Part 4
Pure, aveva un'allegria che gli schizzava fuori da tutti i pori e la sua faccia arguta non era stata mai così arguta come quella sera. Sotto voce prese a perseguitare tre brasiliani che attraversavano il salotto, sparivano in quello attiguo, riapparivano, uno dietro l'altro, tutti e tre soli, impalati e stecchiti come andassero in processione, e mostrando sotto la pelle dell'uomo bianco la struttura del teschio e il colore del negro.
— Eccoli lì: hanno i loro padri alle finestre.
E le finestre erano per il Porrèna le loro stesse facce da cui come da finestre mettevan fuori il capo i padri. E il Porrèna non tanto rideva di questo quanto a pensare come i tre brasiliani si sarebbero irritati, infuriati, se uno avesse mostrato loro il destino di quelle loro facce bianche, di far da finestre a' teschi dei loro padri negri. La visione de' tre brasiliani che pestavano i piedi dal furore, ciascuno col teschio del padre saltante dentro l'involucro della pelle facciale, esilarava il Porrèna e dava al suo animo un'ebrietà di «vis comica» che si trasfondeva nell'animo di Giovanna. Finalmente il giovane trovò l'ultima parola per uno de' tre brasiliani deambulanti, molto vecchio, tutto rughe, talchè come tra un arruffio di corde appariva il suo teschio.
— Eccolo lì: ha ancora qualcosa di giovanile: lo scheletro.
Infatti il vecchio camminava con la persona diritta e qualcosa d'inesprimibilmente giovanile era in lui, nel portamento della spina dorsale. Il Porrèna e Giovanna a un tratto sparirono nella folla degli altri invitati e Piero si mise a cercarli di salotto in salotto, finchè poco dopo ritrovò la signora senza più il giovane e le disse:
— Ma che c'è dunque fra Lei e me?
La signora alzò il viso, lo guardò, ebbe un moto d'ira tra ciglio e ciglio, gli disse:
— Lei perde contegno, signor Buondelmonti.
Poi vide la sua faccia sì stravolta che aggiunse:
— Venga dimani alla villa verso le quattro.
E andò dritta incontro al marito.
Il giorno dopo verso le tre Piero salì a Santa Teresa domandandosi ancora la causa del mutamento di Giovanna e ricordandosi de' pochi giorni del viaggio che eran successi alla notte in cui l'«Atlantide» aveva camminato attraverso la nebbia. In quei giorni egli aveva sempre creduto di legger chiaro nell'anima di lei; vi aveva letto che essa non voleva trovarsi più sola in sua compagnia, ma era stata d'un'adorabile dolcezza negli attimi fuggenti, e ciò era bastato a Piero e gli era piaciuto e aveva pensato che non bisognava farle violenza, tanto sarebbero giunti presto a Rio de Janeiro. Il giorno prima dell'arrivo Giovanna stava nel corridoio avanti alla sua cabina, in ginocchio, e riponeva le sue robe nel baule, quando era passato Piero e aveva detto:
— A domani!
Giovanna senza alzarsi di ginocchio gli aveva stretto la mano con tanta luce negli occhi! Nè tutto quel giorno, nè il giorno innanzi, nè prima l'aveva trovata più in compagnia del Porrèna. Ora perchè il Porrèna era tornato accanto a lei? Che mutamento aveva fatto Giovanna? Perchè?
Piero era salito in tranvai; giunto dove bisognava scendere per prendere il sentiero che menava su alla villa degli Axerio, s'accorse che era troppo presto, scese e s'indugiò per la strada da dove cadendogli gli occhi sulla città che stava giù nel piano, ripensò che non aveva ancora avuto l'animo per contemplarne la bellezza, ne provò rimorso e cercò di liberarsi dalla passione che già incominciava a rendersi padrona di lui, cercò di liberarsene lasciandosi occupare dalle cose esterne. Per la strada dove andava, c'era molta quiete, casette sparse con giardinetti intorno, bambini scalzi, serve negre e qualche venditore ambulante che passava battendo con una mano delle bacchette di legno per farsi sentire. Talvolta si sentiva un batter di mani dinanzi al cancello d'un giardinetto o alla porta d'una casetta: era qualcuno che chiamava di fuori e qualcuno di dentro appariva, sì i giardinetti eran piccoli e le casette piccole e leggiere. Piero prese il sentiero della villa e a un certo punto trovò degli operai negri e bianchi che lavoravano, alzavano un muro per reggere il ciglione che non franasse, e fra loro Piero riconobbe un emigrante dell'«Atlantide» e ne sentì altri dire qualche parola in italiano. Allora si accorse quanto una delle due nature che erano in lui, la individuale, presa d'amore, avesse sopraffatto l'altra che poteva diventar coscienza nazionale, perchè non aveva più occhi per vedere gli uomini della sua patria, nè orecchi per sentirne le voci. Ne provò un profondo rimorso e si disse dentro di sè:
— Son venuto qui a innamorarmi come un fanciullo?
E guardò gli uomini della sua patria che rivoltavano la terra straniera in mezzo ai negri schiavi d'Affrica. Quando a un tratto uno di questi negri alzò la voce e si mise a gesticolare sulla faccia d'un italiano. Altercavano e ad un certo momento il negro fece l'atto di metter le mani addosso all'italiano.
— Ah razzaccia! — gridò Piero e spinto dal suo rimorso a far anche di più di quel che fosse necessario per un uomo della sua patria fu addosso al negro e l'atterrò, ma quegli fortissimo rimessosi in piedi gli sferrò un pugno. Cieco d'ira allora Piero e più forte gli fu di nuovo addosso e di nuovo l'atterrò e lo conficcò con le ginocchia a terra e gli sbattè la faccia sulla terra rivoltata che era di color rosso acceso, sicchè sulla faccia negra, quando questa si rialzò, pareva brani sanguinanti. Ma subito Piero per lo stimolo di quella stessa azione di lotta che aveva compiuta, si ricordò del Porrèna, il suo amore lo rioccupò, la paura e l'ansia lo vinsero, d'un fiato sotto il sole rovente corse su alla villa degli Axerio, nel salotto vide che il Porrèna non c'era, la gioia lo invase, vide poi che Giovanna era in compagnia d'una signora italiana, di due signori brasiliani a lui sconosciuti e del marito. E sino alla fine della visita il giovane, dimentico anche del mutamento di Giovanna, ebbe l'animo libero, leggiero leggiero e gioioso. Il professor Axerio raccontò della prima lezione che aveva fatta alla facoltà di medicina il giorno avanti e disse bene degli studenti brasiliani che gli erano parsi d'un'intelligenza raccolta e penetrante. La signora della colonia, una madre di famiglia, raccontava a Giovanna delle difficoltà che ci sono per educare italianamente i figli nella colonia, mancando buone scuole.
A un tratto Piero e le signore sentirono un galoppo serrato per il sentiero sotto la villa. Eran accanto alla finestra, guardaron fuori, videro dallo svolto del colle venir a cavallo di gran trotto una forma femminile nella quale, quando fu più vicina, riconobbero Bruna Berènga. Questa passò sotto la villa, alzò gli occhi, salutò mandando un grido acuto, sfrenò il cavallo, divorò il tratto di sentiero che saliva sui precipizi sino alla foresta nella quale sparve. E subito dal medesimo svolto del colle apparve un cavaliere, era il Berènga il quale teneva dietro alla nipote di gran corsa. Passò anch'egli sotto le finestre, curvo il gran torso sul cavallo, non vide, lanciò un grido:
— Bruna!
Sparì anch'egli nella foresta e si sentì ancora la voce che richiamava:
— Bruna!
Giovanna dopo si levò dalla finestra per offrire il tè. E Piero tutto animato di speranza da quella corsa selvaggia disse a Giovanna mentre questa gli porgeva la tazza:
— Poi mi dirà, vero?... perchè con me non è più quella di prima.
Giovanna senza alzar gli occhi dalla tazza gli rispose:
— Sono sempre la stessa.
— Allora — riprese Piero — posso venir anche domani a salutarla?
Giovanna a capo chino rispose di sì.
E Piero qualche momento dopo, lasciata la casa di Giovanna, aveva nell'anima un gran proposito di lavoro. Voleva nell'America del Sud non passarsela in ozio, ma occuparsi utilmente studiando l'emigrazione italiana. Perchè la felicità aveva nel cuor di lui, già stretto dalla pena d'amore, resuscitata la coscienza nazionale come il vento da un fuoco chiuso in un cespuglio appicca la fiamma a tutta la foresta. Egli era sempre stato in Italia un forte lavoratore ed ora da più d'un mese, tra il viaggio e il resto, aveva cessato ogni seria occupazione. Era tempo di ricominciare. E scendendo da Santa Teresa in città benediceva Giovanna che gli aveva suggerita l'idea di quel viaggio e degli studii sull'emigrazione. Ella diventava l'ispiratrice della stessa sua coscienza nazionale e Piero l'adorava come non la aveva adorata mai. Giunto in città corse al consolato italiano e fattisi dare libri, relazioni, notizie, ogni sorta di documenti sulle condizioni degli italiani a Rio de Janeiro tornò all'albergo e passò tutta la notte a tavolino. Ma la mattina Giovanna gli mandò un biglietto nel quale gli diceva che era dispiacente di non poterlo ricevere il giorno per un impegno sopraggiuntole da parte di suo marito. Nulla più: non l'invitava per un'altra volta.
E allora Piero ricadde in balìa della pena d'amore perchè era orgoglioso e per tutto l'oro del mondo non avrebbe più battuto alla porta di Giovanna. Costei l'aveva attirato tanto lontano, lusingato e ora l'abbandonava. Gli riappariva il Porrèna. Li disprezzava tutti e due. Erano degni l'uno dell'altra, erano il prototipo della coppia cittadina raffinata, frivola e motteggiatrice con la quale egli non poteva parlare. Ma altre volte, specie la mattina quand'era giunta la posta senza portar un nuovo invito di Giovanna, la passione s'impossessava di lui, e allora si ritrovava solo nella città sconosciuta, i nuovi amici non esistevano più, tutte le cose esteriori erano morte, non poteva restare all'albergo ed errava per le strade senza mai trovar requie, sempre col pensiero fisso di Giovanna dentro di sè e spesso si ricordava de' giorni che avevano passato insieme sull'«Atlantide». La rivedeva tanto più amabile d'allora. La rivedeva in tanti atteggiamenti di cui gli pareva che allora gli fossero sfuggite la leggiadria e la grazia, allora che era per lui la donna la quale sarebbe stata la sua amante di lì a pochi giorni. Rifaceva la vita di bordo, giorno per giorno, ora per ora, e gli pareva di non aver goduto abbastanza della sua compagnia e di lei. La rivedeva e la risentiva parlare, ridere, camminare, uscire dalla sua cabina, entrare nella sala da pranzo, battere le mani dalla gioia, fissarlo con gli occhi ilari e intimiditi, chinare il piccolo, leggiadro capo sul mare, dirgli tante tante frivole cose sotto voce, pendere dalle sue labbra quand'egli le raccontava degli emigranti. Rivedeva quel nastro di seta color granato su quel profilo greco de' suoi capelli castani tremare al vento leggiero come la sua anima, gli era parso talvolta, a fior del mare. E tutto era pieno di lei; i suoi occhi, il suo riso, le sue vesti erano da per tutto, tutto prendeva qualcosa da lei, il mare, la nave, il cielo, la notte, le stelle. Essi avevano contemplato insieme le stelle, spiato l'apparire della Croce del Sud dopo l'Equatore, visto ondulare nella notte le alberature e le sartie nere e attraverso quelle brillare le stelle. Avevano visto la cima, dell'albero di prua tentennare quasi impercettibilmente e sopra c'era una stella, tre stelle, uno sciame di stelle, e l'albero pareva che si movesse per toccarle. E Giovanna aveva mormorato qualche parola o mandato un sospiro per esprimere la sua pena di non potersi esprimere, e a Piero quel sospiro e quella parola non erano penetrati nel cuore come ora che glie lo dilaniavano. Che paradiso avrebbero potuto dargli ora quelli occhi da cui l'infanzia non voleva partire, quella voce, quel riso, quella bocca, quelle mani piccole e magre che quella notte aveva prese fra le sue e baciate e lasciate! Perchè le aveva lasciate? Ora Piero se ne pentiva perchè sapeva che l'amore della donna è spesso il frutto della sua caduta e che ci sono donne le quali non cadono perchè amano, ma amano perchè sono cadute. Ei si diceva dentro di sè: — Perchè ho avuto questa debolezza? — E ne provava rimorso. Si ricordava che quella notte, quand'erano soli, sepolti nella nebbia, ed essa tremava e aspettava, si ricordava d'aver sentito per un attimo sfiorarsi il petto dal palpito del suo seno e di aver sentito per l'attimo d'un attimo lungo la persona il contorno della schietta persona di Giovanna, e questo ricordo gli dava un rimorso carnale che accendeva la sua passione. In certi momenti Giovanna stessa mutava aspetto e la sua voce non diceva a Piero come allora: — Pietà di me! — Ma diceva: — Perchè non m'hai soffocata fra le tue braccia? Io volevo questo, se tu l'avessi voluto. Perchè m'hai delusa? — Riappariva il Porrèna, riappariva continuamente sulla nave accanto a Giovanna.
E intanto ogni proposito di lavoro era caduto. Gli amici, Giorgio Tanno, i fratelli Mùrola, andavano a cercar Piero all'albergo dove abitava sulla riva del mare, e lo trovavano afflitto: rispondeva appena alle loro parole e non domandava più delle cose della colonia, delle scuole e de' sodalizi, che per lo innanzi aveva mostrato tanto zelo di conoscere. Talvolta quella sua natura per la quale egli poteva uscir da se medesimo e incarnar la coscienza d'una nazione, mandava il suo nobile grido contro l'altra che la teneva schiava d'amore. Piero aveva sempre avuto molto disprezzo per il romanzo borghese contemporaneo il cui eroe è sempre il giovane signore ozioso, spasimante d'amore in adulterio. Nulla di più sciocco aveva trovato mai di simile letteraturaccia da omiciattoli. Ed ora in un paese d'emigranti della sua patria, egli, apostolo della vita nazionale eroica, per altro non era venuto se non per comporre, delle sue lacrime e de' suoi sospiri, un romanzuccio d'amore e di gelosia, d'amore senza corrispondenza e di gelosia forse senza rivale. Piero si disprezzava per il suo amore e per la sua gelosia. Ma non poteva far altro se non pensare a Giovanna. Seppe un giorno che gli Axerio avevano cominciato a frequentar qualcuno della colonia e a far visite la sera. Egli andò or da questo, or da quello con la speranza di trovar Giovanna, e la cercava per la città.
Una Domenica Piero si sentiva più afflitto e solo degli altri giorni nella città sconosciuta, e più la coscienza della miseria nella quale era caduto, lo tormentava. Quando pensò che un solo uomo gli avrebbe potuto dar forza per risorgere o almeno un po' di consolazione, e quest'uomo era il costruttore di case Lorenzo Berènga. Andò a trovarlo nella sua villa a Santa Teresa dopo il tramonto. C'era nel giardino della villa la nipote Bruna la quale appena lo scorse, gli si fogò incontro a braccia aperte mandando grida festose, e Piero a un tratto si sentì consolato da quell'accoglienza tanto cordiale. Subito Bruna gli domandò:
— Lo zio?
E senza aspettar risposta s'incamminò avanti. Andava via in fretta per il giardino e nelle sue membra c'era il fremito della corsa frenata a stento. Ma a un tratto disse:
— Questa sera gli altri italiani non verranno.
Piero si sentì rimorire confessandosi ora che egli era venuto alla villa del Berènga, soprattutto per la speranza di trovarvi Giovanna.
Appena toccò la soglia, Bruna s'alzò di statura, la sua faccia si ricoperse di religione come quella del devoto che entra in chiesa. Attraversò un corridoio camminando in punta di piedi per abitudine contratta e come se un momento dopo non avesse dovuto disturbar lo zio battendo alla sua porta. Quando fu dinanzi ad una porta chiusa, battè.
Una voce aspra rispose di dentro:
— Avanti.
Il Berènga appena il Buondelmonti entrò, gli chiese, senza nemmeno dar tempo ai saluti, se sapeva di quelle società per la costruzione di case operaie che ci sono in alcune città d'Italia, e quegli incapace di parlare gli rispose di no. Il Berènga gli aggiunse che voleva vedere se era possibile di tentar qualcosa di simile a Rio de Janeiro, e che aveva incominciato a studiare intorno a quel disegno. Il Buondelmonti facendosi forza gli disse:
— Mi hanno raccontato che Lei trova il tempo per molte cose....
— È vero.
E il Berènga portò il Buondelmonti nella sua biblioteca dove fra molti altri libri di vario genere gli additò le più celebri e reputate opere francesi, italiane, tedesche, inglesi, d'esegesi biblica, di storia del cristianesimo, di controversia fra il cattolicismo e il protestantismo, di dogmatica e di oratoria sacra. Poi tirò giù dagli scaffali alcune di quelle opere, mostrò le pagine annotate nei margini. Domandò l'altro:
— Son note di suo pugno?
— E di chi debbono essere? — rispose il Berènga e tirò giù altre opere che avevano in margine annotazioni piene di acume e di profonda fede religiosa. Ora l'annotatore approvava il testo e ora contradiceva, il più spesso senza discutere, seccamente, sì e no, come uomo sicuro del fatto suo e senza dubbii:
— Faccio sempre così; io non posso lasciarmi dominare quando lo scrittore mi manifesta il suo pensiero; ho bisogno di dominarlo io e annoto.
— Ma pure Lei è un uomo di fede.
Il Berènga aggrottò i fasci delle sopracciglia e proruppe corrucciato:
— Ma la mia fede è libertà, non schiavitù! La mia fede è mia, perchè me la sono scelta io, e credo perchè ho visto! Credere non mi diminuisce, mi fa così!
S'alzò sulla punta dei piedi, levò le braccia e poi sedutosi al tavolino e invitato il Buondelmonti a fare altrettanto, riprese:
— Sì, caro signor Buondelmonti! Quand'ho lavorato tutto il giorno, mi metto qui e leggo e studio. Veda, per le mie case operaie di cui Le parlavo.
Di sotto a un cumulo di libri e di fogli trasse due grandi quaderni tutti scritti e opuscoli in italiano. E dopo aggiunse:
— Vuol vedere quant'ho dovuto studiare nella mia vita?
Aprì un cassetto del tavolino e ne tirò fuori un monte di quadernetti, come quelli degli scolari e disse:
— Ecco qua come mi sono imparato il francese e l'inglese. A quarantacinque anni son ritornato ragazzo.
Il Buondelmonti dette un'occhiata ai quadernetti e s'accorse che si calmava la sua pena. Guardò il costruttore che teneva il braccio disteso sul tavolino in atteggiamento di riposo senza stanchezza e aveva sulla faccia la franca soddisfazione di parlare di sè. Lo invitò a raccontargli la sua vita. Ma il Berènga gli raccontò soltanto che era nato in Abruzzo, all'ombra del Gran Sasso, e che suo padre era capomastro famoso ne' suoi paesi e viveva ancora; e poi gli raccontò come egli medesimo era passato da muratore a costruttore mettendosi in un'impresa con un architetto di Rio de Janeiro il quale aveva finito col presagirgli che sarebbe diventato il primo dell'arte sua in tutto il Brasile. E gli raccontò come aveva imparato le matematiche e l'architettura rubando le notti al sonno. A un tratto dette una voce forte e chiamò Bruna la quale era uscita appena introdotto il Buondelmonti. Accorsa Bruna le disse:
— Tutti qui per le orazioni.
E di nuovo rimasto solo col Buondelmonti gli disse:
— Oggi è Domenica, è l'ora di fare orazione; se a Lei non piace assistervi, buona notte.
— No! Mi piace — esclamò il Buondelmonti e già respirava liberamente.
Il Berènga aggiunse contento, come per concludere:
— Insomma, caro signor Buondelmonti, qualcosa abbiamo fatto. Ho cinque officine, settecento operai, ho arricchito i miei genitori e i miei fratelli che son tornati in Italia, ho cercato nelle costruzioni che ho inalzato qui di mettere un po' di solidità alla maniera di mio padre e qualche linea italiana.
Il Buondelmonti sentiva di nuovo il desiderio d'aver notizie degli emigranti e perciò disse al Berènga:
— L'altra volta m'accennò le difficoltà d'aprirsi una strada qui.... altra gente, disse, altro clima....
— L'altra volta non mi spiegai bene. Non son uomo io da lamentarmi se trovo la vita dura. Io son più duro. Ma intendevo dire: per chi si costruisce qui? Per chi ho costruito io tanto? Fra la madrepatria e questo nobilissimo paese che ci ospita, che legame c'è? Siamo forse cittadini qui, senz'esercitare i diritti politici? E se prendiamo la cittadinanza del Brasile, siamo forse sempre italiani? E se le volessimo tutte e due, che saremmo noi? E la forza di questo suolo non divora subito i figli degli stranieri sin dalla prima generazione? Diventano figli del paese. Lei, ho saputo, ha visitato la nostra scuola. Son forse ancora italiani? E deve esser così, perchè questo nobilissimo paese ha diritto di diventar grande, perchè come tutti i paesi nuovi ha una forza d'attrazione immensa. Ma noi per chi costruiamo? Io come io, Lei può crederlo, non sono scontento di me. Ma come italiano, che avrò aggiunto con la mia forza, col mio mezzo secolo di lavoro, a quella grande cosa che dovrebbe esser l'Italia? Qui l'Italia non c'è in nessuna maniera! Qui c'è un altro paese, nobilissimo anche questo, che prenderà uno de' primi posti nel mondo, ma non è l'Italia. Io vorrei stare fra gli eschimesi, ma poter dire: — Qui la mia patria domina! — Oh, sarebbe altra cosa!
Tacque un momento. Lungo il braccio ancora disteso sul tavolino corsero gli occhi suoi sin alla mano villosa che s'aderse spalancando le dita. Poi il Berènga ricominciò guardandosi sempre le dita:
— Le dissi l'altro giorno che più volte sono stato buttato a terra da colpi di fortuna e che mi son sempre rialzato e rifatto. Una volta avevo preso grandi lavori nella capitale d'uno stato del Nord. Dovevo costruire un ospedale, un teatro e altri pubblici edifizi. Noleggiai delle navi per conto mio, assoldai più di mille operai, feci immense provviste di materiale, misi nell'impresa tutti i miei fondi e tutti i miei crediti e via! Ma in quella città di cattivo clima caddi malato, stetti dieci settimane a letto e dovetti tornare a Rio. Rimessomi, stavo per tornare a' miei lavori, quando mi giunse un telegramma con l'annunzio che eran rimasti in tronco. Corsi. A farla breve, il contratto che io avevo, fu rotto e i lavori non furon più ripresi. Tutta la mia fortuna se n'andò in quell'abisso e restai con più d'un milione di debiti. Ma senta. Vengo a sapere che qualcuno m'aveva voltato contro l'animo del governatore per agguantarsi poi lui i lavori. Io lo conoscevo, l'uomo; era un mio nemico e rivale. Un giorno l'incontro per la strada. Appena mi vide, affrettò il passo. Aveva la morte dietro. Lo raggiunsi, l'afferrai per le spalle, lo torsi all'indietro così, gli avrei troncata la spina dorsale e mangiata la faccia, vidi la sua faccia pallida dallo spavento. A un tratto sentii dentro di me una voce: — No! — Lo scossi per le spalle e gli dissi: — Vattene! — Dio voleva così.
Tacque. Il suo occhio corse ancora lungo il braccio sino alla mano che drizzò le dita come capi di serpi. Sotto il sopracciglio aggrottato l'occhio nereggiava. Il Berènga ricominciò:
— Io ero giovane allora, amavo, mi dovevo sposare di lì, a tre mesi, si seppe della mia rovina, i parenti di lei mi chiamarono e mi dissero: — Tutto è finito! — Io ero troppo orgoglioso, risposi: — Sta bene! — Portaron via quel giorno stesso la ragazza in un'altra città. E non l'ho più rivista. Io stetti un giorno e una notte seduto così a un tavolino a pensare se dovevo finirla. A un tratto una voce mi disse: — Avanti! — Mi detti una frustata nella faccia, m'alzai e ricominciai. Ma per chi, domando io? Se fossi stato nel mio paese e il mio paese m'avesse aiutato, con questo mio braccio qui mi sarei sentito la forza di creare un mondo.
Il Berènga alzò dal tavolino il braccio col pugno chiuso, e il Buondelmonti vide correr per quello un torrente di forza.