La pergamena distrutta Romanzo del secolo XVI
Part 14
--Ahimè! proseguì Camilla, mi pento, sì, di non avervi tosto narrato tutto.... Ma gli è che speravo poter tacervelo sempre.... Ora però vi narrerò ogni cosa..... Sapete che io, prima di conoscervi, ero stata a Venezia una sola volta con quella parente di mio padre, presso cui dimoravo in Dalmazia. Fu nel 1569.... Un giovane, quello che fuggì con vostra sorella, veniva in casa di quella mia parente, le era stato raccomandato da un vecchio amico...
--Ebbene?
--Colui narrava di essere innamorato di una fanciulla di Venezia, nobile, ma senza fortuna, che era affidata ad una signora alquanto severa. La mia parente credeva dovergli dare qualche consiglio; ma io prestava poca attenzione a quanto dicevano.... Avevamo per abitudine di andar sovente la sera in gondola a fare una passeggiata sulla laguna. Era il nostro unico divertimento, perchè a Venezia non conoscevamo alcuno. Ora una volta, durante una di queste passeggiate, notammo dinanzi ad una casa una gondola ferma. Nello stesso momento Ferdinando Alboni, il marito di vostra sorella, ne discese, entrò nella casa.... La mia parente ordinò al nostro gondoliere di fermarsi:--Voglio osservare, mi disse, che cosa fa colui.
--Ebbene?
--Poco dopo egli ritornò; non era più solo.... una donna lo accompagnava. Era vostra sorella.... vostra sorella, che vi narrò essere stata rapita a forza, e che lo seguiva invece leggermente, senza esservi per nulla costretta, colle più grandi precauzioni....
--Tanta falsità!
--Lasciatemi proseguire. La mia vecchia parente, che per verità era troppo curiosa forse, fece avanzare la nostra gondola, voleva consigliare quegli amanti a non fuggire in tal modo; e quando fummo loro vicini, tanto vicini, che ella potè prendere per una mano Ferdinando Alboni:--Che cosa fate? gli disse.... Voi fuggite con una fanciulla, la vostra innamorata senza dubbio. Riflettete meglio.... Fermatevi.... Sapete che vi parlo anche a nome del nostro vecchio amico, e... Egli rimase un istante attonito; ma la sua compagna, spaventata forse da quell'incidente, si alzò un poco, indi:--La signora Lorini potrebbe ritornare, fate presto, è vero! esclamò egli; e, lasciando precipitosamente la mia parente, sedette vicino a Gabriella. Un momento dopo la gondola, in cui stavano, si allontanava colla maggior velocità possibile.... Mi sembra esser crudele narrandovi questo di vostra sorella, che eravate sì contento di credere innocente, ma non potevo soffrire ch'ella si prendesse ancor giuoco di voi.... Poi altre ragioni più gravi mi costrinsero finalmente a parlare.
L'ufficiale non la interrompeva; era agitato: tratto tratto una vampa di rossore saliva alla sua fronte, come dei flutti di sangue gettativi dallo sdegno.
--La luna, bellissima quella notte, proseguì Camilla, mi permise distinguere i tratti di vostra sorella, che del resto avevo già veduta benissimo al lume di una lanterna, ch'ella stessa teneva in mano al sortire della porta di casa.... Anch'ella certamente mi aveva rimarcata, perchè a Bologna mi riconobbe all'istante.
--Faceste male a tacer sin qui.
--Lo so; ma lasciate che io continui. Vi rammentate che condussi Gabriella nella mia stanza?
--Sì, sì.
--Volevo avere una spiegazione con lei; la rimproverai di avervi mentito; le dissi non permetterei continuasse a farlo.
--E che vi rispose?
--Che aveva avuto vergogna a narrarvi il vero, e sarebbe partita tosto. Indi mi supplicò a tacervi tutto. Io promisi di farlo, per qualche tempo almeno.... Se differii, fu anche per questo. Vedendo che non vi ha dato più sue notizie, penso creda che io vi abbia narrato ogni cosa.... Ecco le mie obbiezioni.
--Comprendo, e le trovo giuste.
--Io speravo persuadervi a non andare da Gabriella senza narrarvi tutto ciò; benchè mi fosse assai doloroso essere, anche per un istante, tacciata da voi di durezza e d'insensibilità, come quasi faceste.
Il volto dell'ufficiale era ancora assai triste. Camilla si era arrestata,
--Che volete? Datevi pace: sono di quelle cose che avvengono, riprese poi con un certo scoraggiamento. Alfine vi eravate rassegnato altravolta a che ella fosse fuggita....
--Sì, è vero; ma ora che l'avevo trovata.... poi l'esserne stato ingannato.... l'avermi ella narrato una falsa storia mi offende.
--Ha avuto rossore, non vel dissi? Per me la compatisco.... Svanito l'incanto, che l'aveva trascinata a seguire colui, si sarà pentita della colpa commessa. Suo marito era morto: pel desiderio di ricuperare la vostra stima, lo avrà accusato solo del male fatto insieme.
--Che uomo era? domandò l'ufficiale.
--Oh non saprei; mi sembrava un po' sciocco, inconseguente, leggiero; ma credo fosse onesto. La mia parente se ne teneva sicura.... Era guerriero nell'armata fiorentina.
--Meno male allora; avevo creduto peggio ancora.
E come colpito da una subita idea, aggiunse:
--Com'è che voi, Camilla, non mi avete mai detto nulla di questa sì strana avventura?
Tale domanda ella l'attendeva, e già era preparata a rispondere.
--Perchè per verità io non vi pensavo molto. Voi non mi diceste mai d'avere una sorella.... Come potevo io supporre che la giovane, da me veduta fuggire col suo amante quella notte, potesse interessarvi, essere a voi legata?... D'altronde, il ripeto, era già, scorso molto tempo quando vi conobbi.... Avevo quasi dimenticato quell'avventura.
Il naturale riservato di Camilla, la sua nessuna tendenza a ciarlare di cose indifferenti fecero che Federico trovasse plausibili tali ragioni.
--Se mi aveste parlato della signora Lorini, proseguì ella, questo nome, che avevo udito pronunziare da vostra sorella la notte della sua fuga, avrebbe risvegliate le mie memorie, mi avrebbe certamente condotta a narrarvi in qual congiuntura era già giunto al mio orecchio... Ma voi aveste sempre poca fiducia in me...
E guardò attentamente l'ufficiale, che non mostrò udirla.
--Non fu che a Bologna, riprese Camilla, il giorno in cui mi presentaste vostra sorella, che mi narraste della signora Lorini, delle vostre relazioni con essa, della collera risentita contro di lei; ma è inutile vi richiami tutto questo.
--E la vostra parente, quella che era con voi quella notte, esiste ancora?
Camilla provò un momento d'angoscia.
Tale interrogazione deriverrebbe mai da qualche dubbio?... Ma senza perdere secondo:
--È morta in Dalmazia, rispose, appena che io fui ritornata presso mio padre.
--Gli è che avrei voluto chiederle dettagli più esatti sul marito di mia sorella.
Camilla respirò; dunque egli non aveva dubitato.
--Perchè, proseguì Chiarofonte, colui fu davvero suo marito; ella mi mostrò in Bologna il suo atto di matrimonio, che portava la data dei giorni, in cui avevo udito fosse fuggita. È molto che le abbia tenuto la parola.
--Oh! non è strano; voleva ammogliarsi, lasciar la vita militare; aveva appena fatto una piccola eredità. Pel momento egli era innamoratissimo di vostra sorella; avrebbe chiesto la sua mano invece di fuggire con lei, se non avesse temuto un rifiuto per parte della signora che l'aveva in custodia.
--Il marito di Gabriella aveva fatto un'eredità dunque?... Infatti ella mi disse che poteva vivere senza bisogno d'ajuto....
--Vedo con piacere che andate calmandovi.
--Non so che fare; e se fosse stata sincera meco, forse le avrei perdonato, vedendola maritata.
--Perdonatele egualmente.
L'ufficiale la guardò, come se non la comprendesse bene.
--Vi sorprende che io dica questo? continuò Camilla; ma non è perchè la trovassi indegna d'ogni scusa, che vi sconsigliai dal recarvi da lei, ma perchè ero certa che, invece di farle piacere, la vostra visita l'avrebbe turbata. Dopo che io l'avevo riconosciuta, è naturale che si trovasse imbarazzata dinanzi a voi. Sono persuasa che, ove anche le avessi promesso il silenzio, ella non m'avrebbe creduto. Del resto, ora che vi ho detto tutto, agite come credete; e se volete andare egualmente da vostra sorella, partite pure.
Era più che arditezza, più che audacia aggiungere così; era temerità, ma naturale in Camilla, portata istintivamente a valersi di mezzi perigliosi ed arrischiati. Attendeva per altro la risposta di Federico in preda ad un'ansietà angosciosa.
--No, no; diss'egli alzandosi, non voglio cercare di lei, per ora almeno.
La bella dalmatina respirò, ma la sua soddisfazione non apparve.
--Mi rammento, disse l'ufficiale passeggiando, mi rammento ora diverse circostanze, che avrebbero dovuto farmi presentire la verità, e che trovai allora soltanto strane.... Il turbamento estremo di Gabriella nel vedervi, che io attribuii a timidezza; la sua agitazione, che sembrava contenere a fatica; il timore, ch'ella mostrava d'incontrare i vostri sguardi, benchè cercaste incoraggiarla....
--Infatti, interruppe Camilla, io le avevo detto dianzi che non l'avrei smentita in faccia vostra; ma, vel ripeto, sembrava poco disposta a credermi... Ella non mi conosceva... Via, non affliggetevi più oltre... È vostra sorella, capisco bene; ma infine, non viveste mai seco; grande intimità non l'aveste con lei....
--Sì; ma non ho altri parenti....
E l'ufficiale si tacque.
Camila voleva fare un'altra domanda, che molto le stava a cuore, ma non osava.
Federico la antivenì.
--Dunque, disse dopo qualche momento di silenzio, la signora Lorini non mancò di sorveglianza, poichè Gabriella temeva essere sorpresa da lei la notte della sua fuga.
--Così credo anch'io.
--Bisogna dire che con qualche pretesto Gabriella ed il suo amante l'avessero allontanata.
--Può essere.
--Mi dispiace dunque d'aver accusata a torto la signora Lorini e trascuratala.... Pure non so se andare a vederla.... Sarebbe mio dovere, ma mi converrebbe parlare di Gabriella, ed io non mi sento disposto a farlo, basta, rifletterò....
--Chi sa? forse vostra sorella l'avrà veduta quella signora dopo la morte dell'Alboni.
--È possibile; ed è possibile anche abbia narrato a lei quello che narrò a me. Così è inutile che vada dalla signora Lorini; non farei che inquietarmi....
Egli fece un gesto d'impazienza, ed andò a sedere in fondo alla sala in un vasto seggiolone.
Camilla credette bene non dir altro; temeva compromettere la sua vittoria.
Dopo qualche tempo di silenzio, Federico si alzò; cinse la spada, gettò sulle spalle un corto mantello alla spagnuola, prese il suo cappello a larghe falde, ornato di una lunga piuma bianca, e fece per escire.
--Partite già? domandò Camilla.
--Sì, devo trovarmi con alcuni amici.
--Addio, diss'ella, stendendogli la mano.
--Addio, rispos'egli ed escì.
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Per qualche instante Camilla rimase immobile, impensierita. Il suo sorriso era scomparso, una specie di terrore dava alle belle linee del suo volto alcun che di strano e di spaventoso.... Finalmente si scosse.
«Oh, mormorò, se un giorno Federico giungesse a scoprirmi, a saper tutto?... se ei mi sfuggisse?... Ma a che rabbrividire all'idea di un periglio lontano, e che io renderò impossibile?... Farò che Federico non interroghi mai Gabriella, che mai ella gli sveli il vero.... Basta, per lungo tempo ei non tenterà di rivederla, ed al primo cangiamento penserò al da farsi....»
Ad un tratto impallidendo, e con una specie di collera verso sè stessa:
«Ah! pensò, io agii troppo precipitosamente con colei!... quel rapimento fu davvero la più grande sciocchezza, che io commisi!... E sprecai tant'oro, quando un delitto facilmente poteva.... Ma il timore mi arrestò.... Gabriella non era sola.... È naturale che io profittassi di Alboni, il quale mi aveva giurato di nascondere per sempre sua moglie.... Sapeva che, non facendolo.... Basta; ora sarò più saggia, più cauta.... Eppure l'idea che io, riuscendo a sposar Federico, avrei avuta per cognata Gabriella, fidanzata a Marco Sabbia, l'unica persona forse al mondo, che mi conosce e sa il mio vero nome!... non importa.... Avrei potuto commoverlo quel giovane; non è molto fino, lo compresi; ne avrei ottenuta promessa di tacere in eterno ciò che di me sapeva.... Ma a che mi pento!... Guai se mi scoraggiassi!... Non fui fortunata sin qui?... Non ebbi amica la sorte?... Ebbene, ciò sarà ancora....»
Ed aggrottando le nerissime sopracciglia si alzò risolutamente, come per non lasciarsi prendere da dubbii, che avrebbero potuto scuotere il suo coraggio, se è coraggio commettere il male....
Camilla era decisa a persistere nella via fatale, intieramente decisa;... eppur nondimeno dava ancor maledizioni alla troppa fretta avuta nel fare sparir Gabriella!... Un segreto presentimento le diceva che quel rapimento, poichè secondo lei non era per nulla un delitto, le sarebbe eterna cagione di perigli; che in esso inciamperebbe ad ogni tratto, e sempre lo troverebbe innanzi a sè come un ostacolo.... E nuovamente s'adirava contro sè medesima, accusandosi di imprevidenza!...
Per tranquillizzarsi, pensava ai pericoli scongiurati con esso, e li bilanciava con quelli cagionatile, ma un genio a lei nemico le diceva ancora che i primi erano immaginari, e le sarebbe stato facile antivenirli, mentre i secondi erano più gravi assai. Non sapeva se quanto aveva raccontato a Federico bastasse per mascherarla eternamente agli occhi di lui!
Scacciava tutti quei timori con forza: li respingeva violentemente; ma a che vale la forza, a che giova la violenza contro il pensiero? questo nemico invisibile, che non è dato colpire, che penetra nel cuore con maggior crudeltà di una lama?...
Dal giorno, nel quale aveva veduto Gabriella in Bologna, Camilla era tormentata sovente da tali angosce; ma mai come in quella sera.... Esse si erano risvegliate al suono delle tante menzogne da lei dette all'ufficiale; con esso si risvegliavano tutte le memorie di un passato vizioso, tutti i rimorsi di una coscienza colpevole....
Gli avvenimenti principali della sua vita passavano in folla dinanzi a' suoi occhi, come agitati da un démone furioso, incaricato di farglieli intravedere per prepararla al castigo.
Di quegli avvenimenti, tutti strani, tutti di un tetro interesse, il rapimento di Gabriella le appariva come il più vicino, il più fatale....
Ah! ella avrebbe voluto strapparlo da quel fascio abbominevole!...
E soltanto perchè poteva venir conosciuto....
Perchè, quando aveva creduto Gabriella eternamente divisa da Federico, riguardata da lui come estinta, ella si era felicitata di averla senza esitanza colpita....
Una cosa andava chiedendosi:
«Non sarebbe più utile agire ancora con precipitazione?... Sbarazzarsi intieramente di colei?...»
Stette un istante perplessa.
«Ma no, mormorò quindi: non voglio più essere troppo audace.... Per ora ho riparato....»
E scacciando le paure, ella si tranquillizzava: poco a poco la calma le ritornava; chè alfine non doveva essere tanto impressionabile!... Ella, cresciuta all'ombra del male, nascosta per tanti anni insieme ai veleni, ella che si era trovata in mille congiunture terribili!...
Ottener dalla vita tutto quanto le fosse possibile, assaporare il piacere più a lungo che sapesse, ecco qual'era la sua meta; non ve n'era altra per lei!...
Era questa che le abbisognava ottenere arditamente, con ogni mezzo, fosse anco inferiore alla situazione, e minacciasse spezzarsi sotto un peso soverchio!...
Ed ella, capace di meditare freddamente un delitto, ma insieme ambiziosa, appassionata, furente, poteva dare pur troppo in uno di quei fili fatali!...
Camilla quella sera trovavasi in preda ad una di quelle esaltazioni malefiche, che danno agli sciagurati, i quali soli possono provarle, una ebbrezza vertiginosa, che dopo la sua disparizione lascia dietro a sè o una conversione, od una maggior dose di perversità, d'ipocrisia sfrontata!...
Ed era questa che doveva trovare Camilla; non era già una conversione, che poteva tentarla, poichè perdere il frutto del male operato era la sola cosa che l'angosciasse.
Passata quella specie di febbre, Camilla sentì come d'uopo di qualche distrazione.... Si era abituata a recitare una parte dinanzi agli altri, tanto abituata, che alle volte le sembrava identificarsi in essa. La sua esistenza era un eterno dramma, di cui paventava lo scioglimento; scioglimento, che in certi istanti avrebbe voluto intravedere audacemente: per timore d'intravedere il quale chiudeva gli occhi in certi altri.
Ma ella era forte!... Procedeva senza pensare che ogni giorno l'avvicinava alla fine del dramma, come ogni istante l'avvicina alla morte!...
Escì dalla sala, salì alla sua stanza da letto, si mise ad uno specchio, come se avesse bisogno di contemplare la sua immagine per non farsi orrore.
«Ah sì, mormorò, la mia bellezza mi gioverà!... Ed io, che per una sequela di veri miracoli, giunsi a sposar Federico, che so quanto egli ignora, otterrò forse lo scopo splendido che mi sono proposta!
«Devo aver fiducia nel mio astro, tanto più che saprò sempre rendermelo benigno....
«Sì, quello scopo, pel quale misi a tortura il mio cervello, lo otterrò; pel quale dovetti persino....»
Ed un tremito, involontario certamente, agitò le sue labbra corrette.
Ma ella finiva sempre per vincersi....
«Oh sì! io ho bisogno di lasciar questi luoghi, nei quali ad ogni istante sono costretta a tremare; lasciarli per lontani, ove assumerei un nome illustre, ove colla fortuna di Federico potrei colmare i vuoti della mia, che sprecai spensieratamente, e della quale non molto mi rimane!... E Gabriella nulla avrebbe diviso seco....
«Federico nulla sa: a lui nascosi sempre il vero stato delle cose; non seppe mai nemmeno quanto fossi ricca in passato.... Egli non pensa agli affari, ma tal noncuranza fu ventura per me!...
«Se potessi sapere che il fratello del cavaliere Dell'Isola fosse morto, io parlerei.... esorterei Federico a reclamare, perchè quel duca forse prima di morire potrebbe per rimorso aver distrutto quell'atto.... La madre di Federico lo credeva probabile....»
E Camilla riflettè per lungo tempo.
«Poi la famiglia potrebbe spegnersi: quel duca aveva soltanto un figlio maschio, non ammogliato ancora!... E se morisse senza eredi, il suo titolo, le sue immense ricchezze, tutto spetterebbe a Federico.... Ed io.... sì, io potrei divenire la duchessa Dell'Isola....»
Ed ella parve esaltarsi a tale idea! I suoi occhi scintillarono; certo ogni rimorso cessava....
«Ah sì! per conoscere lo stato presente della famiglia Dell'Isola farò ogni sacrificio; manderò qualche persona fidata in Sicilia, segretamente.... segretissimamente.... chè Federico non deve saper nulla.
«Se fosse meno delicato, meno altiero, io gli avrei svelato il segreto.... Ma lo conosco, mai reclamerebbe, se non vi fosse invitato dalla famiglia, o che le circostanze ve lo obbligassero!... Forse in un momento di sdegno contro i parenti, che scacciarono suo padre, distruggerebbe le prove.... Egli è così orgoglioso!...
«Oh! ma io non posso rinunciare a sì brillante sogno!...»
E Camilla si mise a passeggiare agitata per la stanza....
«Ah! disse quindi, se non amassi tanto Federico, non avrei pazientato sin qui!... Tale amore, sì appassionato, non mi permise seguir sempre la via, che mi ero tracciata!...»
XI.
Il conte di San Giorgio giungeva a Venezia una settimana dopo il suo colloquio con Gabriella.
Vi giungeva precisamente nel giorno, in cui quella città festeggiava con gran pompa l'arrivo di Enrico III, che dalla Polonia, ove appena aveva regnato tre mesi, passava per l'Italia, onde recarsi in Francia, dove era chiamato a succedere a Carlo IX suo fratello.
Tutti i sovrani della Penisola si proponevano riceverlo con magnificenza, sperando forse con quelle adulazioni renderselo amico.
I Veneziani furono i primi a tributargli onore, ed In quella occasione spiegarono la loro vantata ricchezza.
Per quanto il conte di San Giorgio fosse poco disposto a darsi pensiero del re di Francia, pure risolse, giacchè era a Venezia, di starvi fino alla fine delle feste, tanto più che esse gli fornirebbero occasione di vedere i principali guerrieri della repubblica, fors'anche Federico di Chiarofonte, od almeno saperne qualche cosa.
Egli era agitatissimo: non vedeva l'ora di avere nuovi schiarimenti. Durante il suo lungo viaggio, aveva provato tante emozioni diverse, che era stanco persino di pensare.
Alle volte chiedevasi se non avesse fatto un sogno, e se donna Livia lo avesse davvero sobbarcato a quella strana impresa.
L'errore del cavaliere Dell'Isola, la colpa del vecchio duca, l'ostinazione di don Francesco, pareva che Dio avesse destinato farle espiare anche a lui, e non in piccola parte.
Alle stravaganze di Gabriella il povero conte pensava meno che potesse, onde non impazzire affatto.
Se, riescendo finalmente, poteva veder soddisfatta la duchessa, certo era quello un guiderdone meritato.
Ma per quanto cercasse serbarsi sempre calmo, non lo poteva intieramente. Ed i clamori, che trovò nella festosa Venezia, non sapevano distrarlo.
Gli sembravano come l'eco rumoroso dei mille pensieri, che si urtavano nel suo cervello.
Per non essere riconosciuto da qualche cavaliere di Malta, mentre girava per Venezia, guardava con circospezione intorno a sè, ed era contento di poter confondersi in una folla immensa.
Il Senato veneziano aveva mandato Jacopo Foscarini, Giovanni Micheli ed altri con numeroso stuolo di nobili, ad incontrare Enrico III a Ponteba, villaggio di confine tra il territorio della repubblica e la Carniola.
Intanto erano già arrivati a Venezia, per prender parte al gran ricevimento ed ossequiare il re di Francia, i duchi Alfonso di Ferrara, Francesco di Mantova, Emmanuele Filiberto di Savoja ed il cardinale di San Sisto nipote del papa e suo legato speciale in quella circostanza.
Enrico, dopo essere stato festeggiato assai ad Udine, a Treviso, dovunque era passato, veniva ricevuto alle Malghere da sessanta senatori vestiti di porpora, poi finalmente arrivava per Murano in Venezia.
Qui il fracasso era grandissimo, la folla compatta, molte grida di giubilo, rumore immenso di cannoni, di tamburi, di trombe; un grande spettacolo insomma, a cui assisteva senza volerlo il conte di San Giorgio, che seguiva l'onda della gente assordato e confuso.
Il suo malumore, invece di dissiparsi, si accresceva con quell'allegria di tutti.
Il re di Francia sostò al palazzo dei Capelli; fu là che il doge Moncenigo andò a ritrovarlo; dopo di che Enrico salì sul Bucintoro ed andò a vedere la città, tenendo la via del Canal Grande.
Egli ammirava assai la magnificenza, la quantità dei palagi, la bellezza delle donne, il brio generale, ed il numero veramente straordinario delle persone, che erano salite persino sui tetti per veder lui; cosa di cui certo sentivasi lusingato; poi le molte e poderose navi da guerra, ornate a festa.
Infatti Venezia aveva quel giorno un aspetto unico. Gli storici assicurano che la gioja si leggeva in viso a tutti. Di sì gran gioja non si comprende davvero il motivo. Perchè mai difatti i Veneziani erano così felici di vedere ed accogliere Enrico III? ma probabilmente, allora come adesso, essi prendevano volentieri pretesto del passaggio dei sovrani per divertirsi, senza guardar tanto in là.
Il re ebbe alloggio nel palazzo di Alvise Foscari, palazzo che era quasi una reggia.
Trenta giovani patrizii furono posti a disposizione di Enrico, come oggetti di parata e di ossequio. Sul canale, alla presenza del re, vennero fatti i giuochi più graditi ai Veneziani.
Poi nella basilica ebbero luogo solenni funzioni, concerti sacri. A quelle funzioni il re di Francia assisteva col legato del pontefice alla destra, e circondato dai principi venuti a Venezia, dal Senato e dai nobili.
Vi furono altre cerimonie, che troppo lungo sarebbe richiamare partitamente, e durante le quali il re nominò senatore Jacopo Contarini.
Enrico visitò dopo l'arsenale, che gli destò gran meraviglia; gli si mostrarono le navi prese ai Turchi e le altre spoglie che si avevano dei Turchi stessi.
Il re passò otto giorni a Venezia, ove, a quanto dicesi, si divertì assai.