La pergamena distrutta Romanzo del secolo XVI

Part 17

Chapter 17 3,709 words Public domain Markdown

--Sì, disse; voi, mia cara, mi compatireste....

Ah! Ella non immaginava la visita di Marco a Gabriella, e ch'ei le avesse rivelato ciò che tanto ella temeva. Eppure il genio del male che la favoriva aveva voluto che quella visita, che quella rivelazione servissero a persuadere la giovane vedova.

--Ma ora, proseguiva Camilla, devo dirvi quanto sono pentita delle minacce che vi feci in Bologna.

Gabriella fremette.

--Ohimè! che cosa avrete voi pensato della sposa di Federico, del fratel vostro?

Nessuno mentiva meglio di quella donna; possedeva tutte le doti che illudono, che ingannano, e sapeva piegarsi a tutto. Ella, orgogliosa per natura, soffocava quando era d'uopo l'orgoglio, e per scusarsi innanzi a sè medesima, che talvolta ne sentiva il bisogno, dicevasi che ben altri avrebbero agito come lei, se si fossero trovati nella posizione sua. Le circostanze, ripetevasi, l'avevano trascinata! Quanti non adducono a giustificazione tale scusa!

E dessa talvolta viene tenuta buona anche da chi, negli istanti più crudeli, terribili, non saprebbe mai ricorrere ad un delitto.

La filosofia può compatire gli eccessi, essa, che conosce il cuore, ne anatomizza le passioni; pure mai vedrà tali eccessi senza orrore, chè allora perderebbe della sua grandezza, diverrebbe per eccessiva indulgenza incitamento al male.

Camilla, dopo qualche esitazione, proseguì:

--Vi ho minacciata senza sapere che mi dicessi, e soltanto sotto l'impressione della paura che mi metteste in disgrazia a Federico, che tanto amo.... Perchè, guardate, io fui più sventurata che colpevole; pure, prima che perdere l'amore di lui, sarei pronta a tutto.... o piuttosto mi ucciderei qui.... in questa stanza....

I suoi occhi neri lanciavano fiamme. Gabriella la guardò con terrore.... ma quella esaltazione di Camilla fu breve.

--Io, riprese colla dolcezza di prima, vi dico questo perchè mi comprendiate, Gabriella, e mai riveliate a Federico il vero.... Deh! non fatelo!... Ed in eterno vi sarò riconoscente.... Iddio stesso ve ne ricompenserà....

Come poteva ella parlar di Dio?

Ma Gabriella, dessa lo aveva compreso, era divota, scrupolosa, e per ridurla a ciò che voleva, le sembrava necessario ricorrere a Dio, profferirne il nome!

--Sì, se non per me, continuò Camilla, promettetemi il silenzio per religione.... Voi mi eviterete di far male, altrimenti io mi perderei....

La sua disperazione sembrava grande! Forse approfittava della sola circostanza, in cui potesse giustificare quei trasporti, onde, una volta almeno, sfogarsi dinanzi a qualcheduno. E quella disperazione, che rivelava angosce orribili, commosse Gabriella, la convinse.

Poi credette veramente che, non promettendo il silenzio, ella toglierebbe quell'anima a Dio, rabbrividì a tale pensiero; ella, che, dinanzi agli altari, con una fede pura, quasi fanatica aveva sempre bisogno di pregare!

Povera Gabriella! Più che per le agitazioni, i perigli del mondo, l'amore, era nata per la vita contemplativa.... All'oscuro di tutte le passioni, non sarebbe stata tranquilla, felice forse?

E per obbedire a Dio, che ordina perdonare ai nemici, ella, benchè confusa:

--Vi perdono, mormorò, e giuro il silenzio che mi chiedete.

Camilla respirò; il suo piano riesciva.

--Grazie, disse stringendo le mani della cognata, grazie.

Gabriella non rispose allora; che avrebbe potuto dire! Aveva provata una sì violenta emozione, che la sua testa si spezzava. Si chiese un istante se dovesse parlare di Marco a Camilla, ma la paura la consigliò a non farlo. Era diffidente, senza essere avveduta.

--Potrete voi guardarmi in avvenire senza timore? domandò Camilla.

--Vi ho perdonato, signora; Dio m'impone di farlo intieramente.

La dalmatina, benchè sì malvagia, fu scossa da quelle semplici parole. Ma tali emozioni in lei erano sempre passaggiere. Una sola meta le stava innanzi: per ottenerla era decisa ad altri delitti; dunque, come poteva arrestarsi per così poco?

«Tutto va bene, pensò.»

--Perchè, disse a Gabriella, noi dovremo dimorare insieme qualche tempo.

La giovane vedova provò una sensazione penosa.

--Ah! fu la sola parola che potè pronunciare.

--Non avrete dimenticato la visita, che poco tempo fa, vi fece un cavaliere di Malta; ei vi confidò che cercava di vostro padre, che lo credeva suo parente.

--Ebbene?

--Ci fu dato fornirgli le prove necessarie.... se sapeste.... pare un miracolo.... Basta, vi narrerò in seguito.... Insomma voi e Federico non siete quelli, che credevate essere. Quel cavaliere non s'ingannava.... Vostro padre portava un nome falso.... Egli era il cavaliere dell'Isola, figlio secondogenito di un duca ricchissimo.... Era stato diseredato, scacciato per aver contratto nozze ineguali.

--Oh! dunque era vero? Ma già il ritratto, che quel cavaliere mi mostrò....

--Sì, bastava per dare una certezza morale. La vostra gran rassomiglianza colla famiglia dell'Isola fu causa che si scoprisse tutto.

«Ahimè? pensò Gabriella.... Certo ella avrebbe preferito esser lasciata in pace.»

--Comprendo, disse poi. Ah! mio padre l'avevano scacciato!...

--Sì, ma gli si perdonò, e da gran tempo il suo genitore lo aveva fatto. Ma il fratello primogenito tenne segreto quel perdono; soltanto qualche istante prima di morire, nel gennajo di quest'anno, confessò ogni cosa, si pentì ed ordinò venisse riparato.

Gabriella non sapeva dir altro che qualche parola sconnessa.... Era sorpresa?... agitazione?... nuovo terrore?... Forse; ma tutto ciò si traduceva in un profondo abbattimento.

--Ma perchè, mormorò, dite che devo venire con voi? Dove si vuole condurmi?

--Nella patria del vostro genitore.

--Quale è dessa?

--La Sicilia.

--Cielo! sì lontano! Ma io non posso sopportare un tal viaggio.

Camilla pensò che le conveniva persuaderla.

--Non temete, le disse; anzi questo viaggio vi farà forse bene.

--Ma gli è che vorrei rimanere, io! Ed i miei figli?

--Bisogna vi rassegniate a quest'assenza, Gabriella, è necessario. Il conte di San Giorgio, quel cavaliere vostro cugino, assicura che uno zio materno di vostro padre, un superiore di cappuccini, il quale verrà incaricato di ottenere presto il vostro riconoscimento e quello di Federico, si dorrebbe se non ci accompagnaste.... Volete si rimproveri vostro fratello di poco amore per voi? Certo ei non lo merita.... Sarà già imbarazzato....

Gabriella aveva sempre amato moltissimo Federico, e forse nel promettere a Camilla il silenzio aveva pensato che sarebbe stato inutile e crudele affliggere suo fratello, poichè la dalmatina era davvero sua moglie.

--Sì, Federico desidera vivamente che ci accompagniate, riprese Camilla; alfine quest'assenza sarà breve; tra poco potrete lasciar la Sicilia e ritornare ove vi piacerà.... Pensate ai vostri bambini; volete privarli della eredità, dei vantaggi grandi, che legittimamente vi spettano? Nol potreste: un giorno ve lo rimproverebbero forse.

--È vero.

--Poi i vostri parenti sospetterebbero forse qualche cosa di male.

--Oh! ma mi sembra che Federico potrebbe rappresentarmi. La mia cattiva salute è sufficiente giustificazione.

Più Camilla vedeva Gabriella contraria a partire, più pensava essere necessario condurla a ciò. Non potrebbe ella in quell'intervallo recarsi a Venezia dalla signora Lorini, vedere Marco fors'anche? E quando Federico andrebbe da lei per informarla dell'esito dei loro reclami, tutto forse sarebbe perduto per Camilla. Per questo proseguì nella solita via.

--V'ingannate, nol potreste. Poi il conte, vedendovi sì indifferente, ne rimarrebbe offeso: dareste dispiacere a tutti, ed a voi, ai figli vostri rechereste danno. Ve lo dissi, è per poco tempo. I bambini potete affidarli alla domestica: non è ella sicura forse?

--Sicurissima, gli ama molto, per questo posso essere tranquilla.

--Dunque, quando una risoluzione è necessaria, bisogna farsi coraggio ed adottarla.

Tutto questo dialogo Camilla lo aveva condotto colla maggiore semplicità. Indi sospirando:

--Se sapeste, quanto dispiace anche a me di venire....

--A voi?

--Certamente; voi e Federico siete della famiglia, ma io, che non sono nobile, verrò trattata forse con dello sprezzo.

Era sì triste, che Gabriella s'intenerì: ella, che conosceva l'origine di Camilla, ne provò compassione, ma nullameno la sua ripugnanza ad andarsene con lei non si dileguava.

--E.... questi parenti di nostro padre sono contenti poi tutti di ritrovarci?... chè altrimenti mai io mi deciderei....

--Oh sì....

--Io non presagisco nulla di buono, dei perigli forse....

--Ma non vi è periglio alcuno.... Alfine non è necessario che abbiate gran relazione colla famiglia dell'Isola.... Federico sulle prime pensava come voi, era quasi per rinunziare....

--Oh! sarebbe stato meglio.

--Ma non ardì farlo perchè in una memoria scritta da vostro padre, che sta in mano di Federico, egli ordina a suo figlio di accettare se mai la famiglia perdonasse.... Tale memoria la vedrete anche voi.

--Allora comprendo, rispose Gabriella.

Non trovava altre obbiezioni, eppure avrebbe voluto rimanere.

--Siete decisa?

--Se assolutamente si vuole che io parta....

--Nessuno vi costringe, ma vi si prega, disse Camilla con affettuosa dignità.

--Bene, verrò.

--Ora, mia cara, credo che tutti saranno contenti. Federico disse al conte di San Giorgio che vi eravate maritata, mentr'egli era assente; così non vi si farà alcuna domanda sul vostro passato.

Camilla ormai era salva.

Di lì a poco si udì battere.

Il cuore di Gabriella si strinse; era rassegnata, ma non di più.

Quasi subito il cavaliere di Malta e l'ufficiale spagnuolo entrarono.

La dalmatina aveva avuto appena il tempo necessario.

Gabriella si alzò confusa, s'inchinò al conte e si avanzò verso il fratello.

Era sì pallida in quell'istante, sì commovente che l'ufficiale, il quale era facile ad impressionarsi, non potè far a meno di abbracciarla con tenerezza. Pensò che forse poco le rimaneva di vita, e ch'egli alfine le doveva protezione ed amore.

Ella provò un istante di gioja tra le braccia di lui.

«Ah! pensò, perchè la fatalità vuole che io lo inganni tacendo? ma è per non essere crudele parlando. Poi ho promesso; Dio vede le mie intenzioni.»

Il conte era lieto nel vedere che nulla di quanto aveva sospettato si realizzava, e che Gabriella e Federico si amavano.

Epperò si persuase sempre più che quella giovane donna era di testa un po' debole.

Le si avvicinò appena Federico l'ebbe abbracciata, la guardò con dolcezza e le baciò la mano dicendole:

--Vedete, signora, che non vi esortai invano a sperare.... Siete mia cugina.

Ella arrossì molto, rammentandosi in qual modo lo aveva ricevuto. Tentò sorridere, e rispose a quei cordiali saluti il meglio che seppe.

--Ella verrà con noi, disse Camilla.

Gabriella non poteva più ritirarsi. D'altronde il conte e l'ufficiale la ponevano in soggezione.

Federico volle vedere i bambini, che vennero trovati vezzosi ed accarezzati da tutti.

Dopo qualche tempo, l'ufficiale si volse alla sorella, dicendole:

--Ora vi lasceremo; dobbiamo partire domani, avrete appena il tempo di prepararvi.

--Verremo a prendervi noi di buon'ora, disse il conte alzandosi.

E, dopo qualche altro saluto, Gabriella rimase sola. Era confusa, sbalordita, ma l'affezione dimostratale da Federico, la gentilezza del conte la confortavano.

La prima cosa che fece fu di porsi a scrivere un biglietto: era per Marco. Gli annunziava soltanto che partiva per la Sicilia col fratello.

Consegnò il biglietto alla sua domestica, dicendole:

--Se viene qui un signore, chiamato Marco Sabbia a chiedere di me, glielo rimetterai.

Combinò ogni cosa colla fidata servente, le raccomandò i bambini, dopo di che fu più tranquilla.

Il mattino seguente il conte con Antonio venne a prenderla. Federico e Camilla attendevano nel porto.

Al momento d'imbarcarsi, un giovane cappuccino si avvicinò al conte di San Giorgio, il quale lo salutò cordialmente. Era il padre Leone, che sorrise vedendo Gabriella fra i compagni del cavaliere.

--Questo giovane frate, disse il conte, appena il cappuccino si fu allontanato, notò a caso la rassomiglianxa di Gabriella, che aveva veduta molte volte in chiesa, col ritratto di mia madre; è grazie a lui che vi ho ritrovati.

--Infatti l'ho riconosciuto, interruppe la giovane; predicava a Pesaro; si chiama il padre Leone, ed è del convento di Chieti.

Camilla ascoltava con una certa trepidazione, ma non profferì parola.

Era timore che quel frate conoscesse i segreti di Gabriella?

Intanto entrarono nella nave.

Camilla pensava che la cattiva salute di sua cognata le fornirebbe un pretesto per non lasciarla mai.

Per quali miracoli di dissimulazione doveva ella riescire a scongiurare ogni pericolo durante quel viaggio; a far che nemmeno si venisse a parlare ancora del modo, col quale ella aveva potuto fornire le carte del cavaliere dell'Isola?

Forse le preoccupazioni personali e vivissime de' suoi compagni dovevano grandemente ajutarla.

FINE DELLA PARTE SECONDA.

PARTE TERZA

La duchessa dell'Isola.

I.

Intanto a Catania succedevano altri avvenimenti.

Il duca dell'Isola, dopo aver tentato invano ottenere da donna Livia la promessa di un eterno silenzio sul segreto rivelato dal padre, ed essersi sdegnato seco lei perchè gli rispondeva consentire a tacere soltanto nella speranza che ei si persuadesse da sè a riparare quella grave ingiustizia, aveva immaginato poi che tale risposta fosse una scusa, una palliativa dietro la quale la duchessa voleva mettere al coperto il suo orgoglio, onde non mostrare di cedere, obbedire al marito.

E ciò aveva detto con qualche ironia a donna Livia, che credette meglio lasciarglielo pensare.

Tal contegno di lei lo aveva convinto di aver dato nel segno; sicchè, fino al ritorno del conte di San Giorgio da Malta, pensava poter vivere tranquillo.

Ed una specie di pace era rientrata nella nobile famiglia. I soliti rapporti fra i suoi membri erano stati ripresi dopo poco tempo.

Donna Rosalia aveva giurato al duca il silenzio senza la menoma difficoltà, sapendo di poterlo fare senza scrupolo.

Ella viveva sempre nelle stesse angosce; nulla sapeva delle intenzioni del principe, nè della promessa fatta dal duca a donna Maria, o piuttosto del patto conchiuso fra loro.

La giovinetta continuava a piangere in segreto, compatita soltanto, in segreto pure, dalla duchessa.

Il principe degli Alberi veniva di rado assai al palazzo, perchè il duca, all'opposto del padre, non amava le visite.

Era sempre in presenza di tutti che il giovane parlava a donna Maria, e per soggezione di don Francesco, si strano ed altiero, non osava farlo a lungo, nè in modo che accennasse al loro amore.

Talora però donna Rosalia sorprendeva tra lui e la sorella di quei lunghi sguardi, che sono come il dizionario degli innamorati, e che talvolta dicono più di un poema.

E quegli sguardi la gettavano nella costernazione. Eppure tentava illudersi ancora, ed almeno voleva attendere a perdere ogni speranza l'ultimo istante; come il condannato a morte, che talora non vuol persuadersi di dover perire se non al momento della esecuzione.

E sì che il contegno di donna Maria poteva bastar solo a farle indovinare il vero.

La leggiadra bionda sembrava non darsi pensiero d'alcuno; si tratteneva a lungo sola; era sempre sorridente; parlava poco col duca, pochissimo con donna Livia, e trattava la sorella colla più completa indifferenza. Mostravasi insomma contenta e calma, come chi sa di trovare in un avvenire vicino sicure gioje, e se ne compiace in anticipazione.

Povera donna Rosalia! il suo cuore, lacerato da mille ferite, indovinava prossimo l'ultimo colpo, lo attendeva, ma senza prepararvisi.

Don Francesco aveva sempre comandato in casa anche prima, perchè suo padre mostrava per lui una deferenza che rasentava la soggezione; ma ora era assoluto padrone; nessuno, nè anche nelle più piccole cose, poteva contrastargli; era sempre accigliato, sempre burbero, ma sempre però invaghito di donna Livia.

Come mai avesse ella potuto cattivarlo tanto era un mistero.

Forse perchè portato per natura a sprezzare i caratteri deboli ed a desiderare soltanto il difficile?

E l'indole ferma di donna Livia, la freddezza istessa contribuivano mai a mantener viva la sua passione per lei?

I cuori orgogliosi hanno degli strani capricci; alle volte sprezzano ciò che facilmente potrebbero avere.

In ogni modo è probabile che, ove al duca fosse toccata una sposa troppo dolce e sommessa, se ne sarebbe presto annoiato.

Ma a che frugare in certi lati reconditi del cuore? Pur troppo si verrebbe a concluderne soltanto che talora la tenerezza soverchia riesce a danno e nulla altro.

Quante povere donne non lo provarono!

Riguardo alla duchessa non sarebbe agevole definire ciò ch'ella sentisse per suo marito.

Comprendeva certo ch'egli l'amava con passione; ma quell'amore era di tal natura, ch'ella non poteva spiegarselo.

Mai il duca le aveva fatto un sacrifizio, e la di lui naturale durezza distruggeva l'effetto, che forse la sua costante affezione avrebbe potuto poco a poco ottenere.

Egli aveva voluto donna Livia, benchè sapesse che ella non lo amava; dunque gli bastava esserle marito.

La duchessa evitava quasi di guardare troppo addentro in quel cuore per tema di atterrirsi.

Ma il sentimento del dovere, un figlio, più di due anni di convivenza la legavano al duca; ed ella, sin dal giorno, in cui era stata forzata a sposarlo, col cuore pieno di un'altra immagine, si era proposta di fare il possibile onde avere per lui qualche affezione, e la sua freddezza abituale col duca non assumeva mai il carattere della noja; era troppo saggia per questo, giacchè don Francesco non avrebbe tollerato troppo.

Non imitava insomma quelle donne, che, anche mostrando accettare di buon grado un marito, si propongono di odiarlo perchè hanno già amato.

Volentieri ella avrebbe temperato la durezza del duca, come sinceramente aveva desiderato evitargli una colpa, ed anche per lui stesso tentato ripararla suo malgrado.

Donna Livia non era certo una donna comune; vi erano nel suo cuore dei tesori di sentimento, e nel suo spirito una rara facilità di comprendere, d'indovinare.

Poi era una di quelle persone capaci di sacrificar tutto all'onore perchè hanno bisogno di potersi stimare.

La giovane duchessa era forse un po' troppo seria, un po' troppo inclinata alla tristezza; molti al vederla la giudicavano fredda, fors'anche insensibile; nessuno immaginava quanto invece sentisse vivamente, come s'affliggesse per mille motivi diversi.

Certo ella meritava l'amore del duca, per quanto grande fosse; soltanto una donna come lei poteva cattivar don Francesco, il quale, prima di conoscerla, aveva sempre avuto per le donne la più grande indifferenza, tanto che non aveva potuto decidersi più presto a scegliersi una sposa.

Egli era di un carattere difficilissimo; violento, superbo, dispotico sopratutto; voleva che la duchessa non escisse mai, che non ricevesse alcuno. Ma che importava ciò a donna Livia? In questo si uniformava volontieri ai voleri del duca; ma la diffidenza, da cui comprendeva essere dettati, la offendeva, come la offendeva la sorveglianza continua, di cui si sapeva oggetto.

Al suo castello però ella credeva essere più libera; pensava che il duca si accontentasse, per osservarla, delle lunghe visite, che le faceva sempre quando meno l'aspettava, e ad ore diverse.

Per questo non aveva temuto dare al cavaliere di Malta un abboccamento appena giunta al castello, la sera, in cui gli aveva affidato quella missione, che si conosce.

Dopo la morte del vecchio duca però donna Livia poteva difficilmente recarsi al suo castello. Don Francesco, che prima ve la lasciava volentieri, perchè il palazzo era frequentato da diversi cavalieri amici e parenti, ora che quelle visite, grazie al suo contegno freddo ed altiero, erano divenute rarissime, pretendeva non si dovessero lasciar sole le sorelle in palazzo.

Donna Livia aveva passato dunque tutto il resto del verno a Catania, ove ella non era conosciuta che dagli sventurati pei numerosi suoi benefici, per le sue elemosine intelligenti e segrete.

.................................................................

Una sera, in sul finir dell'aprile, la duchessa si trovava in giardino colle cognate, quando don Francesco apparve sul principio di un lungo viale.

Donna Rosalia stava su di un rustico sedile, pallida e silenziosa, come al solito.

Donna Maria in piedi sfogliava sorridendo un fiore; la duchessa passeggiava sola un po' più lungi.

Il duca le raggiunse in pochi istanti; passando dinanzi a donna Maria si arrestò.

--Vi devo dare una nuova, le disse in modo da essere inteso dalle altre; siete fidanzata, fra otto giorni sposerete il principe degli Alberi, che quest'oggi stesso mi ha chiesto la vostra mano.

Ella provò un senso di vivissima gioja; poichè davvero era annoiatissima della vita monotona e triste, che conduceva in quel palazzo.

E donna Rosalia?

Fu su di lei che la duchessa portò tosto gli sguardi alle parole del duca; la vide tremare, vacillare, farsi più pallida del marmo.

Don Francesco si era già allontanato da donna Maria, ed avvicinatosi alla duchessa, le prese il braccio, dicendole:

--Rientriamo, è tardi.

Infatti cominciava ad imbrunire.

Donna Livia lo seguì macchinalmente; macchinalmente rispose a qualche parola, ch'ei le indirizzava: ma fatti pochi passi, si rivolse.

Ella non vide più donna Rosalia: guardò attorno, e la scorse dirigersi verso piccolo lago, che chiudeva da un lato il vasto giardino.

Una subita e terribile idea colpì donna Livia, che lasciò tosto il braccio del duca.

--Che cosa fate? le disse trattenendola.

--Attendete, rispose agitata.

--Ma che c'è?

--Donna Rosalia vostra sorella si sentiva assai male: non la vedo; voglio andarne in traccia.

E senz'altro si allontanò rapidamente.

Donna Maria era già rientrata.

Il duca si fermò a guardar dietro a donna Livia, che, colla leggerezza di una figura fantastica, andava scomparendo.

Ah! capisco, disse tra sè: ella teme qualche follia, qualche eccesso di disperazione. Veramente si dà un gran pensiero per donna Rosalia... Quella fanciulla è pazza; se il principe non se ne cura, a che?... Basta, non voglio pensarvi.

E guardò ancora... Nessuno ritorna; che fanno?...

Si mise a passeggiare lentamente, riflettendo... Da qualche tempo, pensava, la duchessa mi sembra talvolta agitata, benchè non lo dia a divedere... Se non avessi udito ciò che il cavaliere le disse quella sera, crederei quasi che la sua assenza le duole... Quando accenno al suo ritorno, quando profferisco il nome di lui, mi pare che donna Livia si turbi...

Oh! ma che avviene? Qualche scena sicuro... Mi piacerebbe udire ciò che mia moglie starà dicendo a donna Rosalia per consolarla... Oh saprà farlo dolcemente... È d'animo così gentile, benchè un po' altiera meco talvolta... Ma è così che mi piacque.

Ed aggrottando le sopraciglia, come faceva sempre quando gli sembrava persuadersi troppo in donna Livia... Ah, pensò, quando rifletto che per sua colpa un giorno forse quei parenti verranno a reclamare, provocare degli scandali, farmi arrossire... perchè poi chi sa che gente sono... Maledizione al cavaliere dell'Isola!... E mio padre co' suoi scrupoli... Quanto sarebbe stato più saggio tacere!

Quel segreto naturalmente preoccupava ancor molto il duca. Sperava che il suo piano riescisse, ma non era sicuro...

A questo pensiero, che lo tediava, se ne aggiungeva un altro, che pure gli dava pena. Si chiedeva sempre se donna Livia tacerebbe assolutamente, e se il ricordo di quel segreto, o l'assenza del conte fosse causa della sua preoccupazione.

Eppure donna Livia non era cangiata; ma per quanto grande fosse l'imperio che aveva sopra sè stessa, non le riusciva nascondere intieramente le ansietà, cui era in preda, ad un marito che notava tutto, persino i menomi movimenti.

Ella si domandava sempre che avverrebbe al ritorno del conte di San Giorgio; benchè fosse preparata a tutto, benchè nulla potesse atterrirla, non era certo tranquilla.