Part 5
Tornò Bruna con la servitù per le orazioni comuni della Domenica e donne e uomini si disposero in circolo. Lorenzo Berènga lesse prima un frammento della Bibbia e poi alzandosi in piedi incominciò a pregare o meglio a parlare a Dio, a ringraziarlo de' benefizi che gli aveva fatti, a raccomandargli se medesimo e la nipote e il padre e la madre e i fratelli lontani e tutti i suoi servitori. Stava col tergo e con tutte e due le mani appoggiato al tavolino; la lampada elettrica che pendeva dal soffitto, non l'illuminava in pieno, sulla faccia bruna e barbuta c'era un'ombra. Stava con la faccia un po' in avanti e gli occhi chiusi e rassomigliava al cieco, quando sa d'aver dinanzi a sè qualcuno, gli parla e non lo vede. L'ombra che egli aveva sulla faccia, pareva venir da qualcuno al quale egli parlava. Pareva l'ombra di Dio. I lineamenti eran sempre gli stessi, a taglio di spada per la guerra terrena, ma eran sotto quell'ombra e la faccia pareva accecata. E a chi ricordava il suo occhio di guerra, qualunque cosa il Berènga dicesse a Dio nella sua preghiera, pareva dire: — Ecco, Dio, tu hai voluto punirmi per il mio orgoglio e per la ferocia del mio sangue accecandomi, ed ecco io mi umilio dinanzi a te! — E pareva che quell'uomo pregando patisse indicibilmente.
Quando il Buondelmonti lasciò la villa, qualcosa di nuovo era accaduto dentro di lui. Una voce gli diceva:
— Se non altro per lui, per quell'uomo che ha saputo vincere il suo amore e riprendere il suo lavoro, tu devi fare il tuo dovere. Tu pure devi vincere il tuo amore e lavorare, se non altro perchè non moiano sconosciuti, in esilio questi eroi della tua patria, questi meravigliosi costruttori perfin della loro nuova fede libera e veggente!
Si sentiva dentro di sè una forza nuova, una volontà di vincere il suo amore per il suo dovere. Sino a quel momento aveva anche strenuamente combattuto per le sue idee, ma sempre col piacere che nasce dall'agir secondo i proprii istinti e il proprio carattere, mentre ora per la prima volta sentì dentro di sè il primo svegliarsi d'una coscienza più consapevole e più virtuosa che aveva alcunchè di religioso: si sentì forte della volontà di soffrire per fare il proprio dovere. Tanto su di lui era stato efficace l'esempio del Berènga. E a un tratto in questa nuova disposizione di spirito per la prima volta gli apparve la colpa iniziale del suo viaggio: la sua leggerezza. Egli era venuto in paese d'emigranti, nel paese dove Lorenzo Berènga aveva lottato e sofferto e tanti altri uomini della sua patria avevano lottato e sofferto e fatto tanto; egli vi era venuto non condottovi da un serio proposito di studio e di lavoro, ma per seguire l'invito d'una signora. Era la sua colpa iniziale: egli aveva cominciato com'il giovane signore del frivolo romanzucciaccio borghese. E del resto, anche per l'innanzi, non era stato sempre così? Non era stato anche lui uno schiavo dell'amore? Non s'era compiaciuto dentro di sè delle sue buone fortune d'amore? E tutte le volte che amore era apparso, non gli aveva sempre sacrificato ogni altra cosa? E non era stato anche lui un uomo, un giovane del suo tempo, d'un tempo in cui ognuno è separato dagli altri e chiuso nel suo atomo d'egoismo, nessun grande sentimento e nessuna grande idea essendoci più a formare di tante esistenze una gran vita? Non era stato anche lui l'atomo disperso con la sua cupidigia, con la sua concupiscenza, con la sua cecità? Non era stato anche lui un figliuolo del secolo, frivolo come gli altri? E perciò volendo seguire in America una signora aveva potuto prendere per mero pretesto un disegno di studii nazionali senza neppur accorgersi che offendeva la parte migliore di se medesimo. E perciò tutto quello che ora gli accadeva, se lo meritava. Sentì il rimorso di quello che aveva fatto, e questo rimorso aggiunse nuova forza alla sua volontà. Ripensò a Giovanna e improvvisamente n'ebbe una grande pietà, nè ora la giudicava più male. Ora gli appariva com'una signora che gli aveva fatto quell'invito innocentemente, forse leggermente, ma innocentemente, per semplice simpatia e senza alcun secondo fine. Bisognava lasciarla alla sua pace. Essa era una piccola creatura borghese la quale viveva nella sua ignoranza, senza veder più in là della sua giornata. Bisognava lasciarla alla sua pace.
Il Buondelmonti giunse all'albergo quando già era notte inoltrata. Nel suo salotto trovò un biglietto d'invito degli Axerio. Riconobbe il carattere di Giovanna. Dritto in piedi rimase lungamente con gli occhi fissi sul biglietto aperto e posato sul tavolino, sentendo dentro di sè rinascere la tentazione. La combattè e si disse:
— Mi scuserò gentilmente, ma non andrò.
IV.
Giovanna preparò i fiori nel salotto da pranzo e tornò nel suo salottino da ricevimento e da studio a finir la lettera a Filippo Porrèna. Essa scriveva al Porrèna le sue impressioni e le sue considerazioni sopra un libro francese che quegli le aveva portato a leggere, e mentre scriveva, provava un grande piacere a pensare a lui. Giovanna aveva incominciato a sentire un'inclinazione per Filippo la sera del ricevimento brasiliano, ed ora si trovava in quello stato in cui si trova spesso la donna quando si sente a poco a poco occupare il cuore, nè ancora è sorto in lei il combattimento appassionante fra il suo amore e la sua virtù; era tutta contenta. Così, mentre stava aspettando i suoi invitati, gli scriveva una lunga lettera, e la sostanza e la forma della lettera, se uno fosse stato lì a guardare, le avrebbe potute indovinare dai piccoli gesti che essa interrompendosi di tanto in tanto faceva tra sè e sè, e dalle arie che prendeva la sua faccia e dai sorrisi che vi si succedevano. Essa sorrideva, si sorrideva, si dava un colpetto or qua or là sui capelli per metterli a posto, metteva a posto or questo or quel fiore nel vaso che aveva dinanzi a sè. La sua fronte di tanto in tanto si corrugava e così indicava lo sforzo dell'esprimersi, ma le sue labbra sorridevano sempre e così indicavano che quanto essa voleva esprimere era piacevole. I gomiti appuntati sul tavolino, gli occhi inchinati sul foglio di carta, le palme delle mani che s'accostavano come se volessero mettersi in croce e si discostavano come se volessero battere l'una contro l'altra, la fronte corrugata e le labbra sorridenti, era manifesto che Giovanna cercava le più piacevoli parole per il suo pensiero piacevolissimo. Giovanna nella lettera parlava di sè. Il Porrèna le aveva portato quel libro, un romanzo d'una signora parigina che s'era letto molto qualche anno prima; glie lo aveva portato sostenendo una cosa che a Giovanna faceva un certo piacere e un certo dispiacere insieme: sostenendo che essa e l'eroina del romanzo si rassomigliavano. Il romanzo era d'una rara ingenuità e d'una rara freschezza, era molto parigino per le sue eleganze e per le sue finezze e al tempo stesso passandosi in parte fuori delle mura cittadine, vi spirava un'aura sincera e viva, una vera gioia agreste in cui la bellezza della natura, si rispecchiava limpidamente. L'eroina era una signora giovane, bella, elegante, e soprattutto leggiadra e buona, ma tradiva il marito. Essa, metà parigina come il romanzo e metà agreste, ingenua, fresca e di semplice e delicatissimo spirito, pur riusciva per suo conto senza troppa pena a metter d'accordo due cose che sembrano tanto discordi: tradire il marito e rimaner buona. Rimaner buona cessando d'essere onesta, perchè quando l'onestà è docile e se ne va all'ora sua senza far chiasso, non lascia dietro a sè l'animo guasto! Giovanna non comprendeva la cara creatura, ma l'adorava, tranne per il suo tradimento.
E scriveva appunto al Porrèna per ribattere la sua asserzione, che cioè ella le rassomigliasse: cercava dentro di sè ed esponeva le differenze; ma in così fare sentiva istintivamente le rassomiglianze piacevoli e se ne compiaceva, e perciò le sue labbra sorridevano. Soprattutto Giovanna esponeva le sue idee sul matrimonio e sulla fedeltà coniugale, e così aveva modo di porre in mostra i frutti dell'educazione che aveva ricevuta e della vita che aveva condotta. Prima di maritarsi essa aveva fatto la signorina e dopo essersi maritata aveva fatto la moglie con animo di signorina. Il marito era per lei un uomo col quale aveva certe relazioni non del tutto piacevoli e non del tutto spiacevoli, ma dal quale era sempre distratta, un uomo al quale non pensava, ma del quale se mai si risovveniva di tanto in tanto. Essa sapeva che era un uomo celebre, aveva anche notato che era molto vano; vedeva che spesso la sua lunga barba profetica era scossa dalle parole di civiltà, di progresso, di scienza, d'umanità e d'avvenire, ed aveva anche fatto osservazione che egli dentro le pareti domestiche presentava non di rado un contrasto tra quelle sue parole e certe sue maniere dispotiche, talvolta brutali e persino feroci; ma non l'odiava, nè l'amava. Non l'odiava, perchè non lo aveva mai amato, e non l'aveva amato perchè non ci aveva pensato mai. Nè essa mancava delle dovute cure per il marito, ma non c'era un angolo della sua anima dove il marito fosse qualcosa. Uno solo, quello dove si custodiva una massima che l'educazione le aveva istillata: — Tu non tradirai mai tuo marito! — Tutta la sua educazione molto diligente era stata rivolta a questo: a formare l'anima d'una signorina sempre pronta a diventare una moglie che non avrebbe tradito mai suo marito. Per il resto, educazione era pari a disoccupazione. L'educazione e la disoccupazione e un'intelligenza sveglia congiunta con un'indole allegra avevano fatto di Giovanna una signorina spigliata e molto morale. Tu non tradirai mai tuo marito! Con questa massima, che per soprammercato le era sempre stata istillata sotto velo, da nessuno come da tutti, era andata a nozze e l'aveva avuta per dote spirituale: una dote spirituale e una dote in pecunia, perfetta creatura di quel mondo borghese che i suoi affari ha bene accomodati: la morale e l'economia. E quella massima generica era scritta in quella parte del cuore dove avrebbe dovuto esservi il preciso pensiero di quel preciso uomo, il marito. Per parte sua Giovanna, in quella comune composizione d'un'epoca e d'una società qual era l'esser suo, portava la sua incomparabile leggiadrìa, la sua gioia, la sua sincerità, la sua innocenza tutta olezzante ancora d'infanzia quale le traspariva dagli occhi. L'epoca, la società, la disoccupazione, l'educazione, la famiglia, anzi le tre famiglie, del padre, della madre, e del padre e della madre insieme, tutte e tre di professionisti emigrati di campagna in città e arricchiti da una generazione soltanto, avevano fatto il possibile per ricavare da Giovanna una creatura comune. Essa non era riuscita così.
Continuava a scrivere. Sentì nella stanza attigua il marito. Non le passò nemmen per la mente di nasconder la lettera. Si ricordò invece del Buondelmonti che doveva giungere di lì a poco, perchè il marito glie lo aveva fatto invitare perchè bene accetto alla colonia, e le si risvegliò il rancore che gli portava da molti giorni. Che credeva egli, che aveva creduto? Che davvero lo avesse tratto a seguirla a Rio de Janeiro per diventare la sua amante? Eppure aveva creduto questo, ed essa se ne sentiva profondamente offesa. Fin dalla mattina dopo quella notte che eran rimasti troppo a lungo sul ponte e in troppa solitudine, Giovanna s'era accorta che il Buondelmonti aveva l'aria di contare per il loro arrivo a Rio de Janeiro sopra l'adempimento d'un patto, sul saldo d'un debito da parte sua; e sin da quella mattina nel cuore di Giovanna era nato il rancore contro il Buondelmonti ed era andato sempre crescendo, tranne pochi momenti di sosta, fino allo sbarco, dallo sbarco al ricevimento brasiliano, da questo alla visita che colui le aveva fatta. E tutto ciò che Giovanna aveva prima pensato del Buondelmonti, tutto ciò che aveva sentito per esso dagli anni lontani di Firenze al loro ultimo incontro di Roma, da questo al viaggio sull'«Atlantide», tutto s'era mutato in rancore che glie lo rendeva insopportabile. Non soltanto la morale dell'educazione aveva il Buondelmonti offeso in Giovanna, ma anche qualche cosa di molto più forte e profondo in lei e tante cose delicate; il senso della sua libertà, la sua dignità, il suo pudore di donna e soprattutto una rettitudine ed un'ostinazione di rettitudine di natura campagnuola che le proveniva da' suoi consanguinei avanti che emigrassero in città.
Giovanna sentì battere le ore, pensò che di lì a poco sarebbe giunto anche Filippo. Si rammentò del breve dialogo che essa aveva avuto a bordo col Buondelmonti, quando costui le aveva fatto capire che lo vedeva di mal'occhio. Da quel momento essa aveva cominciato a riguardarlo con una nuova curiosità. Ora pensò che di lì a poco Filippo e il Buondelmonti si sarebbero ritrovati accanto a lei alla stessa tavola.
Ad un tratto sentì un passo fuori, riconobbe il Buondelmonti, lo sentì entrare nello studio del marito: fu tale il moto di rancore, che non lo potè vincere e corse a rifugiarsi in camera sua.
A tavola Piero stava attento a Giovanna ed al Porrèna. Piero li ritrovava tutti e due quali li aveva lasciati al ricevimento brasiliano: legati fra loro da un'intimità allegra. Era pur sempre la coppia cittadina tutta frivolezze e brio. Il Porrèna esponeva qualcosa e Giovanna lo contradiceva, ma il loro battibeccarsi faceva anche più risaltare il piacere che l'un l'altra si davano con la loro intimità. Essendo caduta la conversazione su Parigi, da cui uno dei convitati, direttore del «Giornale del Congresso» di Rio de Janeiro, era tornato da poco, il Porrèna che vi aveva molto abitato, di discorso in discorso era venuto al celebrar la virtù delle signore parigine, e Giovanna ridendo e alludendo al libro finito di leggere il giorno stesso, a ripetere che conosceva bene quella virtù e ad osservare che il romanzo e il teatro parlavan chiaro, e il Porrèna a sostenere che il romanzo e il teatro di Parigi eran fatti per gli stranieri e quali li volevano gli stranieri più corrotti dei parigini. Il direttore del «Giornale del Congresso» disse che egli pure doveva riconoscere alla donna francese, se non la virtù, molte virtù domestiche: che sapeva come nessuna altra donna al mondo tenere una casa, aveva l'amore del risparmio ed una virtù più rara ancora: sapeva spender bene e figurar con poco. L'Axerio, quantunque ignorante di tutto questo, dichiarò che era vero e scosse più volte la barba per punteggiar l'assentimento, perchè voleva ingrazionirsi il direttore del maggior giornale della città. E un altro commensale, direttore d'un giornale italiano, fu dello stesso avviso, e l'Axerio volgendosi anche verso di lui assentì di nuovo e scosse di nuovo la barba, perchè voleva tenersi cara la stampa per averne molte lodi quell'anno che avrebbe passato nel Brasile. Piero disse qualcosa sulla donna e sul popolo della provincia francese, raccontando d'un breve viaggio che aveva fatto nell'interno della Francia un anno prima. Egli parlava con calma, con un aspetto di pensosa serietà, descrivendo il serpeggiare della Senna per la regione da lui percorsa, le isolette arboree che essa forma nel suo cammino, le linee larghe dell'orizzonte, le selve più cupe che in Italia e soprattutto i villaggi deserti nell'ora del lavoro. Quivi, nelle strade senza oziosi, nelle piccole case dai colori vivaci, dalle porte e dalle finestre serrate e colle tendine ricamate e tutte linde alle finestre; nel bel modo di tenere i fiori e le piante e specialmente nelle piccole chiese gotiche che ogni villaggio aveva, tutte linde e deserte anch'esse nell'ora del lavoro, egli pure aveva scorto le virtù domestiche del popolo francese lungi da Parigi: amore del lavoro appunto, dell'ordine, del risparmio, d'una certa sobria e delicata signorilità. Quando Piero cessò di parlare, s'accorse d'aver parlato troppo a lungo. Tutti avevan taciuto e l'avevan ascoltato per educazione, ma quando si tacque, sentì intorno a sè un silenzio glaciale. E subito il Porrèna disse una qualunque facezia, tutti risero in coro e Giovanna rise più forte di tutti. Ma il Buondelmonti sentì sferzarsi la faccia da quelle risa, provò lo stesso che se i commensali si fossero burlati di lui, e la gola gli si serrò a qualunque parola. Gli pareva che qualunque sua parola sarebbe caduta di nuovo nel silenzio e che perfino i suoi gesti fossero falsi e goffi. Dall'ombra della chioma levò sul Porrèna gli occhi invidiosi e vide che le due rughe sul naso gli mandavan saette, e avrebbe voluto esser come lui. A momenti lo disprezzava, sentiva in lui un avversario come sempre l'aveva sentito nell'Axerio: tutti e due suoi avversarii contemporanei, l'Axerio, la bocca de' luoghi comuni, e il Porrèna, il frivolo prodotto dell'ozio borghese. Ma a momenti si posponeva a lui e diceva a se medesimo dentro di sè: — Vorrei esser come lui! — E così si rinnegava. E questo accadeva perchè la sera che era tornato dalla villa del Berènga e aveva trovato l'invito degli Axerio, aveva detto: — Non andrò! — E per un giorno intero aveva lottato, ma poi aveva scritto agli Axerio per ringraziare accettando, e ora poi trascinato dalla sua viltà scendeva sempre più giù, rinnegava la sua nobile coscienza e si posponeva a un uomo che diceva facezie. A un tratto la voce del Porrèna gli ferì le orecchie:
— Signor Buondelmonti! Decida Lei tra la signora e me....
Ma Giovanna, come se il Buondelmonti non esistesse, interruppe:
— La signora dice che Lei al solito vede sempre il male anche dove non c'è.
— No, Giovanna! — volle corregger l'Axerio rivolgendosi complimentosamente verso il Porrèna. — Questo nostro amico vede soltanto il lato comico delle cose.
— Altro che il comico! — ribattè al marito Giovanna. — Il cattivo! Conosco il mio signor Porrèna dell'«Atlantide»! Mi ricordo il povero morticino che prendeva latte quel giorno del ferimento!
E Giovanna fece per voltarsi verso Piero, ma abbozzando questi un sorriso, subito si voltò dall'altra parte. Filippo riprese:
— Non è colpa mia se anche la bontà ha molti lati cattivi e la serietà molti lati comici.
L'Axerio, non considerando quello che diceva, ma volendo ostentare al giovane simpatia, perchè aveva sentito dire che era molto ricco, figlio unico di banchieri italiani di Rio de Janeiro, ribadì:
— Specialmente la serietà qualche lato comico.
Il giornalista italiano pensando che la Domenica prossima nel suo giornale avrebbe dato a quella conversazione nella villa del professore illustre l'epiteto di spirituale, esclamò macchinalmente:
— La serietà un lato comico, perbacco!
Il giornalista brasiliano tacque e sorrise.
Tutti tacquero qualche momento. Il Buondelmonti sentiva crescersi il malanimo contro Giovanna che piegava il piccolo capo verso il piatto mangiando. Gli pareva sì misero ora in quell'atto quel piccolo capo che altre volte gli era apparso tanto leggiadro! Non era essa la donnetta che poteva darsi per vizio, per ozio, per vanità, ma non per amore? Perchè s'era innamorato di lei? Che poteva volere da lei? Non era la donnetta di quella stessa gentucola di cui il marito era il professore e il cerretano? Vedendo lei non vedeva il fondo di tutte quelle cose contro cui da tanti anni combattevano la sua dottrina e il suo sdegno? Egli se la ricordava perfino a bordo, quando le parlava degli emigranti in relazione con le sue grandi idee nazionali, e la donnetta non capiva, supponeva in lui il solito umanitario, stupidamente! Che voleva da lei?
Ma Giovanna tutt'animata ristimolò Filippo provando gusto a farlo emergere dalla conversazione degli altri.
— Insomma! Vogliamo dire l'argomento della nostra discussione?
Filippo invece, sazio di quel discorso, volubilmente si rivolse al Buondelmonti.
— Signor Buondelmonti! Ho assistito sull'«Atlantide» a molte sue discussioni. Lei è imperialista, vero? Un giorno il professore e Lei discutevano sulla sistemazione definitiva del mondo in un prossimo avvenire, e per quanto in disaccordo, erano perfettamente d'accordo nel presupporre che il mondo si potesse sistemare sopra un tipo di civiltà superiore. Ebbene, sul più bello della discussione io pensavo che l'«Atlantide» navigava alla volta dell'America del Sud per caricar lane di pecora e pelli di bue.
Di nuovo Filippo con la sua volubilità rivolgendosi a Giovanna le disse:
— Ecco, veda, signora, dinanzi a tali spoglie opime tutta la magnifica civiltà di cinquanta secoli mi muove leggermente il riso.
I commensali dimandaron perchè, mentre il padron di casa scotendo forte la barba ripeteva:
— È vero, è vero!
E la barba gli vibrava d'una subita simpatia per il giovane.
Il quale riprese:
— È vero, sì, professore! Gratti la civiltà e troverà un sistema di forniture per l'alimentazione del solo animale che pensi al suo pasto, anche quando non ha appetito.
Si levarono esclamazioni diverse, da cui uscì fuori la voce di Giovanna:
— Ah quel bambino che prendeva latte, come me lo ricordo ancora!
L'Axerio, mentre Giovanna e Filippo si dicevano qualcosa fra loro, disse al Buondelmonti:
— È uno spirito geniale e libero, libero da tutti i pregiudizi! La sua famiglia ha una posizione di prim'ordine!
Filippo Porrèna a un tratto riprese forte:
— Imperialismo!
E fissando gli occhi sulla tavola ripensava a quando sull'«Atlantide» Giovanna, dinanzi appunto a quel bambino che prendeva latte, gli aveva lodato il Buondelmonti. E vedendolo ora muto, sorrideva fra sè e sè con le due rughe ferme e raccolte in mezzo alla fronte, in forma di piccola lira. Finchè riaprì bocca e disse:
— Tutto è imperialismo. Anche la pecora che pasce in Argentina, è vittima d'un imperialismo: quello del genere umano sugli animali. Non è vero, signor Buondelmonti?
Un leggerissimo riso uscì dalla gola di Giovanna.
Il Buondelmonti alzò gli occhi e li riabbassò, e si sentì un borbottìo nell'orecchio. Qualcuno, un commensale che sin allora aveva soltanto mangiato e taciuto, ora s'ostinava a volergli dir qualcosa. Era un medico, uno de' primissimi italiani emigrati nel Brasile, molto povero, e che l'Axerio aveva invitato a pranzo per far buon effetto nella colonia. Aveva la faccia istupidita dalla vecchiaia, ma intepidito dal pranzo riandava gli anni della sua gioventù e voleva raccontare al Buondelmonti com'era Rio de Janeiro quand'egli c'era giunto quaranta o cinquant'anni prima. Il Buondelmonti ne aveva il borbottìo nell'orecchio, mentre sentiva che Giovanna e il Porrèna eran tornati a ridere fra loro. E gli pareva che ridessero di lui. Un furore muto gli si moveva nel petto, d'odio impotente contro i due, che li avrebbe uccisi, e non aveva via d'uscita dal suo petto.
Finì il pranzo, finì la serata. A un tratto, mentre stava per accomiatarsi, il Buondelmonti afferrò queste parole che Giovanna disse piano a Filippo:
— A proposito, Le ho scritto.
Gli invitati già uscivano, quando Giovanna disse ancora a Filippo:
— Lei può aspettare un momento? Vuol prendere con sè quel libro? Oppure glie lo rimando. Sta sempre all'Albergo degli Stranieri?