La pergamena distrutta Romanzo del secolo XVI

Part 15

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Partì poi per Ferrara, accompagnato sino a Fucina sulla nave dal doge, con gran corteggio formato dai principi italiani, dal Senato, dalla nobiltà e da molto stuolo di popolo.

Le bandiere, i pennoni, le vele, le insegne, la moltitudine, tutto ciò era sì compatto, che impediva veder le onde.

Il re, nel congedarsi dal doge, gli presentò un grosso diamante, che venne quindi incastonato magnificamente e conservato nel tesoro di San Marco.

Enrico fece altri regali a Foscari, che lo aveva ospitato, ed ai giovani patrizii, restatigli presso durante il suo soggiorno in Venezia.

E così finirono le feste della bella città.

In quegli otto giorni il conte di San Giorgio aveva chiesto il nome dei giovani guerrieri, che più gli sembravano degni di attenzione, ma mai aveva udito chiamare alcuno di loro col nome di Chiarofonte, ed altre informazioni gli era stato impossibile poter prendere in mezzo a tanta confusione.

«Com'è, dicevasi, che non potei veder questo giovane? Dunque ei non è a Venezia? oppure lasciò il servizio?...»

Ma il cavaliere di Malta non poteva accontentarsi di far supposizioni, ed il dì dopo la partenza del re si propose interrogare qualche guerriero.

La sorte gli fu questa volta favorevole; fe' ch'ei si indirizzasse ad un giovane gentiluomo, che molto aveva conosciuto Federico di Chiarofonte.

Il conte provò quasi della sorpresa, udendo rispondersi subito che si poteva dargli notizie certissime di colui, che cercava. Era sì abituato alle noje, ai disinganni; tante ne aveva subite, tanti provati durante il suo viaggio, che gli sembrava impossibile non incontrarne anche questa volta.

Fu in una bella locanda, ove alloggiava, che interrogò l'amico di Federico.

--Ah lo conoscete? esclamò con gioja.

--Perfettamente, cavaliere, ve lo ripeto, rispose l'altro; chi è fra noi che non lo conobbe? Era l'anima delle nostre riunioni; più di una bella dama veneziana lo rimpiange ancora, e vi direbbe che assai si duole di non veder più nelle parate e nelle feste Federico di Chiarofonte.

--Come lasciò Venezia? domandò il conte; e dove si trova?

L'interrogato scosse il capo, indi:

--Dove si trova vel dirò, cavaliere; ma quanto al perchè abbia lasciato Venezia ed il servizio della repubblica, non ho mai potuto spiegarmelo. Tutti gli volevano bene; era, come vi dissi, ricercatissimo ovunque. Dopo la battaglia di Lepanto, dove si è assai distinto e dove era rimasto ferito, egli rinunciò al suo grado, ed appena rimesso in salute, partì da Venezia colla sua sposa, che lo aveva appunto avuto in casa ferito.

--Ah, egli è ammogliato?

--Sì; sua moglie è una bellissima donna, che vidi di rado in Venezia; la credo forestiera e molto ricca.

«Perchè mai, pensò il conte, sua sorella non me lo disse?»

E volgendosi nuovamente al guerriero della repubblica:

--Ma dunque non è più militare?

--Lo è ancora; ha un grado distinto nell'armata spagnuola ed è assai caro al governatore di Milano. Abita in quella città, non molto lungi dalla chiesa di Sant'Ambrogio. Se voi, cavaliere, lo cercate, è là che dovete recarvi.

--Mi vi recherò infatti: intanto vi ringrazio, signore.

Ed il conte fece per partire, ma il giovane lo trattenne.

--Perdonate, cavaliere, gli disse: aspettate un momento, voglio pregarvi di salutare Chiarofonte a nome di Prato, senza accennargli che io mi stupii della sua improvvisa risoluzione.

--Oh non temete!

--Sarebbe stato naturale; ma alle volte potrebbe averne dispiacere; quando lo vidi a Milano, mi parve desiderasse non gli si facessero molte interrogazioni.

«Perchè mai questo? si chiese il conte.»

--Basta, continuò il militare, è padrone di far quel che vuole certamente; ma pure mi sembra strano che non abbia più voluto rimanere con noi per andare al servizio della Spagna; egli, che ebbe sempre antipatia per gli Spagnuoli. Forse s'immischiò a loro senza pensarvi, fors'anche a Lepanto contrasse amicizia con alcuno di essi.

Il conte di San Giorgio, prima di lasciare il suo interlocutore, pensò indirizzargli qualche domanda sul padre di Federico. Forse colui potrebbe fornirgli particolari importanti.

--Vedo, gli disse, che conoscete molto Chiarofonte; tale conoscenza data certamente da lungo tempo.

--Da dieci o dodici anni Federico ed io entrammo giovanissimi nell'armata.

--So infatti che egli si fece soldato appena morto suo padre.

--Sì, interruppe l'altro, un bravo e valoroso guerriero anch'egli, a quanto ne intesi dire; io però non l'ho conosciuto.

Il conte si sentì tentato di chiedere a quel militare se Federico gli avesse mai parlato di sua sorella, quella giovane donna, che tanto lo aveva preoccupato, che lo imbarazzava ancora, e che gli aveva lasciato mille memorie diverse; ma nol fece. Fra poco non vedrebbe egli Federico?

Si congedò dunque tosto dal guerriero veneziano, ringraziandolo degli schiarimenti fornitigli.

«Che vorrà mai questo cavaliere di Malta da Chiarofonte? pensò il militare, seguendo collo sguardo il conte di San Giorgio. All'aria, ai modi pare un gran signore; davvero che ne saprei qualche cosa volentieri.»

Un'ora dopo il cavaliere partiva da Venezia; si faceva mille domande, si chiedeva sopratutto come agirebbe nel caso, in cui Federico non ne sapesse più di Gabriella sul loro padre.

«Possibile, pensava, che il cavaliere Dell'Isola, poichè sono certissimo che era lui, non abbia lasciato ai suoi figli, se non il suo segreto, una memoria almeno, alcun che, che potesse farli riconoscere?

«Questo Federico sembra un giovane valoroso, considerato, ed io sono certo ch'egli è mio cugino; ma se non ha prove, a che mi gioverà tale certezza? A che soprattutto varrà essa a sostenere dei reclami presso il duca?

«Donna Livia cercherebbe convincerlo, ma poco gioverebbe, lo temo; non rifiutò già d'ascoltarla?... Ah come il potè?... Eppure, se don Francesco così altiero, così violento le perdonò la distruzione di quella pergamena, l'insulto ricevuto dinanzi a tutti, convien dire che l'adori!... Qual amore, è mai il suo?...

«Io so bene che nulla avrei negato a donna Livia. Potessi rivederla almeno! compiere i suoi voti!... Ah questo amore sarà il mio tormento!... Ma pure....»

Pure, pensava forse, quel tormento gli era talvolta caro. Quell'affetto senza speranza, che la sua ragione poteva comprimere, ma non soffocare, lo inebbriava colla sua medesima amarezza. Si era identificato colla sua esistenza, soltanto con essa sarebbe finito.

Intanto, immerso sempre ne' suoi soliti pensieri, il conte procedeva verso la città, ove troverebbe Federico di Chiarofonte.

Le terre venete, parte delle lombarde gli passarono innanzi come una fantasmagoria, cui non badava.

Finalmente arrivò a Milano.

Là tutto doveva finire, là tutto si deciderebbe!...

XII.

Fu con questa convinzione, tra l'ansietà, la speranza, il timore, che il cavaliere di Malta si fece annunziare a Federico di Chiarofonte, il brillante ufficiale spagnuolo, marito di Camilla, come un gentiluomo forastiero, che doveva parlargli.

Egli fu ricevuto all'istante.

Federico era solo colla sposa in una vasta sala.

All'entrare in quella stanza, il conte provò una forte emozione. Camilla lo colpì colla sua maestosa ed imponente bellezza; e Federico, benchè non gli richiamasse come Gabriella la sua famiglia, lo impressionò vivamente.

Mai aveva egli veduto un cavaliere, che riunisse maggiori pregi esteriori; quell'aspetto distinto e gentile, quei tratti belli e nobili, ai quali una leggiera impronta d'orgoglio dava maggior risalto, lo prevennero all'istante in favore di Federico.

--Voi avete a parlarmi, signore? chiese questi al conte di San Giorgio alzandosi.

E notò allora la croce ottagona, che fregiava l'abito nero del forastiere.

Che può volere da me questo cavaliere di Malta? pensò.

--Sì, devo parlarvi, rispose il conte, e di cose importantissime.

Camilla ascoltava con ansietà; ella aveva mille motivi per sperare e temere di tutto; ma, come sempre, nulla la tradì.

--Segretamente? domandò l'ufficiale.

--Sì; ma vostra moglie può rimanere, disse il conte, inchinandosi a Camilla.

--Vi ascolto, cavaliere. Sedete.

E Chiarofonte porse una sedia al forastiero, e prese poi posto egli stesso su di un'altra.

Camilla era adagiata sovra un gotico seggiolone di velluto rosso.

Il conte non era sorpreso della ricchezza del mobilio, della servitù abbastanza numerosa veduta prima, poichè gli era stato detto possedere la moglie di Federico una sostanza ragguardevole.

Solo trovava strano che Gabriella fosse in una posizione tanto diversa.

Mentre egli, pensando a questo, rimaneva ancor silenzioso, mentre Camilla tentava vincere l'emozione che le cagionava quella impreveduta visita, giacchè dall'accento del conte ella aveva sospettato ch'egli potesse essere siciliano, Federico richiedeva il forastiero del suo nome.

--Mi duole, rispose questi, dover attendere a soddisfarvi; ma spero poter poi dirvi le ragioni che a ciò mi astringono, ed esse, ne son sicuro, vi convinceranno.

--Come credete, cavaliere.

Camilla turbossi a quell'esordio misterioso. Ah! le abbisognava un grande imperio sopra sè stessa, per attendere colla immobilità di una statua.

--Vi espongo tosto lo scopo della mia visita, disse il conte all'ufficiale; io vengo da Rimini, là vidi vostra sorella.

Per diversi motivi Federico provò una sensazione penosa; sua moglie una terribile.

--Ah! interruppe il giovane con accento, da cui traspariva una sorpresa poco aggradevole. Vedeste mia sorella?

--Sì; grazie a lei soltanto potei giungere sino a voi. Fu una combinazione fortunata; senza la gran somiglianza della signora Gabriella con vostro padre, mai vi sarei riescito forse.

Federico fece un movimento di sorpresa, Camilla trattenne il respiro.

--Come? È di mio padre che avete a parlarmi? chiese l'ufficiale.

--Sì; e vi dirò tutto senza indugio. I pochi dettagli fornitimi da vostra sorella m'inducono a credere che il vostro genitore sia stato un cavaliere, scacciato giovanissimo dalla casa paterna per aver contratto nozze ineguali.

Federico rimase attonito. La sorpresa lo rendeva muto. Non così di Camilla; era agitata, ma sembrava comprendere benissimo.

--E voi che potete dirmi? proseguì il conte.

--Nulla, cavaliere; io non avrei mai sospettato... Mio padre mi fece credere sempre ch'egli era rimasto orfano presto, e che i suoi genitori, nobili del Vicentino, non avevano più alcun parente.

--Ohimè! Allora voi non potete fornirmi prova alcuna. Nulla sapete più di vostra sorella, alla quale abbadai poco perchè mi sembrò un po' alterata di mente, forse a motivo della sua cattiva salute... Ella mi parlò assai confusamente e pochissimo di voi; non mi disse nemmeno che aveste moglie.

Camilla respirò. Intanto il conte proseguiva.

--Ed io, che avevo sperato!... Ma non possedete voi qualche memoria di vostro padre, qualche lettera almeno?...

--No.

--Quale fatalità! esclamò il conte; nessuno dunque potrà rischiarare queste tenebre?

--Lo posso io; disse Camilla alzandosi.

Ella si era decisa: Gabriella tacerebbe.

--Voi!.. esclamarono insieme attoniti Federico ed il conte.

--Sì! Io... Attendete un istante, signori. Ed escì.

--Che significa questo? mormorò l'ufficiale.

--Come? ella sa alcun che sulla vostra nascita, che voi ignorate? domandò il conte.

Federico non rispose. Mille diverse idee lo turbavano. Si era alzato, come il cavaliere di Malta; ed in piedi pallido, commosso attendeva.

L'aspettazione non fu lunga; eppure essa parve eterna.

Dopo qualche momento Camilla rientrò. Portava tra le mani una cassetta d'ebano intarsiata d'argento, chiusa con una piccola chiave d'oro.

La fisonomia della dalmatina era animata; i suoi occhi brillavano di strano splendore.

Oh, pensava, Gabriella non mi arresterà!

Il conte e Federico la guardavano stupiti, come si può guardare una fata.

--Che contiene quella cassetta? chiese l'ufficiale.

--Lasciate che prima di dirvelo, prima d'aprirla innanzi a voi mi spieghi. Pazientate un istante, signor cavaliere, e voi pure, Federico; ascoltatemi.

Il suo bel volto era sì grave, tanta convinzione eravi ne' suoi sguardi, la sua voce era sì persuasiva, che quei due uomini ne furono colpiti; si sentirono tratti ad udirla, senza osare domandar di più.

--Parlate dunque, signora, disse il cavaliere di Malta.

--Sì, parlate, ripetè l'ufficiale.

Allora ella, a voce bassa, e concitata, cominciò in tal modo, unendo come sempre la menzogna alla verità:

--Sulla fine del 1570 io mi trovavo in Dalmazia con mio padre, che da poco era ritornato in patria dalla Germania. Aveva di là condotta seco una signora dalmatina d'origine, che per questo aveva fatto il viaggio con lui. Ella andò ad abitare in una casa vicina alla nostra. Quella signora era ancora assai bella, ma molto triste; si chiamava Emma di Chiarofonte.

--Mia madre! interruppe Federico; come? se la credevo morta da lunghi anni!...

--Infatti! mormorò meravigliato il conte; anche vostra sorella mi aveva detto lo stesso.

Camilla proseguì.

--Sì: era vostra madre, Federico; divisa da un pezzo da suo marito, per quale motivo non so.

L'ufficiale parve annuvolarsi.

Il conte non sapeva che pensare. Se i suoi parenti di Catania erano stravaganti, quelli che andava ritrovando lo erano certo ben più.

--Dopo qualche tempo, continuò Camilla, la signora di Chiarofonte ammalò gravemente; fece supplicare mio padre di recarsi da lei, perchè aveva un importante segreto da rivelargli. Vi andò subito; quando ritornò in casa, ella era già morta; egli portava seco questa cassetta. Per qualche tempo non mi disse che cosa gli avesse confidato quella signora. Ma poi, sentendosi in fin di vita, l'otto settembre 1571, mi fece appressare al suo letto e mi disse: la signora di Chiarofonte mi confidò che suo marito, guerriero della repubblica veneta, morto già da molto tempo, portava un nome falso; che era stato diseredato, scacciato dalla sua famiglia per avere sposata lei, e che era il figlio secondogenito del duca dell'Isola...

--Non più dubbi, esclamò il conte; e se queste prove...

--Lasciate che io continui, signor cavaliere, è necessario per qualche momento ancora.

--Affrettatevi, disse l'ufficiale con qualche vivacità e con sdegno.

--Mio padre proseguì;--la signora di Chiarofonte mi aveva incaricato di consegnare una cassetta, quella che vedesti, e che contiene tutte le prove di quanto ella asseriva, a suo figlio Federico, guerriero della repubblica Veneta...

Non potè più continuare; morì la notte istessa.... Dopo i primi giorni di lutto, pensai al segreto rivelatomi; mi chiesi ciò che doveva fare, esaminai la cassetta, che trovai nella stanza di mio padre. Tra le carte, che provano in modo incontestabile la vostra origine, Federico, trovai una memoria scritta dal vostro genitore, che vedrete, e nella quale ei mostra desiderio che i suoi figli nulla sappiano, a meno che la famiglia stessa faccia cercare di loro. In tal caso vi ordina di accettare. Questa memoria è una specie di testamento, nella quale dice anche che il nome di Chiarofonte lo assunse da una terra comperata nel Vicentino.

E senza prender fiato, come se temesse che la interrompessero.

--Io, disse volgendosi a Federico, pensai tosto a mettermi in traccia di voi. Partii per Venezia, dove avevo passato qualche mese con una mia parente, e dove contavo stabilirmi. Là seppi che eravate alla guerra contro i Turchi; il 6 ottobre avvenne la battaglia di Lepanto: dai primi guerrieri, che giunsero di là, mi informai di voi; mi si disse che eravate rimasto ferito, ma che presto forse giungereste a Venezia.

Vi giungeste di lì a non molto, ferito infatti; vi feci trasportare in mia casa, perchè non volevo tardare a consegnarvi le vostre carte....

Ma intanto vi amai, e voi sapete quanto... Ah non ebbi il coraggio di agitarvi inutilmente! Feci quanto desiderava vostro padre; lo feci senza scrupolo, poichè egli nella sua memoria, il vedrete, dice che nulla spera; perchè era stato costretto dal duca a firmare una rinunzia assoluta al suo nome ed alle sue sostanze....

Spero, Federico, non mi condannerete dunque se tacqui sin qui.

L'ufficiale non rispose, rifletteva; era colpito dalla importanza di quella rivelazione.

Il conte pure taceva; pensava, tra le altre cose, che probabilmente il povero cavaliere dell'Isola era stato anche tradito, abbandonato da quella donna, alla quale aveva tutto sacrificato....

Bisognerà, diceva tra sè, nascondere a tutti questa nuova onta!.. Mi pare che questo giovane tacerà volentieri... Che ne direbbe il duca? Sarebbe un altro imbarazzo.

Federico chiese per prima alla moglie la memoria scritta da suo padre. Era lunghissima, ed egli la lesse attentamente, e con viva emozione.

Intanto il conte scorreva le altre carte.

Vi era l'atto di matrimonio tra Emma X. ed il cavaliere dell'Isola, firmato dal prete, di cui si aveva poscia coll'oro comperato il silenzio, e l'atto di nascita del cavaliere dell'Isola.

Eravi un biglietto dell'avo di don Francesco, col quale ordinava al cavaliere suo figlio nei termini più duri di apporre la propria firma ad un atto di rinunzia, col quale anche lo si diseredava, e che gl'inviava da un servo fidato.

È la pergamena distrutta da donna Livia, pensò il conte.

Poi vi erano copie degli atti di nascita di Federico e di Gabriella e diverse lettere, che il cavaliere dell'Isola conservava religiosamente come ricordi della famiglia, tra le quali due della contessa di San Giorgio.

Dinanzi a quelle prove importantissime, autentiche, indiscutibili, il cavaliere di Malta perdeva quasi la memoria di quanto aveva narrato Camilla; comprendeva solo che quelle prove dovevano bastare anche per don Francesco.

L'ufficiale terminava allora la lettura dello scritto di suo padre.

--Ebbene? gli chiese il conte.

--Ebbene, rispose egli, mio padre mi ordina di accettare; ubbidirò. Comprendo che desiderava vivamente che io portassi il suo nome, e che lo avrà desiderato anche negli ultimi istanti di sua vita.

--Sì; obbeditelo, riprese il cavaliere di Malta, è vostro dovere.

E stendendogli la mano:

--Voi siete mio cugino, gli disse; mi chiamo il conte di San Giorgio; mia madre fu sorella al vostro genitore.

L'ufficiale strinse la destra del cavaliere; entrambi erano commossi.

Camilla li considerava sorridendo, mentre macchinava nell'animo mille progetti.

--Ora vi dirò come dovete condurvi per farvi rendere il vostro nome ed i vostri beni.

E dopo essersi arrestato un poco:

--Il duca dell'Isola, fratello a vostro padre e nostro zio, morì nel gennaio scorso: negli ultimi momenti di sua vita rivelò che il cavaliere dell'Isola, creduto da tutti estinto, viveva forse ancora nelle terre Venete sotto un falso nome, e che doveva aver figli. Aggiunse che suo padre aveva perdonato al figlio diseredato un giorno, ordinando gli si rendesse il nome e la terra di S... colle vastissime dipendenze. Mio zio non lo fece; se ne pentì però amaramente, e qualche momento prima di morire fe' distruggere l'atto fatale, ed espresse il desiderio che si venisse in traccia di voi... Ma...--ed esitò un poco.--Don Francesco, l'attuale duca dell'Isola, non divideva intieramante le idee di suo padre moribondo... Credeva bastasse la distruzione di quella pergamena....

Il povero conte si arrestò ancora... indi:

--Egli non sa dunque ch'io sia venuto a cercarvi; ed io desidero lo ignori sempre....

--Non vorrei che i miei reclami sollevassero contrarietà, interruppe l'ufficiale.

--Oh non temete; il duca sa benissimo che da un momento all'altro potete reclamare; è il vostro diritto; vi consiglio a farlo valere. Abbastanza foste spogliati, abbastanza soffriste della severità eccessiva, colla quale si trattò vostro padre, che gioirà nel suo sepolcro; egli che tanto desiderò veder placata la famiglia.... Io vi parlai con franchezza, ma del resto sono certo che tutto procederà quietamente e benissimo.... Anzi dirò di più; è per miei particolari motivi che desidero non si parli di me al duca.

--Non temete; ve ne do la mia parola, esclamò Federico.

--Voi pure, Signora?

Camilla s'inchinò in segno d'assenso con molta nobiltà.

--Voi, continuò il conte, reclamerete appena saremo in Sicilia.

--È là che dimora la famiglia di mio padre?

--Sì, a Catania. Bisogna affrettare le cose; quando potrete voi seguirmi?

--Fra qualche giorno, lo spero.

--Quanto a vostra sorella, vorrei farvi qualche domanda.

Camilla ascoltava con ansietà.

--Ella mi sembrò assai singolare; le sue reticenze, i suoi discorsi sconnessi, dai quali non potei trarre che congetture incomplete, mi fecero temere che sia disgustata con voi.... Desidererei vivamente rischiaraste i miei dubbj in proposito.

Ah! pensò Camilla, se non avessi già parlato a Federico! ma ormai la cosa è fatta.

--Mia sorella, rispose l'ufficiale pensieroso, non la vedo da qualche tempo, ma non sono disgustato seco. Ella si maritò mentre ero assente.

La delicatezza aveva suggerito al giovane questa risposta. Accusar Gabriella, che del resto erasi maritata, sarebbe stato far credere al conte ch'ei tentava farla escludere dalla famiglia, temendo divider seco i diritti di entrambi.

--Allora, disse il cavaliere, cercheremo persuaderla venir con noi in Sicilia. È giusto ch'ella pure....

Camilla fremette, ma non si perdette d'animo. Aveva già pensato qual partito adottare in tal caso. L'ambizione l'aveva messa in una posizione difficile, ma aveva ingegno bastante per escirne.

--Io la credo molto sofferente, proseguiva il conte; ella m'interessa assai! La sua meravigliosa rassomiglianza colla famiglia dell'Isola fu un vero bene, ripeto; fu essa che mi guidò. Guardate il ritratto di mia madre, col quale soltanto potei persuadere vostra sorella della verità delle mie parole.

E mostrò l'effigie della contessa ai due sposi.

Essi misero una esclamazione di sorpresa.

Dunque colei era necessaria, pensò Camilla.

--Questa rassomiglianza è straordinaria davvero, disse Federico contemplando il ritratto.

Vi fu un istante di silenzio.

Il conte lo ruppe per dire all'ufficiale:

--Sentite, cugino; il cavaliere vostro padre disse a voi, a tutti che sua moglie era morta, mentre eravate bambini: sembra da ciò desiderasse assai lo si credesse, e noi continueremo a rispettare ii suo desiderio.

--Avete ragione, conte, rispose Federico stringendogli la mano; vi ringrazio, e nemmeno a mia sorella io nulla dirò.

--Sono lieto di aver trovato in un guerriero valoroso il figlio del cavaliere dell'Isola; ah quanto mi duole che egli non abbia vissuto abbastanza!

Federico sospirò. Per qualche tempo egli ed il conte serbarono il silenzio.

Camilla non voleva turbarlo; la sua aria pensierosa si spiegava colla parte, che la provvidenza sembrava averle dato in quel riconoscimento.

--Dunque, disse il conte alzandosi, fra qualche giorno partiremo insieme.

E dopo aver salutata Camilla, e stretta nuovamente la mano dell'ufficiale, escì.

Quando furono soli, Federico si volse a sua moglie; la fissò qualche momento senza profferir parola, come attendesse da lei una spiegazione, indi:

--Perchè quando vi sposai non mi svelaste il segreto?

Il suo accento era più triste che severo.

--Il perchè ve lo dissi, rispose Camilla: certo feci male, lo comprendo pur troppo ora che ricupererete tutti i vostri titoli... Ohimè! quale distanza mi separerà da voi.... Perdonatemi....

Ella era sì bella, che pochi uomini avrebbero avuto il coraggio di non perdonarle.

Federico non l'amava appassionatamente, ma, bisogna dirlo, era lungi dall'essere insensibile a tanta bellezza.

Poi Camilla gli aveva prodigato sì affettuose cure, con tanta gioja gli aveva data la sua fortuna, respinto per lui l'amore di tanti.... Ah! tali memorie non si possono facilmente cancellare.

Ed egli mostrò persuadersi delle ragioni, plausibili del resto, che Camilla adduceva per giustificarsi.

--Voi non siete contento, Federico, gli diss'ella dopo qualche tempo, di riacquistare il nome di vostro padre?... Mi sembrate sì preoccupato!...

--Gli è che non vorrei essere considerato come un intruso da questo duca dell'Isola, e conto lasciar la Sicilia appena sarò reintegrato ne' miei diritti.