# La pergamena distrutta Romanzo del secolo XVI

## Part 5

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--Ebbene? le domandò.

--Il signor duca è ritornato, rispose l'interrogata.

--Viene qui?

--No: è già salito nel suo appartamento, e vi si è rinchiuso.

Donna Maria si alzò.

--Accompagnami alle mie stanze, disse alla camerista, che la seguì in silenzio.

Era collera verso di lei, o verso la moglie, che faceva desiderare al duca di essere solo?

Donna Maria se lo chiedeva con qualche timore.

VII.

«Donna Livia non ama il conte!...»

Ecco il primo pensiero del duca; le prime parole che gli erano venute alle labbra, appena lasciato il suo nascondiglio!

E tale convinzione gli aveva fatto provare un istante di gioja purissima! Essa per un momento aveva scacciato dallo spirito di lui ogni altra preoccupazione!...

Persino il segreto rivelato dal padre; il cavaliere dell'Isola; i suoi eredi; la pergamena distrutta erano stati dimenticati in quel punto!

Tutto era sparito, come una tetra fantasmagoria, costretta ad indietreggiare dinanzi alla dolce realtà.

Il marito felice, nel riconoscere accusata a torto una sposa adorata, aveva vinto il signore orgoglioso, ingiusto; l'uomo ostinato, irascibile, avido soprattutto di comando.

Ma ahi! come per poco!

Perchè quella sensazione, che egli aveva provata vivamente, non aveva cercato rattenerla?

Perchè doveva essere passaggiera, fugace, come tante sentite talora contro volere; senza saperlo quasi; soltanto per un istinto di natura?

Quella sensazione aveva lasciato nel duca, è vero, una traccia del suo passaggio; ma essa col suo entusiasmo, colla sua poesia si era allontanata come luce sovrumana, incantevole; come sogno delizioso e fuggitivo, di cui è dato serbare soltanto il ricordo.

Altri sentimenti nè entusiastici, nè poetici, radicati fortemente in don Francesco, non avevano voluto cedere per molto il campo ad un'ubbia generosa.

Atterriti, per così dire, del momentaneo esilio che in grazia di quell'ubbia avevano dovuto subire, essi si adoperarono tosto nel dimostrare al duca come il mettere in oblio per una donna ogni altra cosa sarebbe stato mancare di dignità.

Così quei sentimenti tornarono a signoreggiare il suo cuore....

Senza di essi don Francesco, spinto dall'amore, avrebbe saputo rinunciare a' suoi ingiusti progetti; acconsentire alla perdita di qualche parte delle sue ricchezze; sopportare il disdoro che egli credeva dovesse venire alla sua famiglia, alla sua casa da quella riparazione.

E tutto questo per ottenere l'approvazione della duchessa!

Donna Livia non lo aveva sposato per inclinazione; ma era buona, sensibile: sarebbe stata commossa nel vedergli fare un sacrifizio che ella più d'ogni altra avrebbe apprezzato.... E.... chi sa!... Al sentimento del dovere, che solo l'aveva guidata sino allora, si sarebbe forse aggiunta un'affezione non appassionata, ma riconoscente e sincera....

Ella aveva amato un altro, amato moltissimo; ma colui era morto: e se ella avrebbe voluto restargli fedele egualmente: se perciò aveva desiderato assai rimaner sempre libera: non rifiuterebbe ora forse un giusto affetto all'uomo di cui portava il nome: al padre di suo figlio, ove ei sapesse meritarlo: gli perdonerebbe alla fine di averla fatta sua quasi forzatamente.

E ciò non sarebbe stato grandissimo compenso ad un sacrificio d'orgoglio, d'interesse, d'amor proprio?

Questa era la via, che la gioja provata nel veder donna Livia sempre degna dell'amor suo, aveva per un istante additata al duca; e dalla quale lo allontanarono poi le altre sue passioni.

Egli si vergognò come sempre di amar tanto; e come sempre si promise di non cedere.

Eppure questa vittoria di un cattivo démone gli costava, ne soffriva assai.

Non si ha l'idea delle pene strane che deve provare un cuore trabalzato continuamente da un sentimento all'altro, incatenato da pregiudizii che non ha la forza di svellere, e che lo rinchiudono in una prigione di ferro.

Dopo essersi dibattuto tra l'amore, che lo spingeva al bene, e l'orgoglio che lo trascinava al male, don Francesco aveva finito per cedere al secondo: e così la sua volontà, nell'esigere ad ogni patto che il segreto di famiglia fosse serbato, era rimasta eguale.

Escito dalla dolce esaltazione di poco prima, tornava a veder le cose dal lato pratico: però alcun che di quella esaltazione gli era rimasto, ed unito agli altri suoi pensieri creava una specie di caos nel suo cervello.

E donna Maria?

Il duca vi aveva pensato un istante con vero orrore; ma poi riflettendo si era sforzato a calmarsi; aveva gran motivi per non abbandonarsi all'ira, ma per frenarsi aveva bisogno di non veder subito la sorella, e per questo al ritorno dal castello era salito tosto nel suo appartamento.

Seduto innanzi ad un gran fuoco, egli riandava nella sua mente tutto quanto gli era avvenuto in pochi giorni, dalla morte del padre sino a quella sera.

«Dunque, pensava, era per prevenire donna Livia dell'amore del principe per donna Maria; della sua intenzione di chiedermela in isposa, che il cavaliere si recò al castello? Ed io avevo sospettato?... Mi ero sentito ardere di gelosia?... Eppure.... se avessi riflettuto, non avrei dovuto temere.... Ella non mi diede mai motivo di dubitare.... Perchè ho io prestato fede a donna Maria, quando da lungo tempo avrei dovuto comprendere ch'ella odia mia moglie?... Poi avrà temuto che la duchessa mettesse ostacolo al suo matrimonio col principe; che cercasse impedirlo per compassione di donna Rosalia....

»Anche di costei mi si spiega ora l'eterna malinconia.... Avrei dovuto avvedermi da me medesimo di tutto questo; ma per verità non me ne sono mai preoccupato.... Basta: ora penserò.... Ah! donna Rosalia ama il principe senza speranza?... E donna Livia ne ha pietà?... Ciò è naturale!... Ella deve aver riflettuto a lungo sul sentimento!... Ella!...»

Ed il volto del duca si annuvolò.... Una specie di sorriso amarissimo sfiorò le sue labbra; ma fu un lampo!...

«Devo io negare donna Maria al principe? pensò poi.... Devo rifiutargli la sua mano, quando me la chiederà?... Colei lo meriterebbe: ma la conosco!... Si vendicherebbe di me, col palesare il segreto, che voglio tenere celato.... Nulla l'arresterebbe.... Lasciandole invece sposare il principe, tacerà.... Ne sono certissimo: non ha gli scrupoli della duchessa.... Ma ella pure dovrà obbedirmi.... Che mai conterà fare?... Mi sembra impossibile imporle la mia volontà.... Ed il cavaliere?... Ah, egli avvisò donna Livia che si guardasse da mia sorella!... Aveva compreso che questa si era avveduta del suo amore per la duchessa.... In questo donna Maria non mi ha ingannato.... Forse mi rese un servigio; ma ella m'offese.... Sì, il conte ama donna Livia!... L'ama con idolatria: lo compresi dalle sue parole, dal fremito della sua voce!... Indegno!... Basta: lo tratterò in avvenire con tanta freddezza, che non oserà frequentare la mia casa!... Non è che io tema della duchessa!... Mai ella amerà il cavaliere, come mai non amerà alcuno!... Per questo saprò contenermi con mio cugino.... Ho d'uopo del suo silenzio; e se me lo promette, tacerò per ora.... Un duello con lui sarebbe in questo momento uno scandalo.... Del resto il mio onore è illeso; ed io non devo preoccuparmi di una folle passione del cavaliere, che d'altronde da un istante all'altro può lasciar la Sicilia, per sempre forse.... Sì, otterrò il silenzio di tutti!»

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Il giorno dopo, don Francesco ordinò ad un servo d'invitare donna Maria a passare da lui. Aveva stabilito un piano che doveva cominciare dall'intendersi colla giovane.

Ella non si fece aspettare: era ansiosissima di sapere qualche cosa, benchè non fosse affatto senza timore su quel colloquio. Esaminò rapidamente, con grande attenzione, il volto del duca; ma non potè trarre alcuna congettura da tale esame, tanto quel volto rimase impassibile.

--Che volete da me? domandò al fratello, sedendo sulla seggiola ch'ei le additava in faccia a lui.

L'accento di donna Maria era il più naturale del mondo.

Il duca la fissò un momento senza parlare: sotto quello sguardo incisivo e duro la giovane si sentì arrossire a suo dispetto. Fu costretta ad abbassare gli occhi, quantunque tutt'altro che timidi; ma la sua coscienza non era tranquilla.

--Bramo, le rispose lentamente il duca, sapere su qual fondamento basava l'ingiusta accusa che lanciaste alla duchessa.

L'ingiusta accusa? Dunque don Francesco l'aveva riconosciuta tale.... Ella non aveva temuto invano: bisognava ricorrere senza esitare ai mezzi di difesa preparati....

E donna Maria vi ricorse all'istante.

--Questo rimprovero mi sorprende: vi avevo già detto che io non intendevo menomamente offendere la vostra sposa: intendevo parlare del cavaliere soltanto; e credetti darvi coll'avvertirvi del suo amore per la duchessa una prova di devozione. Se voi pensate diversamente, mi giudicate male, ve lo giuro.

Il duca sorrise con incredulità.

--Ciò potrebbe anche essere, mormorò.

Donna Maria non fu per nulla rassicurata da quelle parole. La calma di don Francesco le sembrava forzata; e soltanto l'idea che egli aveva bisogno del suo silenzio le infondeva coraggio: poichè infatti, pensava, se egli, così violento, si contiene, vuol dire che teme disgustarmi.

--Ciò non toglie, riprese il duca, che voi abbiate commesso un gravissimo errore, una colpa anzi, tentando gettare in me dei dubbj su donna Livia.

--No, poichè sapevo che l'amate al punto da....

Donna Maria aveva detto ciò con qualche ironia, trasportata dalla sua animosità per la duchessa, involontariamente fors'anche.

Don Francesco l'interruppe.

--Vi avverto, donna Maria, le disse alterato, che non sono disposto a tollerare la menoma celia, per quanto velata essa sia.

La giovane si era fatta pallida, ma si rimise tosto.

--Credeva parlando così, disse, giustificarmi, rispondere alle vostre domande.

Ella aspettavasi che suo fratello le dicesse da un momento all'altro il motivo pel quale il cavaliere si era recato al castello, motivo che ella credeva conoscere; ma così non fu: gliene increbbe assai, perchè aveva stabilito valersene ad ottenere l'assenso alle sue nozze col principe.

--No, riprese il duca: voi non credeste rispondere alle mie domande, asserendo tenervi certa che io non avrei dubitato di donna Livia. Voi pensate tutto all'opposto. Credete voi che io non vi conosca?

E si arrestò, volendo giudicare dell'effetto che farebbero queste sue parole.

Ma donna Maria seppe questa volta contenersi mirabilmente e credette dover metter mano senz'altro all'ultimo colpo, cioè al segreto del padre.

--Ecco, disse senza alterarsi, quanto ottenni da voi in ricambio della mia devozione.

--Spiegatevi.

Era su quel terreno ch'egli aveva voluto condurla.

--Sì, riprese donna Maria, non ho io forse rispettato senza discuterlo il vostro volere, quando tutti gli altri vi contrastavano?... quando la vostra sposa...

--Basta, interruppe il duca alzandosi e mettendosi a passeggiare: basta.

E dopo un istante di silenzio, che donna Maria non osò rompere:

--Ebbene, sì, disse: voi in quella notte mi avete ubbidito, secondandomi. Non istarò ad indagare se il faceste unicamente per vostro particolare interesse; lo riconosco senza restrizione: è tutto quanto posso fare per voi.

«Ah, egli scende finalmente a patteggiare,» pensò donna Maria...--E fatta più ardita da questa riflessione, si rivolse al duca:

--A proposito, e gli altri taceranno?

Don Francesco si accigliò; quella domanda risvegliava tutte le sue inquietudini; pur nondimeno rispose con un cenno affermativo.

--Ne sono contentissima.

--Davvero?

--Certamente.

--Se è così, tacerete, senza chiedervelo, voi.

Donna Maria parve imbarazzata; poi decidendosi:

--Sì, tacerò; ma anch'io voglio facciate qualche cosa per me.

--E che cosa?

--Prima di chiedervela....

Ed ella esitò.

--Continuate.

--Poco fa mi sembraste non prestar fede alle mie parole... ed io....

--Donna Maria, disse il duca cangiando tuono, non voglio più udirvi parlare dei vostri indegni sospetti. Spiegatevi.... Voi mi avete offeso, gravemente offeso calunniando la duchessa, il sapete: e sapete altresì che, se vi perdono, è soltanto a condizione che il segreto di famiglia non venga mai svelato da voi. Lasciate ogni reticenza: che volete da me?

E la guardò attentamente.

Donna Maria, sorpresa da quel cangiamento, rimase sulle prime un po' stordita. Perchè don Francesco non le aveva parlato così a dirittura? Se sapeva quanto doveva chiedergli, ed ei lo sapeva certamente.... Era dunque per non darle la soddisfazione di confessare che era stato al castello?... Ma, qualunque fosse la causa che lo avesse guidato, ella comprendeva che era risoluto a comperare il suo silenzio... E senza occuparsi maggiormente a spiegare a sè stessa ciò che vi era di strano nel procedere del duca, rispose quasi subito:

--Voglio chiedervi non disponiate di me senza consultarmi, e non diversamente di quanto contava fare nostro padre.

--Nostro padre pensava maritarvi, disse affrettatamente il duca, che voleva finirla.... Comprendo: voi volete che vi pensi anch'io.... Infatti, siete nata pel mondo voi....

Egli sorrise sarcasticamente, passando le dita nei suoi folti baffi neri.

Ma donna Maria non si spaventò di quel contegno: provò per altro un vivissimo senso di dispetto nel pensare che don Francesco, il quale sembrava farsi un piacere d'umiliar tutti, ed a cui per allora ella era soggetta, aveva potuto perdonare a donna Livia, che ella odiava, la distruzione della pergamena; sdegnarsi, soffrire delle offese fatte a colei.

Ma perchè invidierebbe la duchessa? Fra poco non l'attendava forse un eguale destino? Migliore anzi: perchè ella comprendeva bene che donna Livia non era felice.... Non avrebbe ella presto uno sposo che l'amerebbe quanto il duca amava sua moglie, e che di più le sarebbe facile dominare, perchè nè orgoglioso, nè ostinato?

Scacciò dunque quel movimento di rabbia, e rispose tranquillamente al duca:

--Ebbene, sì: desidero vivere nel mondo; ma ho temuto, perchè so che una volta consigliaste nostro padre a mettermi in un ritiro.

--La vostra domanda riguarda anche donna Rosalia? chiese il duca ironicamente.

Era un altro rimprovero: e se donna Maria avesse prima dubitato che don Francesco non fosse stato al castello, quelle parole ne l'avrebbero accertata.

Ma, guardando all'avvenire sì ridente per lei, pensò non doversene offendere per allora, e rispose:

--Io non conosco i gusti di donna Rosalia.

--Bene, bene: se mi si presenterà per voi un buon partito, non lo rifiuterò.

Ei non parlava del principe, e donna Maria si decise finalmente a farlo ella stessa.

--Il principe degli Alberi mi ama, disse: egli vi chiederà la mia mano.

--Ah, voi mantenete corrispondenze amorose? domandò allora il duca con una severità piena per altro d'indifferenza.

--Vedevo il principe soltanto quando veniva da nostro padre, e....

--Basta, basta: vi dispenso dal giustificarvi.

Quella specie di sprezzo ferì molto donna Maria; ma si propose rimandare la vendetta a tempo migliore; e senza darsene per intesa:

--Dunque se il principe verrà al palazzo, e mi chiederà se deve sperare, potrò rispondergli affermativamente?

--Sì, sì; ma non colloqui sotto le finestre, non abboccamenti misteriosi; perchè ciò sarebbe sconveniente, e non lo permetterei.

Donna Maria pensò che non aveva tremato invano d'essere scoperta la sera prima: si felicitò della prudenza avuta.

--Non dubitate, rispose.... E quando potrò...

--Bisogna attendere un poco, mi pare: per convenienza almeno.--Ed aggiunse con ironia:--Oh, avete la gran fretta di aver marito!...

--Non è questo: soltanto volevo sapere ad un dipresso....

--Fra tre o quattro mesi, diss'egli seccamente.

--Benissimo, vi ringrazio.

Era soddisfattissima della buona riescita di quel colloquio. Benedisse al segreto del padre, grazie a cui soltanto il duca assecondava i di lei voti.

Don Francesco le si avvicinò, e guardandola fissamente:

--Ora, le disse, non vi raccomando di nuovo di serbare il silenzio sull'affare che sapete, e non parlarne mai nemmeno col vostro sposo istesso: non avete alcun interesse a tradirmi: solo vi dirò che, se mai per animosità o per dispetto lo faceste, io ve ne farei pentire. Nessuno, rammentatevelo bene, nessuno vi salverebbe allora dalla mia collera; vostro marito mi risponderebbe, ed alla menoma indiscrezione....

Donna Maria non aveva mai pensato a rivelare quel segreto; la responsabilità colpevole, che assumerebbe tacendo, era la cosa di cui meno si preoccupava; ma, ove anche fosse stato il contrario, le parole minacciose del duca l'avrebbero tosto persuasa. La calma, con cui egli le aveva parlato dapprima, non l'aveva illusa: aveva compreso ch'essa era simulata a fatica, e non indizio d'aver don Francesco cangiato carattere.

--Non parlerò mai, esclamò, lo giuro!

--E sarà meglio per voi. Ora potete ritornare nelle vostre camere.

Donna Maria partì.

«Sì, costei tacerà, pensò il duca. Ah, quante noje per riparare a ciò che fece donna Livia!... E se a malgrado di esse non riescissi?...»

Un movimento di rabbia gli sfuggì; indi:

«Domani vedrò il benedettino, vedrò il cavaliere: e se tutti tacciono, nessuno ha mai reclamato sin qui... È vero che la morte di mio padre, conosciuta da coloro, potrebbe... Ma no, no: è impossibile!...»

VIII.

Il giorno dopo, il duca attendeva con impazienza la risposta del benedettino.

Quella sera spirava la dilazione accettata dal frate. Don Francesco non dubitava che mancasse: prima, perchè si teneva sicurissimo che non si oserebbe farlo aspettare; secondariamente, perchè il monaco aveva preso tutt'altro che leggermente quell'affare di tanto rilievo.

Infatti il religioso non mancò. Non era molto che don Francesco attendeva, quando un servo venne ad annunziarlo.

Dunque aveva deciso tacere: poichè altrimenti come ardirebbe affrontare colla sua presenza la collera dì un potente signore?

Ma la risposta che doveva dare riguardava un affare sì delicato, che affidarla ad un'altra persona o ad una carta sarebbe stato quasi impossibile.

Queste domande il duca se le fece colla rapidità del pensiero, e mentre ordinava fosse introdotto il frate all'istante.

Quando questi fu nel gabinetto, e chiuse le porte, don Francesco lo interrogò.

--Dunque, gli disse, siete deciso a serbare il silenzio?

Il frate s'inchinò in segno di assenso.

Un lampo di soddisfazione brillò negli occhi del duca; ma fu passaggiero più del lampo istesso, e pressochè impercettibile. La fisonomia di don Francesco rimase compassata ed altiera.

--Ero sicuro, riprese volgendosi di nuovo al monaco, che la riflessione vi avrebbe giovato; che, grazie ad essa, avreste riconosciuto la giustezza delle mie osservazioni. Bene: potete contare sopra di me.

«Ah! pensò il frate, ei crede che io abbia avuto paura!»

Ma la sua adesione era stata muta: per non dar sospetto qualche cosa bisognava dire, e le ultime parole del duca gliene fornirono occasione.

--Non potrò approfittare delle vostre offerte, Eccellenza, rispose. Io non sono qui che di passaggio: presto devo abbandonare questi luoghi.

Era vero: il duca lo sapeva: non poteva dunque meravigliarsene: eppure, provò una certa apprensione, pensando che non gli sarebbe possibile sorvegliare quel frate. Chi lo assicurava che colui, assente, manterrebbe una promessa strappatagli, egli almeno lo credeva, dal solo timore?... Lo esaminò un istante con diffidenza: il monaco comprese quel che passava nell'animo di don Francesco, ma non proferì parola.

--Io, disse il duca lentamente, vi ritengo impegnato al silenzio per sempre. Rammentatevelo bene... Per sempre! ripetè con accento minaccioso.

--Non è mia intenzione mancarvi, rispose con gravità il padre benedettino.

--Datemene un giuramento sacro.--E gli additò la croce attaccata al grosso rosario, che gli pendeva dal fianco.

--Giuro su questa croce, disse il frate, che mai rivelerò il vostro segreto.

«Cielo! pensò poi; più tardi questo cavaliere, se la duchessa riesce nel progetto comunicatomi, crederà forse che io abbia mancato a sì sacra promessa.»

Il duca si era atteso a reticenze all'atto di quel giuramento solenne: e non avendo scorta nel monaco la menoma esitazione, credette poter esser tranquillo.

Vedendo il frate restare innanzi a lui in silenzio, pensò ch'ei volesse, e non osasse, reclamare la promessa fattagli poco dopo la morte del padre.

--Accettate dunque, disse, la ricompensa che vi aveva offerta.

Un movimento di penosa perplessità sfuggì al benedettino. Il duca non vi abbadò: estrasse da un gotico scaffale una borsa piena d'oro e la porse al monaco.

Questi impallidì: pensò che rifiutando avrebbe potuto far nascere dei sospetti; ma quell'oro gli avrebbe abbruciato le mani, anche adoperato esclusivamente in opere pie.

«No, disse fra sè, non posso fingere a tal segno, per quanto Dio non debba condannare l'artifizio a cui degli animi nobili sono costretti ricorrere, onde riparare una ingiustizia crudele, ed evitare fors'anche dei delitti: ma non accetterò quest'oro!»

E volgendosi al duca:

--Eccellenza, non vogliate offendervi se io rifiuto.

--Che?

--La sola circostanza che le mie parole, rivelando quel segreto, sarebbero state inutili, mi persuase a tacere: non posso dunque accettare ricompensa alcuna.

Il duca, benchè molto indispettito, si felicitò di aver celato al frate la distruzione della pergamena, e di averne con tal mezzo ottenuto il silenzio.

Salutò con freddezza il benedettino, che s'inchinò profondamente ed escì.

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Qualche ora dopo, il duca udì bussare al suo gabinetto.

--Chi è là? domandò.

--Io, Eccellenza, gli rispose il suo cameriere. Don Francesco andò ad aprire.

--Che hai? chiese con asprezza: avevo ordinato non mi si sturbasse.

--Nè io avrei ardito farlo senza ragione; ma il conte dì San Giorgio desidera di....

--Ah, egli è qui? domanda di me?

--Stava per dirlo; ma se vostra Eccellenza non vuol riceverlo, andrò ad avvisarlo.

--No, no: fallo entrare subito: sbrigati.

Il servo escì, e poco dopo introdusse il cavaliere di Malta.

I due cugini si salutarono in silenzio, mentre il domestico si ritirava.

Per un istante entrambi rimasero muti. Non erano mai stati in termini molto cordiali, e dopo il diverbio avuto la notte della morte del vecchio duca, diverbio che era stato per degenerare in aperta contesa, l'imbarazzo, che provavano trovandosi l'uno in faccia all'altro, sarebbe stato giustificato, se anche forti ragioni segrete non vi avessero contribuito.

Sembrava che nessuno di loro volesse parlare il primo, e si squadrarono con qualche alterigia.

Al duca pareva, durante quel rapido esame, udire il cavaliere parlare d'amore a donna Livia, ed a quell'idea il suo sangue si rimescolava: mentre sembrava al conte veder don Francesco comandare, imporre il silenzio a colei, per obbedire alla quale stava per intraprendere un lungo, periglioso e forse inutile viaggio; per la quale senza esitare avrebbe data la vita.

A lui non venne neppure in pensiero che il duca, anzichè aver assistito ad una parte del suo abboccamento con donna Livia, ne avesse avuto la menoma contezza.

L'aria accigliata, con cui veniva ricevuto, non poteva sorprenderlo: era abituale a don Francesco: epperò ruppe primo il silenzio.

--Sono venuto per salutarvi, duca, disse: domani io parto.

--Partite? come? per dove?

--Per Malta. Un ordine pressante mi vi chiamava già da qualche giorno.

Il duca provò un movimento di soddisfazione; ma tosto un sospetto gli attraversò lo spirito, però non lo lasciò scorgere per allora al cugino.

--Vi ringrazio, cavaliere, gli rispose, della vostra premura: ve ne sono doppiamente grato, perchè non ignorate certamente che io sono solo al palazzo con donna Maria.

Dicendo questo, lo guardava fissamente.

Il conte si turbò. «Ah sì! disse tra sè: è meglio che io parta, che mi allontani: avrei dovuto farlo prima senza esitare.»

E con gravità rispose:

