La pergamena distrutta Romanzo del secolo XVI

Part 4

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--La perderà fra poco. Io so che il principe conta chiedere presto la mano di donna Maria.

--Come lo sapeste?

--Ora vi racconterò. Il principe stesso me lo disse...

In quell'istante, se il conte e donna Livia avessero prestato attenzione, avrebbero potuto udire un lieve rumore dietro la tappezzeria.

Era don Francesco, che giungeva nel suo nascondiglio. Trovavasi un po' in ritardo; perchè aveva pensato esser meglio partire da Catania a qualche intervallo dal suo parente, anzichè seguirlo troppo davvicino, o prevenirlo, e dar sospetto. Poi, siccome la gelosia era stata il solo suo movente, erasi detto che, ove anche perdesse una parte di quella conversazione, ne udirebbe sempre abbastanza per sapere quali rapporti regnassero tra la duchessa ed il cavaliere di Malta.

Donna Maria non si era ingannata: benchè il duca avesse mostrato non crederle, le insinuazioni di lei gli avevano suscitato in cuore un inferno.

«Il principe stesso me lo disse.»

Ecco le prime parole che don Francesco doveva udir pronunciare dal conte di San Giorgio.

Il cielo certamente non permise che egli sentisse quanto riguardava il segreto rivelato dal padre.

Intanto il cavaliere proseguiva:

--Incontrai il principe fuori della città: egli era a cavallo: io pure. Mi si avvicinò, e mi chiese se volessi acconsentire che per qualche tempo mi accompagnasse. Accettai. Sembrava ch'egli avesse qualche cosa a dirmi, ed io attendeva che parlasse. Infatti quasi subito esclamò:--Ah! la morte del duca vostro zio venne a spezzare i miei più cari progetti.--Lo guardai sorpreso, come per interrogarlo, ed egli continuò:--Avevo risolto chiedere donna Maria in isposa in questi giorni, e non ebbi il tempo di farlo.--Io pensai tosto a donna Rosalia, e mi sentii stringere il cuore.--Ah! dissi, voi amate una delle mie giovani cugine, principe?--A queste parole, che avevo pronunciate appositamente, mi parve che egli arrossisse: ciò mi persuase sempre più che in passato deve avere lasciato credere a donna Rosalia di amarla.--Amo donna Maria, mi rispose con qualche imbarazzo, e temo che la morte di suo padre possa, non solo ritardare, ma impedire le mie nozze con lei; perciò desiderai consultar voi, che come stretto parente conoscerete forse le idee di don Francesco. Credete che ei possa concedermela?--Voi siete di famiglia illustre, risposi; siete ricchissimo, non dovete dunque temere un rifiuto.--Gli è che il duca potrebbe avere per donna Maria qualche altro progetto.--Io rimasi un istante perplesso; indi:--Non credo, ribattei.--Cercate voi, riprese egli, d'interpellare don Francesco in proposito.--Io non ho con lui grande intimità, risposi: mi sembra sia meglio che voi stesso, quando ve ne parrà giunto il tempo, facciate la vostra domanda.--Voi comprendete, donna Livia, che io non potevo acconsentire ad immischiarmi d'un matrimonio che darà tanta pena alla mia figlioccia.--Farò come mi consigliate, disse il giovane: più presto che sarà conveniente, parlerò al duca.--E dopo essersi trattenuto ancora qualche istante meco, mi lasciò un po' freddamente. Mi parve alquanto offeso per non aver io voluto accogliere la sua preghiera.--Volli narrarvi tutto ciò, donna Livia, perchè pensiate voi se vi par meglio preparare un po' per volta al disinganno donna Rosalia.

La duchessa riflettè un istante.

--No, disse quindi, non la preverrò. Perchè anticiparle il dolore, la disperazione forse, in cui la getterà il sapere che il principe vuole sposare donna Maria? Alle volte la verità, per quanto possa essere crudele, è preferibile ai dubbj, è vero, ma non per tutti.... D'altronde ella non mi ha parlato mai del suo amore, ed io non posso provocare le di lei confidenze senza commettere un'indiscrezione.

--Non so che dire; ma non potremo evitare che fra poco ella conosca il vero; poichè infatti, se il principe non l'ama, mi sembra inutile cercar d'impedire le nozze di lui con donna Maria. D'altronde ciò dipende dal duca.

--Certamente. Se donna Maria avesse cuore, potrebbe ella... Io non la credo innamorata propriamente del principe.

--Nemmeno io: ella non è capace di amare alcuno; ma non rinuncierà mai ad un gran partito come questo per generosità. Il lusingarsene sarebbe un assurdo. Guardate, donna Livia, io provo per quella fanciulla, quantunque tanto bella, una repulsione grandissima.

La duchessa non rispose: perchè avrebbe difeso donna Maria? Non era suo costume prodigare elogi a chi non stimava.

--Ed io, continuò il cavaliere, voglio dirvi che vi guardiate da lei: anche conoscendola, come certo la conoscete, non la temete forse abbastanza. Siete al disopra di ogni sospetto; ma colei potrebbe egualmente nuocervi. Diffidate... La notte, in cui morì mio zio, io feci per accostarmi a voi: volevo dirvi qualche parola sul disgraziato affare della pergamena, mentre eravate appoggiata al letto.

--Ebbene?

--Io vidi donna Maria esaminarmi in modo che rabbrividii. Ella sorrideva impercettibilmente; ma quel sorriso era sì malvagio, che io vi lessi macchinazioni infernali, come ne lessi ne' suoi sguardi... Oh! donna Livia!--aggiunse con viva emozione--io che so per prova come voi siate fra il numero raro di quelle donne che saprebbero morire prima che mancare anche in ispirito all'onore, al dovere; posso dirvi che ella sospetta di voi: posso dirvelo senza timore d'offendervi.

--Vi ringrazio, conte, rispose la duchessa tristamente: mi prevarrò di questo vostro avviso.

Il rumore, che si poteva aver udito poco prima, si rinnovò; ma neanche questa volta nè donna Livia, nè il cavaliere lo notarono.

Il duca, scosso e persuaso dalle ultime parole del cavaliere di Malta, ed arrossendo d'aver potuto un momento dubitare della duchessa, non aveva voluto trattenersi maggiormente. D'altronde da un istante all'altro il conte poteva lasciare il castello, ed ei non voleva esporsi ad incontrarlo in cammino. La risposta, che donna Livia aveva data all'avvertimento del cavaliere, pareva dover terminare il colloquio; pensò che si sarebbe fatta chiamare donna Rosalia, e che ella entrando poteva avvedersi di lui: non gli rimaneva forse che il tempo strettamente necessario per ritornare a Catania senza essere raggiunto dal cugino.

Fu fortuna; poichè, se si fosse trattenuto ancora, avrebbe inteso parlare del progetto che riguardava il cavaliere dell'Isola.

--Chi sa quali cangiamenti avverranno qui forse durante la mia assenza? disse il conte di San Giorgio a donna Livia.

--Non cerchiamo d'interrogar l'avvenire, rispose ella: disponiamoci ad accettar con coraggio quanto potrà darci di male, e forse sarà meno triste di quanto potremmo presumere in mezzo a tante preoccupazioni. I presagi, che talora si credono scorgere in esso, sono più fallaci di una sibilla menzognera.

Vi era in queste parole della giovane duchessa un senso di sconforto, che ne traspariva suo malgrado, come una rimembranza di speranze distrutte, di necessità subíte.

Il cavaliere la esaminò con una certa agitazione; indi:

--Avete ragione, signora, le disse: vi fu un tempo in cui io guardavo al futuro con una specie di temeraria fiducia: credevo non dover trovarvi mai se non che pugne felicemente sostenute, soddisfazioni di un guerriero.... ed invece....

La duchessa lo guardò attentamente.

--Non temete, donna Livia, proseguì egli con dolore ed insieme con esaltazione; io non mancherò giammai alla promessa che vi ho fatta; riguardatemi senza timore come il vostro amico più devoto.

--Vedete che come tale vi riguardo, caro conte; non metto ora forse la vostra amicizia alla prova, ed a dura prova?

Ella sorrise leggermente, e dopo qualche istante:

--L'unica cosa, che temo indovinare nell'avvenire, è il dolore di donna Rosalia. Questa fanciulla, credetemelo, cavaliere, mi preoccupa assai.

--Ed io pure: ma che fare? d'altronde presto partirò. Voi la consolerete, duchessa.

--Lo tenterò almeno. Ora ella è meco al castello: volete salutarla?

--Volentieri.

Donna Livia fece chiamare la sua giovane cognata.

Dopo un momento questa entrò. Era sì pallida, sì abbattuta, che il suo padrino e la duchessa si scambiarono uno sguardo di compassione: essi, che sapevano come tutto fosse finito per lei.

Donna Rosalia si conteneva però: desiderava far credere che la morte del padre, ed il segreto di famiglia fossero causa del suo turbamento. E ciò in parte era anche vero. Ma ahi! in piccola parte soltanto.

--E così? domandò ella a donna Livia.

--Il conte è pronto ad assecondarci, rispose la duchessa: se otterremo il nostro scopo, sarà grazie a lui. Ei partirà prestissimo: forse prima non lo rivedremo più.

Donna Rosalia guardò il cavaliere di Malta; e nei suoi occhi neri grandi e belli si dipinse una viva riconoscenza.

--Grazie, grazie, dissegli, per mio padre e per me.

--Fo il mio dovere, cara figlioccia: io pure desidero assai togliermi la parte di responsabilità, lasciatami in questo affare dal duca morente. E poi colui, che cercherò reintegrare ne' suoi diritti, non è forse mio zio? Non avrei osato agire solo, perchè personalmente io non devo una riparazione.

E come per distrarre la giovane, per occuparla di altro che del principe, aggiunse:

--Siate cauta, cara donna Rosalia: adoperatevi colla duchessa, affinchè non si penetri da alcuno il vero motivo della mia assenza.

--Oh non temete! quel progetto mi sta tanto a cuore!

--Ora, riprese il conte, ritorno subito a Catania. Prima di partire mi recherò da don Francesco: se sarete ritornate in città, avrò il piacere di salutarvi ancora: altrimenti, pazienza!

Egli contemplò qualche istante donna Rosalia e la duchessa; la prima con una tenera compassione; la seconda un po' più a lungo, e con espressione indefinibile. Indi decidendosi, si strappò alla specie d'incanto, che lo tratteneva in quella sala: e dopo aver abbracciata donna Rosalia, e baciata tremando la mano alla duchessa, partì.

La moglie e la sorella di don Francesco rimasero silenziose: entrambe erano commosse, agitate.

Il progetto di donna Livia era generoso; ma chi sa dove poteva condurre?

Quasi subito una vecchia che era sempre stata governante di donna Livia, sin da quando questa era bambina, venne ad avvertirla che il benedettino, invitato segretamente da lei a recarsi al castello, era giunto non visto da alcuno, ed attendeva nella cappella.

Donna Livia vi si recò all'istante.

VI.

Sul cadere dello stesso giorno, in cui il duca ed il conte si recavano al castello di donna Livia per fini diversi, donna Maria passeggiava sola nel giardino del palazzo.

La passeggiata aveva certamente uno scopo; perchè l'affascinante bionda camminava rapidamente, e non si arrestò che dinanzi un rustico padiglione, situato in fondo al giardino istesso. Entrò in una stanza terrena di quel fabbricato, la cui finestra dava su di una via isolata e deserta. Donna Maria sedette sopra un rozzo sgabello di legno: attesa un poco, indi si alzò: guardò dalla finestra, e:--Non viene ancora, disse tra sè. Ma, a che mi lagno? Non gli ho io fatto raccomandare di aspettar la notte? Mio fratello è sì violento, esigente, bizzarro, che, se mi sorprendesse in colloquio con un cavaliere, sarebbe capace di un eccesso... Ma egli è assente.... Ah! lo comprendevo bene: sapevo di non arrischiarmi troppo, dando al principe un appuntamento... Ero sicura che don Francesco si sarebbe recato al castello, onde sorprendere la sua cara sposa col cavaliere!... Chi sa che cosa può accadere?... Ma ecco il principe: e non è ancor notte fatta.... Ora temo quasi sia troppo presto...

Guardò intorno a sè. Ma nessuno mi vede, pensò.

Quasi subito un giovane gentiluomo entrò dalla finestra, che potè facilmente scavalcare.

Era desso il principe degli Alberi, colui che donna Rosalia amava con tanta passione. Era piccolo, bruno, delicato; con un certo che di languido nella fisonomia assai più dolce e gentile di quanto addicasi ad un uomo.

Donna Maria lo salutò con un sorriso molto espressivo, e gli porse la mano, ch'ei baciò con trasporto.

--Finalmente! esclamò il giovine, vi trovo sola: posso dirvi finalmente, lungi da ogni sguardo importuno, quanto vi amo!

La sorella del duca ascoltava coll'aria di una donna che è certissima del suo potere, e che si tiene egualmente certa non si possa mai eccedere nell'adorarla.

Dagli sguardi, che il principe fissava in lei, era facile comprendere che quella fanciulla era tutto per lui... Se donna Rosalia lo avesse veduto in quell'istante, non avrebbe più conservato la menoma lusinga! Si sarebbe sentita trafiggere il cuore da una mortale ferita.

--Vedendovi, diceva egli a donna Maria, trovandomi solo con voi, mi illudo: mi sembra che la felicità, di cui godo, debba essere duratura; che nulla al mondo possa aver forza bastante per farla cessare, per costringermi ad allontanarmi da voi!

Ella sorrise ancora.

--Speriamo, rispose.

--Oh certamente! Se non sperassi farvi mia, non potrei vivere.... E pensare che devo differire a chiedere la vostra mano! Credete che tale dilazione dovrà esser lunga?

--Di qualche mese almeno.

--Quale fatalità!

--Ne soffro al pari di voi, principe,--disse donna Maria, alzando al cielo i begli occhi, nei quali sembrava fremere una viva passione, repressa soltanto dall'onore e dalla modestia.

Il giovane la contemplava estatico agli ultimi chiarori del giorno; sembrava che volesse prolungarli col desiderio, ed impedire alle tenebre di avvolgere quella seducente bellezza.

Certo, se egli aveva dei rimproveri ad indirizzarsi sulla sua condotta passata, se il pensiero di donna Rosalia poteva cagionargli rimorsi; rimproveri e rimorsi dovevano essere ben leggieri.

E forse non sospettava nemmeno le lagrime amare che la sua incostanza faceva scorrere in quegli stessi istanti.

Ah! perchè si può impunemente distruggere la felicità di una persona, senza che tal colpa, la quale molte volte ha conseguenze più funeste di un delitto, venga punita?--Ma non è infamia mancare a promesse che talora un uomo, talora una donna ebbero l'ingenuità, la sciocchezza di credere sacre.... È invece cosa naturalissima!... Non è crudeltà dimenticare d'aver pronunciate parole che forse s'impressero a caratteri indelebili nella mente, nel cuore di chi non si vuole, non si può più amare; è soltanto cedere alla natura che spinge verso un altro oggetto; il quale, simile al sole, che oscura co' suoi fulgidi raggi le faci trovate talvolta al mattino, fa impallidire ogni altra immagine.

E coloro, che agiscono in tal modo, credono in buona fede di non far gran male.

Il principe, per esempio, mentre stava contemplando donna Maria, non si preoccupava molto di tutto questo: è vero ch'egli aveva a scusa una passione più forte della sua ragione, che lo conduceva, che lo trascinava: ma bastava ciò?...

--Credeva, proseguiva egli, aver trovato un mezzo per affrettare il compimento de' miei voti.

--E qual mezzo?

--Non so se devo parlarvene: esso non è riescito.

--Comunicatemelo egualmente.

--Già da molti giorni non potevo vedervi, e ciò mi addolorava assai; questa privazione mi rendeva più crudele l'idea del contrattempo che tanto mi affligge. Pensai che facendo parlare al duca da qualcheduno della vostra famiglia mi avrebbe giovato, e m'indirizzai al conte di San Giorgio.

--A lui?

--Sì.

Donna Maria parve riflettere.

--E che vi rispose? domandò poi.

--Mi disse ch'ei non ha alcuna influenza su don Francesco, e mi consigliò a chiedergli direttamente la vostra mano, quando lo giudicherò conveniente.

--Ah, egli vi disse questo?

E donna Maria si volse: aprì una piccola lanterna che stava in un angolo della stanza, e chiuse le pesanti imposte della finestra, onde nessuno potesse scorgere il lume dalla via.

Dopo un istante il principe continuò:

--Compresi che il conte non voleva forse adoperarsi per noi: però anche senza il suo concorso....

Donna Maria lo interruppe:

--Quel concorso non ci sarebbe stato di grande utilità.

--È dunque vero che il duca non si sarebbe lasciato persuadere da lui?

--È verissimo: ed è forse meglio ch'egli abbia rifiutato.

Ed intanto pensava alla scena che forse avveniva al castello, e che ella stessa aveva preparata. Ma ad un tratto una subita riflessione venne a turbarla grandemente... Il principe aveva parlato al cavaliere di Malta... E se fosse stato per comunicar ciò alla duchessa che il conte.... Ella aveva udito dell'abboccamento; ma qualche parola appena, mentre stava nascosta dietro una portiera... E se il duca riconoscesse infondate le sue accuse?... Ei, che già le aveva proibito dubitare di donna Livia!... Oimè! pensava; avrei fatto una bella cosa!... Qual sarebbe la sua collera!... Egli, così violento, brutale!... Oh bene! gli dirò chiaro che acconsento a serbare il segreto rilevato da nostro padre, a condizione soltanto ch'ei mi lasci sposar presto il principe.

Quest'ultima idea la rassicurò alquanto, e si rivolse sorridente al giovane.

--Quali pensieri vi occupano, donna Maria? chiese egli. Nei vostri begli occhi mi parve leggere come dell'inquietudine, e...

Ella non lo lasciò terminare.

--Nulla, disse: pensavo che faceste male ad agire senza consultarmi: vi avrei risparmiato un inutile passo.

--Purchè tal passo non ci riesca dannoso, che m'importa di averlo sprecato? Tutto è per me indifferente fuorchè il nostro amore.

--Sì; ma bisogna condurci con prudenza.

Prudenza!... Questa parola, proferita freddissimamente da donna Maria, fece sull'innamorato principe l'effetto d'un pezzo di ghiaccio sul fuoco.

La giovane nel pronunciarla non aveva pensato che alla collera di don Francesco, provocata forse inconsultamente da lei, e non si era lasciata trasportare dall'entusiasmo del suo innamorato, come aveva finto sino ad allora.

--Ah! mormorò il giovine tristamente; voi non mi amate, come io vi amo, donna Maria.

Ella comprese tosto l'errore commesso, e con una adorabile languidezza:

--Non vi amo, disse, perchè tremo per voi? Perchè pavento che qualche passo troppo azzardoso possa suscitare nuovi ostacoli alle nostre nozze?... Impedirle forse?... E voi potete dirmi che non vi amo?

--Perdonate! esclamò il principe.

--Non dubiterete più di me? gli chiese donna Maria con accento incantevole.

--Mai più: lo giuro.

--Bene, allora ascoltatemi, e lasciate che io vi dica come dovrete contenervi.

--Sì, consigliatemi voi, donna Maria: che farò per ottenere l'assenso del duca?

--Fate quanto vi disse il cavaliere di Malta.

--Voi credete dunque che il suo consiglio sia buono?

--Sì, sì.

--E quando dovrò porlo ad effetto?

--Ve ne avviserò io.

--Non sarà mai tanto presto quanto lo desidero.

--Ma, caro principe, bisogna concedere un ritardo un po' lungo per la morte di mio padre.

--È vero!

Vi fu un momento di silenzio, dopo cui il giovine disse a donna Maria:

--E potrò almeno qualche volta vedervi ancora.... sola.... come... stasera?

--Sola non so.

--Ma la duchessa è al castello: per qualche tempo senza dubbio vi rimarrà.

--Sì; ma io non avrò gran libertà egualmente: poi potrebbero sorgere accidenti impreveduti, che affrettassero il ritorno di donna Livia,--aggiunse con una esitazione che sembrava oscillare tra il timore e la speranza.

--Come?

--Che volete? Temo sempre.

Queste ultime parole, pronunciate con dolcissima espressione, incantarono il principe.

--Non so, disse, se dovrò cessare le visite che facevo in palazzo di tanto in tanto, vivente vostro padre.

--Vedremo. Se fosse necessario un tal sacrificio, aggiunse ella sospirando, esso costerebbe a me non meno che a voi.

In quel momento l'essere più diffidente avrebbe giurato che donna Maria diceva il vero: sì grande è l'ascendente di un vago volto.

Come adunque non l'avrebbe creduto il principe, che l'adorava?... Aveva errato nell'amare quella fanciulla d'indole più che perversa, sopratutto se per lei aveva tradito un'altra; ma ora, come presumere ch'ei si arrestasse? Chi saprebbe farlo su un delizioso pendío cosparso di fiori, ai piedi del quale non scorge il precipizio in cui può cadere?

Donna Maria non ingannava intieramente il suo innamorato però: per esempio, quando diceva soffrire del ritardo, degli ostacoli forse, che la morte del padre aveva suscitato alle loro nozze, era nel vero. Mai ella avrebbe trovato un miglior partito del principe!... Era avida di libertà, di piaceri, di dominio!

Ogni suo voto sarebbe stato soddisfatto, appena fosse sposa di lui.

Affezioni simili non datano dal dì d'oggi, benchè la educazione diversa, i diversi costumi potessero renderle assai più rare in quel tempo.

Donna Maria aveva dunque in sè degli elementi preziosi di progresso: perchè ogni sua parola, ogni sorriso, ogni sguardo era calcolato, gettato per fare effetto.

E con questi difetti, o qualità, come si vorrà chiamarle, cattivava intieramente il principe.

--Oimè! il tempo di separarci è venuto, gli disse ella.

--Che! di già? Mi sembra sì poco che son qui presso di voi, cara donna Maria!

--A me pure; ma...

--Il duca non è assente? Non siete voi libera per qualche ora?

--Ei non mi disse quanto sarebbe durata la sua assenza. Seppi a caso che doveva partire... Una passeggiata a cavallo può durare anche pochissimo.

--Ah sì! avete ragione: mi converrà lasciarvi. Al suo ritorno don Francesco potrebbe chiedere di voi... Ma non temete l'indiscrezione di qualche servo?

--Non temo; perchè mi vedono molte volte passeggiare in giardino, quantunque sia nel verno. Poi ho una delle mie donne, che mi è intieramente devota, quella che impiegai sempre per comunicare con voi.... Fu dessa che, sotto un suo particolare pretesto, ottenne dal giardiniere la chiave di questa stanza. Ora ella veglia qui presso.

--Addio dunque, donna Maria: rammentatevi di me.

--Potete voi dirmelo?

--Chè non mi è dato rattenere il tempo?

--Vedete, caro principe: la notte è già discesa: partite; addio.

Il giovane dovette rassegnarsi: e dopo qualche altra parola di commiato piena di passione, si allontanò colle più grandi precauzioni.

La notte era discesa infatti, e donna Maria non indugiò a rientrare.

Era agitata. Ormai si teneva sicurissima, è vero, d'aver affascinato il principe in modo, che ei non potesse più sfuggirle. Quel primo colloquio, avuto con lui da sola a solo, ne la accertava: per questo pensava meno al giovane di quanto lo avesse fatto prima di recarsi all'appuntamento.

Ma altri timori le impedivano gioire intieramente del suo trionfo. Il duca adirato le passava dinanzi come un fantasma terribile. Una sola persona, lo sapeva, poteva farsi perdonare da lui; ed era quella persona appunto, ch'ella aveva accusata. Le restava minacciare il duca di rivelare il segreto del padre; ma questo pensiero, che dapprima l'aveva rassicurata, non le infondeva più tanto coraggio.

Ella non potrebbe egualmente forse salvarsi da una esplosione di collera.

«Ma a che temer tanto? dicevasi poi, aggiungendo, come sempre accade, nuove riflessioni alle antiche.... Io posso sostenere arditamente, se don Francesco mi rimprovera, che credevo esser nel vero.... D'altronde gli dirò che intendevo parlare del cavaliere soltanto, non di donna Livia.... Poi, chi sa!... Se il duca avesse sorpreso una sola frase equivoca, allora!... Sì, ciò basterebbe a renderlo furioso, e spingerlo ad un eccesso.

»E mia sorella? Oh avrà bel fare!... Il principe ama me sola.... di questo non voglio più preoccuparmi; non devo nemmeno parlargli di lei.... no; non voglio mostrare di temer donna Rosalia.»

Qualche momento dopo, donna Maria era seduta tranquillamente dinanzi al camino in una sala di riunione. Attendeva il ritorno del duca con viva ansietà.

Molte volte aveva già chiesto di lui alla fidata camerista, che erasi guadagnata colla promessa di condurla seco e di migliorarne la condizione, quando ella sposerebbe il principe degli Alberi.

Ma il duca non era ancor ritornato.

Eppure le stelle già da qualche tempo brillavano in cielo.

«Mi sembra ch'egli indugi, pensava donna Maria: che sarà mai avvenuto? Si sarebbe egli già pacificato con donna Livia?... Ma il castello è lontano una buona lega dalla città.... Andare, venire, fermarsi.... vi vuole il suo tempo!»

Poi, vedendo entrare la camerista senza che l'avesse chiamata: