La pergamena distrutta Romanzo del secolo XVI

Part 30

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Allora Gabriella, dopo aver rinnovato i suoi avvertimenti, si allontanò dal palazzo rassicurata.

Non aveva voluto dire ai servi che si trattava della vita della duchessa, per timore di disonorare pubblicamente la moglie di Federico e donna Maria.

Due ore dopo, il duca rientrò; era assai pallido.

Gli fu tosto consegnato il biglietto.

--L'ha scritto in palazzo, gli disse il servo, che stava aspettandolo nell'atrio (lo stesso che aveva parlato a Gabriella) l'ha scritto una giovane donna, che rassomiglia in modo strano a donna Rosalia, e che aveva cercato prima di parlare alla duchessa, o a vostra Eccellenza.

Il duca lo prese attonito e l'aprì.

Rabbrividì leggendo queste linee:

»_Signor duca_,

»Da qualche parola, sorpresa da me questa notte, tra la principessa donna Maria e mia cognata, compresi che si vuole avvelenare quest'oggi la duchessa con un mazzo di fiori rinchiuso in una cassetta.

»Affrettatevi.

_Gabriella_.»

--Oh infami! esclamò il duca.... E questo biglietto è forse qui da molto tempo! Potrò io?... Ohimè!... Privarmi di donna Livia... ora...

Salì le scale come un pazzo.

Entrò precipitosamente dalla duchessa.

Il suo aspetto era terribile, alterato tanto che ella se ne spaventò.

--Che avete mai? chiese alzandosi.

--Avete voi ricevuto qualche oggetto, qualche mazzo di fiori durante la mia assenza? chiese egli trafelante, agitatissimo.

--Io no.

--Respiro... Siete salva.

E non potè continuare.

Si chiese d'entrare.

Una donna apparve con una cassetta fra le mani e volgendosi alla duchessa:

--Contiene un mazzo di fiori, le disse; fu portata da qualche tempo, viene dal castello; ma una dama forestiera aveva scongiurato un servo di non consegnare alcun oggetto a vossignoria illustrissima sin dopo il ritorno del signor duca.

E la camerista escì.

Donna Livia guardava sorpresa la cassetta, che era stata deposta su di un tavolino.

--Non toccatela!... esclamò il duca trattenendola per un braccio.

--Ma spiegatevi!...

Egli era così commosso, così alterato che non potè parlare.

Le consegnò tremando il biglietto di Gabriella.

La duchessa lo lesse, rabbrividì.

--Scellerate a tal segno! mormorò.

--Sì.

E dopo un istante:

--Sono due mostri, di cui sbarazzerò la terra. Spero non mi direte ancora di perdonare.

--Dunque è la figlia del cavaliere dell'Isola, che mi ha salvata?

--Sì; non potendo essere ricevuta da voi, ed essendo io assente, scrisse.

E stringendo la mano della duchessa aggiunse:

--Che sarei divenuto perdendovi?... E senza questa mia cugina io vi vedrei cadavere!... Sì, donna Maria fu sempre perversa!... E l'altra!... Oh femmine infernali!...

--Ma, disse donna Livia come colpita da una subita idea, ed ella? Forse la si punisce di morte perchè volle evitare la mia.

--È vero, sono capaci di tutto.

--Correte! Affrettatevi... Che se ella morisse, troppo ne soffrirei!...

--Avete ragione; ma e questa cassetta?

--Non temete, la farò abbruciare nella corte, ed io stessa guarderò da una finestra. A me non pensate... Correte, ma diffidate voi stesso di tutto!...

--Sì, sì, non dubitate. Vi vendicherò.

--Salvate vostra cugina.

--Farò tutto insieme. Addio...

Ed escì. Era furibondo.

Oh! questa volta, diceva, provvederò in modo da togliere ogni pericolo per l'avvenire.

Donna Livia faceva intanto quanto aveva detto al duca.

La cassetta, per suo ordine, veniva abbruciata nella corte sotto ai suoi occhi...

L'umore venefico, che doveva privar di vita donna Livia, sfumava inoffensivo tra le fiamme di un fuoco vivissimo, che era stato acceso dapprima, e da cui poscia tutti si erano allontanati!...

E la duchessa una volta ancora era salva.

.................................................................

Ed intanto al palazzo degli Alberi?...

Camilla, diffidente sempre, aveva fatto chiedere di Gabriella, che, dopo il biglietto scritto al duca sentendosi più tranquilla, si era recata in chiesa.

Venne risposto alla dalmatina che sua cognata era escita sola, ed aveva rifiutato con insistenza d'essere accompagnata come al solito da una camerista.

Questa risposta e l'assenza prolungata di Gabriella cangiarono la diffidenza di Camilla in sospetto.

Attese la cognata nella camera di lei.

Il pallore di Gabriella quando ritornò, il movimento di terrore, che non seppe trattenere alla vista di Camilla, fecero presentire a questa il vero.

--Ove andaste? le domandò.

La dalmatina in quell'istante apparve a Gabriella come avrebbe dovuto apparirle sempre, non come una sventurata, trascinata involontariamente al male, ma come la donna, che l'aveva minacciata in Bologna di colpire i suoi figli, come colei, che l'aveva fatta rapire a forza, come la fonte insomma di tutti i suoi mali.

Ebbe paura!

--In chiesa, rispose balbettando.

--Giurate sulla croce che non andaste in nessun altro luogo.

Ella, esitò....

Indi:

--Non giuro, disse.

Poi con esasperazione, vedendo gli sguardi minacciosi, che lanciava sopra di lei Camilla:

--Uccidetemi pure! esclamò, uccidetemi con uno dei vostri veleni! Voi, che mi avete resa amara l'esistenza..... Poco mi rimane da vivere!.... I miei figli saranno amati, protetti egualmente.... Non voglio perdere la mia anima!... Morrò dopo aver fatto una buona azione.... salvato la duchessa!... Dio mi riceverà tra le sue braccia!...

Ed affranta da quello sforzo supremo, di cui la religione soltanto aveva potuto renderla capace, coll'esaltazione di una martire, si assise.

--Ah! tu hai salvato la duchessa! esclamò Camilla. Ebbene muori!...

Le fece fiutare a lungo una fiala: pensò anche che forse sua cognata conosceva tutti i suoi segreti, poichè aveva parlato di veleni.

La povera Gabriella era già morta!

Vicino a lei stava la fiala fatale!...

Camilla era esasperata, pallidissima; ciò dava alla sua rara bellezza alcun che di tetro e di fantastico insieme.

Lo scioglimento del suo dramma era vicino, sarebbe stato terribile, lo comprendeva!...

Ed intanto donna Livia, colei che era ancora amata da Federico, era uscita illesa da mille pericoli!...

Che le giovava la morte di Gabriella?

Ah non si sentiva vendicata abbastanza!...

Per qualche tempo ella guardò spaventata il cadavere, non sapendo a qual partito appigliarsi.

Finalmente si decise; direbbe che Gabriella era morta improvvisamente d'una convulsione, appena ritornata dalla chiesa!

Donna Maria per certo non la smentirebbe!

Mentre ella, in sì dolorosa perplessità, dimenticava persino di nascondere il veleno, un servo apparve sulla porta socchiusa:

--Un signore forestiere, disse, che sino da questa mattina venne a cercare della signora Gabriella, mentre era in chiesa, è ritornato e vuol parlarle all'istante.

Aprì l'uscio allo sconosciuto, e si ritirò senza avvedersi del cadavere.

Lo sconosciuto entrò; era Marco.

S'avanzò nella stanza. S'avvide della sua antica fidanzata e di Camilla....

Mise un grido.

Oh! esclamò, è troppo tardi!... Costei era qui! Ed ella è già morta!

Per un istante il dolore gl'impedì continuare, ma presto si superò; ed avvicinandosi a Camilla la scosse, come se avesse voluto svellerla dalla terra, estirparnela, come se ne estirpa una pianta malefica.

Ella non osò parlar subito. Finalmente:

--Non l'ho uccisa io! disse.

--Sì che l'hai uccisa! Infame! Guarda, guarda quelle lividure!... L'uccidesti come quella tua vecchia governante a Venezia....

Ah egli sapeva!...

--Tutto io so, continuava egli; avevo consigliato Gabriella a diffidare; come mai si lasciò trascinare a seguirti?

In quel momento la porta si aprì.

Era Federico, che, appena udita la morte del principe, indovinando che il suo biglietto alla duchessa ne era stato causa, veniva stordito, confuso, voleva partire all'istante.

Marco disperato, Camilla avvilita, Gabriella morta!

Ah! per quanto male immaginasse, non avrebbe mai aspettato di vedere un sì terribile quadro!

--Marco, sussurrò Camilla, Marco tacete! Non mi accusate innanzi a lui. Io non avrei ucciso Gabriella, se ella non avesse salvato la mia rivale!...

Ma Marco non l'ascoltò.

E volgendosi all'ufficiale, che non poteva profferire un accento:

--Vostra moglie, gli disse, è un'avvelenatrice. Uccise già una sua vecchia governante a Venezia, perchè certo conosceva tutti i suoi segreti, ed ora avvelenò Gabriella per punirla di aver salvato la sua rivale.

--Donna Livia! la duchessa! esclamò l'ufficiale rabbrividendo....

--Voi lo saprete chi è!

--Povera Gabriella! ella salvò donna Livia!

E Federico piangendo coprì di baci il viso della sorella.

Indi si avanzò furioso verso Camilla.

--Attendete, ve ne scongiuro, gli disse Marco trattenendolo, ella non vi sfuggirà!...

Ucciderla subito non sarebbe punirla abbastanza!... Io voglio in faccia sua dirvi tutto il male, che fece.... Poichè è questo ch'ella paventa...

Si arrestò vedendo entrare due cavalieri.

Erano il conte di San Giorgio e Dal Pozzo, che correvano sulle traccie di Federico.

--Cielo! che avviene qui? chiese spaventato il cavaliere di Malta.

--Oh disse Marco esasperato, questa donna, ed additava Camilla seduta in un ampio seggiolone in fondo alla stanza, ha avvelenato Gabriella, perchè salvò la vita della duchessa!...

--Donna Livia? domandarono insieme il conte e Dal Pozzo.

--Sì! mormorò Federico.

--Donna Livia le deve la vita? disse il conte avvicinandosi a Gabriella. Ed io, che tanto sospettai di lei.... Oh sventurata!

E come aveva fatto prima l'ufficiale, depose un bacio su quel freddo cadavere.

Dal Pozzo era tanto spaventato che non poteva profferir parola.

Federico, più pallido della morte, stava immobile appoggiato alla parete.

Marco continuava:

--Questa disgraziata, che io doveva sposare, fu rapita, or sono cinque anni, dalla casa ove l'aveva messa suo padre, rapita per ordine di costei, che la diede in mano ad uno sconosciuto, e le indebolì il cervello con narcotici possenti.... Mi raccontò tutto ella stessa, quando la vidi in Rimini poco tempo fa... Ed io, che conoscevo questa donna come un'avvelenatrice, l'avevo consigliata a diffidarne, senza tuttavia spaventarla troppo, poichè speravo che ella fosse soltanto l'amante di Federico di Chiarofonte, che non potei avvertire perchè ignoravo da lungo tempo ove fosse!... Quando ritornai a Rimini, il giorno dopo la partenza di Gabriella, vi trovai un suo biglietto, nel quale mi annunciava che si recava in Sicilia col fratello; ma ignoro per qual motivo non accennasse a costei; ciò mi confermò nella mia supposizione, e pensai con gioia che Chiarofonte non l'aveva sposata. Io compresi, aggiunse volgendosi all'ufficiale, perchè vi recavate in Sicilia. Sapevo chi fosse stato vostro padre da qualche giorno appena; sicuro che Camilla non era qui, pensai poter indugiare per andare a Venezia a prendere una lettera del cavaliere dell'Isola, posseduta dalla signora Lorini, e che credevo potesse esservi necessaria.... Ohimè! che feci! perchè differii?... Tenete, Federico: è l'ultima lettera di vostro padre.

L'ufficiale prese il foglio, ma non potè leggerlo; accennò al conte di leggere lui, ciò ch'ei fece ad alta voce con viva emozione, evitando però certe frasi concernenti la moglie dello zio.

Quando la lettura fu terminata, Federico escì finalmente dal suo abbattimento.

Ohimè! disse, ed io potei unirmi a simile mostro! Oh mio Dio!...

Camilla era sempre rimasta col capo fra le mani.

--Indegna! Perfida! Lusinghiera! Infame! mormorava il povero ufficiale fuori di sè.... Quale cumulo di menzogne, di delitti! Quale ipocrisia!... Prima di morire, dimmi in qual modo conoscesti mia madre....

--Ve lo dirò, rispose Camilla. Ella era sorella a mio padre. Fino dal 1365 era ritornata in Dalmazia e viveva con noi. Tre anni dopo ci recammo tutti a Venezia, perchè ella volle vedervi ad ogni costo. Infatti vi vide nascostamente più volte, ma non osò mai presentarsi a voi, temendo i vostri rimproveri, il vostro disprezzo. Vide qualche volta anche Gabriella.... Io vi conobbi allora, Federico; fin d'allora vi amai. Vostra madre morì poco dopo lasciandomi, come vi dissi, i suoi segreti.... Sposarvi divenne il mio sogno.... Ma voi eravate allora a Corfù. Quando ritornaste ferito da Lepanto respirai; potei avvicinarmi a voi; le mie cure, il vostro abbattimento fisico, le vostre preoccupazioni, di cui qui compresi il motivo nell'udire il nome di donna Livia, mi ajutarono....

--Tacete! Tacete! esclamò disgustato il giovane. Ditemi soltanto dov'è questo mio fratello, di cui parla mio padre.

--Ve lo dirò, rispose Camilla, ma a condizione soltanto che voi mi perdoniate; altrimenti non lo farò mai.

Si comprendeva ch'ella era risolutissima.

--Ditele di sì, sussurrò il conte all'ufficiale; tale promessa non impegna.

--Bene, sì, mormorò Federico con voce soffocata, parla!

--Egli è quel giovane frate, il padre Leone, che venne a salutare il conte nel porto di Rimini. Fino a sedici anni visse con sua madre in Germania. Quando ella venne in Dalmazia, ei volle assolutamente entrare in un convento di cappuccini. Egli ignora tutto, persino il nome di Chiarofonte. La sua fede di nascita è nel mio scrignetto.

--Il padre Leone! disse il cavaliere di Malta respirando....

Ha la sua fede di nascita, pensò poi; ma questa donna è un archivio!

--Non posso ucciderti io stesso, disse Federico facendo uno sforzo; altri ti puniranno.

E fece per allontanarsi.

--Oh! esclamò ella alzandosi con esaltazione e come se temesse di non più vederlo, ma io vi ho amato!... e vi amo ancora!...

E fece per trattenerlo.

L'ufficiale la respinse con orrore, come se avesse temuto esser tocco da un serpente.

Camilla provò un senso di dolore sì vivo che la esasperò, perchè in mezzo ai suoi delitti, a tante orribili colpe ella lo aveva amato con vera passione.

Or qual maggior tortura che destare ribrezzo in chi si ama?

E parve a Camilla una pena d'inferno!

Il conte accennò a Dal Pozzo di trascinar via Federico, che depose un ultimo bacio sulla fronte della sorella ed escì disperato.

Dopo qualche tempo di silenzio, Marco si volse al conte.

--Suo marito vuole che sia punita, mormorò.

--Non dubitate, lo sarà; ma non abbiamo il diritto di negarle il tempo a pentirsi, e vedere qualche religioso se ella lo desidera....

--Sì lo voglio, interruppe Camilla.

--Oh ella ne approfitterà per fuggire, mormorò Marco.

Il conte era perplesso, ripugnante, non sapeva a che risolversi.

Il veneziano lo considerava inquieto.

Intanto la porta si aprì.

--Il duca! esclamò il cavaliere.

La vendetta non poteva scegliere una figura d'uomo, che la rappresentasse meglio di don Francesco.

Marco respirò in vederlo, chè il conte gli era sembrato troppo dolce.

--Dov'è la figlia del cavaliere dell'Isola, quella che salvò la vita alla duchessa? domandò don Francesco.

--Eccola, rispose Marco additandogli il cadavere.

--Oh disse il duca tristamente, giunsi troppo tardi; eppure mi sono affrettato. Fatalità!

--In qual modo foste avvertito? gli chiese il conte.

I due cugini si vedevano per la prima volta dopo la loro separazione.

Era in un bel momento.

--Con questo biglietto che ella stessa, non potendo essere ricevuta da donna Livia, scrisse nel mio palazzo, mentre io era assente.

E lo porse al conte che lesse. Dopo di che:

--Come? disse sommessamente al duca, anche donna Maria? Oh abbominio!

Don Francesco si accontentò di fargli un cenno affermativo.

Indi arrestò lo sguardo su Marco.

Il conte ripetè allora in poche parole al cugino la narrazione del veneziano.

Quando questa fu terminata il duca si volse a Marco:

--Dunque, signore, gli disse, voi foste prima causa della salvezza della duchessa, e senza i vostri avvertimenti questa sventurata non avrebbe diffidato, e non le sarebbe stato possibile sventare la trama. Lo comprendo, e non lo dimenticherò giammai!

Marco, benchè posto un po' in soggezione, rispose:

--Fu combinazione, nulla di più.... Ciò che desidero è di veder vendicata questa infelice. Ecco la causa di tutti i suoi mali, ecco chi la uccise!

Ed additava Camilla rimasta immobile sulla sua seggiola col capo fra le mani.

Il duca si avanzò verso di lei.

Il conte e Marco si attendevano ad una scena orribile: erano in preda a viva ansietà.

Camilla alzò gli occhi sul duca, quel duca, di cui si era tanto occupata, e che non aveva veduto ancora. Rabbrividì.

--Signora, cominciò egli, vostro marito assumerà domani il nome di suo padre, il mio: dovete saperlo.

Quell'esordio parve oscuro a Marco.

--Comprendete, continuava don Francesco, che prima voi dovete essere morta.

Il veneziano comprese e si tranquillizzò.

Camilla taceva.

--Spero, proseguì freddamente il duca, che sarete, signora, abbastanza coraggiosa perchè nessuno sia forzato a versare il vostro sangue.

--Ecco, esclamò Marco, ecco il veleno, col quale assassinò sua cognata.

E consegnò al duca la fiala, che sin dal primo momento egli aveva scorto su di un tavolino, vicino a Gabriella.

Ah! era forse quello destinato per donna Livia, pensò il duca prendendola.

--Bene, rispose a Marco.

Esaminò attentamente la fiala, indi la depose innanzi a Camilla.

Ella fremette.

Non aveva mai creduto in Dio; ed ora, per suo maggior tormento, credeva nella sua collera.

Esitava......

--Che! occorrerebbero incitamenti? le disse il duca con uno sprezzo umiliante.

--No, rispos'ella con alterigia, io mi ucciderò! ma voglio tempo a confessarmi; è una cosa che non si nega ad alcuno.

--Se glielo accorda, se si impietosisce, disse Marco volgendosi al conte, ella si salverà! è tanto astuta; cagionerà forse nuovi danni prima di morire! Ingannerà il confessore! Egli intercederà!

--Non temete, signore, rispose il cavaliere di Malta con un lugubre sorriso.

Ed aggiunse tra sè: sarebbe più facile impietosire un macigno.

--Sì, voglio tempo a confessarmi, ripetè Camilla.

Il duca per unica risposta le additò il veleno con quell'aria imperiosa, che nessuno sapeva prendere meglio di lui.

Ella comprese che tutto era inutile; si decise.

Presa la fiala, la fiutò a lungo; cadde subito rovesciata all'indietro...

Era morta!

Il duca si allontanò da lei.

--Ora, mormorò, mi occuperò di...

Il conte lo trattenne.

--Che contate fare di donna Maria? gli domandò a voce bassissima.

--Non credo vogliate difenderla.

--Non ne ho desiderio alcuno, ve lo assicuro. Ma riflettete che ella per nostro rossore è...

--Sì, sì. Faremo le cose senza scandalo.

--Sarà possibile; poichè la sua complice non l'ha accusata, potrete tener celata a tutti la sua colpa.

--Lasciate fare a me.

--Prima vorrei farvi leggere una lettera del cavaliere Dell'Isola nostro zio, che scrisse negli ultimi istanti di sua vita ad una signora di Venezia. Contiene nuove rivelazioni, che è giusto siano conosciute da voi. Tenete. L'ha recata questo signore.

Il duca la prese e la lesse, mentre il conte pensava che ritrovava suo cugino migliore assai di quando l'aveva lasciato.

Donna Livia sa fare davvero dei miracoli, diceva tra sè.

Marco guardava impensierito Camilla; passata l'ebrezza della vendetta, chiedevasi se non fosse stato troppo inflessibile verso di lei, la quale avrebbe potuto pentirsi.

Per darsi pace non aveva che a gettar gli occhi sul duca, il quale di rimorsi non ne sentiva certamente alcuno.

Il cavaliere di Malta era profondamente triste.

In qual modo finiva tutto? Mai egli si sarebbe atteso a tale scioglimento.

Tornò a contemplar Gabriella, ed i suoi occhi s'inumidirono pensando che quella giovane era morta per aver salvato donna Livia! Infelice! comprendo ora perchè mi parlò di lacci, di sventure; ella era sotto un costante incubo, che la faceva paventare di tutto...

Intanto il duca percorreva la lettera di suo zio.

Oh! pensava, dunque quella donna, per la quale il cavaliere dell'Isola era stato diseredato, scacciato, lo tradì. Ed egli temeva vendicarsi in modo orribile invece di desiderarlo!... Pare fosse molto pentito... Sembra scrivesse ad un'amica; comprendo...

Ed andando innanzi: Un altro figlio!...

Finita la lettura, si volse al conte e gli rese la lettera.

--Ebbene, duca? chiese egli.

--Ebbene, conte? dirò io a voi: sapete qualche cosa di questo figlio perduto?

--Sì, e lo conosco; è un giovane frate di molto merito, che per una strana combinazione vide il ritratto di mia madre, e ne notò la straordinaria rassomiglianza. con una signora da lui veduta in Pesaro, questa nostra sventurata cugina.

--Ma ditemi, conte: se i figli del cavaliere ignoravano la loro origine, come possedevano le di lui carte di famiglia?

--Erano state consegnate dalla loro madre a colei, ed additava Camilla. Ella usò ogni mezzo per giungere a sposare Federico di Chiarofonte, al quale però non rivelò il segreto che dinanzi a me, al mio arrivo a Milano.

--Comprendo, comprendo. E tra sè:

Davvero donna Livia ed egli stesso ignoravano tutto!

--Voi, conte, aggiunse poi con indifferenza, mi dovreste qualche spiegazione.

Il cavaliere restò alquanto imbarazzato.

--Come credete, rispose quindi; domani verrò da voi, e qualunque spiegazione bramiate, l'avrete da me.

--Vi attenderò, cavaliere.

Ed avvicinandosi a Marco, che stava contemplando tristamente Gabriella:

--Signore, gli disse, questa mia sventurata cugina, a cui io devo tanto, ha dei bambini. Sapete ove sieno?

--Certamente.

--La duchessa, riprese don Francesco che esaminava con emozione Gabriella, vorrà occuparsi di quei fanciulli. Venite domani al mio palazzo, vi prego; ella vi comunicherà le sue idee.

--Non mancherò.

--Questa infelice, continuò il duca, verrà sepolta domani nelle tombe della nostra famiglia... Quanto a costei...

E si arrestò guardando Camilla.

--Costei, signor duca, i miei marinaj possono gettarla in mare stanotte.

--Benissimo, rispose don Francesco con un cenno di approvazione.

Quel veneziano gli piaceva.

Indi escì.

Allora il cavaliere di Malta, che non aveva parlato sin là per la meraviglia che gli cagionavano i sentimenti generosi espressi da don Francesco, si volse a Marco:

--Voi siete straniero qui, gli disse; conosceste molto questa mia sventurata cugina; venite in mia casa appena sarete libero; cercate del conte di San Giorgio, vi attenderò. Desidero anche aver qualche dettaglio sul passato di questi miei parenti... Vi prego a non rifiutarmi.

--Non dubitate.

--Ora vado in traccia del povero Federico; temo non abbia a fare qualche pazzia!... Era così fuori di sè!...

Marco non rispose.

Il conte escì.

Ed il giovane rimase ancora un istante fra quei due cadaveri, dei quali uno gli metteva orrore, e l'altro gli era sì caro.

--Mio Dio! mormorava, in quale istante le ho rivedute entrambe!...

.................................................................

Il duca, appena lasciata quella funebre stanza, aveva chiesto ad un servo di donna Maria.

--È sola nel suo appartamento, eccellenza, rispose l'interrogato, che trovava assai strana la presenza del duca dell'Isola in palazzo, dopo quanto vi aveva fatto il giorno prima.

Ma quei poveri servi avevano veduto in pochi giorni tante cose strane che erano confusi, storditi; non comprendevano nulla.

Il duca si diresse verso l'appartamento di sua sorella.

Chiese di lei ad una camerista, la fidata Caterina. Questa, che, per aver dimorato nel palazzo di don Francesco, lo conosceva e ne aveva paura, rispose un po' tremante che la principessa non voleva ricevere alcuno.

Il duca la respinse ed entrò egualmente.

Non aveva pratica di quell'appartamento ove non era mai entrato.

Traversò a caso diverse stanze; finalmente vide sua sorella in un elegante gabinetto, in piedi vicino alla finestra, pallidissima, agitata.

Le era stato detto che il duca, il conte, l'ufficiale ed altre persone erano entrate nella stanza di Gabriella, ove certo avveniva qualche scena terribile.

Alla vista di don Francesco ella vacillò; ma l'odio, quel sentimento, che soverchiava tutti gli altri nel suo cuore, ridestò il suo ardire.

--Come? gli disse con alterigia, voi qui? in questa casa, dopo averne ucciso il padrone? È troppo, e non lo soffrirò.

--Infame! rispose il duca, mentre rinchiudeva l'uscio.

E senz'altro:

--La vostra complice è morta!

--La mia complice! che volete dire?