La pergamena distrutta Romanzo del secolo XVI
Part 2
Dopo breve tempo il cavaliere di Malta si congedò freddamente da don Francesco: non sapeva che fare: andò a stringere con amicizia le mani di donna Rosalia, sua figlioccia: poi fece per parlare alla giovane duchessa; ma in quell'istante vide donna Maria guardarlo in un modo che lo spaventò: sicchè senza proferir parola, salutò profondamente donna Livia, ed escì.
Che significava tutto ciò?
Don Francesco fece sortire le sue sorelle: indi si rivolse a donna Livia:
--Venite, signora, le disse.
Ella si alzò e lo seguì. Era commossa; ma nulla indicava che fosse atterrita.
Il duca silenzioso la condusse nel loro appartamento in una sala, di cui rinchiuse gli usci: indi, piantandosi in faccia a lei, la fissò qualche momento senza parlare: finalmente diede libero sfogo alla sua collera.
--Ah! esclamò, voi pensaste dunque di potermi offendere impunemente? Mi credeste vostro schiavo, vostro trastullo? Non mi conoscete ancora?... Vi pentirete, signora, di quanto avete fatto: ve ne do la mia parola!...
--Mai! rispose donna Livia con voce sicura; mai mi pentirò di un'azione giusta.
--Un'azione giusta!... Osate chiamarla tale in faccia mia?...
Ed il duca furibondo fece un passo verso di lei: ma subito si arrestò. Gli è ch'ella era pur bella in quell'istante, in cui un nobile sdegno aveva acceso delle scintille ne' suoi grandi occhi, e ch'egli l'amava con vera passione.
Pure si vedeva ch'ella non cercava di affascinarlo: forse perciò appunto riesciva intieramente.
--Ah! mormorò tra sè don Francesco retrocedendo; mi sarebbe impossibile offenderla troppo! Dunque, cederò io questa volta a lei? No!
E si mise a percorrere la sala agitatissimo.
Egli aveva sposato donna Livia sapendo ch'ella non lo amava: anzi dopo che ella stessa lo aveva pregato di rinunziare alla sua mano, adducendo a motivo di quel rifiunto l'essere stata perdutamente innamorata di un cavaliere morto poco prima.
Bella, nobile, ricchissima, don Francesco aveva tentato ugualmente ogni mezzo per conseguirla; ma allora egli sperava dominarla facilmente: sin là aveva creduto la donna un oggetto di piacere, una distrazione, non di più; ma quando ebbe sposato donna Livia, comprese che ciò non era: non voleva convenirne però, e si rivoltava contro sè stesso per pensare talora il contrario.
Ed intanto si sentiva ogni giorno più trascinare verso quella donna giovane e bella, che metteva nel bene tanta forza quanta ei ne metteva nel male; e che al fascino della bellezza, della grazia, della gioventù, aggiungeva quello della superiorità del carattere.
Dopo aver passeggiato qualche tempo come un pazzo, il duca si rivolse di nuovo a donna Livia, che era rimasta in piedi dinanzi al camino.
--Voi non parlate, signora? le chiese con amarezza; perchè?
--Perchè parlando non potrei che ripetere quanto ho già detto, rispose ella freddamente.
Egli tacque: eppure soffocava dalla collera. Quando si vuol dir troppo non si dice nulla, talvolta.... Ma poi, ritornando alla sua idea fissa, che cioè non doveva cedere, nè sopportare in pace un'offesa, abbandonò quella calma forzata.
--Oh, disse, io saprò punire quelli che non rispettarono il mio volere, che tentarono farmi arrossire!... E colei che venne ad incontrarvi, ad informarvi di tutto, proverà prima il mio sdegno... Donna Rosalia...
--Voi non farete ciò, signore, rispose la duchessa; d'altronde su di me sola deve pesare la responsabilità di quanto io sola feci.
--Ah! è così che voi... Ma neghereste che mia sorella vi aveva avvertita, prevenuta?
--Non lo nego.
--Dunque?
--Dunque è egualmente inutile che vi adiriate con donna Rosalia: perchè, ove anche ella non mi avesse informata a tempo, e non mi fosse stato possibile distruggere quella pergamena....
--Ebbene?
--Mi sarei opposta a che voi la conservaste, e non cercaste rimediare....
--Oh, voi non avreste potuto nulla, signora! disse egli alzando le spalle.
--Perchè? Il segreto non era noto a voi solo, ed io certo lo avrei presto conosciuto.
--E che m'importa se mi rimaneva in mano quella prova? disse il duca con veemenza.
Ed aggiunse con maggior calma:
--Allora non avreste potuto cangiare assolutamente la menoma cosa, nè vincere la mia volontà, ve lo assicuro.... Vedete dunque che senza quella sciocca fanatica....
--Non insultate vostra sorella, che meriterebbe invece la vostra stima.... Poi, ve lo ripeto: è vano.... Non so ciò che avrei fatto; ma in ogni modo non avrei mai permesso che rimanesse a mio figlio ciò che non gli appartiene.
Don Francesco durava veramente fatica ad ascoltare ancora: meravigliava di sè stesso, della sua sofferenza. Certo la situazione, in cui si trovava, era penosa: poichè l'orgoglio, l'interesse, il risentimento combattevano nel suo cuore coll'amore una lotta orribile.
--Ah! esclamò dopo un istante; ciò che non gli appartiene? Eppure, signora, quell'atto era fatto volontariamente, e colui che lo fece aveva il potere di diseredare un figlio ribelle, che era disceso ad una unione disonorante.
--Sì; ma lo aveva revocato.
--Ah, sapete anche questo? chiese il duca con sdegno.
--Sì, disse donna Livia: e guardate, aggiunse con fermezza; per persuadervi che io avrei riparato egualmente, anche malgrado l'esistenza della pergamena, vi dirò in qual modo avrei agito.
--E come?
--Disponendo delle mie sostanze, di cui sapete che, per volere di mio padre, ho quasi per intiero l'assoluta proprietà, sino all'ammontare della parte di eredità legittima che spetta a vostro zio, e...
Il duca interruppe.
--E credete che ciò vi sarebbe stato possibile? le domandò con ironia.
--Nulla è impossibile quando la giustizia lo esige.
--Che volete dire con ciò? Che io sono ingiusto?
--No; ma che ringrazio il cielo, il quale non permise....
--Tacete! tacete! esclamò il duca furioso.
Egli si sentiva tratto con violenza ad imporre colla forza silenzio a sua moglie, a gettarle almeno in viso una di quelle parole umilianti che trafiggono coloro cui sono dirette, ed avviliscono tante donne, le quali cadono allora ai piedi di chi le insulta; ma donna Livia! Ei la conosceva: guai se non l'avesse rispettata!
Che avrebbe dato in quell'istante per non amarla?...
Ed invece la fermezza di lei, il suo coraggio gliela rendevano maggiormente cara.
Ella sembrava riflettere.
--Signore, disse poi con calma; io voglio sperare che, quando vi rifiutaste a distruggere quella pergamena, non avevate calcolato quanto ciò sarebbe stato ingiusto; e che ora mi approvate, perchè troncai delle esitazioni senza dubbio involontarie.... Voi dovete comprendere,--aggiunse con qualche alterezza,--che io ho bisogno di udir questo dall'uomo di cui porto il nome.
--Ma come! quale ardire? Siete voi ora che interrogate?
--Sì: pensate anche che, operando come avevate divisato, non avreste potuto rammentarvi vostro padre, la sua morte, senza rimorsi amari e crudeli.
--Non colmate la misura, donna Livia, esclamò il duca impazientato.
--Chiamate voi colmar la misura parlando così? Ah no! È dirvi la verità, la sola verità!
--Ma credete voi che io sopporterò d'essere insultato a tal segno? Non sapete dunque, signora, che potrei, se lo volessi, punirvi severamente? Che ne ho il diritto?
--Il diritto? disse la giovane duchessa con amarezza: dite il potere, signore, ma non il diritto. Del resto usatene, se lo credete. Non sarà già il timore che mi chiuderà le labbra.
--La vostra temerità è grande, donna Livia: oh lo riconosco! ma non so se la conservereste sempre in faccia al pericolo....
Ed il suo pensiero ricorse forse un momento ai bravi, ai trabocchetti, ai veleni ed alle altre galanterie di simil genere, che in quei tempi di felice memoria sbarazzavano più di un nobile marito di una sposa o nojosa, od incomoda.
Ma egli non avrebbe potuto rassegnarsi a non veder più colei che gli stava dinanzi, la sola donna che avesse amata, che amasse ancora. Si sarebbe punito egli stesso. Non poteva dunque ascoltare tali tentazioni.... Soltanto se avesse creduto donna Livia infedele, sarebbe stato capace di essere crudele verso di lei; ma, benchè l'avesse sempre sorvegliata con tutta la gelosia che può suggerire la passione più viva, l'amor proprio più sconfinato, non aveva mai trovato nulla a rimproverarle.
Però in quell'istante avrebbe voluto atterrirla, perchè da ciò dipendeva in parte la riuscita di un piano ch'egli avea concepito subito dopo la distruzione della pergamena.
--Voi non parlate più, le disse ironicamente: oh dunque cominciate a temere!...
--No, signore: stavo pensando come mai ad un gentiluomo possa essere venuta l'idea di conservare un patrimonio non suo.
--Un gentiluomo deve pensare prima di tutto a sostenere il decoro della sua casa, e mio padre istesso fece per sì lunghi anni ciò che io vorrei fare.
--Ma si era pentito!
--Bene! sarò sempre a tempo a pentirmi anch'io.
--Ora non avete più prove, e....
--Perchè voi distruggeste quella pergamena! esclamò don Francesco con furore.
--Sì: e ve lo ripeto: vorrei udire da voi che mi approvate; che siete disposto a riparare la colpa di vostro padre. Fatelo, signore, ed io cercherò dimenticare questa scena dolorosa.
Ella fissò in lui il suo sguardo severo e profondo, che sembrava volergli leggere in cuore.
--Orgogliosa! mormorò egli.
--Ascoltatemi, riprese donna Livia lentamente. Voi credete davvero che il rendere al cavaliere dell'Isola quanto gli si deve possa essere di gran danno alla vostra casa?... Ebbene, riflettete che ciò non è; od almeno che essa può sopportare tal danno senza perdere nulla in splendore. La maggior parte delle sostanze che possedete vi rimarrà ancora: tali sostanze saranno considerevolissime, ed unite alle mie assicureranno sempre a nostro figlio una delle rendite più ragguardevoli della Sicilia... D'altronde la pergamena è distrutta, e voi...
--La pergamena è distrutta sì, interruppe egli con forza, ma se tutti tacessero, nessuno forse verrebbe a reclamare; anzi è probabilissimo....
--Oh mio Dio! voi pensate...
--Sì: penso che voi dovrete serbare il silenzio, come le mie sorelle... A questo patto soltanto vi perdonerò il grave oltraggio che ho da voi ricevuto.... Ve lo perdonerò perchè....
La guardò un istante con passione.
--Ma, chiese donna Livia, ed il padre benedettino, ed il cavaliere?...
--Del padre benedettino non vi preoccupate; me ne incarico io. Quanto al cavaliere, vedremo....
Il suo sguardo si fece minaccioso.
--Dunque, disse la giovane duchessa con sdegno e con dolore, voi persistete?
--Sì, rispose don Francesco con fuoco: e voi rammentatevi, signora, che guai se parlerete!
--Che io taccia? Che assecondi un simile progetto?... Ah, non sarà mai! Non lo sperate!...
Il duca fece un gesto di rabbia. I suoi occhi scintillarono di collera: e non potendo contenersi più a lungo, escì dopo aver detto a donna Livia con accento minaccioso:
--Riflettete, riflettete molto, signora: ve lo consiglio nell'interesse vostro.
E per distrarsi, pensò occuparsi del frate benedettino che aveva confessato suo padre moribondo: si proponeva correre sulle di lui traccie verso il convento dove abitava.
III.
Il convento dei benedettini, a cui ricorrevano in quell'istante i pensieri dei duca, era un vasto e comodo edifizio situato nel centro di Catania.
Là vivevano quei padri nella più completa pace, dedicandosi allo studio dei libri antichi ed alle ricerche scientifiche e storiche.
Attiguo al convento eravi un bellissimo giardino, che gli stessi monaci lavoravano, ciò che loro serviva di distrazione, di riposo.
Nella città e nei dintorni si aveva per quei religiosi grande considerazione e rispetto, e si ricorreva sovente a loro per consiglio ed ajuto.
Molte volte taluno di essi aveva consolato degli infelici, rasciugate delle lagrime ed impedita qualche prepotenza.
Anche i cavalieri avevano talora, talora fingevano avere dei riguardi per quei frati.
Malgrado tutto questo però, don Francesco credeva facilissimo ridurre il benedettino, ch'ei ricercava, al silenzio.
Era questo per lui come il primo passo che farebbe in una via la quale doveva divenire aspra soltanto procedendo.
Donna Livia, il cavaliere di Malta gli sembravano i soli, i veri ostacoli, nei quali avrebbe forse ad inciampare.
Il suo amore per la sposa gl'impediva non solo di punir lei, ma ben anche di punir donna Rosalia, come lo avrebbe voluto, come lo aveva detto. Ciò gli allontanerebbe troppo, lo sentiva, donna Livia, La sapeva capacissima di qualunque più forte risoluzione, ed anche avveduta tanto da mandarla ad effetto.
La sofferenza da lui avuta quella notte, i rimproveri sopportati dalla duchessa lo facevano arrossire di sè medesimo. Cedere, riparare la colpa del padre gli sarebbe sembrato una gran debolezza; come se fosse debolezza il saper vincere i pregiudizii creati da un amor proprio eccessivo.
Il potere, che donna Livia aveva sopra di lui, umiliava il duca; ma era grande, immenso: tale che, se ei non fosse stato sì orgoglioso, sì ostinato soprattutto, sarebbe caduto a' suoi piedi quella notte; sì, quella notte istessa in cui ella aveva sì arditamente distrutta la pergamena.
Grazie alla di lui alterigia però, colla quale in apparenza soffocava la sua passione, nessuno, donna Livia istessa, sapeva fino a qual punto egli l'amasse.
Quell'amore era una specie di tormento per un uomo del carattere del duca.
In un tempo in cui le donne non sapevano opporre ai voleri ed anche alle ingiustizie dei mariti, dei padri, dei fratelli che una barriera di eterne lagrime, il carattere eccezionale della duchessa poteva spiegare in parte l'ascendente ch'ella aveva su don Francesco. Per altro, se non ne fosse stato tanto innamorato, è certo che la temerità di donna Livia, com'ei la chiamava, avrebbe potuto costarle assai cara: e questa volta, nell'affrontare la volontà del marito, ella aveva pensato poter correre pericoli reali.
Dopo averla lasciata, il duca si era dunque occupato del padre benedettino.
Ma il monaco poteva essere ancora al capezzale del morto: e prima di recarsi al convento, don Francesco se ne informò dai domestici.
Gli fu risposto che il frate era partito da qualche tempo per un paesello vicino, che gli nominarono, e ch'ei doveva essere ancora per via.
Don Francesco pensò che con un buon cavallo gli sarebbe facile raggiungerlo. Preferiva parlargli sulla strada, anzichè entrare nel convento, ove la sua presenza farebbe un chiasso che non si curava di provocare. Poi il segreto sull'affare, che tanto gli premeva, verrebbe certo più facilmente serbato.
Ordinò dunque gli si sellasse tosto un cavallo, e quando questo fu pronto, gettatosi sulle spalle un ricco mantello, partì.
Era nel mese di gennaio, come fu detto. L'aurora, spuntava appena; sicchè il freddo era abbastanza vivo.
Il duca cavalcava pensieroso, colla maggior rapidità che consentisse il terreno ineguale: poichè il villaggio additatogli era situato nella direzione dell'Etna, di cui il sole cominciava a colorire la vetta.
Ma tratto tratto don Francesco si arrestava, onde osservare innanzi a sè. Cominciava ad impazientarsi di non scorgere il frate. Finalmente lo vide; mise il cavallo al galoppo, ed in pochi istanti gli fu vicino.
Quegli si era già rivolto, e si scosse riconoscendo il duca. Che vorrebbe da lui? Ahi, che temeva d'indovinarlo! Indirizzò al cielo una muta e calda invocazione, e salutò rispettosamente don Francesco.
Questi rispose con un leggiero cenno del capo; indi:
--Devo parlarvi, padre, gli disse, e con accento alquanto imperioso, senza perdere tempo continuò:--Mi risponderete come vi parrà; ma, rammentatevelo bene, con precisione, con chiarezza.
In quell'istante il povero benedettino aveva a sopportare non soltanto l'abituale alterigia del duca, ma anche tutta la collera che questi sentivasi in cuore per tante cagioni, e che desiderava sfogare contro qualcheduno.
Quel frate non poteva davvero trovar don Francesco in un'ora peggiore.
--Vi ascolto, Eccellenza, rispose.
--Voi, riprese il duca, avete confessato mio padre, ed egli vi ha confidato un segreto.
--Ebbene?
--Ebbene, quel segreto io voglio sia sepolto per sempre: sicchè, mi comprendete.... Guai a voi se lo aveste a svelare!
--Ma la mia coscienza....
--Che coscienza! interruppe don Francesco: cosa c'entra la vostra coscienza in un affare che riguarda soltanto la mia famiglia? Vorrei vedere che ve ne immischiaste!...
E volse sdegnosamente il capo.
--Vostro padre dopo la confessione, disse il benedettino, mi aveva incaricato di svelare quel segreto; dunque....
Anche questa volta il marito di donna Livia non lo lasciò continuare, e:
--Questo non è affar vostro, ve lo ripeto: d'altronde il povero duca non ragionava più: era fuori di sè:... e voi dovete convenirne, se vi preme la vostra vita: od almeno dovete obbedirmi.
--La mia vita è consacrata a Dio, e nulla mi dorrebbe perderla in servizio suo,--rispose il frate con qualche esaltazione.
--Oh, non declamazioni, ve ne prego! Vi ho già prevenuto; vi ho detto di rispondermi con precisione, con chiarezza. Alle corte, tacerete?
Il benedettino rimase silenzioso.
--Che? pensò il duca, avrei dato anche in un frate che non ha paura? Non so cui mi tenga dal finirla a dirittura con costui!... Ma....
Ei seppe contenersi.
Don Francesco non era uno di quei signori scapestrati che si gloriavano delle loro prepotenze. Egli invece desiderava coprire con un velo abbastanza fitto le sue. Sino ad allora non aveva avuto occasione di usarne molte, grazie al suo carattere freddo e pochissimo inclinato ai piaceri. Assai gli premeva d'altronde esser tenuto per degno capo di una casa illustre: e siccome la venerazione, che circondava i benedettini, e quella in particolare che si aveva per quel predicatore era grandissima, ei non volle per allora porre le minacce ad effetto, benchè ne sentisse gran voglia.
Pertanto non rinunciava certo allo scopo che si era prefisso. Solo pensò tentare altra via; poichè non era riescito subito, come lo aveva sperato, ad atterrire il frate.
Si volse a lui con una certa benevolenza mista di ironia, e:
--Credo comprendere, padre, le vostre reticenze, gli disse: voi non volete mancare alla promessa fatta al duca moribondo, senza che ciò torni.... a profitto di Dio--non è così!
--Che intendete? chiese il monaco un po' confuso.
--Intendo che con una buona somma data a voi.... perchè.... l'adoperiate.... come crederete.... in servigio del Signore.... vi disfereste dei vostri scrupoli.
--No, Eccellenza! esclamò il benedettino con indignazione.
Don Francesco fece un gesto di vivissima impazienza.
--Osereste rifiutare? chiese con alterigia anche maggiore del solito.
--Ma io non devo, non posso mancare a' miei doveri!
In quell'istante il duca riflettè che il monaco non era presente quando donna Livia aveva dato alle fiamme la pergamena: pensò approfittare di tal circostanza.
--Del resto, disse quindi al religioso, voi non potete far nulla. Mio padre ha dovuto dirvi che sta in mia mano un atto importantissimo, indiscutibile, e che senza il mio assenso....
--È vero! mormorò il frate.
--Dunque non comprendete che il vostro silenzio non mi è necessario, benchè ve lo abbia chiesto e lo desideri, onde evitare scandali inutili? Voi non volete tacere? Ebbene, sarete voi responsabile di quanto potrà accadere di male!... Se veramente vi premesse servire a Dio, come dite, capireste che vale assai meglio serbare un segreto, che non vi appartiene, anzichè mettervi sulla coscienza tutto ciò che io sarò forse costretto a fare, onde sostenere le mie ragioni ed il decoro della mia casa. Parlate pure!... Oh, farete la grand'opera meritoria!... aggiunse con motteggio sprezzante.
Il povero benedettino rimase interdetto: ignorando la distruzione della pergamena, trovava le parole del duca di una logica inesorabile.
Volle provarsi ad impietosirlo, benchè nulla sperasse.
--Non abusate, eccellenza, della vostra posizione elevata, gli disse: perdonate la mia arditezza, ma è a nome di Dio che vi parlo... Egli...
--Tacerete sì o no? È questo che vi domando.
--Io tacerò: tacerò con tutti, se voi stesso riparate a quella ingiustizia.
Chiamare ingiustizia ciò ch'ei voleva fare!...
Il duca si sentì tentato di far tosto pentire il frate d'aver pronunziata quella parola. Donna Livia l'aveva pronunziata anch'ella, è vero: aveva detto anche assai più; ma certo don Francesco non sopporterebbe dal benedettino ciò che aveva a suo dispetto sofferto da lei. Quel vecchio frate, coperto da un povero sajo, benchè fosse rivestito d'un carattere sacro, non faceva sul duca la centesima parte d'impressione della vezzosa sua sposa.
Don Francesco si guardò attorno adirato, e certo, se non avesse scorto alcuno, non avrebbe tardato ad insegnare al frate il modo di contenersi con uno dei più potenti baroni di Sicilia. Ma il mattino si avanzava: il sole appariva sull'orizzonte, e molti contadini passavano lì presso per avviarsi alla città.
Si propose dunque di rimandare la sua vendetta a tempo migliore, se il benedettino non avesse voluto assolutamente promettergli il silenzio: quel silenzio che, ad onta di quanto aveva detto, gli era indispensabile.
--Vi accordo una dilazione di quattro giorni, disse seccamente al religioso, grazie al vostro abito soltanto.
--Una dilazione!
--Sì: vi do tempo a decidervi; la riflessione vi persuaderà a tacere, giacchè comprenderete benissimo che il parlare, mentre non gioverebbe ad alcuno, e sarebbe affatto inutile, vi esporrebbe a funeste conseguenze. Guai se parlerete in questo frattempo! aggiunse con piglio minaccioso.... Guai!... Dunque?
Il frate riflettè un istante: indi:
--Per quattro giorni tacerò, disse.
--Bene, rispose il duca.
Volse la briglia al cavallo; lo mise al galoppo, e si allontanò come un fulmine.
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In breve giunse a Catania: entrò inosservato nel suo palazzo per una porta segreta, nascosta da un gruppo d'alberi del giardino, e di cui egli solo da lungo tempo teneva la chiave.
Diede il cavallo ad un palafreniere; indi si recò nel gabinetto ove suo padre serbava le carte d'importanza, e dove cavaliere di Malta aveva tolta la pergamena da uno scrigno.
Rinchiuso in quella stanza, don Francesco cominciò un minuto esame di tutto quanto essa conteneva; rovistando in ogni mobile che avesse dei cassetti, in ogni suppellettile che potesse nascondere qualche cosa.
Infatti vi potevano essere altre carte, delle lettere, che senza avere l'importanza della pergamena, riguardassero quel segreto, e gli convenisse conservare, o distruggere.
Ma nulla trovò che avesse rapporto col cavaliere dell'Isola.
Allora si assise dinanzi ad uno scrittoio, e vi rimase immobile, pensieroso. La sua fisonomia in quell'istante, tetra e cupa oltre ogni dire, faceva un singolare contrasto collo splendido sole che penetrava a larghi sprazzi nel gabinetto.
Sì!... mormorò finalmente: io voglio ottenere il silenzio di tutti, e l'otterrò!... Voglio che il fratello di mio padre, od i suoi eredi non vengano mai a reclamare ciò che... ciò che loro appartiene!.. direbbe donna Livia ed anche quel benedettino temerario.... Se veramente colui non vuole obbedirmi, se ne pentirà, lo giuro!... Ah! se il pensiero di alienarmi troppo donna Livia non mi trattenesse, avrei forse già castigato quel frate; ed in un modo o nell'altro obbligata donna Rosalia al silenzio!... Ed il conte, che questa notte osò quasi minacciarmi... Anche per lui lo troverei il mezzo!... Oh, sì lo troverei!... Eppure niuno è colpevole come mia moglie!... nessuno avrebbe ardito fare ciò che ella fece.... Ah, perchè sono io costretto ad essere seco lei tanto diverso da quello che sono con tutti gli altri?... Perchè mio malgrado sono trascinato ad amarla? più che ad amarla anzi; giacchè non è amore soltanto che io sento per lei... è delirio, è frenesia!... Arrossisco in pensarlo; ma... che fare?... Oh la ingrata!...
Egli si alzò.