Part 14
Il Rummo promise che l'avrebbe fatto, e subito come se per quelle stesse parole Giovanna fosse morta in quel momento, Piero scoppiò in un dirottissimo pianto, nè mai il dolore e il rimorso gli avevano lacerato il cuore come allora. Perchè era veramente come se in quello stesso momento Giovanna fosse morta, mentre insieme la memoria senza pietà tornava a ripresentar viva Giovanna dinanzi agli occhi di Piero, qual era con lui sopra un'altra nave pochi mesi prima. Il Rummo mise un braccio intorno al collo dell'amico e lasciò che piangesse, e anch'egli era molto triste. Gli giungevano all'orecchio col pianto dell'amico l'ansito della macchina che pareva anelare al porto del suo riposo, e il furor ferocissimo della notte oceanica contro il fragile legno. E in quell'ora di notte sul puro cuore del Rummo pesava tutta la tristezza della miseria umana. Finchè egli si levò in piedi e con voce forte e risoluta, come se volesse comandare allo spirito di lui, prese a confortare l'amico parlandogli della patria e della guerra. E confessandogli l'amico il suo rimorso, il Rummo gli disse:
— In Italia troverai la tua redenzione. Abbandonàti a noi stessi, chiusi nel nostro egoismo, noi tutti non siamo altro che un bersaglio di dolori e un ricettacolo di colpe. E in fondo la tua stessa dottrina non ha voluto insegnare se non questo: che bisogna morire a noi stessi per rivivere in una vita più grande. I cristiani dicevano per rivivere in Cristo, noi nella patria. E per questo noi tutti t'abbiamo seguìto. Tu sei il nostro capo. Io sono un uomo convertito da te. Questa nave porta il tuo sogno religioso.
E così dicendo Giacomo Rummo, già sacerdote della nuova religione, fissava l'amico seduto tenendogli una mano sulla spalla in segno di protezione. Poi gli disse:
— Levati. Andiamo a respirare il vento del mare.
E tutti e due andarono sovra coverta o l'intera notte camminarono su e giù sotto le sartie e sotto le stelle parlando dell'Italia e della guerra.
Finalmente la mattina dell'undecimo giorno dalla partenza di Rio de Janeiro il capitano annunziò:
— Stanotte vedremo il Capo Spartel sulla costa d'Africa e domani a quest'ora avremo già passato lo stretto e saremo nel Mediterraneo.
Tutti furono presi dalla gioia e quelli che erano già stanchi della navigazione si rianimarono. Ma poi molti pensando che sarebbero sbarcati a Genova mutaron la gioia in una pena segreta perchè avrebber voluto, anch'essi, rivedere il loro paese natio. E alcuni rifacevano tra sè e sè il viaggio che cinque, dieci, vent'anni prima, avevan fatto dal loro paese natio a quel porto per emigrare; rifacevano quel viaggio muti a' parapetti della nave guardando, anch'essi, lontano lontano di là dall'orizzonte del mare, guardando in un punto dove per ognuno il cuore metteva la patria, una pianura breve più di quanto gli occhi avrebber potuto comprendere, oppure un monte, anche essi, o una ripa di fiume, poche case, un campanile, una casetta. Quest'era, anche per loro, la patria, e sarebbero sbarcati lontano, sarebbero andati a combattere e forse a morire lontano senza più rivederla. Ma in loro, in alcuni di loro, si risvegliò ora il ricordo della guerra e che andavano a combattere insieme. Occhi si cercarono con occhi, nè alcuno si sentì più solo, separato dagli altri nel suo paese natio, ma in tutti risorse l'amore dell'altra patria più grande. Ci fu chi cominciò a cantare un inno guerresco della patria, e poi altri e poi altri, e poi finalmente l'entusiasmo riguadagnò tutti, un delirio pari a quando a Rio de Janeiro dodici giorni prima avevano fatto l'offerta della loro vita.
La notte poi stavan tutti al parapetto della nave aspettando che apparisse il faro annunziatore dello stretto di Gibilterra. Aspettavano con tutta l'anima nelle pupille fisse avanti nella notte, perchè sembrava loro per la prima volta d'esser sul punto di rimettere piede in patria, sembrava di vedere i campi di battaglia e d'accorrervi anch'essi. Tirava un po' di vento e portava un piovischio negli occhi; un nuvolame fosco si moveva per il cielo lasciando qua e là scoperte le stelle. Tutto l'orizzonte era ingombro dell'umidor della pioggia e pareva biancicare. Più frequenti delle altre notti si vedevano i lumi delle navi sboccate dallo stretto. Ma le pupille de' reduci si spingevano attraverso la notte cercando di centuplicar la loro virtù per afferrare il lume che già era quello della patria. E ora uno, ora un altro dicevano:
— Eccolo! Eccolo!
E tutte le pupille ansiose cercavano verso il cenno delle mani nell'oscurità. Ma il lume non era visto e solo apparivano qua e là barlumi avvolti nell'umidore e sparivano. Si navigava ancora in silenzio, si tornava a sentire il soffio del vento che portava il piovischio nelle pupille. Ma poi un'altra voce rispuntava e altre e più e più:
— Eccolo! Eccolo!
Finchè dall'alto del ponte di comando il capitano gridò:
— Il Capo Spartel!
Il fremito dei petti si levò, poi fu silenzio, si sentì l'impeto della nave nel mare oscuro. Ma poi di nuovo si levaron voci, grida, canti e tutti passaron la notte sul ponte senza dormire aspettando l'alba.
All'alba Piero Buondelmonti sentendosi già nella chioma il vento del lago romano, si mise a parlare ai compagni per celebrar quello che avevano e quello che avrebbero fatto.
— Voi — incominciò a dire — avete dato il buon esempio alla patria. Siete pochi, ma il vostro ritorno ha un grandissimo significato, perchè voi, amici miei, partiste emigranti e tornate combattenti. Cioè, avete fatta in piccolo, ma prima di tutti, una cosa che fatta in grande cambierà le sorti della nostra patria. E perciò per parte della nostra patria voi siete meritevoli di gratitudine. Tutte le generazioni avvenire d'Italia vi dovranno essere grate. Perchè se l'Italia vincerà questa guerra, riprenderà animo e si rimetterà per le vie de' suoi padri. E allora quelli che verranno, non avranno più bisogno di fare quello che avete dovuto far voi, d'emigrare in terra straniera, armati soltanto delle braccia e di pazienza, ma potranno emigrare nelle terre che la patria si sarà conquistate. Allora l'Italia non sarà soltanto dov'oggi è Italia, ma sarà dovunque saranno italiani com'oggi è Inghilterra dovunque sono inglesi. E allora gli italiani non parleranno più la lingua dei loro padroni, ma parleranno la loro lingua. Allora, anche quelli che verranno, faranno ciò che voi fate, torneranno per combattere nelle grandi guerre della patria, ma in molti e non in poche centinaia come voi, in molti com'è oggi degli inglesi i quali quando ne abbiano bisogno, possono muovere e radunare da un continente a un altro e da un oceano a un altro interi eserciti come corpi d'un esercito solo. E allora, come voi fate, altri torneranno, e non per combattere, bensì per ammirare le opere di bellezza con le quali la patria si sarà glorificata nel nuovo impero come già nell'antico. Le città che ora sono antiche, splenderanno dinanzi agli occhi di coloro i quali torneranno un giorno, più antiche e più venerande, veri santuarii delle stirpi, e altre ne saranno sorte, egualmente belle e immense. Allora ovunque saranno, gli italiani sentiranno parlare con riverenza della loro patria perchè questa sarà di nuovo capo del mondo, sarà capo d'un mondo che avrà superato in vastità, velocità e potenza questo nostro moderno di quanto esso ha superato l'antico. Voi, cari compagni, siete un pugno d'uomini e un giorno foste poveri emigranti delle braccia e della pazienza, ma avete il merito d'essere stati i primi a dare il buon esempio.
Così parlò il Buondelmonti e la voce gli tremava fortemente. Ma ancora si rivolse al giovane straniero che tornava per combattere con gli italiani, e mettendogli una mano sulla spalla incominciò a celebrargli la patria.
— Tu poi — gli disse — se vivrai dopo la guerra, vedrai le belle città! E innanzi d'ogni altra l'eterna Roma, l'augusta madre delle nazioni, Firenze, madre di genii, e Venezia che concepì nel fango e partorì un sogno orientale! E altre e altre che quando le vie scorrevan sangue, furon lavorate dagli artisti, tutte quante finamente come un gioiello, e dove le torri crebbero molto più gigantesche delle palme nella tua Rio de Janeiro e ora quelle che restano in piedi hanno preso il colore dell'oro nei tramonti della nostra patria! E vedrai altre città che portano in cima in cima alle montagne e alle rupi le reliquie delle stirpi antichissime e tutte quante scomparse innanzi ai vasti piani ondeggianti dove da millenni e millenni si rinnovano ad ogni stagione le viti e il grano! Vedrai città che cantano sulla riva del mare inebriate di sole e di malinconia, che cantano cantano una canzone d'amor carnale e appassionato! Sentirai il canto italiano su labbra italiane sotto il cielo italiano! Sentirai alle sue sorgenti il linguaggio che attraverso tanti secoli e tante fortune di popoli e tante loro mutazioni e peregrinazioni è giunto fin laggiù dove tu sei nato! Vedrai il riso del bel paese, i lineamenti delle cose ben proporzionate nell'aria leggiera, vedrai ale di mare gettate sulla terra, ale di terra gettate sul mare! Vedrai colline senza palme ma alate come la tua divina Gloria, isole dei laghi leggiadre come la tua isoletta Fiscal, isole del mare che hanno per sposo il sole, isole ardenti e tutte profumate di fiori d'arancio in mezzo al mare! Vedrai festoni d'isole lungo lungo l'Italia, dove volò l'Aquila e passeggiò il Leone, le vedrai, se torneranno nostre dopo la guerra! Vedrai, vedrai e amerai amerai la patria lontana!
Così disse il Buondelmonti con voce tremante.
Dopo poco il capitano della nave gridò dall'alto:
— Siamo nel Mediterraneo!
Si levò dai quattrocento petti una sola voce:
— Italia!
Poi fu silenzio.
E nel silenzio parve a Piero Buondelmonti di sentir giungere dal lago romano la voce del cannone. Ed ei s'inginocchiò con l'anima dinanzi al sacro mistero della morte e della vita che le nazioni celebravano a quella voce.
FINE.
DEL MEDESIMO AUTORE:
_Maria Salvestri_, dramma in 3 atti L. 4 — _La guerra lontana_, romanzo 3 50 _Le sette lampade d'oro_, novelle 2 —
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.