Part 6
Il Buondelmonti uscì con gli altri, lasciò che andassero avanti senza salutar nessuno e rimase solo nell'oscurità della notte per vedere quando il Porrèna sarebbe venuto via dalla villa degli Axerio. Vedeva attraverso i fiori e le piante del giardino una finestra aperta, con un lume dentro, e la porta chiusa, e aspettava che questa si aprisse d'attimo in attimo. Il sangue ferocissimo gli martellava alle tempie, di tanto in tanto un'immagine, l'immagine del Berènga che assaliva il nemico, gli passava dinanzi agli occhi nel barlume della coscienza. Ei rimaneva sotto l'ombra del monte sovrastante nell'oscurità, abbaiavano cani per il colle, accanto si levava il tronco d'una palma, ei teneva gli occhi fissi alla finestra col lume e alla porta. Di là da quella finestra gli pareva di veder Giovanna e il Porrèna continuare a ridere di lui. Quanto sarebbero stati lì? Tutta la notte? Aspettò a lungo. Poi la porta si aprì e apparve il Porrèna nel giardino, ma lo seguivano l'Axerio e Giovanna, e rimasero a lungo a parlare ancora tra le piante e di tanto in tanto ridevano. Era manifesto: parlavano e ridevano di lui. Parlarono, parlarono a lungo, e di tanto in tanto a Piero, quando i cani non abbaiavano, pareva di sentire il loro riso, soprattutto quello di Giovanna. Finalmente il Porrèna apparve di qua dal cancello, ma Giovanna lo seguì ancora e gli parlò ancora, e poi alla luce che veniva dalla finestra e dalla porta, Piero la vide stendergli la mano e reggendosi con l'altra al cancello abbandonarsi verso di lui con tutta la persona. La sentì augurargli la buona notte e aggiungere distintamente:
— A domani.
Un attimo di silenzio, e un riso squillante ferì l'orecchio di Piero.
Ma questi per un moto istintivo di vergogna, quando il Porrèna gli passò dinanzi, si ritrasse dietro il tronco della palma, per l'istinto dell'uomo incapace d'assalir dall'ombra. L'immagine del Berènga gli riattraversò la mente, del Berènga che assaliva, per ben altro amore, ed ebbe vergogna dello stato in cui si trovava.
Pure, il giorno dopo andava per Rio de Janeiro e pensava a Giovanna e al Porrèna: pensava che si sarebbero rivisti quel giorno stesso e forse erano già insieme in quello stesso momento. E il Porrèna gli passava e ripassava nell'immaginazione come se l'era visto passar dinanzi la notte, alto e sottile, un po' curvo sulla vita, da afferrare e da troncare. Si diceva dentro di sè: — Perchè non l'ho fatto? — Si pentiva di non averlo fatto e ne provava rimorso.
A un tratto gli parve di scorgerli lontano nella via: camminavan lesti; accelerò il passo: eran pur Giovanna e il Porrèna; quel signore alto, sottile e un po' curvo era il Porrèna e la signora che gli camminava al fianco, era Giovanna. In fondo alla via, prima che Piero avesse potuto raggiungerli, svoltarono a destra, e quando Piero fu lì, non vide più nessuno lungo la via che avevan preso: soltanto una carrozza che s'allontanava.
Piero era certo che eran Giovanna e il Porrèna, ma al primo passante che vide, domandò dove si trovava l'Albergo degli Stranieri e dalla prima vettura che incontrò, vi si fece portare. Il Porrèna era fuori; e allora Piero non ebbe più dubbio: quegli e la donna che egli amava, scarrozzavano insieme per la città, se non erano scomparsi in una casa della via dov'avevano svoltato.
Piero andò per la città, andò sulla riva del mare, e non vedeva più il mare e non vedeva più la gente che gli passava accanto; andò per più ore così, finchè repentinamente si diresse verso Santa Teresa.
Giunto alla villa degli Axerio, domandò se la signora era in casa, e avendogli la cameriera risposto di sì, che era rientrata da poco, si fece annunziare; la cameriera tornò e l'introdusse nel salotto dove qualche momento dopo comparve anche Giovanna. Ma costei appena fu sulla soglia, inarcò le ciglia e s'arrestò, tanto il Buondelmonti aveva la faccia sconvolta da quello che provava il suo animo. Egli s'avanzò a capo basso, guardando a terra con l'occhio iniettato di nero sangue, e disse:
— Voglio sapere che c'è di mutato tra Lei e me.
Giovanna contrasse l'arco delle ciglia e la collera s'impossessò anche di lei.
— Se un altr'uomo — rispose — mi si fosse presentato in cotesto modo, avrei creduto che fosse impazzito! Ma Lei so la risposta che vuole.
Anche Giovanna era irriconoscibile; il Buondelmonti s'avanzò verso di lei; essa gli stette a fronte con gli occhi che mandavan fiamme; il Buondelmonti disse:
— La risposta me l'ha già data da un pezzo e anche oggi.
— Oggi? — domandò Giovanna.
— Sì, qualcun altro ha preso il mio posto.
— Ah! — gridò soffocatamente Giovanna, e rimasero tutti e due in silenzio.
Essa pensò che era stata per la città insieme con Filippo, e riprese:
— Infatti qualcun altro ha preso il posto sul quale Lei contava venendo a Rio de Janeiro. Qualcun altro è il mio amante.
Giovanna vide il Buondelmonti slanciarsi avanti, arrestarsi facendo una mostruosa violenza a se stesso, sì mostruosa che essa fu presa dalla paura di ciò che poteva succedere. In quello stesso punto sentì entrare in casa il marito, lo chiamò e prima che quegli si fosse accorto della presenza del Buondelmonti, gli disse:
— Grazie d'averci fatto aspettare inutilmente! T'abbiamo aspettato tre quarti d'ora col signor Porrèna.
L'Axerio rispose alla moglie con sdegno:
— La professione avanti tutto, mia cara.
Vide il Buondelmonti, mutò d'aspetto, lo salutò e si ritirò.
Il Buondelmonti era rimasto umiliato, ma Giovanna aveva dovuto dare una spiegazione. Essa si frenò ancora, ma sentì che non poteva nemmeno sostenere la vista di lui, e perciò gli disse:
— Quello che è stato detto, sia per non detto. Se Lei resta ancora a Rio de Janeiro, dovremo rivederci. Lei verrà ancora in questa casa. La signora Axerio riceverà sempre un amico del professor Axerio. Ma l'amicizia che c'è stata fra noi, La prego di considerarla come morta e per sempre.
Passarono molti giorni e Piero e Giovanna non si videro più e non seppero più nulla l'un dell'altro: finchè una sera Piero rincasando trovò due lettere, una dell'«Operaio Italiano» e un'altra del professor Axerio. L'«Operaio Italiano» dava una festa e invitava il decoro delle patrie lettere Piero Buondelmonti; il professor Axerio scriveva al caro amico per raccomandargli di non mancare a quella medesima festa, perchè veniva data per uno scopo nobilissimo: per celebrare il rappacificamento fra due valorosi connazionali, due colleghi che egli medesimo, il professor Axerio, era riuscito a indurre con inauditi sforzi a stringersi la mano mettendo fine a un'inimicizia che per dieci anni aveva fatto lo scandalo, il dolore e il danno di tutti gl'italiani a Rio de Janeiro. Così scriveva l'Axerio ed era vero: egli aveva sudato quattro cotte per quel rappacificamento de' due colleghi, perchè capiva che sarebbe stato un bel colpo per impiantar subito il suo prestigio di gran procacciante nella colonia. I due medici eran veramente nemici da dieci anni d'una inimicizia d'odio mortale per rivalità di professione e dividevano gli animi. Perciò fatta stringer loro la mano, l'Axerio stesso aveva proposto una gran festa nella sede dell'«Operaio Italiano», e perchè riuscisse più solenne aveva voluto che gli inviti non fossero ristretti solo agl'italiani, ma si mandassero anche ai brasiliani ed alle più ragguardevoli personalità, com'ei diceva, delle altre colonie, francesi, inglesi, tedesche, e così la sua intenzione era di preparare a se medesimo un trionfo internazionale. E aveva scritto in particolare al Buondelmonti perchè a questo trionfo fosse presente, perchè la colonia lo aveva in considerazione ed egli medesimo per conseguenza ne faceva più conto che in Italia; e poi non aveva mai potuto dimenticare di quando sull'«Atlantide» era stato costretto ad additarlo al Berènga che aveva detto: — Ci dev'essere a bordo un altro valoroso nostro compaesano! — Non aveva mai potuto dimenticare di avergli dovuto cedere una parte degli onori e glie n'era restato sempre il rammarico e il desiderio di mostrargli alla prima occasione la sua incontrastabile superiorità. Il giorno della festa andando all'«Operaio Italiano» camminava per la via accanto alla moglie con la barba gonfia e gongolante e vi giunse poco prima de' due nemici rappacificati. I quali nella sala maggiore del sodalizio rinnovarono gli abbracciamenti e uno era piccolissimo di statura e l'altro grandissimo. E poi, capaci d'abbracciarsi ma non di parlarsi, si separarono subito e andarono il piccolo con questi e il grande con quelli e di tanto in tanto da un capo della sala all'altro e attraverso i capannelli degl'invitati si lanciavano, quando potevano, occhiate cariche della loro inimicizia di dieci anni, e il piccolo aveva l'occhio anche più feroce. In quel mentre, il segretario stesso del sodalizio, Giacomo Rummo, spiegava al professor Axerio perchè nella colonia si esercitavano tanto le discordie e con il suo acume solito faceva osservare che le colonie eran piccole comunità a sè, fra altre comunità, dove le fortune degli «homines novi» si trovavano in vista e di fronte le une alle altre più che nella madrepatria e quindi più si osteggiavano. E poi erano appunto «homines novi» con un che di barbarico ancor fresco; e poi non avendo nel paese d'immigrazione i diritti politici eran ridotti allo stato di puri individui, «homines novi oeconomici», e quindi quelli spiriti pugnaci che nella madrepatria, per lo meno in parte, si sarebbero sfogati nelle lotte dei partiti, nella colonia eran costretti a sfogarsi tutti quanti nelle competizioni da persona a persona e intorno ai sodalizi. Il Rummo teneva appuntato verso il petto del professor Axerio il piccolo cono rossigno della sua barbetta e gli parlava con le sue labbra secche e stirate godendo nel suo cuore ciò che per lui era tutto a questo mondo, il buon cibo, la buona bevanda e la sua parte d'amore; godendo il piacere di fare una esposizione di genere politico, perchè il Rummo era nato politico come l'Axerio era nato borghese. Ma questi ora guardava sopra la testa del Rummo verso il centro della sala e la sua barba ignara della barbetta espositrice si allungava nella direzione dello sguardo. Afferrò soltanto poche parole e ad un certo punto esclamò per tagliar corto:
— Via via! Simili argomenti sono inopportuni. Da oggi non ci saranno più discordie nella colonia.
Disse questo come quando diceva che non ci sarebbero state più guerre fra le nazioni. Il Rummo abbassò il cono rossigno, serrò le labbra secche e stirate, e come se fosse stato lo stesso Buondelmonti nelle discussioni sull'«Atlantide», disse dentro di sè per il professor Axerio:
— Imbecille!
E aggiunse:
— Bel regalo ci ha fatto la patria! Il riformatore borghese e quest'imbecille!
Ma già il professor Axerio parlava con un altro.
In quel momento Filippo Porrèna camminando alla sua maniera un po' curvo e facendo musetto in aria come se braccasse il comico, s'avvicinò all'Axerio il quale gli disse:
— Oh, caro signor Porrèna!
E s'allontanò, perchè qualcuno il giorno innanzi gli aveva detto che in Rio il giovane aveva cattivo nome per i suoi costumi scioperati e nelle case serie non era ricevuto.
Allora appunto fu visto Piero Buondelmonti entrare nella sala maggiore e molti gli andaron subito incontro, ma quando furono dinanzi a lui ammutirono perchè pareva uscito dalla tomba. Egli mise un braccio intorno alla spalla del Tanno e se lo portò al petto abbozzando un sorriso con i suoi occhi che parevano lacerati.
Poco dopo, Piero seguìto da' suoi amici e Giovanna in mezzo ad altre signore si rividero. Piero tremò e vacillò e una repentina trasfigurazione avvenne sulla faccia di Giovanna. Gli andò incontro e gli stese la mano, ed era anch'essa bianca bianca come se non avesse più una stilla di sangue addosso. E di nuovo gli fu accanto e gli disse sotto voce:
— Facciamo pace anche noi.
E pareva non potesse parlare dalla commozione. E di nuovo:
— Ho un gran torto verso di Lei....
Ma Piero fece l'atto di metterle una mano sulla bocca, e la sua faccia raggiava di gioia.
Anche Giovanna amava. Sino dal momento in cui Piero aveva lasciato il suo salotto senza che essa gli stendesse la mano, le era caduta la benda dagli occhi, il rancore dall'anima, e s'era ritrovata col suo amore nato sull'«Atlantide». S'era ritrovata in ogni parte della sua anima l'uomo del quale non aveva potuto sostenere la vista e che aveva allontanato da sè per sempre. Essa amava e diceva: — Che ho fatto! — E tutto il male che sino a quel momento aveva pensato di lui, era sparito e una sola cosa era rimasta: egli amava. E Giovanna diceva: — Che ho fatto di lui? — E nutriva il suo amore dei pensieri più appassionanti, de' pensieri di pietà per l'uomo che essa amava. — Che ho fatto, che ho fatto di lui? — E nutriva il suo amore del suo rimorso. Giovanna lo rivedeva andarsene umiliato ed essa lo aveva umiliato e non gli aveva steso la mano; egli soffriva chi sa quanto, lontano da lei, perchè lei gli aveva detto: — Morta per sempre! — E perciò il rimorso non le dava requie. Colpevole e pazza si chiamava e avrebbe voluto rivederlo e non osava scrivergli. Ma voleva almeno saper qualcosa di lui e domandava al marito ogni sera:
— Chi hai visto oggi?
E insisteva:
— Ma d'italiani?
Il marito non aveva mai rivisto Piero Buondelmonti, nè altri lo avevano più visto. Essa domandava lo stesso a Bruna, senza fare il nome di lui; la sera andava spesso col marito da Lorenzo Berènga e dentro di sè cercava il modo di domandare lo stesso anche a lui. Ma nessuno aveva più visto Piero Buondelmonti. Sicchè essa cominciò ad aver paura che fosse partito e se lo immaginava in viaggio di ritorno per l'Italia e si ricordava dell'altro viaggio che avevan fatto insieme come d'una felicità perduta, morta per sempre. Perchè non ne aveva goduto di più di quella felicità? Perchè non vi s'era abbandonata? Perchè quella notte non gli aveva risposto: — A Rio de Janeiro, sì, sarò tua, prendimi ora fra le tue braccia? — Per tutto un giorno portò dentro di sè quel ricordo; per tutto un giorno pensò di essere fra le sue braccia, sentì dentro di sè la donna nuova e il nuovo amore di cui aveva avuto il primo indizio con spavento quella notte all'improvviso. Andò tutto il giorno per la casa e per il giardino fuori di sè, a capo basso, mettendo le mani sugli oggetti, rompendo le foglie delle piante senza accorgersene. A un tratto un animo le disse: — Scendi in città: lo rivedrai. — Come se volasse al convegno, si vestì in fretta e furia, certa che l'animo non l'ingannava, scese in città, tornò tardi e la notte non fece altro che piangere, perchè non avendolo rivisto le pareva come se fosse morto. Tanto che il marito essendo fuori il giorno dopo per le sue faccende e accadutogli di ripensare a lei si domandò dentro di sè: — Che ha quella donna? Bisogna le parli. — E poi se ne dimenticò occupato d'altro. Finchè Giovanna una volta rivide Piero in lontananza e ci mancò poco non le uscisse il cuore dal petto. Avrebbe voluto sparire sotto terra e il cuore le usciva fuori del petto dalla gioia. Dopo però, i giorni seguenti, un animo cominciò a dirle: — E tu credi che ti ami ancora? Tu credi che ti basterà di rivederlo e di chiedergli perdono perchè ritorni quello di prima? Ma ti odia e ti disprezza! Peggio! A quest'ora s'è dimenticato di te! L'hai voluto! Tu sei veramente morta per lui! — E non riusciva dentro di sè a veder quell'uomo tornare a sorriderle ancora e mostrarle ancora un segno d'amore.
Un giorno il marito disse a Giovanna:
— Ho scritto anche al Buondelmonti perchè non manchi alla festa dell'«Operaio Italiano».
Alle quali parole Giovanna provò quello che pochi giorni prima aveva provato rivedendolo per Rio de Janeiro: avrebbe voluto sparire sotto terra per paura di ripresentarsi dinanzi a lui. E per la via mentre col marito andava all'«Operaio Italiano», Giovanna diceva a Piero nel suo cuore tremante:
— Oh se tu fossi come me, una povera creatura che sbaglia e perdona!
E con quanto era in lei di più umile e di più femminile, con quanto le era rimasto ancora dell'infanzia, Giovanna si componeva dentro di sè un Piero a sua immagine e somiglianza, un Piero con qualcosa di fanciullo e capace di sbagliare e di perdonare. E dentro di sè lo adorava con immensa tenerezza. Ma si avvicinava alla sede dell'«Operaio Italiano» e stava per comparire alla presenza di lui e non si sentiva più una stilla di sangue nelle vene. Perchè quella volta per Rio de Janeiro non aveva potuto rivedere il suo volto?
Lo rivide e conobbe quanto egli aveva sofferto per lei.
Quasi tutti se n'erano andati dall'«Operaio Italiano». I due nemici rappacificati uscirono con altri e quando furono sulla porta, il piccolo, quegli che aveva gli occhi più feroci, fece l'atto d'alzar le corte braccia per riabbracciare il grande, ma questi non fu dello stesso avviso, sicchè si separarono stringendosi soltanto la mano, nè dalle loro gole riuscì a passare una parola articolata. Il Porrèna sulla porta continuava a sorridere della cerimonia che s'era compiuta e de' due che s'allontanavano, l'uno troppo grande e l'altro troppo piccolo; finchè sempre sorridendo disse a Piero:
— Noi oggi riconciliando quelle due stature diverse abbiamo ben meritato della concordia nazionale. Lei dev'esserne contento.
Ma Piero, preda ormai dell'incanto d'amore, aveva tanta gioia accanto a Giovanna che non lo sentì nè lo vide.
Intanto il professor Axerio continuava a stringer mani ripetendo per coronare la sua opera e darsi lode:
— Speriamo che sia oggi l'inizio d'una pace duratura e feconda per la colonia.
E quando fu al Porrèna, sapendo che le persone serie non lo frequentavano, gli disse con ostentata freddezza:
— Addio, signor Porrèna.
E si mosse per andarsene.
Giovanna ripetendo come un'eco le parole del marito disse senza pensare a chi si rivolgeva:
— Addio, signor Porrèna.
Il Porrèna ingoiò il suo sorriso.
Piero neppur ora lo vide. Ma quegli aveva notato che Giovanna s'era mutata un'altra volta, e si rodeva.
Poi Giovanna disse a Piero:
— Perchè non sale con noi a Santa Teresa? Quello che c'è c'è. Non la faremo morir di fame.
Piero disse di sì e s'incamminarono avanti, mentre l'Axerio li seguiva con pochi amici. E a tutti e due pareva d'essere resuscitati.
In tranvai, mentre salivano, Giovanna sentendo un gran bisogno d'esser perdonata da Piero tornò a dirgli:
— Le racconterò tutto tutto, e Lei deve perdonarmi.
Ma Piero non trovava parole che potessero saziare la sua gioia. Disse:
— Guardi.
E allora nell'atto stesso ch'ei la mostrò alla donna amata, la città gli apparve per la prima volta nella sua bellezza. Le mostrò il mare che si scopriva via via che salivano, e le isole e gli archi lontani delle montagne e le palme gigantesche che erano da per tutto, si slanciavano dalle bassure, toccavano il cielo da tutte le cime.
Giovanna seguiva i cenni dell'uomo amato e aveva l'anima negli occhi. Tutte le cose belle nascevano allora sotto i loro occhi. Piero ripeteva:
— Guardi!
Giovanna ripeteva un solo monosillabo:
— Sì!
E avevano tutta l'anima negli occhi, e i loro occhi non bastavano per vedere le cose belle che nascevano intorno. Piero e Giovanna vedevano e non vedevano, perchè la gioia d'amore era in essi come una musica che animava e confondeva le loro visioni.
A un tratto Giovanna, con la dolcezza della donna che manca per amore, sospirò il nome della città che aveva la stessa dolcezza:
— Rio de Janeiro!
E Piero si ricordò e tremando disse il nome di lei:
— Giovanna!
V.
Lorenzo Berènga andava avanti e lo seguivano gli Axerio, il Buondelmonti, qualche altro italiano e i brasiliani Quirino Honorio do Amaral e Gonçalo da Paiva, un redattore del «Giornale del Congresso», con un lungo capo calvo sino alla cuticagna e due occhietti vispi così neri e vivi che parevano perforargli l'osso polito del cranio. Il Berènga camminava un po' curvo alla maniera de' campagnuoli e mostrava l'opera sua con franca compiacenza com'è proprio degli uomini che son venuti su dal nulla e non hanno avuto tempo d'imparare la virtù cittadina della falsa modestia. Egli mostrava l'edifizio di stanza in stanza e passando dava un'occhiata agli operai che c'erano ancora, chi a mettere gli affissi, chi a rifinire i pavimenti e chi a dipingere; si soffermava or dinanzi agli uni or dinanzi agli altri, prendeva notizie e impartiva ordini. E le sue parole eran secche e soldatesche, con un che di cordialità sotto la durezza.
Piero disse a Giovanna:
— Guardi le sue mani.
Giovanna guardò il Berènga nel momento che questi per insegnare ad un operaio che cosa doveva fare, andava con l'unghia del pollice tirando linee su e giù sopra un affisso. La sua mano portava la testimonianza delle due vite, era operaia e signorile, formidabile e bellissima: larga, quadrata, massiccia d'ossa, travagliata di muscoli, coperta d'aspro vello, bruna sul dorso e bianca la palma, come quella dei negri, tenuta con cura e linda.
I visitatori salirono dal primo al secondo e poi agli altri piani finchè riuscirono sulla cupola del palazzo dalla quale videro Rio de Janeiro su tutte le colline e tutte le isole. Quirino Honorio do Amaral vibrando gli orecchi verso il cielo, impetuosamente nominò a Piero e a Giovanna le colline, le isole e le spiagge. Ecco il Morro do Castello ed ecco il Morro da Gloria e Sant'Anna, Santa Teresa, e sopra Santa Teresa il Corcovado e poi le foreste della Tijuca e il Morro do Pinto e il Morro da Conceiçâo, e distese di case di colori crudi e il cupo della vegetazione e la terra nuda del color del sangue e giardini e ville. Ed ecco la Serra degli Organi col Dito di Dio. Ecco la spiaggia bassa d'Icarahy dov'è la città di Nicteroy ed ecco le isole Das Enxadas, Das Cobras, Do Vianna e la leggiadrissima isola Fiscal e l'isola del Buon Viaggio che s'alza in forma di mammella verso l'imboccatura del porto. Ed ecco a guardia dell'imboccatura l'erto Pan di Zucchero e di contro il Morro do Picco. Quirino e Gonçalo accennavano via via che nominavano; Quirino dava tutta l'anima sua con la sua parola e anche Gonçalo aveva il cuore gonfio di contentezza e gli occhietti più vivi gli perforavano di più il cranio polito, perchè la loro città era bella. E intanto il Berènga all'Axerio faceva la storia della nuova Avenida Central che correva a piè del palazzo. Poi Gonçalo e Quirino si misero a discutere fra loro per precisare i nomi di certe cime della Serra degli Organi verso il Dito di Dio, e Giovanna e Piero guardavano il mare e il cielo. A sinistra per tutto il bell'arco dal Pan di Zucchero a Nicteroy l'orizzonte era senza nube e luminoso. Dinanzi ai loro occhi lo strambo Corcovado si erigeva nella luce. Ma verso la Serra degli Organi il cielo era come un antro cupo di nubi tempestose e sotto, la laguna stagnante mandava lucori tetri. Giovanna disse a Piero:
— Si è tanto in alto!
E aggiunse:
— Non mi sono mai vista così in alto! Piero esultò per queste parole, gonfiandogli il cuore l'inganno della specie che l'aveva rifatto artista. Esultò e disse:
— Io vedo un immenso tumulto che s'arresta a un tratto. «Fiat lux. Et facta est lux».
— Che dice?