La pergamena distrutta Romanzo del secolo XVI
Part 7
E si avanzò verso il camino; ma ad un tratto si arrestò imbarazzato, scorgendo il cavaliere di Malta, che non aveva veduto prima; non seppe più se avanzare o retrocedere; rimase perplesso, confuso.
--Non temete, gli susurrò all'orecchio l'oste; è un cavaliere buonissimo; la sua presenza non vi impedirà che mi narriate....
Egli era curioso di conoscere il motivo di quella agitazione; curioso quasi al pari di Ambrogio, che non molto discosto attendeva con un'ansietà mista di piacere il racconto che starebbe per fare il vecchio. Eppure non lo conosceva: le sue parole, non lo riguarderebbero menomamente; ma che monta? Quando si è presi dal desiderio di sapere, saper sempre senza ragione, non si pensa tanto: nella brava guida tal desiderio era ad ogni istante vivo.
Del resto questa volta aveva compagni; non soltanto l'oste, ma anche sua moglie attendeva con impazienza. Essi erano parenti di colui che doveva parlare, è vero; ma probabilmente non avrebbero, anche in caso diverso, gran che differito da Ambrogio.
Il conte aveva prestato poca attenzione a quanto succedeva intorno a lui; in quell'istante donna Livia ed anche gli altri suoi parenti, i loro segreti, le loro preoccupazioni orano assai più presenti allo spirito di lui, delle persone che gli stavano vicine. Non vide nemmeno l'oste esaminarlo rapidamente, come per accertarsi della verità di quanto aveva asseverato al vecchio.
Dopo un tale esame, l'oste scostò una sedia dalla tavola, e collocandola a qualche passo dietro il conte l'additò al suo parente, dicendogli:
--Sedete e parlate. Sapete quanto ci interessiamo a voi e a vostro figlio.
Il cavaliere volse il capo a quelle parole.
Tutti gli sguardi si fissarono sopra di lui; ma egli aveva già ripreso la sua prima posizione.
Certo, pensò, quanto costui vuol narrare si può udire senza indiscrezione, poichè si dispone a parlare in presenza di tutti; e persuaso d'udir cose indifferenti, tornò ad immergersi ne' suoi pensieri.
Antonio non divideva la curiosità degli altri; formava eccezione col conte, malgrado non avesse, come questi, preoccupazioni particolari.
Ei non si dava pensiero che di quanto risguardava il suo servigio; da questo in fuori non aveva da molti anni pensato assolutamente ad altro; da ciò la flemma indifferente che gli era naturale in ogni cosa, che si leggeva sulla sua fisonomia, in ogni suo atto, e che tanto meravigliava la guida.
Intanto il parente dell'oste si disponeva a soddisfare alle domande fattegli, e dopo aver dato in qualche altra esclamazione di dolore, incominciò:
--Ero andato quindici giorni fa con mio figlio a Teramo: poveretto! chi avrebbe immaginato ciò che lo attendeva! Certo allora non si sarebbe mosso di qui.
Ed il vecchio si arrestò un momento, come se volesse accrescere la curiosità degli uditori.
Era per questo, o perchè il dolore gl'impediva veramente di continuare, troncandogli la voce? Nessuno glielo chiese; che ad interrompere un contadino non si finisce più. Si aspettava che riprendesse da sè il racconto, e ciò non tardò molto.
--Sapete, proseguì, che mio figlio doveva sposare, appena arrivato a Teramo, quella ragazza, cui voleva gran bene, che credeva ne volesse altrettanto a lui, ma ciò non era, a quanto sembra. Fidatevi dunque delle donne, delle forestiere soprattutto!... Vi è noto difatti che quella giovane è di Ancona, o forse di più lontano ancora; e che mio figlio la conobbe per essere ella camerista di quella dama, che ha la bella villa qui presso....
--Affrettatevi, Adriano, disse l'oste, che tutto ciò il sappiamo.
--Eh lasciatemi dire con ordine... Insomma mio figlio e colei si erano data parola di sposarsi: questo bisogna ve lo richiami; ed io ero contento, perchè la padrona della ragazza, che se la tiene assai cara, aveva promesso dotarla: mio figlio non vedeva più che pe' suoi occhi... dunque, senza andare a saper tanto pel sottile chi ella fosse, che famiglia avesse, si erano concluse le nozze; convenuto che verso Pasqua il mio Battista ed io saremmo andati a Teramo, e che dopo le feste si sarebbe fatto il matrimonio in casa della signora. Di lettere non ne corsero da quest'autunno a quando partimmo; però non doveva essere avvenuto cangiamento alcuno nelle idee della ragazza, perchè il mese scorso ci mandò a salutare da un dipendente della sua padrona, come faceva sempre quando ne aveva l'occasione, e ci fece dire che ne aspettava. Noi partiamo dunque.
--Che uomo nojoso! disse piano l'ostessa ad Ambrogio. Come se non sapessimo anche questo!
--Eh via, lasciatelo dire, rispose la guida pure a bassa voce.
--Sì, sì, tacete sussurrò l'oste.
Questa leggiera interruzione era durata un batter d'occhio, ed il vecchio continuava.
--Partiamo dunque. Appena giunti a Teramo, naturalmente ci rechiamo a casa della padrona di Carolina. Facciamo chiedere di questa, ed ella vien subito, sì; ma come ci tratta! Ha un'aria da signora davvero: sembra sdegnare di salutarci, ed in poche parole dice chiaramente a mio figlio che non può più divenire sua moglie, perchè un gran cangiamento è avvenuto nella sua condizione.
--Ma era vero questo? interruppe l'oste.
--Eh sì; aspettate. Mio figlio senza chieder altro si mette a piangere come un ragazzo. Gli è che, vedete, era stregato da colei; povero bernardone!
--Ed ella? domandò l'ostessa; e voi, che faceste?
--Ella non parve molto commossa dalla disperazione di Battista; dissegli si consolasse, che ella non aveva colpa, se impreveduti avvenimenti le impedivano mantenere un'antica promessa. Se avesse trattato così con un altro non l'avrebbe passata liscia... Ma Battista! Ella lo conosce; si contenterebbe, ne era sicura, di singhiozzare.
--Ehi? chiese l'oste; come andò poi a finir tutto?
--Carolina, continuò il vecchio che sembrava parlare anche per proprio conto, e come desideroso di sfogarsi, aveva certamente dato parola a mio figlio, soltanto per la poca terra che possediamo; non abbadò a Battista che cercava intenerirla.
Carolina, le diceva tra i singhiozzi, non vi ricordate dunque più d'avermi voluto bene ed assicurato tante volte che non vedevate l'ora di diventare mia sposa? Ella non rispose subito; indi: Che cosa ho da farci? Allora io non sapevo...
--Che cosa siete diventata dunque? l'interruppi io, qualche dama?--Non una dama, mi disse in collera un bel giovane che entrava allora, e che forse vuole sposarsi lui quella gioja; ma non è più in condizione eguale a vostro figlio. Farebbe una pazzia se lo sposasse.--Dite almeno una volta, domandai a colui, che cosa le è avvenuto; spiegatevi.
--Oh per questo vi soddisferò, ribattè egli; è giusto; volete che parli io per voi? chiese tutto sorridente a Carolina: mi date licenza?--Fate pure diss'ella, ed io andrò dalla signora, che mi aspetta. E quasi senza salutarci, si allontanò, contenta di liberarsi di noi. Grande acquisto che avrebbe fatto mio figlio!... Ma ei non vuol darsi pace e continua a piangere.
--Ma che cosa vi narrò poi quell'uomo? domandò l'ostessa.
--Carolina, mi disse, ha ragione; per obbedirla, per accontentarvi vi dirò tutto.--Aveva un'aria d'importanza che bisognava vedere.--Ma io non mi lasciai mettere soggezione. Attesi si spiegasse. Mio figlio attendeva pure con ansietà certamente; ma senza ristare dal piangere e col volto nascosto fra le mani,--Saprete forse, continuò colui, che Carolina aveva una zia che l'amava molto e che sempre aveva servito da governante; da molti anni era andata con un vecchio padrone a Venezia.
Venezia! questo nome scosse il cavaliere di Malta; gli sembrava strano venisse a ferire il suo orecchio in quel luogo solitario, tanto lontano dalla città delle lagune. Quale combinazione! Dapprima, non aveva quasi ascoltato il racconto del vecchio; poi lo aveva udito con qualche interesse; certo non vi era confronto alcuno tra il suo amore per la duchessa e quello di Battista per Carolina; ma pure si lasciava involontariamente cattivare da tutto quanto riguardava quel sentimento, che viene sì diversamente provato, che spinge ora al bene ed ora al male.... Adesso l'interesse del conte si era fatto maggiore; si parlerebbe forse dei luoghi, ove doveva recarsi.
Il vecchio continuava, e ripeteva le parole di quello, che egli sospettava rivale a suo figlio.--Questa zia è morta da due anni: ma Carolina non ne ebbe mai contezza: quand'ecco che alcuni giorni fa viene chiamata ad un convento; trova un frate forestiere, che le annunzia la morte di quella donna, e le rimette molto danaro, moltissimo danaro, dicendole che le era stato lasciato dalla zia già da molto tempo, ma che, non avendola sino allora potuta trovare, si aveva dovuto aspettare tanto a rimetterglielo. Ed ecco tutto. Colui fece per andarsene, ma io lo trattenni.--Quanto mi aveva narrato sembravano inverosimile.--Come mai, chiesi, questa zia era divenuta sì ricca?--Questo non so, rispose: sembra fosse stata al servizio di un padrone generosissimo; forse ammassò quell'oro a poco, a poco: nessuno, disse quel frate, sa però chi fosse tale padrone, ed ella morì improvvisamente, senza nemmeno avere potuto confessarsi; morì tanto improvvisamente, che corse per Venezia la voce fosse stata avvelenata.--Bene; replicai io a quel giovane; se lo tenga Carolina il suo oro: chi sa da qual parte viene! Datti pace, Battista, dissi quindi a mio figlio: ma ei non mi udiva, e dovetti condurlo via per forza da quella casa. Ora è qui che mi vuol far impazzire. Da due giorni che siamo ritornati, tento invano consolarlo. L'ho lasciato un momento solo con sua madre per disperazione.... Non potevo più resistere a vederlo sì afflitto.
Il vecchio aveva terminato il suo racconto; l'oste e la moglie si diedero a consolarlo. Ambrogio tanto per parlare fece lo stesso.
--Mandatemelo qui quel ragazzo, disse l'oste; cercheremo distrarlo un poco.
--Non vuol andare da nessuno; vi assicuro che fa scoppiare il cuore.
--Sventurato! mormorò il cavaliere.
Questa parola ei l'aveva pronunciata senza avvedersene, sommessamente tanto, che nessuno la udì. Il dolore di quel giovane contadino, che appariva sì profondo, lo aveva vivamente commosso; e non era questa la sola impressione, che gli avesse destata la narrazione udita.
Il conte pensava anche a quella donna morta, a quanto dicevasi, di veleno a Venezia, e si sentiva tratto a fantasticare su quella circostanza; ma cessò presto dall'occuparsene. Sapeva che non bisogna mai lasciarsi trasportare dalla immaginazione, che può condurre lontanissimo dal vero, e fare scorgere misteri, laddove non sono che cose naturalissime.
Eppure lo spaziare in regioni ideali poteva essere in quel tempo errore più perdonabile. L'oscurità generale, i costumi dell'epoca, non bellissimi al certo, avevano però alcun che di ribelle, che si sottraeva all'impero assoluto della realtà.
Ma il conte resistette; e vide in quella storia un fatto naturale, e che non poteva avere certo alcun rapporto cogli sconosciuti parenti, che egli sperava rinvenire a Venezia.
Vi soffermava ancora il pensiero; ma soltanto per occuparsi del povero Battista, o piuttosto per riflettere quante pene si possono trovare ovunque; quanti affanni di cuore è possibile rinvenire in ogni ceto di persone: pene tante volte ignorate, affanni degnati tante volte appena d'uno sguardo dai felici, cui tutto sorride, che non comprendono come si possa soffrire, e temono forse lasciare un lembo della loro felicità a contatto del dolore.
Il conte amava osservare, riflettere; egli era alquanto filosofo.
Quando era entrato in quella meschina osteria, non aveva creduto certamente trovarvi diversioni, che potessero occupare anche per poco il suo spirito. Però si sentiva più che mai preso dal desiderio di proseguire il suo viaggio nel modo più sollecito.
Ah! come bramava condurlo a termine; ritornare a Catania; riveder donna Livia; fare in modo che il duca non giungesse mai a sapere ch'ella lo aveva mandato in traccia dei loro parenti spogliati!
Intanto il vecchio Adriano era partito; l'osteria aveva ripreso il solito aspetto; vi si parlava sommesso come prima.
Il cavaliere di Malta si alzò: accennò al suo servo di seguirlo e passando da una loggia di legno, che metteva alla sua camera fredda e mal riparata, vi si soffermò per consultare il cielo. La pioggia era cessata, ma l'oscurità era ancora profonda; non si vedeva brillare alcuna stella.
Domani, pensò il conte, benchè il cielo non sia ancora sereno, potrò partire egualmente, lo spero...
Ed entrò nella sua stanza.
III.
L'indomani spuntò torbido e nero, e la pioggia, cessata la sera prima, aveva ripreso a cadere, se non con gran violenza, senza interruzione però.
Le strade erano poi ancora più impraticabili; agli abitanti del paesello ciò non dava gran pena; nessuno ne fu dunque contrariato la centesima parto di quanto lo fosse il cavaliere di Malta.
Si era alzato all'alba, ansioso di sapere se potrebbe continuare la sua via. Ei provò un senso di dolorosa impazienza nel vedere che ciò gli sarebbe impossibile ancora; ma durerebbe sempre quella situazione?
Donna Livia per sicuro lo credeva assai più innanzi; ed invece tanti ostacoli ritardavano il suo cammino, ad onta della buona volontà, dell'ansietà sua; ed ora doveva fermarsi di nuovo!
Tutte queste cose il conte le pensava sospirando; per incoraggiarsi diceva a sè stesso essere la strada che gli rimaneva lunga sì, ma certamente più conosciuta, più agevole, ma non vi riusciva; il pensiero di dover aspettare ancora lo tormentava. Il giorno precedente non si era tanto impazientato. Perchè mai questo?
Era forse semplicemente effetto dell'essere intieramente riposato dalle fatiche del viaggio. In ogni modo tale indugio gli pesava assai. Dopo aver passeggiato un pezzo su e giù per la sua stanzaccia, discese nella cucina.
L'oste venne, come già aveva fatto la mattina innanzi, a complimentarlo, unendo ai rispettosi saluti qualche imprecazione al cattivo tempo, che perseguitava il cavaliere.
Il conte ebbe bisogno di tutto il suo buon senso per non adirarsi di quelle ciarle. Era in una disposizione d'animo tutta diversa del solito. Quante volte non accade ciò, e talora anche senza cagione alcuna?
L'oste era ben lontano dal dolersi della pioggia, grazie a cui soltanto il cavaliere forastiero si tratteneva.
La guida aveva preso in paco il suo partito; aveva ciarlato tutta mattina coll'oste e la moglie, prendendo a tema la storia del povero Battista; si era occupato con loro a commentarla, e senza impazienza alcuna aspettava che il tempo smettesse il broncio.
Quanto al servo del conte, comprendendo che il suo padrone era di cattivo umore, malediva alla pioggia, ed usciva dalla sua abituale placidezza.
Ma verso sera le nubi si diradarono come per incanto; un vento impetuoso le aveva scacciate in pochi istanti; il cielo tornò sereno, ed il sole apparve circondato da un'aureola dorata, splendido e puro. Mai esso era giunto sì caro al conte di San Giorgio. Le sue speranze ritornarono con esso, come se si fossero riaccese a quella fulgida luce.
Però ei non poteva pensare a partire sino al giorno seguente.
La notte non era lontana; ed il sole, che aveva quasi terminato il suo corso, benchè allora soltanto si fosse mostrato sull'orizzonte, non doveva tardare a nascondersi di nuovo.
Il cavaliere di Malta si ritirò presto, ordinando al servo ed alla guida di tenersi pronti a lasciar l'osteria l'indomani per tempo.
E così fu; poichè le strade, grazie al vento che aveva continuato tutta la notte impetuoso, si erano alquanto asciugate.
Fu con vero piacere che il conte si allontanò da quei luoghi; quasi ora pentito di non aver pazientato qualche giorno a Malta per attendervi una nave, che direttamente lo conducesse a Venezia; ma ormai la cosa era fatta.
Ah! se avesse potuto varcare, come lo faceva col desiderio, lo spazio, che il divideva da quella città, cui era diretto, come presto vi sarebbe giunto! con quale rapidità!
Ma il desiderio, per vivo che sia, non dà mai l'impossibile, benchè possa far conseguire il difficile; ed al conte non rimaneva che usare dei mezzi posti a sua disposizione onde affrettarsi.
Ambrogio durava fatica assai più del servo a seguirlo su d'una strada difficile, ove il pantano giungeva ancora ad una incomoda altezza. Ma si fece il possibile per arrivare a Chieti prima della notte, e fale scopo fu raggiunto. La giornata non era ancora finita, quando Ambrogio esclamò:
--Ecco Chieti!
E poco dopo si fermarono ad una locanda.
Il mattino seguente la guida condusse il conte al convento dei cappuccini situato fuori della città.
Quei padri accolsero benissimo i viaggiatori, e fecero mille offerte al cavaliere di Malta.
Ambrogio si era apposto al vero. Un padre cappuccino doveva partire per una città delle Romagne, Loreto; ed il conte vi si recherebbe con lui.
Ciò gli era assai caro, tanto più che poteva costeggiare l'Adriatico, come desiderava.
Ambrogio fu largamente ricompensato; ma dovette separarsi da' suoi compagni di viaggio, senza saperne di loro più di quanto ne aveva indovinato.
Il padre cappuccino lo rimpiazzò presso di loro, e partirono insieme il giorno dopo.
Quel frate si recava a Loreto per predicarvi, ed assicurò il cavaliere che, il tempo permettendolo, vi giungerebbero fra cinque o sei giorni.
--Dunque, cavaliere, diss'egli al conte, voi siete diretto a Venezia?
--Sì.
--Venite da lungi?
--Da Manfredonia, ove arrivava da Malta.
--Come mai non vi imbarcaste direttamente per Venezia?
--Non mi fu possibile ritrovar subito un bastimento; ma forse ad Ancona mi imbarcherò.
Il frate troncò quel dialogo; pensava che andar per mare a Venezia sarebbe stato il partito più ragionevole.
Ed il conte era sempre più pentito di non averlo adottato, perchè avrebbe fatto più presto ed evitato mille noje.
Il cappuccino, che viaggiava col cavaliere, era un giovane di una fisonomia simpatica e dolce, dai modi gentili e distinti.
Era stato detto al conte esser egli un bravo predicatore; ed infatti sembrava molto istruito.
La finezza di sentire, che rivelava sempre ne' suoi discorsi, contribuiva a rendere la sua compagnia piacevole. Il cavaliere lo ascoltava volentieri, e sovente si interteneva seco a lungo, felicitandosi sinceramente di averlo compagno.
Un giorno avvenne al conte di dimenticare in una osteria di villaggio, ove avevano passato la notte, una piccola valigia, che portava sempre seco; mandò tosto il suo servo a cercare di essa, ed egli medesimo pregò il frate a ritornare un poco sui loro passi, onde sapere più presto su la valigia fosse ritrovata.
Il cavaliere era agitatissimo.
--Se la smarrissi, disse al padre Leone, non me ne consolerei giammai,
--Oh! spero la ritroverete, ed intatta; poichè certamente avrete con voi la chiave.
--Sì, ma temo lo stesso; per me quella piccola valigia è preziosa; contiene delle carte importantissimo, delle lettere, poi anche il ritratto di mia madre che non ho mai conosciuta, ed i cui tratti mi sono noti soltanto, grazie a quell'effigie.
--Comprendo allora la vostra ansietà, signor cavaliere; ma, ne sono persuaso, ricupererete quella valigia; conosco l'oste che ci albergò, per aver alloggiato da lui diverse volte; sì egli che la sua famiglia sono persone onestissima; ed a quest'ora non vi sarà stato dopo di noi alcun forastiero.
Il conte, incoraggiato da quelle parole, attese Antonio più tranquillamente.
Questi giunse poco dopo; portava seco la valigia, che rimise al suo padrone.
Essa era chiusa, nessuno poteva averla toccata; pure il conte la aprì e la osservò.
Tutti volsero la briglia alle loro cavalcature; ritornarono a fare il tratto di strada già percorso due volte in sì breve tempo. Pel momento si procedeva lentamente; perchè il cavaliere era ancora occupato ad esaminare la valigia.
Prima di rinchiuderla, ei mostrò al padre cappuccino un quadretto, legato in oro e cesellato con molta finezza, dicendogli:
--Ecco il ritratto di mia madre, di cui vi parlai. Un distinto pittore glielo fece appena sposa.
Il giovane frate lo prese tra le mani e l'osservò.
--È singolare! esclamò tosto.
--Che cosa?
--Questo ritratto.....
--Ebbene!
--Mi rammenta in modo straordinario una giovane signora, che vidi diverse volte a Pesaro.
--Che dite?
--Il vero; sono le stesse fattezze, e soprattutto l'impronta della fisonomia, il taglio degli occhi, il loro colore, lo sguardo... tuttociò non potrebbe essere più eguale.
Il cavaliere era agitato... Sua madre rassomigliava al vecchio duca dell'Isola, a donna Rosalia, che anche per questo gli era sempre stata cara; ma più che a tutti rassomigliava, per quanto ne aveva udito dire, al parente diseredato, di cui in casa non si serbava alcun ritratto. E vi era a Pesaro una giovane donna, che tanto veniva richiamata dall'effigie della contessa?... Come mai?
Pure alle volte si danno di questi casi; ma nelle circostanze, in cui si trovava il conte di San Giorgio, ei non poteva riguardare quella somiglianza come un semplice capriccio della natura.
--È cosa strana infatti! disse dopo un momento al cappuccino con preoccupazione, prendendo il ritratto, ch'ei gli rendeva e rinchiudendolo nella valigia.
--Sì, rispose egli; sono sicuro che, se voi vedeste la donna, di cui vi parlai, sovverreste che io non esagerai menomamente; soltanto vi è nel ritratto di vostra madre maggior brio, maggior freschezza di colorito. Sembrano entrambe della stessa famiglia; tanto che io l'avrei pensato tosto se voi, signor cavaliere, non mi aveste detto non aver parenti da questo parti.
Il cavaliere di Malta rimase perplesso; il suo imbarazzo consigliò il giovane frate a parlar d'altro: gli sembrava che il suo compagno di viaggio non desiderasse continuare il discorso di prima.
Ben presto comprese che la preoccupazione del conte non faceva che aumentare; per questo, dopo qualche frase indifferente, il frate si tacque.
Il cavaliere non s'avvide quasi di quel silenzio; era fortemente impressionato, e questa volta gli sembrava aver davvero ragione di fantasticare.
Andrò a Pesaro, pensava; vedrò questa donna; ah si! bisogna che io la veda; ma vi sarà ella ancora? A questo dubbio, natogli dopo qualche tempo di silenzio, egli si volse al giovane, frate, e:
--La persona, che diceste assomigliare a mia madre, abiterà ancora a Pesaro?
--Non saprei. Allora vi abitava; io non la conoscevo che di vista.
Il cavaliere ebbe un istante d'angoscia. Non importa, pensò poi; mi recherò egualmente a Pesaro; io spero in ogni modo di trovarvela.
E come per distrarsi, senza sapere quanto si dicesse, s'indirizzò nuovamente al cappuccino:
--Vi ho chiesto ciò, perchè avrei voluto giudicare io stesso di questa rassomiglianza prodigiosa.
Il padre Leone sorrise leggermente; non poteva comprendere il motivo reale, che guidava il cavaliere di Malta; ma era persuaso che esso nascondeva un mistero.
Benchè assai giovane, non doveva aver più di ventitre anni, ei possedeva molta esperienza, e soprattutto molta penetrazione; ma non mostrò dubitare delle parole del conte.
Ed il viaggio, grazie a quell'incidente, continuò per un pezzo senza che nè il cavaliere, nè il padre Leone profferissero parola.
Il primo non cessava dal pensare a quella donna, che il giovane religioso aveva veduta a Pesaro, e che forse era strettamente legata alla famiglia dell'Isola. Che non avrebbe dato per intrattenerne donna Livia, per mostrarle il debole lume, che gli era apparso nelle tenebre, e che sperava potesse guidarlo ad una intiera luce?
Ma perchè avrebbe desiderato far dividere alla duchessa la sua agitazione, il disinganno che forse lo attendeva?... perchè infatti poteva essere una falsa lusinga la sua.
Poi pensava che non s'imbarcherebbe ad Ancona; che terrebbe la via di terra, e che il recarsi a Pesaro non lo devierebbe quasi dalla sua strada.
Non sarebbe un gran ritardo, se anche i suoi passi in quella città riuscissero inutili.
Ma perchè non avverrebbe il contrario? Ora sperava, ora temeva senza poter renderne ragione a sè stesso.