La pergamena distrutta Romanzo del secolo XVI

Part 20

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--Ringraziatela per me; e voi, duchessa, compatitemi.... Oh se sapeste quanto amo donna Maria!... Dal dì in cui la vidi, compresi che sino ad allora non avevo amato, che mi ero ingannato sui miei sentimenti per donna Rosalia.... Tutto per me divenne indifferente fuorchè quella, che ora è mia sposa.

--È perchè comprendo questo che risposi alle vostre domande circa a donna Rosalia, chè altrimenti mi avrebbe ripugnato gettare un germe d'amarezza nell'animo vostro... Forse anche quella fanciulla fu troppo facile a lusingarsi, ma ora, lo spero, troverà nella vita religiosa la pace.

--Lo voglia il cielo! disse il principe.

Egli era più leggiero che cattivo, eppure quanta indifferenza, quanto egoismo nel modo, con cui profferì queste parole!

La duchessa ne provò un senso di disgusto. Se donna Rosalia lo udisse! pensò.

--Sono lieto nel vedermi compatito da voi, duchessa, continuava egli: guardate, per darvi un'idea del mio amore per donna Maria, vi dirò che, se mi si costringesse a scegliere tra la vita, che io conduco, invidiata da molti, ma privo di lei, ed una esistenza oscura ignorata, divisa colla mia sposa, non esiterei nella scelta.

Donna Livia non rispose.... Ah era così ch'ella aveva amato un giorno....

--E, chiese il giovane, il duca non saprà nulla certamente di....

--No, e ciò il dovete a donna Rosalia.

--Ah! disse il principe arrossendo un poco, povera donna Rosalia! ma spero si consolerà!... Temevo, proseguì con qualche titubanza, che si venisse a conoscere da qualcheduno.... che donna Maria istessa potesse sapere.... Certamente ella mi rimprovererebbe... ne sarebbe dolente....

E si arrestò confuso.

Quale illusione! Ma la duchessa era troppo delicata per farla cadere.

--Certamente, rispose.

Quella menzogna era pietosa. Donna Maria non avrebbe creduto sì generosa la moglie di suo fratello.

--Perdonate, duchessa, continuò il principe, se ho osato prendermi la libertà d'interrogarvi.... siete tanto gentile!

--Non mi dovete alcuna scusa. Donna Rosalia conoscerà il vostro pentimento; poi ella vi ha già perdonato colla maggiore abnegazione.

--Grazie, duchessa, delle vostre parole: esse mi fanno bene.... Sono più tranquillo.

Era più tranquillo perchè era sicuro del silenzio.

Se io fossi in donna Rosalia, pensò la duchessa, non avrei più un pensiero per lui....

Egli stava, per allontanarsi quando vide il duca fermo a qualche passo, che lo guardava attentamente.

Certo non poteva essere geloso di lui in quel giorno, pure parve poco soddisfatto nel trovarlo vicino a donna Livia.

Si accostò senza parlare.

Il principe credette necessario spiegare il perchè del suo colloquio.

--Stavo ringraziando la duchessa, disse, delle gentilezze usateci, e ne ringrazio voi pure, duca.

--Oh immaginatevi!

Il principe si allontanò.

--Che vi diceva? domandò il duca a sua moglie; non credo già gli abbiate parlato di donna Rosalia...

--Me ne parlò egli; mi chiese se era tuttora al castello.

--Che stravaganza è questa?

E raggiunse di nuovo gl'invitati.

La duchessa dopo un momento fece altrettanto.

Ella pensava, che donna Maria, occupata a prodigare parole gentili e sorrisi a' suoi nuovi parenti, a riceverne le congratulazioni, gli omaggi, non avesse notato il suo breve colloquio col principe.

D'altronde, diceva tra sè, non è poi strano ch'egli mi abbia rivolto la parola...

Ma donna Maria, che diffidava assai della cognata, si era avveduta di tutto, ed aveva immaginato che donna Livia avesse tentato nuocerle nello spirito del principe.

E non arrossisce, pensò, con tutta la sua alterigia di sì basso procedere?... Me la pagherà.... Oh se verrà un'occasione sicura per vendicarmi, non la lascerò sfuggire!...

Perchè mai tant'odio?....

Ed ella era bella, giovane: l'avvenire, l'amore, la fortuna le sorridevano. Perchè non ne godeva senza sentir desiderio di amareggiare l'esistenza degli altri? che sarebbe stata in altre condizioni donna Maria, se nemmeno la felicità, il miglior farmaco pei cattivi istinti, guariva i suoi?...

È facile immaginare con quanta sincerità donna Maria esprimesse alla cognata il rammarico, che doveva mostrare in lasciarla.

Sì! ella in mezzo alla gioja fremette di rabbia, pensando allo sprezzo, col quale l'aveva trattata il duca per causa di donna Livia, dopo il giorno, in cui ella l'aveva accusata ingiustamente.

Donna Maria non aveva mostrato offendersi prima per timore soltanto, ed ora il ricordo di quello sprezzo si risvegliava più che mai nell'animo suo.

Vedendosi sì ammirata, sì corteggiata, più viva provava l'amarezza delle umiliazioni subite, e più ardente il desiderio della vendetta.

Ma tutta la collera era per donna Livia, chè del duca aveva troppo paura.

E quando, al momento della partenza, ei con uno sguardo espressivo le rammentò la sua promessa, ella, con un altro non meno eloquente, mostrò d'averlo inteso.

Essi si conoscevano perfettamente!

Niuna sposa provò mai minor pena di donna Maria nell'abbandonare la casa paterna.

Con quanta gioia si lasciò dietro quel tetro palazzo!

Ma ormai non più noie, non più umiliazioni.

Una nuova esistenza cominciava per lei.

V.

Il giorno dopo la duchessa si recava al suo castello, ove contava passare il resto della settimana con donna Rosalia.

Il duca aveva accompagnato donna Livia, verso cui si sentiva sempre attirato da un sentimento invincibile, che subiva talora di buona grazia, talora bestemmiando, ma che subiva sempre.

D'altronde credette necessario andare al castello per parlare a donna Rosalia. Aveva riflettuto che, all'istante di consacrarsi a Dio, ella potrebbe per iscrupolo rivelare il segreto della loro famiglia: ciò gli dava alquanto a pensare.

Le minacce, diceva tra sè, buone per donna Maria, a nulla valgono coi fanatici. Questa ragazza, così sentimentale e poetica, mi ha un po' la stoffa dei martiri... Ora, non avendo potuto aver l'amore, aspira al paradiso; non vorrei che per guadagnarselo ritenesse utile mancare alla promessa che mi fece... Credo che le monache confessino anche i pensieri... Donna Rosalia non sarà una religiosa volgare... La sua nascita, il nome potrebbero destare delle curiosità in qualche direttore spirituale troppo zelante. Costoro hanno una manìa insopportabile di immischiarsi in quanto non li riguarda... Non vi è di loro chi sappia meglio scavare a poco a poco... Potrebbero condurre dolcemente donna Rosalia a... Bisognerà che io provveda.

E lo stesso giorno del suo arrivo al castello, per tranquillare questi dubbi, questi timori, da cui sentivasi preso, si recò verso sera in giardino e, mentre donna Livia faceva un po' più lungi passeggiare suo figlio, il duca con un cenno chiamò la sorella.

--Ehi, donna Rosalia, seguitemi.

Ella obbedì macchinalmente, forse non immaginò nemmeno quanto ei volesse dirle. Ormai nel suo spirito vi erano due soli pensieri: la rimembranza del principe, che lottava col sentimento religioso, e che talvolta tentava soverchiarlo ancora.

Nell'orribile naufragio, in cui la ragione di donna Rosalia aveva arrischiato sommergersi, la tavola, sulla quale si era salvata, era stata la fede; la fede, che in certe tempre è necessarissima, checchè se ne dica.

Tutti possono comprendere la sua voce; mentre la filosofia è intesa da pochi, fraintesa da molti, ed allora fa più male che bene.

Donna Livia aveva detto alla giovane che il principe aveva chiesto egli stesso il suo perdono, che era pentito; e ciò alla povera donna Rosalia era di qualche consolazione.

La duchessa aveva in modo sì pietoso e delicato nascosto l'egoismo del principe da temperare alla fanciulla l'amarezza dell'abbandono.

Il duca non s'ingannava nel dire che donna Livia era sempre feconda in ritrovati.

Ma chi avrebbe potuto biasimarla, se soltanto pel bene ella si serviva di quei ritrovati?

Donna Rosalia era dunque più calma; e fu con una dolce tristezza che seguì il duca, il quale dopo pochi passi:

--Sentite, le disse un po' più rabbonito del solito, guardatevi bene dal dire a qualche confessore quanto sapete, chè non ne avete il diritto... Mi avete dato una sacra promessa, e se anche qualche frate vi insinuasse, capite... sarebbe assai più peccato parlare che tacere.

A donna Rosalia queste parole, benchè non molto gentili, parvero di una grazia eccessiva. Ella non sapeva quanto ei fosse fino; provò quasi rimorso di doverlo ingannare.

--Non temete, rispose commossa, io non vi mancherò, ve lo giuro nuovamente.

--Brava, vedo che siete ragionevole.

Ei fece per allontanarsi: ma donna Rosalia lo trattenne, incoraggiata dal suo contegno.

--Perdonate un istante, don Francesco, gli disse: vorrei pregarvi permetteste alla duchessa di venirmi a vedere sovente. Ella verrebbe egualmente, il so, ma pure esprimo anche a voi il mio desiderio.... La vedrò tanto volentieri....

--Ve la condurrò io, rispose egli.

--Grazie; ah! nessuno fu meco buono come donna Livia; prima di lasciarvi sento il bisogno di dirvelo, don Francesco.

E si allontanò tristamente.

Il duca ebbe quasi paura d'intenerirsi.

Veramente, pensò, non è cattiva ragazza; e senza la parte, che prese contro di me in quella notte.... Ama la duchessa, mentre donna Maria tentò di perderla... Basta, donna Rosalia tacerà.

La sera istessa ritornò a Catania.

Alcuni giorni dopo accompagnava colla duchessa, in un monastero di Messina, donna Rosalia.

La rassegnazione di questa era sì dolce, sì triste era la calma succeduta ai gravi turbamenti del suo spirito, che il di lei pallido volto aveva qualche cosa di celeste.

Non tutti, no, le avrebbero preferita la brillante donna Maria!

Ma il principe? Ah! per lui non vi era altra donna!...

Nato sotto un cielo ardente, ove i cuori sembrano partecipare al fuoco del suolo vulcanico, il principe degli Alberi, debole per natura, leggiero, aveva concentrato ogni sua forza nell'amare donna Maria.

E le parole della duchessa non ebbero proprio altro risultato che di tranquillarlo.

Pensava che donna Rosalia, così religiosa, non dovesse soffrire della vita claustrale. Poi i loro gusti non avrebbero armonizzato. Che avrebbe fatto d'una sposa così melanconica?... Insomma egli trovava cento buone ragioni per felicitarsi di non averla presa in moglie.

I vezzi di donna Maria facevano il resto.

La bella principessa veniva ammirata dai parenti, lodata, corteggiata da tutti.

Suo marito se ne compiaceva vivamente.

Gli elogi prodigati a donna Maria lo lusingavano; chiedevasi persino se ei fosse degno di tanta bellezza, di tanta vivacità, di tanto brio, di tanta grazia.

I giovani sposi non avevano lasciato Catania; vi si divertivano molto. Il principe, benchè avesse parlato alla duchessa di esistenza oscura ed ignorata, non vi era portato per nulla, e donna Maria odiava la vita pastorale.

Suo marito trovava talvolta, è vero, ch'ella era un po' troppo prodiga di bei sorrisi, di sguardi affascinanti; ma ella con uno di quei sorrisi, con uno di quegli sguardi, che lo preoccupavano, calmava la sua gelosia, distruggeva i suoi sospetti, talora lo faceva pentire, lo incantava sempre.

Ed ei finiva per dirsi che quegli sguardi, che quei sorrisi facevano solo che da molti s'invidiasse la sua felicità.

Ad un gran convito, dato dal principe tre settimane circa dopo le nozze, furono invitati anche il duca e la duchessa. Don Francesco solo vi intervenne.

Era egli in voce di essere stravagantissimo ed eccessivamente geloso; così l'assenza della giovane duchessa non poteva meravigliare alcuno in una riunione, di cui facevano parte brillanti cavalieri e militari di distinzione.

Don Francesco peccava nell'eccesso opposto al principe. Questi si compiaceva di soverchio nel vedere ammirata donna Maria, mentre egli invece credeva aver solo il diritto di guardar la duchessa.

Ed intanto la duchessa era tormentata da mille pensieri.

Ella diceva a sè stessa che il conte non doveva tardar molto a ritornare, se veramente gli era stato possibile ottenere dal gran maestro il permesso... E la sua agitazione era grande naturalmente.

Quando trovavasi sola, e vi si trovava quasi sempre, immaginava le ipotesi più possibili, gli scioglimenti più probabili che avrebbe quel doloroso affare.

Il duca era egoista. Perdonandole la distruzione della pergamena aveva pensato più per sè che per lei; ma al momento di un reclamo, quando quell'atto abbruciato gli sarebbe indispensabile, che le direbbe?

E se si ostinava ancora? E se i reclami fossero fatti in modo, ch'ei potesse respingerli?... E se veniva soprattutto a sapere della missione affidata al conte....

Eppure, come sempre, non era pentita.

Nulla poteva abbattere il suo coraggio; pochi uomini possedevano la sua fermezza; così era agitatissima ma risoluta.

Attendeva.

Il duca si assentava sovente. Ora le caccie, ora gli affari, le visite alle numerose tenute, che egli e donna Livia possedevano, ne erano causa.

La diffidenza estrema, che provava per tutti, l'attività, l'irrequietudine del suo carattere lo portavano ad occuparsi ed a sorvegliare attentamente quelli, che da lui dipendevano.

Alle volte, vedendo la vita brillante, che conduceva donna Maria, sempre in società numerosa, chiedeva a sè stesso se ei non tenesse troppo rinchiusa la duchessa, e se ciò potesse finire per annojarla.

Ma poi, secondo il solito, trovava che era per il meglio, che d'altronde donna Livia non amava i piaceri; dicevasi che la di lui conversazione doveva bastarle, e che a forza di veder lui solo finirebbe per trovarvi piacere.

Lo sperava perchè da qualche tempo la duchessa gli pareva meno taciturna.

Ciò era infatti, perchè ella, in previsione dei futuri avvenimenti che aspettava, credeva necessario non alienarsi troppo don Francesco.

VI.

Sulla fine di giugno, un dopo pranzo, donna Livia era sola come al solito nel suo gabinetto; aveva appena rimandato il bambino colle donne, quando ad un tratto don Francesco entrò chiudendo con impeto l'uscio dietro di sè.

Era alterato, agitatissimo.

Dal suo contegno donna Livia indovinò qualche avvenimento importante, non preveduto da lui.

Egli teneva nelle mani due lettere; si piantò in faccia alla duchessa.

--Ecco, esclamò dopo un istante, ecco, signora, il frutto dell'opera vostra!

--Che volete dire?

--Che gli eredi del cavaliere dell'Isola reclamano, e che io per colpa vostra mi trovo in una situazione ridicola.

«Ah, pensò donna Livia, ecco giunto il momento.»

--Ebbene? disse, voi renderete quanto è loro dovuto.

--Eh, signora! se non aveste abbruciato quella pergamena!... Tutte le mie precauzioni furono vane; quella carta sola poteva....

E si mise a camminare su e giù pel gabinetto, gettando a terra tutti gli oggetti, in cui s'imbatteva.

Donna Livia taceva: le sembrava più saggio lasciarlo calmare da sè.

Dopo qualche momento egli le si avvicinò furioso:

--Ah! le disse, che feci io mai perdonandovi la distruzione di quell'atto! Maledetta la mia debolezza!... Perdonar tanto ad una donna, che mi subisce, che non mi ama!... Tutti ora si rideranno di me.... Badate...

La duchessa impallidì di collera, ma la ragione la consigliò a non urtarlo troppo violentemente.

--Perchè tale sdegno? gli disse guardandolo.

--Perchè.... Me lo chiedete? Ah se sapessi chi fu colui, che andò ad annunziare agli eredi del cavaliere dell'Isola la morte di mio padre!... che gli esortò a reclamare!...

E fece un gesto di furore.

La duchessa riescì a serbarsi calma.

--Però sospetto, aggiunse egli allontanandosi da donna Livia.

Ella non potè resistere.

--Sospettate? chiese, di chi?

--Di quel maledetto frate; è un frate che reclama, dunque fu istrutto da colui.

La duchessa rimase attonita.

«Un frate! pensò, che cosa vuol dire?»

--Ah! riprese poi il duca, ma io sono uno stolido a dare spiegazioni a voi, signora.... Donna Livia, donna Livia, voi non sapete qual rischio corriate!... chè non sareste così tranquilla.

--Che rischio? Voi mi perdonaste la distruzione di quella pergamena.... dunque voi manterrete la vostra parola, la vostra promessa.

Il duca parve sorpreso da quella calma.

«Giammai la comprenderò!» disse tra sè.

E tra la rabbia e l'amore:

--La mia promessa!... Che so io ciò che vi promisi?... Voi sapete che vi amo, e questo vi fa ardita.

--Di questo amore, domandò la duchessa, quali prove mi avete voi date?

--Quali prove! Che? Non vi ho amata sempre? Perchè non accarezzai le vostre utopie poetiche, perchè feci quanto m'imponeva il decoro della mia casa?... Se non v'amassi, donna Livia, non avrei cercato dimenticare l'offesa, che da voi ricevetti la notte, in cui morì mio padre; offesa, il cui solo ricordo mi fa fremere.... Ed ora, ora....

--Che fareste?

--Vedrei in voi soltanto la donna, che mi provocò, che m'insultò dinanzi alla mia famiglia strappandomi dalle mani quella pergamena, distruggendola poi a mio dispetto.... Vedrei in voi soltanto una moglie, che....

Il duca si arrestò.... Egli soffriva.

Donna Livia era commossa, ma nulla ne apparve.

--Vi sono grata, disse, se il perdonarmi la distruzione di quell'atto vi costò più di quanto io credeva... Ma perchè non mi ascoltaste allora?

Il duca si scosse.

«Che! pensò: dunque ella mi avrebbe amato forse se io.... ma come potevo.... poi tutti avrebbero riso di me....»

Egli era entrato coll'idea di fare una scena terribile, invece andava già calmandosi.

«Ah per me, disse fra sè medesimo, ella è sempre donna Livia Del Faro!...»

Egli non era perverso come donna Maria benchè d'indole feroce, capace di tutto in un trasporto di collera, benchè orgoglioso, ostinato al maggior segno...

Rimase immobile, alterato ma perplesso!

La duchessa respirò.

«Cielo fate che tutto termini bene!» mormorò.

Ella credette poter giungere allo scopo.

Tacque per qualche momento, indi:

--Riparate, disse, don Francesco poichè se ne presenta l'occasione.... Ah mi si toglierà una spina dal cuore nel vedervi liberato da tanta responsabilità....

--Eh, donna Livia, che importa a voi di me?

--Se nulla me ne importasse non avrei tentato oppormi a quella ingiustizia; questi vostri parenti io non so chi sieno, ed è perchè desidero stimarvi che bramai tanto vedervi riparare.

Il duca la guardò; indi con molta amarezza:

--Era per vostro figlio, a quanto diceste.

--Sì, per lui pure, ma anche per voi.

--Donna Livia, non vorrei poi che vi burlaste di me!

--Come?

--Eh voi siete una donna particolare, ed io alle volte sono uno sciocco.

La duchessa tacque un poco, indi:

--Persuadetevi, non vi ostinate ancora.... Che cosa è per voi la terra di S....? Nulla, o ben poco assolutamente.... Ah io darei quanto possiedo per vedervi riparare tale ingiustizia..... Ditemi che ebbi ragione in pensare che soltanto un capriccio d'orgoglio, dei pregiudizii di casta vi consigliarono finora ad ostinarvi.

Il duca non rispose, si mise di nuovo a passeggiare....

«Ed io cederei! pensò: ma per altro non posso rifiutarmi a restituire ora.... Credo ch'ella abbia ragione.... Ah! crudelmente ella si è vendicata costringendomi ad amarla sempre più!.... E forse se avessi acconsentito allora, invece di persistere, di obbligarla a tacere!... »

La duchessa per molto tempo non profferì parola; finalmente:

--Pensate anche a vostro padre, disse, rammentatevi la sua disperazione; voi, che parlate sempre di autorità, che siete sì geloso della vostra, come poteste mai disconoscer la sua?

--Egli era pazzo, già vel dissi, chè altrimenti non avrebbe avuto scrupoli sì tardivi.... Quel benedettino l'aveva spaventato; io non disconobbi la sua autorità, facendo quanto ei fece.

--Ma perchè avvelenare la vostra esistenza?

--Non mi avveleno niente affatto, signora. Il cavaliere dell'Isola disonorò la sua famiglia, dimenticò sè stesso; perdette quindi i diritti che gli spettavano, tutto ciò è chiaro.

--V'ingannate.

--Come?

--Suo padre, l'avo vostro, aveva solo il diritto di punirlo; lo fece, ma se ne pentì.... D'altronde ora che vostro zio reclama, a che varrebbe opporsi?

--Oh non so! non è lui, vel dissi, che reclama, è suo figlio, un ufficiale spagnuolo.

--Ma che vorreste fare per questo?

--Oh vi sarebbero dei mezzi assai....

--Ma quali mezzi?... Non pensatevi nemmeno.... E questo ufficiale reclama con insistenza?

--No, per dirla, si rimette in me, ma si esprime con un certo orgoglio....

--Ciò prova....

Ed ella si arrestò con un mezzo sorriso.

--Che cosa? chiese egli.

--La sua parentela con voi.

Il duca stette un po' a riflettere, indi:

--Donna Livia, disse guardandola ed esitando, se io.... vedendo che questa gente non ci disonora.... rendo loro il nome del padre e le sostanze.... che fareste voi per me?

Il sacrifizio non era molto meritorio. Don Francesco comprendeva benissimo, checchè ne avesse detto, che non poteva rifiutarsi a restituire senza disonorarsi e provocare degli scandali assai più gravi di quelli temuti prima.

Donna Livia lo comprese bene; ei voleva farsi un merito d'una necessità, egli, che prima aveva disprezzati i suoi consigli, dettole che non doveva ingerirsi in quell'affare.

--Ve ne sarò grata, contenta per voi stesso: già il dissi.

Egli fece un movimento di dispetto.

--Ecco il solito, faccio, faccio, e non faccio mai nulla....

E tornò a passeggiare.

--Basta, riprese, vedrò chi sono costoro.

--Ma non lo sapete già?

--Non so nulla di positivo. Una di queste lettere è del cognato del mio avo, fratello alla sua seconda moglie, la madre del cavaliere dell'Isola.... Io lo conosco di nome soltanto.... È un frate tenuto in gran conto, superiore d'un convento di cappuccini a Messina. Si chiama don Anselmo dei principi Della Concordia.

Indi con un vivo movimento di rabbia:

--Sono sicurissimo che è stato avvertito da quel maledetto benedettino; tra di essi hanno come una rete costoro.... Guai a colui se mi capitasse tra i piedi, se ritornasse a Catania.... Giurar sulla croce.... rifiutare il mio oro.... fare il santo.... Maledettissimo!...

Quel povero frate non si era ingannato pensando che un giorno il duca lo terrebbe per mancatore.

E lo stratagemma del conte di San Giorgio, l'aver egli impiegato un religioso doveva ingannare don Francesco. La sua congettura era la più naturale.

A donna Livia dolse vedere ingiustamente accusato colui, che ella aveva persuaso a tacere soltanto confidandogli tutto.

Ma, poichè quel benedettino non era a Catania, credette inutile scusarlo.

Dire la verità al duca sarebbe stato doppiamente pericoloso per lei.... Crederebbe che il conte l'avesse assecondata per amore soltanto.

Comprendeva che suo marito si era avveduto della passione del cavaliere di Malta; rammentava le parole dettele sulla Francesca da Rimini.... ed allora, parlando, come evitare un duello tra i due cugini?

Dunque tacque.

--Tenete questa lettera, le disse il duca assai più calmo, è quella del superiore.

La duchessa prese il foglio, ch'ei le porgeva e lesse.

«Duca,

»Il cavaliere dell'Isola, che tutti credevano perito in una guerra lontana da più di trent'anni, morì invece molto tempo dopo. Si era ammogliato; lasciò un figlio ed una figlia. Essi sono venuti da me, dopo aver appreso la morte di vostro padre, per mostrarmi le carte lasciate da mio nipote, il cavaliere dell'Isola, e che in modo indiscutibile attestano la loro identità.

»Mi richiesero di consiglio, ed io non esitai ad esortarli a reclamare, persuasissimo che voi, duca, non opporrete alcuna obbiezione.

»Il figlio del cavaliere è un militare valoroso, ufficiale nell'armata spagnuola, considerato, degnissimo per ogni titolo di assumere il nome illustre degli Isola. È qui in Catania colla moglie e la sorella: questa è vedova, ancora giovanissima.

»Spero renderete giustizia ai miei nipoti. Essi non intendono insistere, si rimettono in voi, duca: non sono di quei parenti spogliati, che suscitano mille imbarazzi. Per darvi un'idea delle intenzioni di vostro cugino, vi mando una sua lettera a me diretta, nella quale egli spiega le sue idee, ed il modo, con cui intende condursi.

»Quest'oggi stesso mi presenterò al vostro palazzo onde avere con voi, o duca, un'abboccamento, e mostrarvi le prove, sulle quali appoggiano i reclami dei figli di vostro zio, il cavaliere dell'Isola.