La pergamena distrutta Romanzo del secolo XVI
Part 6
--Non dovreste esser sorpreso della mia visita; oltre al congedarmi da voi, essa ha un altro scopo, che conoscete.
--È vero. Ebbene, che cosa avete risolto?
--Finchè rimango a Malta, vi prometto il silenzio da voi chiestomi col vostro foglio.
Queste parole gli costarono assai.
--Bene, rispose il duca: il tempo vi farà persuaso certamente che io ho ragione di voler evitare alla nostra famiglia degli scandali... Ma quanto rimarrete assente da Catania? Non potete dirmi nulla di più, conte?
Ei lo guardava con insistenza. Il cavaliere di Malta comprese che non era senza sospetti. Per rassicurarlo, soprattutto per evitare a donna Livia dei dispiaceri, benchè si sentisse internamente indignato per la domanda fattagli, estrasse un foglio, e lo porse al duca, dicendo con una certa indifferenza:
--Non saprei: vedete voi stesso l'ordine del gran maestro, che già da due settimane ho ricevuto: mi dice di recarmi a Malta, appena ciò mi è possibile, senza precisarmi il perchè. Jeri vidi uno dei miei confratelli reduce dall'isola, che mi rinnovò a voce le istanze del gran maestro... Infatti differii anche troppo.
Il duca, benchè con qualche esitazione, esaminò attentamente quel foglio: la sua fronte si spianò; l'ordine era preciso, autentico: ogni dubbio gli era impossibile.
Restituì il foglio al conte, non senza pensare che l'indugio, posto da questo a partire, proveniva dal suo folle amore per la duchessa. «In ogni modo, disse tra sè, tal partenza mi giova, e comincio a credere che la sorte mi favorisce.»
E vedendo il cavaliere già disposto a partire:
--Volete salutare donna Maria? gli chiese: la farò chiamare.
--No, no: non voglio disturbarla a quest'ora inopportuna.
Il duca era già certo di tale risposta, sin da quando aveva fatto l'offerta.
Il conte, temendo che suo cugino gli chiedesse promesse più formali, che sapeva non poter attenere, si congedò.
--Addio dunque, duca, disse: vi prego presentare a donna Livia ed alle vostre sorelle i miei saluti di commiato.
--Non vi mancherò, rispose don Francesco,--cercando dissimulare l'ironia, della quale era improntata la sua risposta.--Vi auguro fortuna nel vostro viaggio.
--Grazie, rispose il conte.
«Ah, se ne sospettasse il finale scopo, pensò, non mi augurerebbe fortuna! Ma già lo conosco: non fu sincero egualmente.»
Ed escì, dopo avere scambiato col duca un altro addio freddo e cerimonioso.
Don Francesco gli guardò dietro per qualche istante.
«Sì! egli va davvero a Malta, disse tra sè: comprendo ora.... Ei prese pretesto dall'amore di donna Rosalia per veder sola la duchessa almeno una volta prima di partire... Maledetto! Benchè ei non possa nutrire alcuna speranza, pure sono doppiamente lieto ch'ei si allontani... A Malta potrà forse trovare imbarazzi grandissimi: e quando ritornerà, vedremo... Se non vorrà promettermi il silenzio, ebbene... un duello deciderà.... Io sono sicuro della mia spada, quanto egli della sua, benchè tra le più temute dei cavalieri di Malta.
Ora non mi rimane che donna Livia: mi prometterà ella il silenzio? Lo dovrà.... Feci già troppo perdonandole la distruzione della pergamena... Ma a che pensarvi? Io non avrei mai avuto il coraggio di punirla; perchè, prescindendo dalla sua ostinazione, ella merita assai....»
Ei si lagnava sempre tra sè di quella ostinazione, eppure... nessuno era più ostinato di lui: e se anche donna Livia lo avesse supplicato, non avrebbe certamente ceduto su tal punto.
Fu detto che il contrasto di due volontà egualmente ferme non regge; che, simili a lame di buon acciajo, volano in frantumi forzando troppo: una di quelle volontà deve spezzarsi alla fine se non piega, e ciò è verissimo.
Così donna Livia dovette mostrare di piegare la sua.
Un istante ella aveva pensato di pregare il duca; ma se ne era dissuasa tosto.
Pregare può riescire con una tempra forte, ma moderata dal cuore sensibile, dall'intimo gentile: mentre invece non conduce a nulla con chi, pure esigendo l'umiliazione negli altri, e servendosene, non comprende ciò che essa ha di meritorio e la disprezza.
La duchessa sapeva benissimo che suo marito era nel numero di questi: così aveva pensato riparare nascostamente alla colpa del vecchio duca, per quanto fosse in lei.
Obbedire don Francesco in quella circostanza nol poteva: perchè, se cedere in cose di poco rilievo è virtù necessarissima, e non, come credono tanti, indizio di debolezza; lo diviene quando ci rende complici, non foss'altro che col subirli in silenzio, di atti che offendono il decoro ed i diritti della famiglia, della società.
Si hanno dei doveri anche verso sè stessi: guai a chi li dimentica! Tanti uomini che sopportarono di essere disonorati impunemente; tante donne sventurate, che per una eccessiva arrendevolezza contribuiscono a mantenere i loro mariti sulla via del vizio, ne sono una dolorosissima, incontrastabile prova.
Che avrebbero ottenuto, si dirà, resistendo? Nulla forse; ma almeno non si sarebbero contaminate anch'esse.
Certo non si deve ricorrere alla resistenza che quando si riconoscono inutili gli altri mezzi; ma allora bisogna averne il coraggio.
Anche il più grande amore non giustifica certi errori. L'amore, per essere grande, ha d'uopo d'essere puro: allora si ha ragione di sacrificargli tutto; ma se la stima, la fede, su cui dovrebbe sempre basare, mancano; si deve saperlo combattere come uno strumento di corruzione; è lacerare una tela logora, che finirebbe egualmente per cadere a brandelli.
Accingersi a tale impresa, compirla non vuol dire mancare di sensibilità; preferir sè agli altri: no; poichè è soltanto per una via difficilissima, seminata di ostacoli grandi che vi si giunge: via che spaventerebbe gettandovi gli occhi assai più di quella che tiene l'eterna condiscendenza.
Ma tutte queste idee vengono diversamente intese; così, mentre tanti avrebbero bisogno di rara fermezza per non lasciarsi avvilire dall'amore, il duca, che poteva farsi condurre da esso ad una nobile meta, non lo aveva voluto: emetteva tutto il suo coraggio, tutta la sua ostinazione a resistere, ed era risolutissimo a farlo, altrimenti avrebbe arrossito di sè stesso.
Dopo la partenza del cavaliere di Malta, egli rimase qualche momento pensieroso. Indi si alzò mormorando:
--Questa sera istessa ella dovrà promettermi il silenzio, perchè infine io posso esigerlo. Anzi voglio vederla senza indugio, subito.
E chiamato un servo, ordinò si mettessero i cavalli ad una carrozza.
Pochi momenti dopo partiva pel castello.
PARTE SECONDA
Il viaggio.
I.
Verso la metà di marzo dello stesso anno 1574, il conte di San Giorgio sbarcava nel porto di Manfredonia, seguito da un solo servo che da molti anni gli era sempre compagno in ogni suo viaggio.
Giungeva da Malta, ove, come lo aveva detto a donna Livia, gli era stato facile ottenere dal gran maestro, a cui lo legava personale amicizia, un lungo permesso; ed essere disimpegnato da una missione in Ispagna, per affidargli la quale era stato chiamato nell'isola.
Il conte non aveva voluto imbarcarsi direttamente per Venezia, desiderando percorrere, giacchè ne aveva occasione, gran parte dell'Italia, ed anche nella speranza di trovare forse in cammino qualche indizio di coloro che cercava.
Il paese, che doveva percorrere, gli era affatto ignoto: mai vi si era recato, benchè molte volte avesse sentito desiderio in addietro di andare a combattere nell'Italia superiore, su quei campi inaffiati di continuo sangue.
Ma la sua qualità di cavaliere di Malta gli aveva lasciato sempre pochissima libertà. Aveva preso parte alla difesa dell'isola, quando questa era stata assediata nel 1565, da Solimano II, e là vi si era grandemente distinto.
Dopo che i Musulmani furono costretti a levare l'assedio di Malta, il conte di San Giorgio l'aveva lasciata anch'egli; ma sino al 1572 era quasi sempre rimasto assente dalla Sicilia, a motivo di diversi incarichi affidatigli.
Ritornato in patria, aveva conosciuto donna Livia, da poco sposa a don Francesco; e quella conoscenza gli aveva fatto desiderare vivamente di restare a Catania per lungo tempo.
Ma ei sapeva benissimo poter essere chiamato a Malta da un momento all'altro, come lo sapeva il duca suo cugino, che per questo non si era meravigliato della sua partenza.
Dopo qualche giorno di fermata a Malta, il conte di San Giorgio aveva avuto la fortuna di trovare un piccolo bastimento mercantile, che salpava per Manfredonia. Là si provvide di cavalli e di una mula: malgrado la sua impazienza, contava viaggiare a piccole giornate.
Egli si chiedeva se potrebbe giungere a scoprire il cavaliere dell'Isola: e la sua ragione pur troppo gli rispondeva che forse mai vi perverrebbe.
Quando si ha la certezza di raggiungere uno scopo, sia esso pure lontanissimo, si misura la distanza con fiducia; ma invece chi assicurava il cavaliere di Malta ch'ei non correva dietro ad una chimera? Che vedeva egli, cercando consultare il futuro? Quali probabilità gli si presentavano? Ben poche ed incerte. Tutto gli appariva oscuro, come la strada che doveva percorrere: poichè, se anche gli riescisse incontrarsi col cavaliere dell'Isola, o co' suoi figli, come li riconoscerebbe? non solo; ma come lì sospetterebbe benanco sotto un falso nome, egli che mai gli aveva veduti?
Quando aveva accettata la missione affidatagli dalla duchessa, non aveva pensato molto a tutto ciò. Compiere un'azione giusta; soprattutto obbedire a donna Livia; fare ciò ch'ella desiderava: ecco quanto allora aveva scorto. Non aveva nemmeno diviso i dubbj della duchessa, i suoi timori dì non riescire: l'aveva anzi rassicurata.
Ma ora, nella solitudine, alla prospettiva di quel viaggio lungo e difficile forse, che doveva intraprendere, mille riflessioni scoraggianti gli si presentavano allo spirito. Però, se esse potevano raffreddare il suo entusiasmo, non iscemavano la sua devozione; e mai una sola volta si pentì dì quanto aveva promesso.
Ciò non era poco: molti, il cui zelo si accende e si spegne coll'incostanza di una fiamma fittizia, avrebbero maledetto l'impegno assunto, se si fossero trovati in luogo suo.
Per giudicare della abnegazione di chi si sobbarca ad un compito pericoloso e difficile, bisognerebbe poter attendere, quando sfumata l'ebbrezza dei primi momenti, chi promise si trova di fronte ad ostacoli che forse non previde nemmeno, e che per questo non sa affrontare. Allora cadrebbero molte di quelle illusioni, su cui tante volte appoggiano le speranze persino di un popolo intiero. Sarebbe doloroso assai certamente; ma forse più saggio, più salutare.
Ma il cavaliere di Malta, benchè avesse subito la influenza che esercita su tutti il contatto della fredda realtà, la quale sembra farsi una gioja di spargere negli animi una specie di acqua diacciata, non si scoraggiava, e cercava il mezzo migliore per trovare la via più breve e sicura. Vedendo che non vi riescirebbe facilmente da sè, si decise a prendere tosto una guida.
Aveva creduto dapprima non averne bisogno: poi gli ripugnava anche un poco affidarsi a persone che non conosceva. Egli era valorosissimo: non sapea che fosse la paura: però non ignorava che vi sono perigli, contro cui la spada non giova; agguati, nei quali una volta caduti, la destra più forte è impotente a trarne: ma questi dubbj, queste esitazioni le vinse, perchè gli premeva non perder tempo. Solo si promise sorvegliare colla massima attenzione la persona che gli sarebbe di scorta.
Trovar questa persona non gli fu cosa agevole: le lunghe gite, che tentano sempre poco i contadini, spaventavano la maggior parte di coloro ai quali il conte di San Giorgio si indirizzava.
Non poteva ricorrere se non che a villici, poichè si era alquanto discostato da Manfredonia: e come orizzontarsi per que' luoghi montuosi ed ignoti?
La ricompensa, che ei prometteva, allettava bensì l'avidità di molti; ma la paura, la diffidenza finivano sempre per avere il sopravvento.
Legato alla sua casa, al suo villaggio da un affetto tenace, sospettoso per natura, il contadino prova a staccarsi, sia pure per poco, dai luoghi ove nacque una ripugnanza grandissima, quasi superstiziosa: ed in quei tempi tal ripugnanza non poteva essere che maggiore. D'altronde per questo motivo istesso pochissimi erano andati molto in là. E la via, che il conte voleva farsi additare, era sconosciuta a molti del pari che a lui.
Finalmente nella locanda di un paesello trovò una specie di mulattiere che acconsentì ad essergli di guida sino a Chieti, ove del resto doveva recarsi egualmente per commissione dei padri cappuccini, che lo impiegavano sposso.
--Là giunti, disse al cavaliere di Malta, Vostra Eccellenza potrà probabilmente accompagnarsi con qualche cappuccino, che tratto tratto ve ne sono che si recano in Romagna per predicarvi o per altro.
--Lo farei volentieri, rispose il conte.
--Allora, riprese la guida, io condurrò Vostra Eccellenza nel convento dei Padri, che trovasi nei dintorni di Chieti.
Il cavaliere di Malta accettò, e si rimise in cammino col servo e col suo conduttore, il quale montava una grossa mula carica di diverse bisacce contenenti carte ed altri oggetti diretti ai padri cappuccini.
Il freddo era ancora abbastanza vivo in mezzo a quei monti: e le lunghe notti, le pioggie, che cadevano talora, obbligavano a fermate più lunghe di quanto il cavaliere avesse previsto.
Nulla stancava la sua costanza: eppure per natura egli era poco paziente.
Ma l'idea che le noje, cui sottostava, erano necessarie per obbedir donna Livia, bastava ad alleggerirgliene il peso.
Amava la giovine duchessa come si ama di rado; immensamente cioè, e senza speranza alcuna di mercede. Una volta che egli aveva accennato tremando al suo amore, ella, se lo rammentava ad ogni istante, gli aveva detto che tale amore per la sposa di un altro, di suo cugino, era indegno di lui, che ogni sua lusinga sarebbe stata follia verso sè stesso, offesa grandissima a lei, ed egli aveva giurato di non parlarne giammai.
L'amicizia, che poi ella gli aveva accordata, la fiducia che in lui riponeva lo rendevano altiero; gli bastavano, o faceva almeno il possibile perchè gli bastassero.
Ed a lui era vietato persino ciò che è sempre concesso agli innamorati: pascersi cioè d'illusioni: immaginare, circostante imprevedute e lontane che possono venire a cangiare qualunque situazione più difficile. Donna Livia in ogni modo mai lo avrebbe amato; mai sarebbe stata sua. Libero, la morte di don Francesco gli sarebbe forse balenata un istante come ipotesi possibile; Vi avrebbe fermato il pensiero involontariamente, arrossendo fors'anco, ma con trepidazione; avrebbe veduto aprirglisi dinanzi una fuggitiva probabilità, una via nascosta, nella quale pur ripugnando d'entrare, avrebbe creduto scorgere una meta.
Ma egli, legato da voti eterni, non aveva nemmeno mai guardato a tal via: fra il suo amore e donna Livia vi era un abisso: lo sapeva, e nondimeno la adorava sempre. Ella in quel viaggio gli era ad ogni istante presente: si chiedeva ciò che ella farebbe, che le avverrebbe in quella Catania da cui sempre più andava allontanandosi.
Pensava anche a donna Rosalia: un segreto presentimento gli faceva temere che la sua figlioccia non resisterebbe alle pene che l'attendevano. Confrontava tra sè quell'assenza alle altre: provava una voluttà amara e melanconica, nel dire a sè stesso che mai si era sentito come allora legato a Catania tanto fortemente.
Precorreva col pensiero il giorno in cui vi ritornerebbe: lo desiderava e lo temeva insieme.
Ed intanto procedeva, ma lentamente.
Era contento della sua guida, che conosceva perfettamente le strade, e che faceva quanto era in poter suo per assecondare l'impazienza che egli mostrava.
Quel buon uomo era d'altronde poco voglioso di prolungarsi l'onore di viaggiare in compagnia d'un cavaliere generoso ed affabile, ma che non proferiva mai dieci parole di seguito, e che coll'esempio forse aveva reso il suo servo poco ciarliero.
Ad Ambrogio, chè tale era il nome della guida, era occorso più volte far cammino insieme a frati di diversi ordini, e mai ne aveva trovato alcuno che serbasse con più regolarità il silenzio di questi suoi compagni. Credeva la parola una necessaria manifestazione del pensiero, e fra sè diceva che il suo momentaneo signore doveva pensare assai poco. Non immaginava come invece il povero conte fantasticasse continuamente; come, mentre sembrava fissare la criniera del suo bel cavallo nero, il suo cervello non potesse trovare un momento di riposo.
Ambrosio in buona fede credeva, ed avrebbe scommesso, che quel gentiluomo non sapeva sostenere una conversazione; egli al contrario si sentiva nato per la società: così ad ogni momento rivolgeva il discorso al servo, non osando farlo al padrone. Non lo lasciava per un pezzo, accontentandosi della brevità con cui gli si rispondeva.
Sin dal principio aveva chiesto e chiedeva ancora al fedele seguace del conte di San Giorgio il nome di questi; ma tali domande riescivano sempre inutili: il cavaliere aveva detto al suo servo Antonio che desiderava non si sapesse chi egli fosse, e ciò era bastato a chiudergli le labbra in proposito. Invano la guida diceva goder tutta la fiducia dei padri cappuccini; che quindi si poteva contare sulla sua segretezza, se la segretezza era necessaria.
Il servo rispondeva colla più gran flemma che ne era intieramente persuaso.
L'altro interrogava ancora su diversi argomenti. La curiosità, tutti lo sanno, è la facoltà che si stanca meno; essa si ravviva cogli ostacoli. Per questo Ambrogio non aveva rinunciato affatto all'idea di conoscere il nome del gentiluomo che accompagnava, e non isfuggiva occasione alcuna per riescire in tale intento.
Un giorno egli disse ad Antonio con aria trionfale:
--Ho veduto per la prima volta che il vostro padrone è un cavaliere di Malta. Ho osservato la gran croce dell'ordine sotto al suo mantello.
--Sì, bravo, rispose Antonio.
--Oh, io li conosco i cavalieri di Malta; i padri cappuccini me ne hanno mostrati alcuni.... Allora voi sarete stato alla guerra col vostro padrone.
--Siete curioso, messer Ambrogio.
Ed il bravo domestico spronò il cavallo, onde raggiungere il conte di San Giorgio, che senza avvedersene forse era sempre innanzi un buon tratto.
Così si fece quel viaggio sino al principio degli Abruzzi: così probabilmente sarebbe continuato sino a Chieti, se una pioggia dirottissima non avesse costretto il conte ed i suoi compagni a passare due giorni nella meschina osteria di un paesello situato tra i monti, nascosto quasi tra le ramificazioni degli Apennini.
II.
Contro gli elementi è inutile impazientarsi!
Ed il cavaliere di Malta, benchè a malincuore, decise, entrando nel suo meschino alloggio, di starvi finchè il tempo fosse cangiato.
Sarebbe stato follia pensare altrimenti.
Il cielo era carico di nubi nere, che si aprivano per lasciar cadere la pioggia con una violenza estrema.
Le vie erano allagate, ed i poveri tetti di quelle case, che avevano tutte il carattere più deciso di capanne, erano scossi da sì impetuosa bufera, e sembravano barcollare.
Il timore che potessero crollare, se quel temporale perdurava, non sarebbe stato infondato.
Tutti si rinchiudevano in casa.
Il conte di San Giorgio si affacciò alla finestruccia mal connessa della povera stanza che gli era stata fissata. Contemplò la scena che si offriva a' suoi sguardi.
Non un'anima viva, non un rumore il quale contendesse anche debolmente con quello della pioggia, che infuriava sempre più.
Le nubi fittissime e scure sembravano avere abbassata la vôlta del cielo, mentre gettavano una specie di tetro manto sulla campagna e la avvolgevano intieramente con esso.
Il delizioso paesaggio, il vasto orizzonte che da quella finestra sarebbe stato possibile scorgere, erano spariti; non si sarebbero sospettati in quel giorno.
Quella scena era triste, ma non faceva sul cavaliere una impressione penosa. Essa armonizzava coll'animo suo: lo spingeva maggiormente verso la malinconia. cui già inclinava.
Dopo qualche tempo si venne a toglierlo alle sue meditazioni.
--La cena è all'ordine, disse Antonio, arrestandosi sulla soglia ed inchinandosi.
Il cavaliere lo seguì in silenzio; la sala da pranzo era la cucina; non ve n'era altra nell'osteria.
L'oste istesso venne ad incontrare quello che aveva indovinato essere un ospite di gran conto, e lo pregò umilmente a perdonargli se non gli era possibile servirlo in luogo migliore.
Il conte rispose con distrazione che ciò gli era indifferentissimo.
Si assise ad una tavola preparata per lui in fondo alla stanza.
La guida intanto era già installata dinanzi al fuoco e stava discorrendo coll'ostessa, a cui narrava essere il gentiluomo, che egli accompagnava, un cavaliere di Malta. Tale qualità sembrava far poco effetto sull'ostessa, che chiedeva se quel signore era ricco e generoso.
In quel momento furono interrotti da Antonio, che si avvicinava per ricevere dall'oste un piatto d'uova da recare al conte.
Quella modestissima cena si componeva di ben poca cosa, ed il cavaliere la terminò presto.
La pioggia continuava sempre con eguale violenza: nulla faceva presumere che il cielo avesse a rasserenarsi presto; l'oste diceva al cavaliere che alle volte tali pioggie primaverili duravano tre o quattro giorni di seguito.
Tale prospettiva non doveva certo allettare il conte. Che mai poteva far egli onde ingannare il tempo, lungo forse, che dovrebbe passare in quella miserabile osteria: egli, abituato alla società più scelta ed aristocratica?
Se lo chiese però senza timore; la solitudine anche in quel luogo orribile non lo spaventava, poichè mai gli avveniva d'annojarsi.
L'oste lo invitò a sedere dinanzi al camino sgombrato dagli utensili di cucina, e nel quale ardeva un gran fuoco.
Il cavaliere vi si assise infatti: benchè fosse nobilissimo ed avesse avuto in vita sua grandi soddisfazioni d'amor proprio, non era orgoglioso: non riguardava con disprezzo quelli che la Provvidenza aveva fatti nascere al disotto di lui; per questo non isdegnò trattenersi in quella cucina, al contatto della povera gente che vi si trovava.
«Donna Livia, diceva tra sè, sì generosa ed indulgente farebbe lo stesso.»
Ogni qualvolta egli trovava qualche rassomiglianza tra i suoi sentimenti e quelli della duchessa provava un senso di gioja; gli sembrava avvicinarsi a lei.
Era un'ingenuità, direbbero molti.
E sia; ma di quelle ingenuità che si possono rinvenire in persone di spirito, e che fanno sorridere di compassione tanti sciocchi.
Un'ora dopo, il cavaliere di Malta era ancora seduto nello stesso luogo.
La notte era venuta: nessun avventore aveva colla sua presenza rotta la monotonia che regnava in quella vasta cucina, resa ancora più triste dalla meschina lampada ad olio che sola la rischiarava.
Finalmente il conte si alzò: il servo lo precedette con un lume: da un pezzo Antonio era già pronto.
Un letto abbastanza pulito attendeva il cavaliere: egli avrebbe dato assai assai perchè il sonno venisse a toglierlo tosto ai pensieri continui, che quasi lo stancavano. Ma è allora appunto che il sonno si fa attendere; e tutti dormivano nell'osteria che il cugino del duca vegliava ancora.
L'indomani il cattivo tempo imperversava come nel giorno precedente: come il precedente lo passò il conte, e verso sera, alla stessa ora del dì prima, era assiso al fuoco della cucina.
Vi stava da qualche tempo: da qualche tempo Ambrogio un po' discosto ciarlava colla moglie dell'oste, quando si udì battere con forza all'uscio di strada.
Si andò ad aprire, ed un uomo sulla sessantina entrò tutto stravolto.
L'oste al vederlo mise un grido di sorpresa; un altro ne mise la moglie.
--Voi qui! esclamarono insieme, volgendosi al nuovo venuto.
--Sì, per mia disgrazia, rispose egli.
--Che volete dire?
--Che sono ben sfortunato! Oh se sapeste che cosa è avvenuto a me ed a mio figlio!
--Spiegatevi una volta.
--Adesso, lasciatemi sedere.