Part 3
E sul medesimo colle due giorni dopo ci fu nella villa di Lorenzo Berènga il pranzo al quale erano invitati brasiliani e italiani di Rio de Janeiro e di San Paolo. Quando il Buondelmonti giunse alla villa del Berènga, questi lo condusse sulla terrazza dove già stavano il professor Axerio e molti altri. Alcuni si fecero incontro al Buondelmonti, e primo un letterato di Rio de Janeiro il quale gli mostrò il panorama che si godeva di lassù, la valle, la città e le isolette nella baia che già incominciavano a illuminarsi al cader della notte. Il direttore d'un grande giornale di Rio de Janeiro, un signore d'alta statura con una faccia ossuta, grigiobarbuta e un po' insaccata in due spalle strette e montanti, era accanto a loro, guardava con un sorriso di bontà un po' attristita e punteggiava di quando in quando con qualche monosillabo d'assentimento le descrizioni del letterato. Il quale si chiamava Francisco de Faria Lemos e parlava benissimo l'italiano con una voce nasale dolce, lenta e un po' strascicata, e congratulandosi con lui il Buondelmonti, gli raccontò che aveva viaggiato molto in Italia e che aveva avuto sempre tante amicizie fra gl'italiani per via del padre che era stato avvocato del consolato italiano. Accostatosi un signore di aspetto grave e delicato, il Berènga lo presentò al Buondelmonti.
— Il nostro pastore.
Un calabro, di nome Giorgio Tanno, piccoletto e forte, tutto negro d'occhi e di pelame e con una cicatrice che gli scendeva giù dallo zigomo per la gota destra rompendogli la barba, spiegò al Buondelmonti che il Berènga era protestante. Il quale poco dopo presentò un altro invitato.
— Giacomo Rummo, testa calda!
Il presentato, un uomo asciutto e solido, con una faccia ferma e una barbetta a punta rossiccia, chinò appena la fronte e s'allontanò. E il Tanno al Buondelmonti che non ne aveva afferrato bene il nome, spiegò che era un socialista rifugiatosi d'Italia nel Brasile al tempo di moti politici. Il Buondelmonti disse sorridendo:
— Ora capisco perchè s'è allontanato così da me!
Sopraggiunse Quirino Honorio do Amaral e col suo bell'impeto cordiale raccontò al Buondelmonti che aveva fatto annunziar il suo arrivo da tutti i giornali e dar notizie di lui e delle sue opere. Sopraggiunsero gl'invitati di San Paolo. Erano otto o dieci italiani d'ogni regione d'Italia dalla Lombardia alla Sicilia, uomini d'affari arricchitisi con strenua operosità. C'erano tre grandi importatori di prodotti europei, un banchiere, grandi negozianti e padroni di fabbriche tra le primissime di laggiù nel loro genere. Questi col Berènga costruttore e col Tanno padrone di officine e con pochi altri di Rio de Janeiro erano il fiore della colonia e dell'emigrazione italiana, nel Brasile. E il Buondelmonti, mentre stavano pranzando, li guardava, tutti quelli uomini della sua stessa patria raccolti con lui in cima a quel colle lontano dalla patria tante migliaia di miglia; li guardava a uno a uno attraverso la tavola sfarzosa, i fiori e il cristallame sfavillante sotto uno sfolgorio di troppa luce. Aveva accanto a sè Giorgio Tanno e davanti un giovane della Basilicata, di nome Pasquale Mùrola, il quale per amore della patria lasciata nell'infanzia si nutriva la mente di letture italiane, e perciò insieme col fratello aveva fatto al Buondelmonti gran festa sin dal primo incontro sull'«Atlantide», perchè sapeva chi era e quanto valeva. Ora il Mùrola parlava con un importatore di San Paolo che gli sedeva a destra, un siciliano con due occhi vivissimi in una faccia arguta e mobilissima, e il Buondelmonti capiva d'essere l'oggetto del loro discorso, perchè ogni tanto l'uno e l'altro davano un'occhiata di sfuggita verso di lui e sorridevano cordialmente. Fra gl'italiani di San Paolo e quelli di Rio de Janeiro c'era un fervore di conversazioni più forte che non fra conoscenti ed amici i quali si ritrovino dopo lungo tempo e abbiano molte cose da raccontarsi; pareva al Buondelmonti che ritrovandosi gli uni con gli altri, quelli italiani, provassero la gioia di rimpatriare. Gli occhi dell'importatore siciliano, altri occhi italiani, intelligenti e penetranti, scintillavano; squillavano le voci di tutte le stirpi italiane, de' liguri, de' siciliani, de' veneti, de' calabri, de' toscani.
Giorgio Tanno parlava all'orecchio del Buondelmonti d'un comitato della nobile società nazionale che prende nome da Dante Alighieri, fondato da lui e da' suoi amici a Rio de Janeiro pochi mesi prima. Parlava de' disegni che aveva formati per l'avvenire, sullo sviluppo da dare a quel comitato, e di alcune scuole da aggregarvi. Quando ad un tratto discostò dal Buondelmonti la faccia, e la cicatrice gli guizzò dallo zigomo fin sotto il negror della barba infocandosi. Gli occhi s'intorbidarono di ferocia e dalle labbra gli usciron queste parole:
— Perchè io sono italiano!
Poi con la palma aperta si percosse la cicatrice sulla gota e aggiunse:
— Veda! Questo qui lo chiamano il segno di Menelik! Io ero a San Paolo quando l'Italia fece la guerra in Affrica. Ero venuto da poco nel Brasile. C'eran de' moti contro gl'italiani e si gridava viva Menelik! Una volta per una strada m'imbattei in gente che gridava così. Mi scagliai addosso a loro buscandomi una pugnalata qui. Ma uno fu ammazzato da me.
Improvvisamente una voce squillò poco discosto dal Buondelmonti:
— L'Italia è costretta a fare una politica estera vile e la colpa principale è vostra!
E un giovane magro e lungo con un volto magro e lungo si levò scagliandosi contro il socialista Giacomo Rummo. Il quale ribattè:
— La colpa è della borghesia.
Ma l'altro senza dargli ascolto seguitò:
— Bisogna pensare che la lotta di classe si fa in casa, ma fuori c'è la lotta delle nazioni; e a questo voi socialisti non avete mai voluto pensare e avete ridotto tutto alla lotta di classe! Per egoismo di classe avete distrutto la nazione! Ora poi vorreste rovesciare il ministero perchè non parte in guerra contro l'Austria! Voi! Voi che avete sempre gridato contro gli armamenti! Fatemi il piacere!
La voce del giovane magro e lungo, un giornalista italiano di San Paolo, squillava con un che di bleso. Il socialista senza batter ciglio ripetè:
— La colpa è della borghesia. Noi socialisti abbiamo un solo dovere: fare la lotta di classe. Non altro! Toccava alla borghesia che ha il dominio della nazione, a fare una politica nazionale resistendoci e magari schiacciandoci. Noi gridavamo contro gli armamenti? Ma che s'armasse! Non ne ha avuto il coraggio. Ha avuto quel mezzo coraggio che è figliuolo della necessità e della paura: spendere quella quantità di milioni che bastava per far gridare i socialisti, non per mettere la nazione in buono stato di difesa. Cioè, far sì che le cosiddette spese improduttive fossero veramente spese e improduttive insieme. La colpa non è nostra. Stia pur certo che noi saremmo capaci di dare all'Italia una classe dominante più coraggiosa, più gagliarda, più intelligente.
Il Buondelmonti ammirò il socialista e lo approvò dicendo:
— Nel riprovare la borghesia sto con Lei.
Il socialista fissò un momento il Buondelmonti e disse seccamente:
— Tanto meglio.
E si voltò dall'altra parte verso il giornalista che dava le ultime notizie sopra l'agitarsi delle potenze d'Europa, tra le altre l'Italia e l'Austria, che in quei giorni s'era fatto minaccioso per la vecchia pace.
Ma dopo il pranzo il Buondelmonti s'accostò di nuovo al nemico che aveva trovato anche nel Brasile, perchè gl'ispirava simpatia e voleva addomesticarlo. Lo scorse in disparte, in piedi, che fumava tutto solo, gli s'accostò e gli disse riattaccando il discorso:
— Non dubito davvero che loro socialisti sarebbero capaci di dare all'Italia una classe dominante più intelligente e più coraggiosa.
Il Rummo, fronte a fronte, appuntava verso la faccia del Buondelmonti la barbetta rossigna e taceva. Teneva il braccio un po' discosto dal fianco e aveva il sigaro tra le dita che mandava su un fil di fumo. Il socialista fissò a lungo l'imperialista finchè senza levargli gli occhi di dosso gli disse:
— Allora Lei ne morrebbe per la sua borghesia, vero?
— No davvero! — ribattè l'altro. — No davvero! Io non ho spezzato mai una lancia per la borghesia e per gli interessi borghesi; ho spezzato tutte le mie lance per la nazione e per gli interessi nazionali; e se è apparso diversamente, è stato perchè un certo tempo, in buona fede, ho creduto che nella borghesia prima che altrove si potesse risvegliare una coscienza nazionale.
Il Buondelmonti si tacque, si accostò ancora al Rummo e piano e con un sorriso di delicata seduzione gli domandò:
— Non crede alla mia buona fede?
A un tratto il solido e fermo uomo fu scomposto, perchè quella domanda voleva dire che il Buondelmonti teneva in gran conto la sua stima, e in lui la naturale vanità che è nel cuore d'ognuno, fu lusingata. Gli occhi che il Rummo non aveva mai levato dalla faccia del Buondelmonti, sbatterono un po', la barbetta a punta cadde giù e dalle labbra uscì:
— Non ho mai dubitato della sua buona fede!
Poi il Rummo rimase a viso basso come se si guardasse i piedi e dalla sua mano rimasta nello stesso atteggiamento continuava a venir su il fil di fumo. Da ultimo il Rummo rialzando il capo domandò:
— Ha fatto buon viaggio?
Il Buondelmonti rispose di sì e un sorriso fino gli errava ne' precordii.
Parte degl'invitati eran rimasti nella sala da pranzo, parte s'erano sparsi sulla terrazza e per le altre stanze. Tutta la villa era piena di voci e chi passava per le vie del colle e giù nella valle, la vedeva ardere di lumi attraverso le finestre aperte nella caldissima notte. Il padrone di casa stava con altri sulla terrazza e tonava contro l'Argentina, perchè in quei giorni c'erano rumori di guerra tra quella potenza e il Brasile. A pochi alla volta gl'invitati venivano a salutarlo e ad accomiatarsi e tra gli altri venne il Buondelmonti, ma il padrone di casa lo trattenne per la mano ed esclamò:
— Quando sarà in Italia, lo gridi forte che il Brasile è un grande paese e che ha un immenso avvenire! L'Argentina no!
Tutti gl'italiani presenti i quali amavano il paese dove avevan mutato di condizione, approvarono e si scagliarono contro l'Argentina con alte voci, mentre tre o quattro brasiliani che s'erano avvicinati, tacevano contenti nel cuore. A un tratto si sentì la voce del Berènga chiamare:
— Bruna!
E il Buondelmonti scorse in un giardinetto che era sotto la terrazza, una forma femminile e sentì una voce che rispose ardita:
— Mi vuoi, zio?
— Vieni su.
La forma femminile balzò, volò, sparve, riapparve sulla terrazza. Era una giovinetta che aveva un volto asciutto e olivigno, le ardeva negli occhi il cuore, e un leggiero ansito le alzava il petto per la corsa fatta tutta d'un fiato dal giardino in su. Il Berènga l'attirò a sè e mettendole le grosse dita villose dentro i capelli e piegandole il viso verso il Buondelmonti le disse:
— Vedi là un bravo italiano.
Bruna fissò il giovane e gli occhi le ridevano sì forte che pareva lo deridesse. Ma ad un tratto le sue labbra dissero:
— È il signore che taglia?
— No! È il signore che scrive.
E il Berènga aggiunse a Piero:
— Le ho parlato di Lei e del professore.
Gli occhi di Bruna non lasciarono Piero, le sue labbra aggiunsero:
— Italiano!
E tacque con i capelli ancor nella branca dello zio, fremendo di riprender la corsa. Pure, teneva il capo fermo e aveva sotto le ciglia uno sguardo lungo che andava lontano. E di nuovo le uscì dall'ardor del riso:
— Italiano!
Lo zio disse al Buondelmonti:
— L'ho lasciata crescere in libertà questa polledra selvaggia, però!... dimenticar l'Italia no! Amare questo paese dov'è nata, sì, ma non dimenticare l'Italia! Ho voluto che studiasse bene l'italiano, la geografia, la storia d'Italia, e che conoscesse Dante; ho voluto che facesse quello che noi non potemmo fare alla sua età. Io non posso tornare in patria, ma ci torno così: cercando di tener vivo l'amore della nostra patria, in questa creatura del mio sangue.
Tacque, la fissò, le piegò il capo all'indietro con l'una mano, le attanagliò il mento tra il pollice e l'indice dell'altra, disse:
— Ma è proprio de' Berènga, vero?
La giovinetta strise e rise, la maschera de' Berènga guizzò sulla sua faccia. Lorenzo Berènga aveva, d'un rilievo straordinario, dalla fronte al mento, l'impronta de' veri uomini di lotta e di conquista: l'impronta della volontà risoluta, aggressiva e dura; egli aveva dal mento quadrato alla fronte quadrata una sagoma facciale diritta come il taglio d'una spada. Ei tenne ancora Bruna col capo riverso, la contemplò a lungo, poi impetuosamente la baciò e disse al Buondelmonti:
— È figlia d'un mio fratello ucciso nell'Uruguay durante l'ultima rivoluzione.
E prese a raccontare del fratello e di se stesso. Con questo fratello maggiore e con le braccia soltanto, a dodici anni era venuto nell'America del Sud e prima erano sbarcati a Montevideo dove il fratello era rimasto, e poi lui era venuto a Rio de Janeiro dove aveva lavorato anni e anni da muratore finchè era riuscito costruire per conto suo e più volte era stato buttato a terra da colpi di fortuna, ma s'era sempre rialzato e in vent'anni nella capitale del Brasile aveva fabbricato forse più di mille case e palazzi. Lorenzo Berènga concluse:
— Mio fratello Giovacchino a Montevideo ha fatto di tutto, ha provato tutto ed è morto nella strada d'un colpo di pugnale; ma in altri tempi sarebbe diventato un Napoleone. Io mi sentivo un cencio a petto suo.
Il Buondelmonti guardava il costruttore. Questi aveva una statura poco più alta della media e membra proporzionate, ma per effetto forse d'una mirabile giustezza di proporzioni, appariva più grande, un che di grandioso era in lui, appariva ancora fortissimo oltre i cinquant'anni, ed era in lui un che di formidabile. Il Buondelmonti guardava soprattutto i fasci di muscoli che avevan le sue ciglia di qua e di là dal naso largo, massiccio, diritto, senza scavo all'attaccatura frontale. Quando Lorenzo Berènga cessò di raccontare della sua vita e del fratello ucciso, aveva la faccia un po' in avanti e non guardava nessuno. Il Buondelmonti vide che quella faccia ora metteva paura. Qualcosa di terribilmente feroce stava nell'occhio torbido sotto i fasci de' muscoli cigliari contratti e fermi come se fossero stati di ferro. Il Buondelmonti guardò ancora e scorse in quell'occhio feroce qualcosa di doloroso. A un tratto queste parole uscirono dalle grosse labbra del Berènga:
— Si è in esilio qui, si lavora e si combatte in esilio.... altro clima, altra lingua, altra gente e famiglia nuova.... Dir l'inferno di chi è solo a combattere!
Furono pochi attimi. Riapparve l'uomo cordiale e festoso dell'«Atlantide», l'occhio rischiarato. Con la sua franchezza disse al Buondelmonti:
— Lei vuol andarsene, se ne vada; si ricordi che casa mia è casa sua.
E aprendo la mano aggiunse a Bruna:
— Vattene anche tu.
La fanciulla scosse la chioma liberata e fuggì. Ma lo zio la richiamò ancora, ed ella si voltò domandando:
— Mi vuoi?
Negli occhi le bruciava un fuoco di riso.
Lo zio le disse:
— Cogli de' fiori per il signore, quando passa. Ma intendiamoci! Non spogliare il giardino!
— Sì.
E fuggì. Il Berènga disse al Buondelmonti:
— Mio fratello quattro volte fece fortuna e quattro la distrusse. Una volta prestò tutti i suoi risparmi a un amico e non riebbe più nulla. Se io dico a Bruna di portarmi de' fiori, mi spoglia il giardino. Ha come mio fratello la mania di donare. Ultima fiamma del sangue nostro!
Il Buondelmonti quando lasciò la villa in compagnia di Quirino Honorio do Amaral, era ammutito. Rivedeva l'occhio del Berènga torbido di ferocia e di dolore, si ricordava dell'altro occhio del Tanno e della cicatrice del pugnale guizzante sotto il negror della barba. Gli ritornavano in mente le parole del Berènga:
— Altro clima, altra lingua, altra gente....
Era l'emigrante dell'«Atlantide». Lo rivide sopra un'altra nave, in mezzo all'oceano, a dodici anni, col fratello e le braccia soltanto.
Gli riapparvero gli emigranti con i quali aveva viaggiato, e, subito dopo, gl'italiani di San Paolo e di Rio de Janeiro con i quali aveva pranzato quella sera. E ancora risentì le parole del Berènga:
— Soli a combattere!
E a un tratto afferrò la condizione di quelli uomini: ognuno di loro era solo in mezzo alla vita collettiva del paese straniero; ognuno di loro valeva per la sua forza individuale, assente quella che centuplica tutti: la forza nazionale. Dispersi membra tronche.
Subito gli balenò e gli si fissò in mente la verità piena con queste parole:
— Sono così forti! Che avrebbero fatto, se ognuno avesse avuto con sè la forza nazionale? Invece, la patria li diminuisce.
Rivide la cicatrice sulla gota del Tanno, risentì l'insulto lanciatogli in faccia: — Evviva Menelik!
Il Buondelmonti gridò dentro di sè:
— Razza di cani! Quando vollero che l'Italia restasse sconfitta da un selvaggio, non pensarono a questo. Non pensarono che tagliavan le braccia a tanti milioni di disgraziati dispersi per il mondo! E ora l'Italia manda il medico sulla nave a pesar loro il cibo e l'aria e medicar le piaghe! Per quindici giorni, razza di cani!
A un tratto dal cancello della villa, nel buio, vide balzarsi dinanzi una forma femminile, Bruna con le mani piene di fiori. E dati questi, la giovinetta come presa da follia si mise a correre qua e là e a cogliere, a cogliere altri fiori. Il Buondelmonti diceva:
— Basta!
Ma Bruna continuava a coglier fiori senza parlare.
III.
Piero la mattina dopo mandò de' fiori a Giovanna e un biglietto nel quale la pregava di dirgli quando poteva andare a farle visita. Giovanna ringraziandolo gli rispose che gli avrebbe scritto per avvertirlo, e Piero che s'aspettava l'invito per quel giorno stesso, rimase male e si domandò: — Che accade? — Per più mattine aspettò la posta, ma la lettera di Giovanna non giunse. Egli lasciava triste l'albergo e soltanto riusciva a vincere ancora la sua tristezza visitando le scuole e i sodalizi italiani di Rio de Janeiro accompagnato da Giorgio Tanno, dai fratelli Mùrola e da altri e talvolta anche dal socialista Giacomo Rummo. Questi era segretario d'un sodalizio intitolato l'«Operaio Italiano» e quando il Buondelmonti andò a visitarlo, gli fece il viso dell'armi come al pranzo del Berènga: in fretta e furia gli mostrò le sale per puro dovere di ufficio, gli dette alcune notizie sull'origine e l'andamento del sodalizio e lo piantò lì insieme con gli altri che l'avevano accompagnato.
Un'altra volta il Buondelmonti trovò il Rummo sulla porta d'una scuola insieme con altri che lo aspettavano per riceverlo. Era una scuola d'infanzia, vi erano trenta o quaranta bambini, i figli degli italiani nati nel Brasile, i figli degli emigranti che avevano attraversato l'oceano per cercar fortuna. Erano trenta o quaranta bambini macilenti ed esangui, una sorta d'omuncoli malati in cui s'era già spenta negli occhi e nei gesti ogni vivacità italiana. Avevano ancora negli occhi un'ombra degli italiani del mezzogiorno, un orlo intorno alle palpebre d'un bel nero morato che tanto più risaltava nell'esangue macilenza dei volti. Il Buondelmonti n'interrogò alcuni e domandò loro il nome del padre e della madre e che cosa facevano, e ogni bambino rispondeva il mestiere del padre e della madre non in italiano, ma in brasiliano. Il Buondelmonti dimandò loro a uno a uno:
— Sei italiano o brasiliano?
E tutti quei bambini dai sei ai dieci anni a uno a uno risposero:
— Brasiliano.
Il Buondelmonti si rivolse al loro maestro. Questi era un giovanotto sui vent'anni bello e forte, oriundo d'Italia e nato nel Brasile. Il Buondelmonti rimase con gli occhi stupefatti a guardarlo, perchè gli parve d'assistere ad una metamorfosi. Il giovanotto aveva tutte le fattezze e la struttura e i bei colori ancora dell'italiano, ma già una lentezza, simile a quando prende il sonno, l'aveva occupato, ed era così visibile che pareva l'occupasse in quel momento. Al Buondelmonti parve di assistere al trasformarsi dell'italiano in uomo d'altro clima. Proprio come quando un colore si muta in un altro, l'italianità era ancora e già mancava. Il Buondelmonti voleva dir qualcosa al maestro intorno al suo metodo d'insegnamento, ma non gli disse nulla, scrollò le spalle e uscì dalla scuola.
Disse al Rummo, quando furono in istrada:
— Queste scuole sono davvero un debole istrumento per la conservazione dell'italianità nelle colonie!
E cercò d'intrattenere il Rummo parlandogli d'emigrazione e di doveri nazionali; ma il Rummo gli disse:
— So, so! Ho dat'un'occhiata al suo libro, «La riforma borghese».
— Ebbene?
— Lei vorrebbe la nazione eroica, sogna conquiste affricane. Ma dove vuol trovarlo l'eroismo tra la borghesia? L'eroismo è solo dalla nostra parte e si chiama sciopero generale.
E sprezzantemente il Rummo se n'andò pe' fatti suoi, non solo, ma da quella volta si tenne il più possibile lontano dai ritrovi dove supponeva d'incontrar il Buondelmonti, e per la via si voltava dall'altra parte e non lo salutò più.
Altre volte il Buondelmonti passeggiava per Rio de Janeiro insieme con Quirino Honorio do Amaral, spesso lungo la riva del mare, e le loro conversazioni s'aggiravano di solito su letterati e artisti europei della cui conoscenza, specie degli italiani, il giovane brasiliano si mostrava avidissimo. Egli aveva già un cervello addestrato alle cose della letteratura e dell'arte di Europa ed aveva per tutto ciò che fosse italiano una passione che lo divorava; la quale passione, seppe il Buondelmonti in una delle loro passeggiate sul mare, gli proveniva dall'avere egli qualche anno avanti, quando cioè era ancora giovinetto, vista recitare in un teatro di Rio de Janeiro una grande attrice italiana, e dall'essersi allora per la prima volta la sua anima iniziata alla conoscenza del bello. Quirino era poeta d'ardente e profonda anima, aveva già composto un poema intitolato «La patria lontana» e l'aveva dedicato al grande poeta nazionale del Brasile Joâo Antonio de Oliveira del quale egli era discepolo. La patria lontana era l'Italia, culla della civiltà latina. L'anima di Quirino vedeva continuamente l'Italia, perchè l'arte ne aveva risvegliato in lui, il ricordo, ed ei la considerava come sua patria d'origine, sin dall'origine de' suoi padri antichi. Sicchè quando si trovava col Buondelmonti era avidissimo di saperne il più possibile e lo interrogava su Roma e sulle altre città, sull'aspetto de' paesaggi, sui monumenti e sulle vite degli artisti; tornava continuamente su Roma e sulle rovine romane e faceva domande particolareggiate, minuziose, dicendo spesso:
— Io so che questo monumento è posto così ed ha questa linea, ma com'è?
Il Buondelmonti gli rispondeva e Quirino domandava ancora, e il Buondelmonti gli dava altre notizie sorridendo, ma Quirino era insaziabile, per un'avidità dell'antichissimo sangue trasfuso in lui.
Spesso poi conduceva il Buondelmonti da un celebre libraio francese della città il quale si chiamava Garnier e nella cui bottega frequentavano letterati e artisti; questi pure, uomini di fino intelletto e di curiosità spirituale, si mostravano desiderosi di conoscere la letteratura e l'arte d'Italia, ma Quirino per placare la sua nostalgia li stancava parlando e parlando loro del Buondelmonti, quando questi era partito.
Finalmente una settimana dopo il pranzo del Berènga, Piero e gli Axerio si ritrovarono in una casa brasiliana che dava un ricevimento in loro onore, e Piero appena entrato nel primo salotto avendo scorto Giovanna le andò incontro e le domandò:
— Perchè non mi ha più scritto?
Ma Giovanna non aveva ancora risposto quando sopraggiunse il Porrèna dicendo:
— Questo Brasile m'accoppa con una congestione cerebrale di noia.