Part 2
A giorno il professore Jacopo Axerio operò l'emigrante ferito, e il Buondelmonti e un altro passeggiero chiesero di poter assistere all'operazione. I due estranei tenendosi in disparte stavano attenti ad ogni atto del professore il quale aveva un fremito di gioia dentro la barba mentre si metteva il grembiale bianco e i guanti bianchi. L'uomo era stato spogliato, disteso sulla tavola, legato a' piedi, addormentato, volto di fianco, e l'infermiere e un marinaio gli tenevano fermi piedi e polsi. Il professore s'accostò con le braccia nude, bianchissime, coperte di pelo nero, muscolose, si curvò, tagliò al labbro della ferita, tagliò dritto, poi voltò ad angolo, scoperse il grasso, fu dentro. Il Buondelmonti gli si fece alle spalle e allungò il collo per vedere dentro il petto umano, ma non vide nulla; vedeva le mani del professore con i guanti bianchi tutti sangue continuare a tagliare, mettere delle pinzette ai labbri del taglio, e il medico di bordo che gli stava al fianco, asciugare via via il sangue con dei pezzi di velo. Gli atti delle mani che operavano, erano sicuri, rapidi, ma parevan lenti tanto eran calmi. Non vi eran più se non quelle mani e i due occhi fissi sopra, sicuri e calmi. Apparve un osso, fu scarnificato, resistette al taglio della forbice, l'uomo mise un orrendo fiato sotto la maschera del cloroformio, si torse tutto sul fianco, era una costa. Dopo qualche momento il medico di bordo disse al Buondelmonti sottovoce:
— Siamo sul cuore.
Parve al Buondelmonti e all'altro di vedere il cuore battere alle coste. L'uomo che vi aveva intorno le mani e i ferri, si torse più orrendamente lungo tutta la spina dorsale: un'altra costa era tagliata. Il Buondelmonti e l'altro passeggiero si trassero in disparte, si dissero qualche parola, si riaccostarono, l'operazione era fatta: già il professor Axerio ricuciva le carni. Il Buondelmonti fu preso d'ammirazione per lui e disse al compagno sottovoce:
— Ecco un uomo che vale nell'arte sua!
E aggiunse che la celebrità di cui il professor Jacopo Axerio godeva in Italia, era davvero meritata.
L'Axerio forse avendo sentito si voltò e continuando a togliersi i guanti posò lo sguardo sul Buondelmonti sorridendo come l'uomo che ha compiuto valorosamente la sua opera che gli piace. E il Buondelmonti prima d'uscire dall'infermeria lo ringraziò e gli strinse la mano con rinata cordialità.
L'«Atlantide» allora finiva di caricar carbone per il resto del suo cammino e di lì a poco riprese il mare. Fino a Rio de Janeiro non doveva fermarsi più. Il passaggio d'un'altra nave al largo, la pinna nera d'un pescecane natante a fior d'acqua continuarono ad essere gli avvenimenti di bordo ove la giornata consueta era intessuta di colazioni e di pranzi, di qualche lettura, di qualche giuoco, della contemplazione de' tramonti, delle discussioni, dell'incanto del mare, quando qualcuno s'appartava nella solitudine. Piero Buondelmonti discusse altre volte con il professor Jacopo Axerio, col produttore di vino di Mendoza, con gli altri commercianti e anche con Filippo Porrèna; continuò a far visite agli emigranti e ad occuparsi della loro vita. Perchè egli era veramente un giovane di gran cuore, sentiva pietà per quelli che soffrono e nutriva simpatia per il popolo, per i forti lavoratori. Egli aveva le maniere e i sentimenti dei vecchi padroni della campagna toscana da cui proveniva. Come quelli dando del tu ai loro sottoposti se li affezionano ed attaccano tanto da formare insieme una sola famiglia; così il Buondelmonti godeva nell'essere alla mano e affabile con chi era da men di lui. Egli sapeva adoperare quel tu dei toscani che dà confidenza e toglie la separazione delle condizioni e delle classi, secondo il volere della vita che gli individui facciano un tutto fra di loro e chi è più in basso si continui in chi è più in alto. Soltanto quando diventava uno scrittore politico, quando nel suo cuore parlava la nazione, allora non s'accorgeva neppur più di quella parte popolare de' suoi sentimenti. Allora egli era semplicemente l'apostolo dell'eroico nazionale. Egli era un artista. Egli aveva fatti gli studii classici, e la storia, la letteratura, la lingua latina, gli avevan formato lo spirito. La romanità era diventata sangue del suo sangue e carne della sua carne, come espressione della più vigorosa volontà collettiva di vastità, d'unità e di potenza. Così educato il Buondelmonti era avverso al socialismo e odiava tutti coloro i quali della nazione vogliono fare un istituto per rimediare ai mali degli individui e delle classi e ignorano che le nazioni debbono esse agire come individui validi. E per questo in patria Piero Buondelmonti era stato accusato d'essere uno scrittore politico nemico del popolo, della democrazia, della libertà. Nemico della libertà, perchè mirando alla unione nazionale avrebbe voluto domare la lotta di classe e l'insorgere dei partiti. Uno scrittore del passato, perchè ai più sfuggiva la modernità di quel suo classicismo romano considerato come espressione di ciò che il mondo moderno ha di più moderno, come espressione d'una volontà di vastità e di potenza; ai più sfuggiva la modernità di quel suo concepire la nazione come un maggiore individuo, attivo nel vasto e potente mondo. I più insomma non sapevano distinguere nel Buondelmonti l'uomo nazionale, l'uomo che può cessare d'essere individuo e diventare coscienza di nazione. Egli invece distingueva in sè queste due nature delle quali, quasi come in Cristo, l'una era umana e l'altra era divina. E così ora sull'«Atlantide» essendo uomo fra uomini sentiva pietà degli emigranti; ma quando in lui si risvegliava l'anima italiana, si sentiva umiliato. Il suo cuore irascibile si sdegnava contro un popolo in cui sì spesso l'uomo s'appaga di viver miserrimamente, un popolo ignaro di ambizione e d'orgoglio, un popolo che si appaga di mandare tanta parte di sè a far da materiaccia prima alla formazione di vita d'altri popoli. Il Buondelmonti si sdegnava contro le vilissime classi dirigenti della borghesia e contro i ciechi conduttori del socialismo, teneri d'introdurre i diritti degli uomini tra' cinesi; si sdegnava contro tutti i politici da ospedale, contro tutti gli Axerio d'Italia i quali s'eran trovati d'accordo nell'escogitare il rimedio umanitario per gli emigranti. Questi rifiuti espulsi verso il lontano ignoto straniero vivevano per i quindici giorni del viaggio sotto gli amorevoli occhi di un medico militare della patria chiamato commissario regio, il quale pesava loro il cibo scelto, misurava lo spazio e l'aria ventilata, medicava le piaghe aperte da anni ed anni e che per anni ed anni sarebber rimaste aperte sotto il furor del tropico. Spesso il Buondelmonti seduto in disparte tutto solo considerava quella miseria che navigava con lui, e tanta viltà che egli aveva lasciata in patria. E spesso allora non era più un individuo ma l'uomo nazionale d'Italia il quale aveva vissuto in tutti i tempi della storia italiana e di tutto si ricordava. Si ricordava d'un altro popolo disperso per il mondo, fatto fango sotto i piedi delle genti, e si diceva fra sè e sè: — Perchè così anche l'Italia? — Il suo cuore si riempiva dell'amarezza dell'ira e del dolore, e talvolta il giovane chinava il mento nel cavo della mano e gli occhi gli s'inumidivano sotto l'ombra della florida chioma.
La signora Giovanna Axerio riconduceva il Buondelmonti al sentimento della vita individuale ispirandogli sempre più amore. Un mese prima s'eran trovati insieme in casa d'amici a Roma. Si conoscevano sin da quando abitavan tutti e due a Firenze, innanzi che Giovanna si maritasse, e Piero aveva sempre avvertita dentro di sè una inclinazione ad innamorarsi di lei, perchè essa era d'una leggiadria d'animo e di persona che parlava a quanto egli aveva di più delicato in fondo al cuore. Ma s'erano incontrati di tanto in tanto e per poco e Piero non s'era mai innamorato di Giovanna. L'ultima volta che l'aveva trovata a Roma, era pieno d'afflizione, perchè poche sere prima aveva fatto in pubblico un discorso per esporre le sue dottrine politiche, e gli avversarii di queste dottrine s'eran dati convegno nell'aula, gli avevan troncato la parola e l'avevano costretto ad andarsene con urli e fischi, nessun difendendolo. E questo sopra tutto lo aveva afflitto: che nessuno fosse sorto a difenderlo, perchè egli non poteva comprendere la viltà. Si doleva con Giovanna, appunto di quella sera, e si mostrava afflittissimo, deliberato a non ritentar la prova, quando ad un tratto Giovanna gli aveva detto:
— Perchè non viene con noi?
— Con loro dove?
— Nell'America del Sud con me e con mio marito.
— Parte? Quando?
— Ma presto, presto! Mio marito è stato invitato dal governo brasiliano a fare un corso straordinario di un anno nella facoltà di medicina di Rio de Janeiro. Partiamo fra un mese da Genova sull'«Atlantide». Nulla è perduto, amico, e Lei ritenterà la prova. Ma ora ha diritto di riposarsi. Venga con noi. Chi sa che non trovi laggiù l'ispirazione per il suo capolavoro e per la sua rivincita.
— Lei scherza, amica, invitandomi?
— Un po' scherzo, se la mia proposta non Le fa piacere; ma sul serio Le dico che a me farebbe molto piacere averla per compagno di viaggio.
— Anche se io Le dichiarassi fin d'ora che Le farei la corte?
— Anche.
— M'innamorerei di Lei. Già l'ho sempre amata un po'. Vuole che L'ami?
La signora aveva taciuto un istante come distratta o incerta; poi mettendosi a sorridere, a sorridere, come se un animo le dicesse una cosa che la faceva tutta contenta, aveva detto sottovoce battendo insieme le palme dalla gioia:
— A Rio de Janeiro!
— Ma il professore Axerio che penserà del mio viaggio?
Giovanna aveva riso e risposto:
— Il professore Axerio è un uomo talmente sicuro del fatto suo che non penserà mai ad essere geloso. Lei non si occupa di tante cose nazionali? Faccia annunziare dai giornali che va a studiar le colonie italiane dell'America del Sud.
I giornali avevano annunziato, il Buondelmonti aveva visto davvero un campo di nuovi studii nelle colonie italiane dell'America del Sud ed era partito con gli Axerio sull'«Atlantide». Che passava nel cuore di Giovanna? Chi sa! Certo c'era fra loro come una tacita intesa. Quel viaggio di Piero aveva avuto la prima origine da una specie di loro complicità fra lo scherzevole ed il serio, e qualcosa di questa complicità fatta meno scherzevole e più seria pareva che restasse sempre fra loro. Così quando Piero discuteva troppo calorosamente con il professore Axerio, Giovanna lo rimproverava con uno sguardo come se volesse dirgli: — Non comprendi che fai il nostro danno se ti guasti con lui? — E quando discutevano, spesso Piero voltandosi si vedeva addosso gli occhi di Giovanna fissi e vigilanti come se volessero dirgli: — Sii cauto, per il nostro bene! — E spesso quando lo vedeva lontano e solo, lo chiamava con un cenno e si mettevano a parlare delle cose più comuni, ma essa gli parlava sottovoce, proprio con la voce di quell'animo che la faceva tutta contenta quando a Roma invitandolo al viaggio gli aveva detto: — A Rio de Janeiro! — Che voce aveva avuto allora e come aveva sorriso! Come aveva battuto insieme le palme! Come era stata gioiosa! Egli si era deciso a partire per la città ignota e lontanissima, in quel momento, per quel sorriso, per quel batter di palme che aveva coperto il suono sommesso della voce. E sempre a bordo quando Giovanna gli parlava sottovoce, egli risentiva quello che le aveva dimandato in quel momento: — Vuole che L'ami? — E quello che essa aveva risposto: — A Rio de Janeiro! — Ed ogni giorno più questa risposta significava seriamente: — Voglio che tu mi ami laggiù!
Una mattina, qualche giorno prima d'arrivare a Rio de Janeiro, Piero trovò in sala di conversazione Giovanna che leggeva e le disse:
— So chi Le ha dato questo libro: il signor Porrèna.
— Chi glielo ha detto?
— L'aveva lui ieri. Ha molta amicizia per il signor Porrèna?
— Amicizia! Che parola!
— Ho notato che conversa spesso con lui.
— Sì.... m'incuriosisce quel suo modo di veder le cose....
— Semplicemente cinico, a me pare, come l'uomo a me pare semplicemente spiacevole.
Piero fissò qualche momento Giovanna con occhi iracondi, e Giovanna gli spalancò in faccia i suoi interrogatori, stupefatti, sorrise e gli disse:
— Se io Le appartenessi, sarebbe geloso! Un uomo sì grande e quasi un eroe!
E continuando a sorridere posò il libro, mentre Piero era diventato rosso, perchè veramente era geloso del Porrèna. Egli non aveva mai potuto liberarsi di certa timidità campagnuola e spesso dinanzi ai piccoli motteggiatori della città perdeva la coscienza del suo valore e giudicandosi inferiore a loro non parlava più. E così più volte gli era accaduto con Giovanna in presenza del Porrèna.
La sera stessa Piero stava sul ponte; era già qualche ora di notte, la maggior parte dei passeggieri s'eran ritirati nelle loro cabine. Si levò la nebbia sul mare e la sirena dell'«Atlantide» dava frequenti avvisi per paura d'incontri con altre navi. Piero vedeva l'«Atlantide» tutta avvolta dalla nebbia e non vedeva più nè cielo nè mare; di momento in momento gli ferivano gli orecchi gli ululati della sirena. A uno, a due, a quattro alla volta tornarono sul ponte altri passeggieri perchè quelli ululati erano spaventosi e pochi sapevano che cosa fossero. I passeggieri lasciavano le loro cabine, risalivano sul ponte, si cercavano, s'interrogavano, e fra gli altri il Buondelmonti scorse il professor Axerio, sentì la sua voce che domandava, e gli parve che tremasse un po'. La signora Axerio qualche momento dopo raggiunse il marito il quale quando ebbe appreso, tornò nella sua cabina e la signora si accostò al Buondelmonti. Rimasero in silenzio e sulle loro teste gli ululati affittivano; alzarono gli occhi, il tubo della macchina spariva, gli alberi a poco a poco sparivano, spariva tutta quanta la nave. Giovanna disse:
— Senta! È un urlo di spavento, d'implorazione, di lamento, di disperazione.
Nella sua voce c'era il terrore della nebbia, del mare, della notte, del pericolo. Piero non le rispose. Stavano sotto il ponte di comando; due marinai uno dietro l'altro passarono accanto a loro di corsa, si gettarono su per la scaletta dalla cui cima li investì la voce collerica del comandante. La campanella di prua si mise a battere fitto fitto, quella del ponte di comando le rispose, la sirena mandò un ululato e poi un altro. Piero disse:
— Forse un'altra nave! Vediamo.
E si diresse al ponte di comando. Giovanna disse:
— Non è permesso salire lassù!
— A me sì. Venga con me.
E Piero salì, seguito da Giovanna; ma anche di lassù non vedevano nulla; soltanto il comandante ed altri uomini immobili al parapetto del ponte e il marinaio alla ruota del timone curvo verso la bussola che mandava lume dinanzi a lui. Il comandante diceva qualche parola e il marinaio dava un tratto di ruota. Si vide baluginare un che di luce nel mare, vicino, verso la destra dell'«Atlantide», s'avanzò a poco a poco, passò lentamente sul fianco destro dell'«Atlantide», si perse nella via opposta. Piero disse:
— I lumi d'un'altra nave.
E discese. Giovanna si diresse in fretta verso la porta che metteva giù alle cabine, ma Piero le disse:
— Aspetti.
— Mio marito leggeva, ma ora vorrà coricarsi.
— Aspetti!
Erano appena visibili l'uno all'altra nella nebbia, non un'ombra intorno. Ma Piero vedeva Giovanna dinanzi a sè e le vedeva sul piccolo leggiadro capo tremare il nastro di seta che portava sempre a bordo; gli pareva di vedere quel fior d'infanzia che essa conservava ancora negli occhi, tremarle alla stessa maniera. Sentì il suo respiro, sentì che tremava ed egli pure tremava. Disse:
— Rio de Janeiro!
Sentì il silenzio di Giovanna, ma nel silenzio passò l'eco della sua voce di quando essa aveva detto:
— A Rio de Janeiro.
Le prese le mani, le congiunse in croce, se le strinse tra le palme, se le portò alle labbra, sentì la sua voce che disse:
— Pietà di me!
Abbandonò e Giovanna sparì. Egli poi rimase ancora a lungo sul ponte e dal suo petto prorompeva il canto dell'amor trionfante per lo spazio dov'eran sepolti il mare, la notte, il mondo e la nave che ululava.
II.
Tre giorni dopo, l'«Atlantide» entrò nella baia del Guanabara dove sorge Rio de Janeiro. Il console d'Italia, i maggiorenti della colonia e le rappresentanze de' sodalizi, una commissione della città e del governo brasiliano si portarono a bordo a dare il benvenuto al professor Jacopo Axerio. Questi gongolava vedendo che il console stesso si occupava di far trasportare i suoi bagagli a terra per mezzo d'un giovane del consolato. Era sceso sul ponte basso ed era andato incontro alle commissioni sino alla scaletta d'imbarco e lì tra il pigiapigia degli emigranti e de' passeggieri delle classi che anelavano di mettere il piede a terra dopo tanti giorni di navigazione, faceva riverenze agl'italiani ed ai brasiliani e mandava scintille dalla barba a sentire che i brasiliani gli portavano il saluto del presidente della repubblica, del ministero, del ministro degli affari esteri, della camera, del senato, della prefettura della città, d'istituti scientifici e d'accademie, e a vedere che gl'italiani se ne commovevano patriotticamente insieme con lui. Si vedeva la sua barba china come quella d'un capro spostarsi qua e là saltando, via via che i saluti gli venivano da più parti, e la sua mano stringere ora questa ora quella mano, e i suoi occhi cercare in giro gli occhi de' connazionali intenerendosi sempre più della loro tenerezza sempre maggiore, mentre dalla bocca tremolante gli usciva un continuo balbettio di ringraziamenti a mo' di bava. I brasiliani guardavano il grand'uomo d'Europa con occhi curiosi. C'erano fra loro deputati, senatori, capi de' varii uffici, professori, giornalisti, studenti e medici in abbondanza; gente quasi tutta magra e secca, che diceva soltanto parole rade e piano, con una certa timidezza che pareva provenire da un'eccessiva sensibilità non scevra di diffidenza; e alcuni di loro avevano ancora sulla faccia l'impronta dell'origine: il teschio forte con gli zigomi in fuori e un che d'ultima ombra del sangue negro tra pelle e pelle. Tutti si dicevano onorati d'ospitare nel loro paese il professor Jacopo Axerio e si ripromettevano immensi vantaggi per la chirurgia brasiliana dalle sue lezioni e dalle sue operazioni, e il professor Jacopo Axerio si trangugiava a una a una tutte le lodi. A un certo punto gli studenti mandarono un evviva rinforzato dagl'italiani sì che ne rintronò la baia, e uno di loro parlò inneggiando, come se fosse stato in Europa, al progresso della scienza, all'amicizia dell'Italia e del Brasile, all'unione latino-americana e in fine alla solidarietà de' popoli. Il professore rispose ringraziando e dichiarandosi commosso dell'onore fatto non alla sua povera persona ma alla scienza e così dicendo si credeva di essere più modesto che se si fosse dichiarato commosso dell'onore fatto non alla scienza ma alla sua povera persona. Infine inneggiò anche lui al progresso della scienza, alla amicizia del Brasile e dell'Italia, all'unione latino-americana, alla civiltà e alla solidarietà de' popoli. E altri gli risposero, professori, deputati, giornalisti, mentre poco discosto gli emigranti del vecchio mondo sgranavano gli occhi sulla cerimonia che veniva loro offerta al limitare del nuovo mondo.
La signora Giovanna Axerio stava vicino al marito e aveva accanto il Buondelmonti e il Porrèna. Il quale faceva musetto con le labbra come se zufolasse e guardava intorno la baia, le alture dai disegni bizzarri e la città. Si chinò verso la signora e le disse:
— Lei dev'essere superba delle accoglienze trionfali che riceve il professore.
— Infatti — rispose la signora seccamente. Le sue labbra si sporsero contro il velo, la sua mano inguantata corse in quel punto e lo rialzò. Dopo poco il Porrèna ripetè la frase al Buondelmonti:
— Lei dev'essere superbo delle accoglienze trionfali che riceve il suo connazionale.
Il Buondelmonti che sorrideva tra sè e sè a capo basso, rispose:
— Certamente.
Subito aggiunse:
— Ma per fortuna la scienza non ha patria.
E sorrise al Porrèna affabilmente, rallegrandosi dentro di sè che il viaggio fosse terminato e che quegli s'allontanasse per sempre dalla compagnia sua e di Giovanna.
Allora, o avesse afferrato qualche parola intorno, o ci ripensasse da se stesso, il professor Axerio si rammentò che sua moglie l'aveva accompagnato attraverso l'oceano, la prese per mano e avanzandola un poco disse con quel tanto di solennità che gli parve conveniente:
— La mia signora.
Tutte le fronti s'inchinarono.
Tosto una voce maschia, una bella voce sonora e franca, si levò e disse:
— Ci deve essere a bordo un altro nostro valoroso compaesano.
— Chi? — si lasciò cadere giù per la barba il professore Axerio.
— Lo scrittore Piero Buondelmonti. L'ho letto in un giornale di Roma che ho ricevuto la settimana scorsa.
L'Axerio girò a malincuore gli occhi e accennò il Buondelmonti che stava nella calca. Allora l'italiano di Rio de Janeiro il quale si chiamava Lorenzo Berènga ed era il capo morale della colonia, si fece avanti e andato incontro allo scrittore gli strinse la mano gagliardamente come ad un vecchio amico e disse forte:
— Signor Buondelmonti, io voglio dare un pranzo per festeggiare il suo arrivo e quello del professore Axerio. Lei è invitato per doman l'altro sera.
Tutta la colonia, quantunque il nome di Piero Buondelmonti fosse noto a ben pochi degl'italiani di Rio de Janeiro, seguì com'un uomo solo il suo capo morale, tanto era il rispetto che questi incuteva, e fece atto d'omaggio. E la fama di lui si sparse subito anche fra' brasiliani i quali lo complimentarono. Uno fra gli altri appena ne sentì il nome, drizzò gli orecchi e accorse, perchè le sue opere gli erano note. Era un giovanissimo letterato e giornalista di Rio de Janeiro a cui la natura aveva dato due orecchi aguzzi e due occhi fatti apposta per esprimere l'avidità d'apprendere. Si chiamava Quirino Honorio do Amaral. Da sè medesimo si presentò al Buondelmonti e gli parlò dell'ultimo suo libro con un impeto come se da anni e anni avesse avuto la gola serrata dalla commozione per quell'incontro. Gli occhi gli ridevano come la bocca mentre parlava, e pareva che gli venissero fuori dal teschio, sì aveva il volto ridotto a pelle e ossa e gli occhi a fior di testa orlati di nero e rotondi fra gli orecchi aguzzi.
Fornite le pratiche del porto, i passeggieri dell'«Atlantide» furono liberi di scendere a terra. E quando il professor Axerio e Piero Buondelmonti ebbero posto il piede sulla scaletta di sbarco, qualcuno gridò:
— Evviva l'Italia!
Tutti fecero coro, la scaletta brandì fortemente, la baia rintronò e dall'alto qualche italiano scendendo lacrimò sul mare.
I brasiliani condussero gli Axerio alla villa che la repubblica aveva scelto per loro sul colle di Santa Teresa.