La Patria lontana

Part 9

Chapter 93,754 wordsPublic domain

Quando il professor Axerio giunse a casa, era già notte tarda; tutti i servitori s'eran coricati e soltanto la cameriera l'aspettava nel giardino. Egli la scorse seduta sulla soglia della porta nell'ombra delle palme e delle altre piante. E la rimbrottò, sì perchè l'aspettava nel giardino e non dentro, sì perchè gli altri servitori s'eran coricati. Egli aveva rancore contro di lei perchè era stata la prima ad annunziargli la sparizione della moglie e soprattutto perchè una volta era allegra e loquace e da quel giorno non aveva riso nè parlato più. Quando l'Axerio rincasava non poteva vederla senza sentirsi rimescolare il sangue, perchè gli pareva una muta accusatrice; pensava che essa forse aveva assistito alla partenza della moglie, e che forse la moglie le s'era confidata; pensava questo l'Axerio a vedere la donna e aveva rancore contro di lei e in quel rancore ogni volta che rincasava, si rinfocolavano il suo odio e il suo furore contro la moglie. Così fu e più forte anche quella notte. Rimbrottata la donna che non rispose, il professor Axerio andò nelle sue stanze, si mise una giacchetta più leggiera, si rinfrescò le mani e la faccia con acqua, s'accorse d'aver fame, chiamò la donna e le ordinò di preparargli un po' di cena. La donna andò in fretta, egli uscì a passeggiare nel giardino e poco dopo si mise a tavola. Mentre mangiava sbirciava di tanto in tanto la donna che stava immobile in un angolo voltando un po' la faccia verso una parete con quella speciale ostinazione che indica malanimo contro chi non si guarda. Osservandola il professor Axerio pensava alla moglie e dentro di sè provava un piacere nuovo perchè gli pareva di esser vicino finalmente a rivederla. Egli mangiando studiava i modi di giungere a questo per mezzo del Buondelmonti. Una sera, si ricordava, sull'«Atlantide» aveva avuto una discussione col Buondelmonti. A voce alta quella sera aveva lungamente sostenuto che ognuno doveva preparare in sè e negli altri col buon esempio l'avvento di una umanità migliore. Ognuno doveva domar le sue passioni per cooperare a rendere più piccola nelle future generazioni umane quella parte animalesca con cui l'uomo ha avuto origine. Ognuno doveva accrescere in sè il patrimonio dello spirito, della ragione, della bontà, dell'amore e della pietà; perchè dall'uomo presente sorgesse il solo superuomo che bisognava invocare, non quello di certa filosofia moderna ma il suo opposto, una sorta di superuomo angelico. E siccome il Buondelmonti aveva continuato a sorridere a capo basso sotto l'ombra della sua bella chioma, l'altro aveva continuato a gridare: — Preparate le vie del Signore, preparate le vie del Signore! — E aveva preso a celebrar tutte quelle istituzioni e tutti quei sodalizi contemporanei che secondo lui preparavano quelle vie, cioè l'avvento di una umanità migliore: molte istituzioni e sodalizi filantropici e altri d'altra natura, ma che gli parevano affini, per il femminismo, per il libero pensiero, per il vegetalismo, per l'arbitrato internazionale e la pace perpetua. Egli aveva gridato che faceva parte, com'era vero, di tutte quelle istituzioni e di tutti quei sodalizi. Ora mangiando se ne ricordava e andava pensando di cominciar così il suo discorso al Buondelmonti il giorno dopo: — Vengo a mostrarle non più a parole ma a fatti l'altezza delle mie dottrine alle quali ho conformato tutta la mia vita! Io sono stato sempre un paladino d'ogni genere di libertà, della libertà di coscienza, di quella della vita umana. Io non mi smentirò! Mia moglie s'è ripresa la sua libertà. Venga per sentirsi dichiarare che io non posso far altro che chinare il capo e per regolare di comune accordo il nostro avvenire. — Così avrebbe parlato al Buondelmonti e gli pareva la buona via per riuscire. Studiava, studiava i modi per riaver la moglie dinanzi a sè, foss'anche per pochi istanti. Egli non pensava più a ricondurla stabilmente sotto il tetto coniugale; ciò che ei voleva era ben poco, ma era tutto per lui: riaver la moglie dinanzi a sè gli occhi negli occhi, la donnetta sommessa che era fuggita via di soppiatto, riaverla dinanzi a sè e dirle qualcosa. Che cosa le avrebbe detto? Non sapeva, ma qualcosa da alleggerirsi il cuore per tutti quei giorni di supplizio.

Continuava a cenare masticando lentamente. Teneva i gomiti appuntati sulla tavola e ogni tanto si dava un'occhiata alle mani bianchissime e delicate che si stropicciava l'una con l'altra dinanzi alla barba. Sbirciò la cameriera e a un tratto gli parve da un moto delle labbra che avess'intenzione di parlare, ma quella volse altrove la faccia. Ripensò alla moglie e gli parve più di prima di essere vicino a rivederla. A un tratto la donna ruppe il silenzio e gli domandò con mal celata ostilità:

— Il signore può dirmi se la signora rimarrà assente ancora qualche tempo?

— Ancora — rispose il professor Axerio, finì in fretta di cenare, lasciò il salotto, tornò in camera, tornò nel giardino, riafferrato dalle immaginazioni criminali. Andava su e giù per il giardino e rivedeva se medesimo in atto di soffocare la moglie nello stesso loro letto, rivedeva attraverso le tenebre della notte il precipizio del Silvestre. Andava su e giù inchiodandosi col mento la barba sul petto, gli occhi atterrati dinanzi al suo passo, e il cuore gli balzava invocando la vendetta che da tanti giorni cercava. Ma ad un tratto il professor Axerio si scosse a quelle immaginazioni, perchè gli pareva d'esser vicino a riveder la moglie ed aveva paura di commettere il delitto che era punito dalla legge civile. La belva feroce che era in lui, invocava la vendetta, ma l'uomo ebbe paura di commettere un delitto che sarebbe stato scoperto, e si sforzò di scacciare le immaginazioni criminali.

Si coricò tardissimo e continuamente, mentr'era steso in letto, gli ritornavano per la mente ingombra quelle immaginazioni ed egli le scacciava, si dibatteva sotto le coltri, mandava gemiti e mugolii tra la barba rabbuffata, soffriva orribilmente, perchè gli pareva di dar ascolto a quelle immaginazioni e di perdersi. Poi si quietava e con un piacere che non aveva mai provato, pensava alla sua professione di medico e chirurgo. Vedeva se medesimo in atto di accostarsi alla moglie con una goccia di liquido sulla punta di un ago. Gli pareva d'esser in mezzo all'oceano. Vedeva quello che avrebbe potuto fare senza alcun suo rischio, gli pareva, un'altra notte in mezzo all'oceano. La moglie dormiva, egli s'accostava, la toccava appena ed essa sarebbe passata dal sonno alla morte.

La mattina, levatosi, invece di scrivere al Buondelmonti pensò di telegrafargli chiedendogli un colloquio per il giorno stesso e nelle ore pomeridiane ebbe la risposta affermativa. Il Buondelmonti l'attendeva all'albergo quella stessa sera.

Il professor Axerio si vestì per tempo accuratamente. Mentre stav'in piedi dinanzi alla toelette e si guardava nello specchio aggiustandosi qualcosa indosso, fra gli altri oggetti della sua persona sparsi sul tavolino davanti a sè vide la rivoltella che portava sempre adosso per difesa, da perfetto uomo civile e borghese il quale calcola e prevede tutto, anche l'aggressione da parte di qualcuno dei suoi simili, e s'approfitta di tutto ciò che la legge concede. Il professor Axerio aveva sì forte l'istinto della propria conservazione, stimava sì preziosa la sua propria esistenza che il portare la rivoltella era da lui considerato non come un diritto, ma come un dovere. Quella sera però gli parve una cosa nuova e gli fece un effetto che non gli aveva fatto mai. La prese in mano e tenendosela dinanzi alla barba la guardò a lungo domandandosi se anche quella sera doveva portarla con sè. Decise di sì perchè quella sera doveva veder soltanto il Buondelmonti e si sentiva forte abbastanza per resistere a quella tentazione, non correva affatto il rischio di servirsi dell'arma contro di lui, altrimenti avrebbe commesso un assassinio. Se la mise in tasca ed uscì.

Per la via aveva tutta la mente invasa dal pensiero di sua moglie e senza saper perchè riandava i lontani giorni in cui l'aveva conosciuta. Era nel primo tempo della sua carriera e incominciava a farsi largo nel pubblico, quando una volta da Roma dove abitava con la famiglia d'origine napoletana, era stato chiamato per un'operazione a Firenze e quivi in casa d'un amico medico aveva conosciuta la signorina Giovanna Prali, una giovinetta con un'aria ancora puerile, e gli era piaciuta fortemente. Di lì a poco tornato per un congresso a Firenze aveva rivista più volte la signorina Prali, aveva saputo che era molto ricca e invaghitosene con ardente desiderio l'aveva chiesta in moglie. Si ricordava del giorno che era andato in casa de' parenti per la conclusione. L'avevano fatto passare in un salotto e da una stanza attigua aveva sentito la voce della signorina Prali esclamare ripetutamente con un accento di meraviglia e d'allegria: — Quell'uomo, quell'uomo! — Poi era entrata la madre e dopo qualche momento lei stessa con gli occhi raggianti della stessa allegria e della stessa meraviglia che avevano risonato poco prima nella sua voce. Il professor Axerio si ricordava del giorno delle nozze e di quando la sera eran rimasti soli. Si ricordava d'averle ricoperto tutto il viso pallido e tremante con la sua barba. E riprovava la sensazione che aveva provata allora, quando poi aveva affondato e riaffondato la sua barba insaziabile nel petto di lei fragile come quello d'una bambina. E ora ne rivedeva i piccoli pugni che s'eran levati per discostarlo. Un momento essa gli aveva tirato la barba e gli aveva fatto un po' di male; egli s'era irritato e l'aveva vinta con brama e con ira. Poi i giorni seguenti tutte le volte che tornava di fuori, al solo vederla diventava tutt'ardore. Essa se ne stava seduta nel suo salotto o altrove e quando appariva lui, faceva gli occhi spauriti, ma lui dava in una risata, la prendeva sulle braccia come una bambina e la portava correndo nella loro camera. Ora il professor Axerio si ricordava di quei giorni, si ricordava di quanto aveva provato allora e tanto più si accendeva il suo odio contro la moglie. Giunse all'albergo dove alloggiava il Buondelmonti.

Alla porta avendo dimandato di lui gli fu risposto:

— Il signore l'attende.

E fu introdotto nel suo salotto.

Di lì a qualche momento un'altra porta che l'Axerio non aveva vista, s'aprì e comparve il Buondelmonti. Questi lo squadrò da capo a' piedi, non gli stese la mano e soltanto gli fece cenno di sedersi.

Sedutisi tutti e due, l'Axerio incominciò:

— Spero che Lei possa darmi qualche lume....

— Su che? — domandò il Buondelmonti e rimase a fissare l'Axerio chinandosi sulla vita e allungando la faccia verso di lui. Al contrario era manifesto che l'Axerio cercava le parole per continuare a fingere.

Riprese:

— Noi non avevamo avuta in Italia una lunga consuetudine d'amicizia, ma fra tutti gli italiani che sono qui, Lei è quello che conosco meglio.... abbiamo fatto il viaggio insieme.... Ho alta stima del suo ingegno e del suo carattere. Tutte queste cose Le spiegheranno perchè ho pensato di rivolgermi a Lei; molto più che Lei era anche buon amico della signora Axerio.

A quest'ultime parole il Buondelmonti si drizzò sulla vita e spinse il capo all'indietro. Allora l'Axerio disse:

— Lei sa dove si trova la signora Axerio?

Il Buondelmonti tacque un momento come consigliandosi tra sè e sè e poi rispose:

— Lo so.

E s'alzò in piedi.

Anche l'Axerio s'alzò in piedi e rimasero tutti e due muti l'uno di fronte all'altro. Il Buondelmonti fissava l'Axerio con aperta ostilità, la testa un po' in avanti. L'Axerio trovò ancora la forza di pensare che attraverso il suo nemico che ormai gli stava dinanzi in atto di sfida, bisognava raggiungere la moglie. Nello sforzo di padroneggiarsi gocciava sudore dalla fronte. Gli zigomi irti gli lustravano in mezzo al negrore della barba e de' capelli. Ogni tanto si passava il fazzoletto sulla fronte. Finalmente disse:

— Signor Buondelmonti, vuol portare alla signora Axerio il mio consiglio, la mia preghiera di ritornare sotto il tetto coniugale?

Il Buondelmonti non rispose subito. Continuava a fissare l'Axerio con la testa in avanti, nè un muscolo della faccia sotto l'ombra della chioma gli si moveva. Finalmente disse battendo forte le sillabe come per conficcarle nel cuore del nemico:

— Non posso fare ciò che Lei mi chiede.

— Oh!... Perchè? — disse l'Axerio e parve che mandasse un gemito.

E l'altro incalzando:

— Perchè in tutto quello che è accaduto, io approvo la signora.

— Oh! — gemette l'Axerio, si portò una mano agli occhi, la lasciò cader giù lungo la barba e parve che vacillasse come uomo che è colpito al cuore.

Pure trovò ancora la forza d'aggiungere:

— Lei conosce i miei principii morali; ne abbiamo parlato anche durante il viaggio. Ma Lei forse ignora fino a che punto sono la regola della mia vita. Se la persona che ha abbandonato il tetto coniugale senza lasciar traccia di sè, volesse venir ad un colloquio, saprebbe che io non desidero altro se non trovare di comune accordo la maniera più conveniente per riconoscerle definitivamente quella libertà che s'è ripresa da sè.

Ma il Buondelmonti vedeva dinanzi a sè soltanto l'uomo che aveva per violenza posseduta la donna amata. Accecato dall'ira gli s'accostò, gli buttò sulla faccia:

— Ciarlatano!

All'improvvisa ingiuria l'Axerio barcollò balbettando sillabe senza nesso. Ma l'altro l'incalzò, continuò:

— Inutile, altre parole. Quella persona scrisse l'ultima sua volontà, nè ha nulla da mutare. E ci son io a difenderla. Uomo per uomo.

Il professor Axerio si discostò un po', abbassò la testa e la barba come l'ariete che sta per dar di cozzo e fece l'atto di avventarsi, ma il Buondelmonti l'afferrò e lo trattenne per un braccio. Così per qualche momento rimasero i due uomini l'uno nella morsa dell'altro, senza muoversi. I loro petti quasi si toccavano, ma i loro occhi non si fissavano e guardavano basso. C'era fra loro la lotta per la ragione più feroce, la donna, ma qualcosa di più feroce ancora c'era fra loro. Tutte le discussioni simili a risse a stento represse che avevano fatte sull'«Atlantide», si rinfocolavano ora nel loro sangue. Tutto il disprezzo e tutto l'odio di razza che si avevan l'uno contro l'altro, ma che allora si eran dovuti tante volte ringoiare, ora stavano per poter prorompere. Per tutte le loro idee, per il sangue che avevan nelle vene, per tutto quello che avevan detto e fatto durante tutta la loro vita, erano nemici mortali l'uno dell'altro. Erano due uomini, di lotta entrambi, ma avversi, l'uno naturale e forte solo della sua forza, l'altro assuefatto a farsi armi d'ipocrisia di tutte le istituzioni della civiltà. Le due teste quasi si toccavano. Senza muover la sua nè liberare il braccio l'Axerio con l'accento che vuol lacerare il cuore del nemico, disse finalmente:

— Sei tu che mi tieni mia moglie.

L'altro rispose a bassa voce:

— Sono io.

— Voglio riaverla.

— No.

Allora i due uomini s'azzuffarono. A un tratto si riaprì la porta donde era comparso il Buondelmonti, dalla soglia partì un grido e Giovanna si precipitò nel salotto.

— Piero: — gridò Giovanna.

Allora il professor Axerio mandò un ruggito di vittoria e fulmineamente la rivoltella gli brillò nel pugno. Egli aveva afferrata l'occasione del delitto impunito, del delitto sancito dall'eroico borghese: dell'uccisione degli adulteri colti in flagrante. Mandò un altro ruggito e agitando spaventosamente la barba tese il braccio.

Il Buondelmonti vide, si gettò fra Giovanna e l'Axerio, fu colpito in pieno petto e stramazzò a terra.

Allora la donna s'abbandonò sull'uomo che essa amava chiamandolo per nome. L'Axerio le fu sopra e tirò. Essa ripeteva ancora:

— Piero!

L'Axerio tirò ancora, ancora, ancora, chino su di lei, con la barba nei suoi capelli. Ed essa ripetè ancora:

— Piero!

Finchè la sua voce s'estinse.

Il professor Axerio, mentre d'ogni parte dell'albergo accorrevan persone, fuggì per il corridoio con la rivoltella ancor fumante dinanzi alla barba ruggente:

— Mi tradivano! Mi tradivano!

VIII.

Piero uscì di pericolo soltanto dopo aver passato molti giorni tra la vita e la morte e lungamente dovè tener ancora il letto prima d'entrare in convalescenza. Intorno al suo capezzale nell'albergo vegliaron sempre gli amici italiani, Giorgio Tanno, il Berènga, Pasquale e Diego Mùrola e più di tutti il socialista Giacomo Rummo. Questi, al primo annunzio dell'accaduto, era stato preso di subita pietà per il Buondelmonti, era accorso e non aveva più, si può dire, lasciato l'albergo. La tragedia d'amore e di sangue aveva levato gran rumore e profondamente commossi gli animi nella città; le fantasie e i giornali s'eran per giorni e giorni disfrenati sul terribile romanzo degli amanti italiani, incominciato, dicevano, sull'oceano e terminato in America dalla morte. Gran gente aveva seguito i funerali di Giovanna e molte delicate e appassionate brasiliane, di quelle che l'avevano conosciuta quand'era viva e sì bella, e altre che avevan sentito parlar di lei soltanto dopo che era morta, avevan mandato cumuli di fiori per la sua salma. E tutti i giorni giungevan fiori all'albergo per Piero Buondelmonti; innumerevoli persone, ignoti della colonia italiana e i più ragguardevoli cittadini di Rio de Janeiro, letterati, artisti, uomini pubblici, venivano per notizie e far visita. Chi li accoglieva nel salotto attiguo alla camera dove Piero giaceva, era di solito Giacomo Rummo, e lo stesso prendeva i fiori e ne adornava le stanze. Perchè quell'uomo politico in esilio, aveva nel fondo del cuore un bisogno d'affetti non mai soddisfatto. Egli s'era volto al socialismo sin dai banchi della scuola quand'aveva quattordici anni, forse per una istintiva reazione contro la propria famiglia, perchè egli era figliuolo d'un prefetto del regno d'Italia; a diciassett'anni era già un socialista militante, e furiosamente militante, nei circoli e nei comizi; dai diciotto ai venticinque anni aveva perduto il padre e la madre ed era rimasto solo al mondo e con appena di che vivere; verso i trent'anni poi s'era innamorato senz'essere corrisposto e avrebbe sofferto molto di quell'amore, se non fosse stato portato via dalle furie del partito. Il ricordo di quell'amore era rimasto dentro di lui lontano lontano, come in una parte del suo essere dove il suo pensiero scendeva solo di rado e alla sfuggita. Giacomo Rummo aveva varcati i trent'anni solo, senza compagnia di donna, ridotto a puro uomo politico e socialista militante, uomo di caffè e di circolo, di comizio e di strada. Ma talvolta in fondo alla sua acrimonia sentiva qualcosa di più amaro della sua acrimonia stessa ed era una pena di rimpianto per ciò che non aveva mai posseduto. Giacomo Rummo era un propagandista socialista ed anche uno scrittore, uno scrittore altrettanto rozzo quanto sostanzioso, ingombro di neologismi sgradevoli; ma amava e coltivava la musica. La musica era per lui tutto ciò che il mondo non gli aveva dato, nè egli aveva voluto. Ed ora al capezzale dell'uomo che una volta egli aveva respinto come amico, Giacomo Rummo incominciò a provare quello che gli ispirava la musica, quando dopo aver una sera ascoltata un'opera, andava nei giorni seguenti ripensandoci e riaccennandosela fra sè e sè e dentro nel cuore si sentiva nascere tanta dolcezza e tanta delicatezza. Così s'ingentiliva ora facendo l'infermiere. Nessuno sapeva disporre i fiori meglio di lui, nè ricevere i visitatori, e nessuno metteva più riguardo nel parlar sotto voce e camminare sulla punta de' piedi; nessuno prendeva gli ordini da' medici con più diligenza. Così s'affezionò al Buondelmonti più che a un fratello e gli altri amici si meravigliavano del suo mutamento. Conoscevano il suo gesto rotto e la sua voce stridula di propagandista, la faccia senza riso, dalle labbra secche e taglienti, dalla barbetta rigida e puntuta come un cono metallico, ed ora lo vedevano passar da una stanza all'altra senza levar un alito di rumore, così assorto nel suo ufficio amoroso che pareva contento; e poi lo vedevano inchinarsi sul volto del giacente e studiarne il respiro trattenendo il suo respiro.

Il giorno che Piero potè aprire gli occhi ed esprimere un sentimento, nel vedere accanto al letto fra gli altri amici il Rummo gli si illuminò il viso di meraviglia e di gioia e la sua mano dissanguata fece l'atto di cercare quella di lui. Il Rummo appoggiò leggermente la palma sulla mano di Piero e gli sorrise. Qualche giorno dopo, Piero rimase solo con uno dei fratelli Mùrola e sforzandosi di parlare gli domandò del Rummo, e il Mùrola gli raccontò che era stato uno dei primi ad accorrere ed era uno dei più assidui e bravi nell'assisterlo, che l'aveva vegliato anche tre notti di seguito e spesso aveva l'aria di voler escludere di camera tutti gli altri per restarvi soltanto lui. Piero con la testa resupina sui guanciali, cereo nell'ombra della sua chioma castagna, sorrideva come uno che è consolato.

Quando poi tornò padrone della sua vita, Piero stava con tutti volentieri e a tutti era grato delle cure che avevano avuto ed avevano per lui, ma provava una contentezza speciale quando il Rummo restava solo in sua compagnia. Allora questi leggeva qualche libro o i giornali e se leggendo s'imbatteva in un passo che altrove gli avrebbe strappato dall'anima il grido della protesta socialista, sorvolava o cercava con un'osservazione di mettere in luce qualcosa che in proposito ci poteva essere di concorde nelle loro dottrine che erano così in disaccordo. Ei si ricordava di quando torceva il viso dallo scrittore arrivato d'Italia, come aveva fatto al pranzo del Berènga, all'«Operaio Italiano», altrove, e di quando aveva cessato di salutarlo per ostinata acrimonia di parte incontrandolo per la via. Si ricordava ed il suo cuore diventava più delicato verso il suo nuovo amico.

Giacomo Rummo e gli altri, quando Piero fu entrato in convalescenza e incominciò a essere in grado di lasciar l'albergo, si concertarono per trovargli una villa sui colli di Rio de Janeiro dove quegli potesse andar a rimettersi in forze prima di riprendere il mare per tornar in patria. Si radunarono una sera in casa del Berènga e discussero a lungo. Il Berènga avrebbe offerta volentieri la sua stessa villa di Santa Teresa, ma non si poteva condurre Piero su quel colle dove aveva abitato Giovanna. Si decisero finalmente per la Tijuca ricca d'ombre e di sole, elegante e selvaggia, a giusta distanza dalla città.

Il giorno dopo lo stesso Berènga, uomo dell'arte, e Giacomo Rummo vollero andare a scegliere la villa e trovatala come la volevano, semplice e tutta cinta di fiori e all'ombra d'una foresta, di lì a poche sere vi ritornarono con gli altri e con Quirino Honorio do Amaral e ne adornarono di fiori le stanze, facendo questo non soltanto per amicizia verso Piero, ma anche per devozione verso la patria, perchè Piero era l'ultimo compaesano giunto di laggiù. La mattina dopo, tutti quanti insieme in automobile lo condussero alla Tijuca.