla, la congedò dopo aver dato anche a lei del danaro.
Dal suo contegno e da quello del sagrestano il cavaliere aveva compresa la maraviglia cagionata in entrambi dalla sua singolare condotta. Ma che gl'importava di loro? Già nessuno sapeva chi fosse.
--Vostra eccellenza comanda ancora qualche cosa da me? gli chiese il sagrestano.
--No, no, rispose il conte, che si allontanò frettolosamente.
Ah, pensava, a che ci condurrà il progetto della duchessa? A nulla; comincio a crederlo. E sarà per nulla che io la lasciai; che mi privai dell'unica felicità, che mi può dare la vita!... Vederla talora, parlarle qualche volta... Perchè io non iscoprirò nulla nemmeno a Venezia: me lo dicono i miei presentimenti... Oh quella donna è davvero della nostra famiglia!... Gabriella! non m'inganno... dove mai si troverà dessa?... Se potessi saperlo; indovinare ove dimora!...
Queste idee stancavano l'immaginazione del conte.
Forse, diceva tra sè, è in questi dintorni, in qualche campagna isolata, che ella si nasconde!
Ma è dunque sola?... Perchè?... Se mi provassi a cercarla nelle adiacenze!...
Ma allora non mi recherei mai a Venezia!... Ed io voglio andarvi presto...
Cercherò questa Gabriella nel ripassare di qui... e se a Venezia non avrò scoperto nulla, farò di trovarla ad ogni patto....
E dopo aver preso questa risoluzione, il conte di San Giorgio si sentì più tranquillo.
Per qualche tempo aveva esitato tra proseguire e fermarsi senza sapere a qual partito attenersi. Ma ora ne aveva adottato uno, e si era deciso fermamente per esso. È sempre un bene escire dalla perplessità.
Poi rifletteva che quella donna poteva essere ritornata a Venezia insieme a' suoi parenti; che disgiunta forse da loro par qualche colpa commessa, o per qualche fatalità, avesse finito poi per riconciliarsi con loro, o per ritrovarli...
Se ciò fosse?... Ed egli, che poco prima si era proposto di non voler più sperare, si lusingò ancora:... chè nuovi avvenimenti, nuove congetture gli erano balenate dinanzi a rischiarargli l'orizzonte sconosciuto.
Appena ritornato alla locanda, il cavaliere di Malta ordinò ad Antonio di sellare i cavalli, che avevano fatto quel giorno poche leghe.
Il servo rimase sorpreso, poichè quel mattino istesso il conte gli aveva detto che probabilmente si sarebbero fermati a Pesaro più che nelle altre città, negli altri paesi già percorsi.
Ma Antonio non si permise la menoma osservazione ed obbedì in silenzio.
Il conte si disponeva a lasciar Pesaro con una specie di gioja.
Pesaro, in cui era giunto con tante speranza, e che per tanto tempo aveva desiderata!
Quante noje! Ma il pensiero di donna Livia lo sorreggeva. Sì, il duca aveva avuto ragione nel trovare che suo cugino amava quella donna con idolatria, non meno di quanto l'amava egli stesso!
Se avesse veduto quante pene il conte si prendeva per obbedirla, ne avrebbe riso; ma detto anche fra sè che l'amore del cavaliere era, se non più appassionato, assai più devoto del suo!
Il conte di San Giorgio era già a cavallo, nella corte della locanda; stava per escirne, quando vide il sagrestano, che si avvicinava correndo.
Chiedeva di lui?
Sì.
--Eccellenza, gli disse, mi è venuto un pensiero dopo averla lasciata; sono andato a chieder notizia di quella dama ad una sua vicina.
--Ebbene?
--La signora Gabriella, dopo una breve assenza, ritornò a prendere le sue robe, e quella vicina udì dal carrettiere che si recava a Rimini.
Ah! pensò il conte, io vi sarò stassera.
Ringraziò il sagrestano, lo regalò ancora, e partì.
Presto fu fuori della città. Spronò il cavallo, dicendo al servo di affrettarsi più che poteva.
L'Adriatico sembrava seguire il cavaliere di Malta in quella rapida corsa. Quel mare, che ei costeggiava da tanto tempo, gli pareva ormai un compagno, un amico.
La sera istessa giunse a Rimini.
Ma la notte era troppo inoltrata, perchè potesse tentar subito indagini.
L'indomani per tempo entrò nella chiesa di San Francesco, pensando che probabilmente troverebbe là quella donna, poichè aveva sentito passar ella gran parte del suo tempo in chiesa.
Se non la vedeva entrare quel giorno, ed era domenica, in San Francesco per le funzioni, farebbe altre ricerche, ma la sorte lo favorì.
Tra le prime persone che entrarono in chiesa, vide una giovane signora, che a prima vista lo colpì... La riconobbe.... Sì, è dessa! mormorò... Ah quanto rassomiglia anche a donna Rosalia....
La seguirò quando escirà di chiesa; vedrò dove entra... e quindi mi recherò da lei....
VI.
Qualche settimana prima in una camera d'apparenza modesta di una modestissima casa di Rimini la giovane donna, che il conte di San Giorgio aveva cercata invano a Pesaro, Gabriella, se ne stava sola, appoggiata ad una finestra, come se avesse bisogno di respirare un po' d'aria.
Pareva immersa in riflessioni dolorose.
Sì, quei grandi occhi neri e languidi, quel profilo dolce, eppure troppo spiegato, quel volto pallidissimo, vezzoso, ma triste, e sino il complesso della persona alta, ma delicata ed esile rammentavano in modo particolare donna Rosalia; erano i medesimi tratti, ma assai più affaticati e stanchi.
Gabriella vestiva a bruno, e ciò faceva sembrar maggiore la sua pallidezza.
Ad un tratto si mosse: aveva udito battere alla porta.
--Siete voi, Giovanna? disse; ma perchè ricondurre subito i bambini?...
Intanto apriva; le parole morirono sulle sue labbra.
Invece della servente e de' suoi figli vide un uomo ancora assai giovane intieramente avvolto in un gran mantello di color cupo.
Ella lo riconobbe; ed una specie di esasperazione parve impossessarsi di lei.
Il nuovo venuto rimase un momento immobile; indi rinchiuse la porta, e prendendo per una mano la donna, che non profferiva parola, la condusse nella seconda stanza, e la fece sedere.
--Sì; sono io, Gabriella, disse poi; e la mia presenza non deve incutervi alcun timore.
Ella lo guardò un momento in silenzio; indi:
--È vero, mormorò; chi vi disse che io ero in Rimini?
--Nessuno me lo disse, io stesso vi vidi; da qualche giorno ho arrestata in questo porto la mia nave; vi riconobbi in chiesa, ed attesi per venirvi a vedere che la vostra domestica fosse escita per qualche tempo. Oggi quando sortì la interrogai, seppi che per gran parte della giornata sarebbe assente, e venni... Venni come un amico, chè come tale, il sapete, vi amai sempre.
--È vero, rispose ella, grazie.
E gli stese la mano, che ei strinse in silenzio. Poi:
--Sventurata! disse; che fu di voi? che mai faceste? Dunque, una passione vi trascinò?
--No! esclamò Gabriella; voi vi ingannate, come certo s'ingannarono tutti. La fatalità soltanto mi ha trascinata, non passioni...
--E dove vi trascinò essa?
--Alla sventura, Marco. Mi chiedete ciò che fu di me in questi quattro anni? ciò che io feci? Nulla. Le pene, che ho patite, io non le ho cercate.
Il giovane la guardò con compassione profonda.
--Spiegatevi, Gabriella; pensate, che quanto a me direte nessuno lo saprà in eterno, se così bramate: parlate dunque.
--Prima di farlo, lasciate che io vi chieda una cosa.
--E quale?
--Vedeste mio fratello? Da quanto tempo?
--Da quasi due anni.
--Oh allora non sapete.... e nulla poteva dirvi di me....
--Nulla mi disse; sapete che io non gli ho parlato che due volte; egli ignorava perfino che voi avevate accettata la mia mano, durante la sua assenza..... D'altronde non si avvide di me; era in gondola con una donna....
Ed il giovane si arrestò, come se non volesse proseguire.
Gabriella fece un movimento di terrore.
--Sarà stata lei! mormorò a voce bassissima, ed il suo volto si contrasse.
--Che avete? le domandò il forestiero.
La giovano donna si alzò; poi dopo un istante si lasciò cadere di nuovo sulla sua sedia; le lagrime la soffocavano.
--Se il parlare deve riuscirvi troppo doloroso, ebbene tacete; esclamò il giovane, che all'accento si riconosceva facilmente per veneziano.
--No, no; voglio dirvi tutto, giustificarmi; vedrete che non sono indegna dell'interesse che mi dimostrate.
--Vi ascolto.
E prendendo una sedia, Marco Sabbia, tale era il nome di quel giovane, ricco armatore veneziano, si assise vicino a Gabriella.
--Sì, voi mi compatirete, cominciò ella; siete calmo e riflessivo; l'idea soltanto che mio fratello non poteva occuparsi di me vi spinse ad offrirmi la vostra mano una volta.... E tutto posso dirvi....
Egli la interruppe:
--No, Gabriella, io vi voleva bene; siete la sola donna, che avrei sposata; vi amava senza esaltazione. ma molto: e quando vi perdetti, rimasi profondamente rattristato.... Tanto che mi recai in Levante, viaggiai continuamente, quantunque avessi potuto vivere tranquillo a Venezia con ogni agio: ma la mia città natale mi era divenuta insopportabile, mi vi fermava soltanto il tempo necessario a ricevere nuovi incarichi dalla signoria, che tante volte mi aveva già spedito come mio padre in Dalmazia, in Morea, in Asia.
--E che diceste allorquando io sparii?
--Mi fu detto che eravate fuggita con un giovane; pensai fosse il vostro amante; mi pareva strano, il confesso, ma dovetti persuadermene.... Faccia Dio, mi dissi, che mai ella si penta dell'error suo!
--Ah! mormorò Gabriella: voi avete creduto ciò di me. No, mai avrei commesso una tal colpa, affrontata la collera divina!
--Infatti, voi sì pia, sì religiosa: ma dunque raccontatemi tutto.
--Marco, voi credeste la mia partenza una fuga, invece fu un rapimento.
--Come? Che dite? Chi fu il vile? Come mai potè effettuare?... Proseguite.
--Negli ultimi giorni, che passai in casa della signora Lorini vostra zia, a cui mio padre mi aveva affidata, io vedeva, ogniqualvolta andava alla finestra, un uomo guardarmi fissamente, ed in modo che quasi mi spaventava. Credetti però non dovermene dar gran pensiero; per questo non ne dissi nulla alla signora Lorini. Voi eravate assente. Ah! credeste che io non fossi soddisfatta della sorte che mi promettevate, che mi attendeva.... ed invece la guardavo con fiducia... Oh, non fui io che volli cangiarla.... Una sera, mentre stavo discorrendo colla signora Lorini, si venne ad avvertir questa che una sua amica, le se ne disse il nome, stava per morire, e che chiedeva istantemente di vederla. Senza riflettere molto ella entrò nella gondola, che attendeva ai piedi della nostra casa, e che dicevano mandata dai parenti della inferma. Così io rimasi sola. Andai alla finestra, e stavo guardando allontanarsi la signora Lorini, quando ad un tratto mi sentii afferrare per un braccio. Mi rivolsi; al lume della lampada, che ardeva nella camera, riconobbi l'uomo che mi trascinava... Era lui!... quello, che da qualche giorno vedevo sempre dalla finestra. Feci per parlare, ma egli me lo impedì:--Gabriella, mi disse, non vi spaventate, siete con un uomo che vi adora; seguitemi... Ed intanto mi trascinava per le scale.... Stordita per la sorpresa, e per lo spavento, io non feci resistenza come lo avrei potuto del resto? Le forze mi abbandonavano, volevo gridare, chiamar soccorso, ma la mia voce moriva nella strozza. D'altronde e' continuava a minacciarmi; poi tutto fu l'affare di pochi istanti.... Giunti ai piedi della piccola scala, che voi conoscete, egli mi depose in una gondola; prima di allontanarsi, io lo vidi parlare ad una persona, che stava in un'altra gondola. La luna illuminava le lagune; uno de' suoi raggi cadde sul volto di quella persona, nell'atto che metteva fra le mani di colui che mi rapiva qualche cosa, che non distinsi; quantunque più morta che viva, ed incapace di muovermi, io concentrai tutto quanto potevo avere di forza visiva, di attenzione, sul volto della persona, che parlava col mio rapitore... Era una donna.... una donna giovine e bellissima.
Marco rabbrividì.
--Quale interesse, continuò Gabriella, poteva spingerla a prender parte a quel rapimento? ah non lo so ancora, quantunque....
Ella parve fare a sè stessa una domanda penosa; i singhiozzi, che avevano sempre interrotta la sua voce, cessarono un istante, la collera, l'odio quasi si dipinsero sulla sua fisonomia, abitualmente dolce.
--Infelice! esclamò il marinajo, che sembrava assai preoccupato.
--Infelice! aspettate a darmi tal nome; voi non sapete ancora quanto soffrii.... Dopo che ebbe parlato con colei, e fu per un momento, l'uomo che mi rapiva si assise vicino a me. Le ultime mie forze mi abbandonarono, e svenni.... Ei mi fece fiutare qualche cosa, che invece di scuotermi mi intorpidì affatto. Quando rinsensai, ero in una specie di cameretta di una nave straniera, sola con lui. Mi chiesi un istante con angoscia inesprimibile se non ero in preda ad un orribile sogno.... Ahimè no! lo compresi tosto. I miei sentimenti confusi si risvegliarono insieme, mi risovvenni con chiarezza di essere stata strappata a forza dalla casa ove abitavo, deposta nella gondola, e mi risovvenni benanco della donna, di cui vi ho parlato, che sembrava essere stata l'anima di quella trama, e che forse l'aveva ordita ella sola.... Quali penosi ricordi gran Dio! A misura che essi mi persuadevano della realtà crudele della mia situazione, il mio cuore si stringeva, il sangue mi affluiva con violenza al cervello: com'è che non divenni pazza? Pensai anche a voi, Marco, vi desiderai a me vicino; voi mi avreste forse salvata....
--Lo avrei tentato almeno! esclamò egli; e se non perdevo la vita nella lotta, sarei riescito.
--Lo credo. Per qualche istante rimasi silenziosa, poi mi rivolsi piangendo a colui. Insensata! credevo di commoverlo; mi gettai a' suoi piedi: Riconducetemi a casa, esclamai; Dio vi benedirà! Egli mi rialzò; Acquetatevi, Gabriella, mi disse; io non posso soddisfarvi.--Perchè?--Perchè vi amo, ed ho risoluto siate mia per sempre. Prima che rinunziare a voi io saprei uccidervi.--Egli pronunziò quelle parole in modo, che ne fui atterrita, e ritenni inutile ogni altra prece. Mi costrinse quasi a bere qualche goccia di un'acqua, che ei diceva mi avrebbe calmata. Tosto fui presa da un sonno pesante, che mi aggravava le palpebre. Benchè tentassi rimanere svegliata, non lo potei.... ogni sforzo fu inutile.... E m'addormentai.... Certo avevo preso qualche narcotico possente. L'altra volta il mio torpore non era durato molto; ma invece questa, lo compresi in seguito, aveva durato due giorni e due notti.... Mi risvegliai in una camera di locanda; ero sdrajata su di una lunga seggiola a bracciuoli.... Egli mi aveva coperta col suo mantello.... Stava in piedi dinanzi a me.... Cielo! che era mai avvenuto?... Mi misi a piangere.... Egli mi prese le mani. Gabriella, mi disse, perchè non vi rassegnate al vostro destino? Io sono giovane e vi amo: perchè non mi amerete voi pure? Sposatemi, e tutto sarà finito, chè veramente, non potrei sempre vedervi a piangere.... E certo io non voglio rinunziare a voi.... Mi sembra parlarvi ragionevolmente... Un prete ci attende. Venite..... Rimasi un istante perplessa tra l'idea di rachiudermi in un chiostro; narrar tutto ad un confessore; od accettare l'offerta di colui, che in quell'istante mi guardava dolcemente. L'onore mi spinse a prendere il secondo partito. Andiamo, esclamai alzandomi, andiamo tosto. Egli mi parve soddisfatto e sorpreso insieme da quel subito consenso. Mi condusse in una chiesa vicina senza indugio; sembrava temesse che io avessi a cangiarmi. Tutto era pronto per la cerimonia. Un'ora dopo io era sua moglie; e qualche giorno prima egli mi era straniero.
--Vi amò egli almeno? chiese il marinajo.
--Sì, benchè poi divenisse assai brutale e non mi lasciasse la menoma libertà.
--Ed in qual luogo lo sposaste?
--A Ravenna.
E riprendendo il filo del suo racconto:
--Ero maritata ad un uomo, di cui ignoravo la condizione e gli antecedenti. Chi era egli mai? Glielo domandai con qualche terrore, appena fummo di ritorno dalla chiesa. Esercitai sempre il mestiere dell'armi, mi disse; ora ne sono annojato, e voglio ritirarmi in campagna. Non sono molto ricco, ma possiedo una fortuna sufficiente per vivere. Questa fortuna. l'ho meco: e mi mostrò una gran borsa piena d'oro. Voi siete mia, continuò egli; nulla ormai può spezzare i legami, che a me vi uniscono; dunque prendete il vostro partito. Io vi amo. Rimasi silenziosa; non era il sapere che ei non fosse nobile, nè ricco che mi opprimeva; egli mi aveva strappata, è vero, ad un avvenire sicuro, ad un'esistenza agiata, fatto provare angosce terribili; ma infine io stessa ero figlia d'un guerriero di ventura, non possedevo ricchezze; mio padre era nobile sì, ma orfano, solo; insomma.... colui mi aveva sposata senza esitare; ciò tranquillava la mia coscienza. Intanto egli mi parlava d'amore, le sue parole, piene di una passione selvaggia, mi facevano tremare, ma risvegliavano in me sentimenti, sino ad allora sconosciuti.... Voi eravate il solo, che mi avesse prima amata; e, benchè mio fidanzato, eravate sempre stato per me più un fratello che un amante; io non conoscevo dunque l'amore, poichè non era amore ancora quello, che provavo per voi.... Eppure con voi sarei stata felice!... Poi colui, benchè in modo sì strano, era mio marito; io non poteva rifiutarmi ad ascoltarlo.... non potevo.... Il cielo istesso m'imponeva verso di lui dei grandi doveri.... Marco, aggiunse Gabriella alzandosi con vivacità passaggiera e convulsa, nella posizione, in cui io mi trovavo di fronte a quell'uomo che mi aveva rapita, che avevo sposato per necessità, che dovevo fare? Una donna altiera, energica avrebbe preferito morire prima che viver seco; si sarebbe precipitata nell'onde sin dalla notte fatale, anzichè rimanere sola con lui.... ma io, timida, inesperta, mi lasciai trascinare..... Marco, quell'uomo, che mi aveva strappata a forza dalla casa, ove abitavo, non poteva essermi indifferente; bisognava, o lasciarmi trascinare verso di lui, od odiarlo.... Ed io non sapeva odiare....
Gabriella si lasciò cadere nuovamente sulla sua seggiola, e nascose il volto tra le mani.
Il giovane veneziano rispettò un istante quel silenzio, come quello che proveniva da mille affetti diversi.
Egli la comprendeva, non si era condotta come una eroina, ma era sventurata, non colpevole.
--Dunque, lo amaste? le chiese con dolcezza.
--Sì, lo amai, come la schiava ama il suo padrone, di un amore, che mi avviliva a' miei proprj occhi.... In pochi giorni lo amai così... Tanto ei mi dominava, che un solo suo sguardo arrestava sulle mie labbra le parole, quando volevo rimproverargli il modo, col quale aveva agito meco; sicchè quasi non osai più tentarlo.... Fu virtù la mia, o fu viltà?... Ahimè! che io stessa....
Marco la interruppe.
--Gabriella, le disse con dolcezza ed insieme con dignità, io non vi chiedo di più; comprendo qual dolore si debba sentire nel narrare, sia pure all'amico più devoto, le umiliazioni patite.... Non devo esigere che a tal dolore vi assoggettiate per me....
--Grazie, mormorò la giovane.
--Io, riprese Marco, devo cercare soltanto di alleviare le vostre sventure; vi offro ancora la mia mano e la mia fortuna, che in questi anni coi traffici e colla mercatura divenne ancor più considerevole....
--Che dite?
--Che io sarò, se il volete, il padre dei vostri figli. Se avessi provato per voi una di quelle vive passioni che sconvolgono la fantasia, non potrei forse parlarvi in tal modo: avrei orribilmente sofferto nell'udire che amaste un altro; ma io che non ho la mente offuscata dalla gelosia, posso sopportare tale idea.... Comprendo lo stato, in cui vi trovaste, e vi compatisco... Accettate la mia offerta, e potrete essere ancora, se non felice, amata e tranquilla.
Gabriella rimase immobile: sembrava che la voce non potesse escire dalle sue labbra. Finalmente, dopo un forte accesso di tosse:
--Marco, mormorò, io non posso, non devo accettare.
--Perchè?
--Perchè non sono più quella che fui. Voi vi pentireste della vostra generosità; guardatemi!... Io non ho ancora venticinque anni, eppure il mio cuore non sa più schiudersi alla speranza.... D'altronde....
--Ebbene?
--Poco forse mi rimane di vita.... una malattia sottile mi distrugge.... I medici, che ho consultati, me lo lasciarono travedere....
Il veneziano la guardò con terrore; sin dal primo momento l'eccessiva pallidezza di lei lo aveva colpito.