Part 13
S'alzò da sedere, si mise a camminar per la stanza mandando sospiri che erano muggiti soffocati. Il cuore gli andava via dal petto. Mai come ora il desiderio del ritorno, l'amore della patria lontana l'avevano tormentato. E non era l'amore della grande patria, non dell'Italia, ma della piccola patria, del paese natio all'ombra del Gran Sasso. Ombre, ombre lontane, lontane nella memoria e di là dall'oceano, lasciate a dodici anni per l'ultima volta e non viste più con gli occhi del corpo, ma che ritornavano sempre dinanzi a quelli dell'anima! Ombre del Gran Sasso, del paese e del padre e della madre! Qual forza era in loro che giungevano di sì lontano, gli s'attaccavano al cuore e glielo tiravano via come se fossero state catene di ferro?
E come se ora il costruttore avesse dovuto in una volta sola ripatire tutti i dolori della sua vita, a una a una gli ritornarono in mente tutte le occasioni in cui più era stato ripreso dall'amore del suo paese e dal desiderio del ritorno, durante gli anni del suo feroce esilio. La prima volta era stata quando gli era morto il padre, ma egli allora giaceva malato in una città dell'alto Brasile. E dopo qualche anno gli era morta la madre ed egli a lungo, a lungo, a lungo aveva sentito acuto il desiderio di rivedere il sepolcro de' suoi, la casa paterna, il paese, ma anche questa volta era riuscit'a soffocar quel desiderio lavorando. Lavora, lavora, lavora! Più le ombre lontane gli tiravano via il cuore, e più esso lavorava. E a forza di lavoro recuperava la padronanza su di sè. Egli portava nel lavoro lo stesso impeto, lo stesso furore che in tutt'il resto. A poco a poco il desiderio del paese natìo era ucciso, tornavano i giorni ordinarii, quando il lavoro rapiva a ogni altra cosa.
Ma poi era rimpatriato per sempre il primo de' fratelli minori, quegli che aveva lavorato di più con lui nel Brasile, era rimpatriato lasciando lui a lavorare ancora. Ed egli ne' giorni che avevan preceduto quella partenza, aveva concepito contro il fratello un malo animo d'invidia e d'ira accusandolo dentro di sè d'egoismo, perchè se n'andava e lasciava lui. E quando sulla nave che stava per salpare, l'aveva abbracciato per l'ultima volta, se non fosse stato fratello, per la disperazione di non poterlo seguire, l'avrebbe stritolato fra le sue braccia. E a lungo, a lungo poi, i giorni dopo, seguendolo con l'immaginazione per la via dell'oceano era tornato e tornato a perdere gli occhi sull'ombre lontane, men d'un'ombra d'un'ombra giù giù in fondo alla memoria dove stavano le reliquie dell'infanzia. Ma lavora, lavora, lavora! Anche questa volta aveva recuperato la padronanza su di sè e di nuovo la furia del lavoro l'aveva rapito via.
E dopo qualche anno era partito un altro fratello e poi un altro. E le catene di là dall'oceano avevano tirato sempre con più forza, ma il costruttore aveva lavorato.
Ora però quella notte partivano un'altra volta tutti i fratelli insieme, i genitori tornavano a morire? Quando era morto il padre, il figliuolo non aveva desiderato tanto di rivederlo. E quando era morta la madre, il figliuolo non aveva desiderato tanto di ristringersela al petto. Eppure non aveva mai dimenticato l'ultimo abbraccio che aveva ricevuto da lei a dodici anni. Il fratello maggiore voleva troncar gli addii respirando già il libero mare e il mondo ignoto; ma la madre serrandosi più forte al petto il frutto ultimo delle sue viscere aveva detto all'altro: — Lasciamelo un momento ancora! — Ma ora, quella notte, l'emigrante del Gran Sasso desiderava di rivedere il paese natìo come non l'aveva desiderato mai nessun'altra volta.
A un tratto s'illuminò di nuovo e gli parve che i genitori resuscitassero, che i fratelli gli ricomparissero davanti. S'illuminò di gioia l'emigrante, perchè un momento aveva deciso di partire. Ma con chi sarebbe partito?
Si ricordò di quello che era successo la sera: la patria grande, l'Italia, stava in guerra, il Buondelmonti e tanti, tanti altri italiani sarebbero partiti per offrirle la vita. Ed egli aveva soltanto pensato ad appagare il suo cuore, a tornare al paese natìo? Era dunque rimasto sempre l'emigrante del Gran Sasso com'a dodici anni, quando il paese natìo, anzi la casa paterna, era tutta la patria? E tutto, tutto aveva potuto far nel Brasile, imparar tante cose, ingentilirsi, sviluppar tanti doni che gli aveva dati il Signore, ma un solo germe no, uno solo, il germe dell'amor di patria, questo solo no? Così era avvenuto e riconoscendolo, l'emigrante rimase ore e ore seduto a tavolino rassomigliando nell'abbandono del corpo e in tutto l'aspetto a chi è atterrato da una catastrofe e tocco nel cervello. Esso sentiva rimorso del suo lavoro. Aveva lavorato, lavorato, lavorato, il lavoro era stato tutto per lui, al lavoro esso aveva sacrificato l'amor di patria. Tutto il lavoro era stato fatto nel suolo straniero, per elevarsi esso aveva dovuto profondar tutte le sue radici nel suolo straniero. Se così non fosse stato! Se avesse dat'ascolto al suo cuore la prima volta, la seconda volta, tutte le volte! Egli avrebbe conosciuta l'Italia, avrebbe conosciute tutte le sue città! E avrebbe amata l'Italia, la patria grande, l'avrebbe amata di più, tanto di più del suo paese natìo!
Si levò finalmente in piedi. Dalla finestra appariva l'alba, ei guardò fuori, vide giù nel piano il mare e qualche nave, si immaginò che una fosse per gli italiani che partivano, si ricordò ancora e volse gli occhi verso un punto dov'egli da se medesimo s'era costruito il sepolcro per quando sarebbe morto. Così da se medesimo s'era detto avanti tempo e per sempre: — Tu non tornerai! — E aveva deciso di dormire nella terra straniera.
Si ricordò ancora, si ricordò di Bruna, andò, s'accostò alla porta, sentì il respiro della giovinetta che dormiva, guardò dalla porta, entrò, vide che essa sotto le coltri giaceva sul fianco tutta raggomitolata, selvaggia e chiusa come nella sua vita, con tutti i capelli buttati sulla gota, simile al naufrago che l'onda lasciò sull'arena del lido. In piedi, accanto al capezzale rimase a contemplarla e le parlò col cuore dolente. Sarebbe almeno lei tornata? — Tornerai almeno tu? Oppure anche tu dormirai sola con me fino alla resurrezione delle nostre anime? Tornerai almeno tu, oppure io e tuo padre, scellerati, quando partimmo dal nostro paese tanti anni prima che tu nascessi, prendemmo con noi anche la tua sorte e poi la gettammo in fondo al mare? La sorte del tuo dolce ritorno, creatura del nostro sangue, più dolce del tuo anello nuziale, se anche questo non ti mancherà un giorno? — Così ei diceva nel linguaggio del suo cuore che amava più di quello d'un padre. Si chinò e per non svegliar la giovinetta toccò un lembo della coltre, si portò la mano alle labbra e si baciò le dita con un gesto nato dal più profondo del suo essere dov'erano ancora le radici de' consanguinei lontani.
Andatosene, tutto il giorno sui lavori fu triste per un pensiero che non avev'avuto mai e che ebbe ora per la prima volta: il pensiero della sua vecchiezza. Per la prima volta si sentì vecchio, mentre pensava ai giovani che sarebbero partiti per la guerra.
La sera poi tornato a Santa Teresa si mise a leggere la Bibbia aspettando gl'invitati, perchè senza che la sua coscienza se n'accorgesse, il suo istinto di vita, cosiffatto com'era, ricorreva a Dio come ad ultimo rimedio e cercava pace in Dio quando in nessun'altra parte altrove l'aveva trovata, e prima la sua umanità combatteva da se sola. Così quella sera leggendo la Bibbia e parlando per mezzo di quella lettura con Dio, cercava pace. Ad un tratto, nelle prime ore di notte, risonarono sotto le finestre le voci degli invitati che giungevano. Risonarono le voci del Tanno, del più giovane de' fratelli Mùrola, di altri.
Parevano spiritate. Come quando il vento investe la foresta e ogni albero e ogni ramo tremano, così nel buio della notte la voce d'ognuno tremava scossa da una gran gioia. Mentre attraversavano il giardino, la voce del Tanno ripeteva:
— Due milioni, capite, due milioni!
E il Tanno aggiungeva il nome d'un tale, d'un gran signore d'origine italiana che s'era iscritto nella colletta per quella somma. E altri annunziavano altre somme e facevano altri nomi. E altri raccontavano di donne italiane che avevano offerto alla colletta per la guerra della patria tutti i loro gioielli. E altri nominavano quelli che s'eran dati in nota per partire, quelli che eran accorsi da San Paolo per partire anch'essi. E appena la moltitudine giunse a pie' della loggetta che stava dinanzi alla villa, apparve su in alto Lorenzo Berènga, e la moltitudine lo salutò col grido:
— Italia! Italia!
Il Berènga rimase un momento in silenzio, poi levò il braccio in aria e rispose una volta sola:
— Italia!
Poi altri sopraggiunsero, altri, altri ancora, alla spicciolata e a frotte, e tutti parlavano con voce concitata, e in ogni voce risonava sempre lo stesso nome:
— Italia! Italia!
Tutti i partenti eran percossi dallo stesso vento, ardevano nello stesso incendio. Attraversavano il giardino e qualunque cosa dicessero, si sentiva che continuavano il discorso di quelli che eran passati prima, e questi di altri, di altri, di altri e pareva che quella notte per quel giardino dovesse passare tutt'il mondo facendo lo stesso discorso in cui risonava sempre lo stesso nome:
— Italia! Italia!
E alla vista del Berènga e degli altri che eran giunti prima, lanciavano il grido a cui era risposto. E si facevan gli uni con gli altri cento domande sulle stesse cose, sui partenti e sulla colletta. E già c'era una folla nella villa, quando apparve Piero Buondelmonti con Giacomo Rummo, e tutti corsigli incontro, ei disse:
— Potremo arrolarci col figlio di Garibaldi.
Poi aggiunse:
— Ho aspettato fino a ora il telegramma. Eccolo.
Lo mostrò in giro.
Allora tutti s'abbracciarono e si dissero addio, piangendo quelli che restavano, e quelli che partivano, esultando. Quella sera fu veramente fatta pace nella colonia. Ma in breve il padrone della villa rimase solo, perchè tutti gli altri eran portati via verso la patria lontana. Quegli s'era messo sul cancello del giardino e ognuno dei partenti l'abbracciava e quegli diceva addio guardando basso senz'aggiunger altro. Fu solo. Giù pel sentiero del colle si sentivano scendere i passi di coloro che partivano, allontanandosi rapidamente. Quegli stava in ascolto.
A un tratto i partenti incominciarono a cantare. Era un inno nazionale guerresco. Quegli rimase ad ascoltare. Il canto s'allontanò. E per lui diventò un canto lontano lontano che veniva da migliaia e migliaia di miglia lontano, veniva dagli anni lontani lontani. Quegli tese sempre più l'orecchio, sempre più verso il canto che si allontanava, e poi come tratto da quello fece qualche passo avanti. E intanto le sue labbra borbottavano pregando Dio:
— Dio creatore e Signor nostro, concedi la vittoria alla patria, all'Italia, alla cara.... alla santa patria nostra....
E fece ancora qualche passo per la china verso il canto che s'allontanava. Tutte le catene di là dall'oceano gli tiravano via il cuore. Quegli continuava a seguire il canto che s'allontanava, moriva.
A un tratto un grido risonò nella notte:
— Zio!
E la nipote balzò accanto a lui, gli si strinse a' panni come se volesse rattenerlo.
Il vecchio s'arrestò, tese ancora l'orecchio, il canto era morto. E allora il vecchio incominciò a piangere. Cogli occhi fissi dove s'era estinto il canto, di là dall'oceano, il vecchio colava lacrime da tutta la faccia, solo con l'ultimo frutto del suo sangue, nella notte straniera.
XII.
Il giorno dopo gli italiani salparono da Rio de Janeiro. Eran circa quattrocento che avevan fatto dono della vita alla patria in un momento d'entusiasmo suscitato dalle parole di un uomo generoso. La nave che li portava era celere, ma più celeri erano i loro cuori e ora temevano di non poter giungere in tempo per prender parte alla vittoria, ora che già le armi della patria avesser la peggio, e un'ansia li occupava, di volare, di volare, come se il loro arrivo soltanto potesse mutar le sorti della guerra.
Erano imbarcati insieme col Buondelmonti siciliani, calabri, liguri, piemontesi, lombardi, veneti, d'ogni altra regione italiana. Uno solo non italiano era imbarcato, il giovane poeta di Rio de Janeiro Quirino Honorio do Amaral, volendo egli pure combattere per la patria lontana. Taluni di quei reduci eran di coloro che nel Brasile avevano lavorando mutato condizione, ma la maggior parte eran popolo come quando v'eran giunti.
E tutti vivevano come nella poesia. Non avevano più ciascuno la sua anima chiusa, ma come intorno a loro si moveva la medesima aria fra cielo e mare, così dentro di loro una sola medesima anima. Alle volte mettendosi a parlare dell'arrivo e della guerra cadevano già in preda all'ebbrezza delle battaglie, alle volte il mare li placava e rasserenava, prendeva nel suo incanto la loro anima umana.
Il Buondelmonti, Giacomo Rummo, il Tanno, Quirino mangiavano in compagnia degli altri, seduti a terra sul ponte, e il primo parlava, parlava più di tutti. Parlava e raccontava le storie antiche di Roma e d'Italia, o le meraviglie del mondo moderno, durante le grandi giornate senza mutamento di cielo e di mare, o quando sui capi palpitavano le coperture di poppa e di prua al soffio del vento e sulle coperture passavano le nuvole, e gli orizzonti s'aprivano e si chiudevano.
Il Buondelmonti parlava perchè il cuore eroico gli traboccava, perchè i pensieri che esso aveva concepiti una volta in Italia nella solitudine del suo studio, ora nella mente gli si risvegliavano animati dagli spiriti del mare e del cielo, dell'amor di patria e della guerra. La guerra e la patria davano ai suoi pensieri l'animazione; il cielo e il mare lo spazio. Egli nel suo libro l'«Elogio della guerra» aveva celebrato la guerra madre d'uomini e di popoli magnanimi. L'aveva celebrata mostrando come fosse capace di riattivare i valori maggiori dell'animo umano e di deprimere quelli inferiori venuti su nei lunghi periodi di pace, i valori de' mercanti e de' demagoghi, i valori degli spregevoli borghesi e l'opinione pubblica degli omiciattoli pusilli. Aveva mostrato come la guerra distruttrice di esistenze effimere fosse creatrice d'eterno umano ideale, e come quindi la sua morale fosse più alta di quella della pace. E come spazzasse via i popoli inferiori, o debilitati dalla vecchiezza e putrefatti in lunga decadenza, e portasse al comando del mondo i popoli migliori, nuovi, barbarici, e come suscitasse e diffondesse le grandi civiltà. E il Buondelmonti aveva celebrato i greci, Alessandro, i romani, tutti i popoli e gli uomini guerreschi sino a Napoleone Primo. Aveva celebrato la guerra paragonandola col dolore della maternità: come la natura vuole che le madri partoriscano con dolore, così vuole che altrettanto accada per le nazioni le quali debbono esser madri delle civiltà. Come delle femmine dell'uomo così è delle nazioni: alcune sono sterili e altre feconde. — Noi tutti, aveva scritto nel suo libro il Buondelmonti, vorremmo formare della nostra Italia un organismo non sterile, ma creatore, e la sua creazione altro non potrebbe essere se non il nuovo impero e la nuova civiltà, e perciò dovrebbe farsi l'animo a patire la guerra che è il mezzo di creazione. — Così il Buondelmonti aveva celebrato la guerra. L'aveva finalmente celebrata come supremo atto della nazione, della nazione la quale al pari della musica, dell'arte, della religione, è uno sforzo dell'uomo per uscire dall'individuo e propagarsi nel tempo e nello spazio. Nella musica l'uomo s'oblia, nella religione e nell'arte si trasfigura e si eterna, nella nazione s'incarna in società vaste e nel corso delle generazioni. La guerra è il sacro supremo atto dell'incarnazione nazionale, mentre le esistenze individuali muoiono.
Ora tali pensieri si risvegliavano nella mente del Buondelmonti tra cielo e mare. Egli navigava alla testa d'un drappello tornando verso la patria e andando verso la guerra. E perciò la sua vita era finalmente lirica nella realtà dei fatti com'era stata nella realtà della poesia e dell'arte. Era eroica com'era stata nella profonda conoscenza storica. E perciò parlava, parlava più di tutti. Ed ai compagni parlava delle più grandi cose, animato dal grande inno eroico che risonava dentro di lui.
E i compagni gli si raccoglievano intorno a sentirlo, prima quelli che si trovavan più vicini e poi altri e poi altri e poi tutti, perchè erano incantati dall'eloquenza che a Rio de Janeiro li aveva rapiti via, e perchè nella sua voce sentivano l'animazione del grande inno che più li incantava ancora.
Il Buondelmonti parlava del vasto, veloce, potente mondo moderno descrivendo macchine e ogni sorta d'invenzioni, di terra, di mare e di cielo, ora i piccoli navicelli micidiali che filano sotto mare, ora i veicoli che volano sulla terra, ora quelli che tentano le vie del cielo, ora descrivendo il passaggio d'una parola umana delicata come l'idea da un continente a un altro, da un oceano a un altro attraverso le tempeste senza alcun conduttore. Talvolta raccontava de' circuiti aerei che avevan avuto luogo in Europa l'anno prima, in Francia, in Italia e altrove, e raccontava di certi mirabili uomini i quali si chiamavano Paulham, Lathan e Farman e per tre giorni avevano gareggiato in potenza di volo e uno aveva per ore e ore tenuto il cielo a grandi altezze, mentre sopraggiunte le tenebre della notte imperversavano vento, pioggia e fulmini. Altre volte il Buondelmonti che riuniva in sè la forza di tutto il passato, di tutto il presente e di tutto l'avvenire, metteva i compagni a parte delle grandiose e terribili visioni del suo spirito, fondate sull'istinto che egli aveva delle leggi storiche. E parlava di grandi guerre che sarebbero avvenute fra continente e continente e d'imperi che sarebbero sorti tali da sembrare in paragone ben piccoli quelli antichi e i presenti. Oppure altre volte parlava di arti e di grandi artisti e poeti del passato, di Michelangelo e di Dante e dei monumenti che adornano Roma e le altre città d'Italia.
E altre volte il Buondelmonti mostrava il mare, il cielo, le mutazioni di colori, il sole che scendeva nel mare. Ci furono giorni e giorni in cui al parapetto la nave era tutta pupille che guardavano. Guardavano come da sera a sera i colori variavano, come nella stessa sera i colori nascevano, si mutavano gli uni negli altri, morivano, rinascevano, si combattevano, vincevano ed eran vinti. Guardavano e perdevano gli occhi sopra un mare verde sotto un cielo tutto nuvole lilla, mentre il sole moriva in un campo di fuoco. Un'altra sera vedevano il sole morire in campo d'oro. E quando il sole era sparito, tutto il gran cerchio del mare pareva un'immensa fiorita di violette legate intorno da un filo d'oro. Ma soprattutto quelli uomini godevano come fanciulli dinanzi ai tramonti monumentali, quando l'artista divino e giocoso, il sole, prima d'abbandonarli, dava loro una gran festa di creazioni fantastiche, suscitava con i suoi raggi e con le nuvole edifizi non più visti, castelli, laghi, isole, città e foreste.
Ma la notte Piero Buondelmonti quando si ritrovava solo, spesso non riusciva a prender sonno per via del dolore di Giovanna, nè ora era soltanto dolore, sibbene acutissimo rimorso. Prima aveva provato dolore ed ora provava rimorso, perchè la sua coscienza s'era finalmente per la prima volta svegliata e gli diceva che per causa di lui e non di altri Giovanna era morta. Egli e non altri aveva tolto dal mondo quella giovane vita. Egli avrebbe potuto spiegare a Giovanna le sue idee, far di lei una sua discepola, darle quella grande anima e quella grande coscienza di cui essa era degna; e invece aveva fatto di lei la sua amante ed era stato la causa della sua morte. Oh rimorso, rimorso! Sempre il Buondelmonti, quand'ei tornava individualmente in sè, trovava questo rimorso pronto a lacerargli il cuore. E di notte balzava a un tratto dal sonno e si metteva a invocar Giovanna con lacrime e con i nomi più cari e più santi per far tacere il suo rimorso. E si ricordava di quando il Berènga aveva pregato per l'anima di lei, e di quando egli stesso sulla tomba di lei aveva pregato, e tornava a pregare, a pregare, come se avesse fede, e certe volte gli pareva d'aver fede e di vedere l'anima di lei e di parlarle e di chiederle perdono, e così talvolta aveva requie dal rimorso. Ma altre volte questo gli straziava di più il cuore, perchè il Buondelmonti si ricordava di avere spesso a Rio de Janeiro giudicata male Giovanna, quando l'aveva giudicata una piccola borghese, la solita donnetta frivola capace di darsi per ozio, o per vizio, o per vanità, non per passione d'amore. Oh il rimorso dell'offesa! Ora invece gli riappariva quale gli era apparsa un attimo prima della tragedia, quand'egli aveva visto balenare la persona di lei sulla porta e subito aveva sentito il grido: — Piero! — Un attimo d'un attimo aveva visto, prima del colpo, la donna precipitarglisi contro, un attimo d'un attimo l'aveva sentita stretta a sè, e poi più nulla. Oh rimorso, rimorso! La sua sorella eroica! La sua sposa ideale! Ma ora, ora soltanto la comprendeva, ora soltanto, e prima no; prima l'aveva amata senza comprenderla! Prima amandola l'aveva umiliata e offesa! E la notte sull'oceano gli ritornava dinanzi come gli s'era presentata a Rio de Janeiro, fuggitiva dal tetto domestico, piccola piccola e tremante e balbettante: — Son tutta insozzata, son tutta insozzata! — E Piero non aveva potuto toccarla, come se essa fosse stata tutta una piaga. Ora egli apriva finalmente gli occhi: non Giovanna, ma lui aveva peccato contro l'amore; lui che a Roma, durante il viaggio, a Rio de Janeiro altro non aveva cercato se non l'avventura d'amore. Ora finalmente apriva gli occhi! Egli non aveva amato Giovanna e soltanto aveva desiderato di diventare il suo amante! E sempre era stato così, tutta la sua vita non era stata se non un tessuto d'amori e d'amorazzi, senza amore. Ed ora nella solitudine della notte oceanica questo amore sorgeva in lui soltanto per il pensiero di Giovanna, della giovane donna che era morta per causa sua. Oh rimorso! Egli tornava in patria, essa era rimasta laggiù laggiù, sepolta nella terra straniera. Dal suo giaciglio, mentre la nave andava nella notte, Piero fissava quel punto che sempre più s'allontanava, quel punto dove egli s'era inginocchiato ed aveva pregato. Perchè almeno la cara salma non tornava più in patria con lui su quella stessa nave? Piero fece voto d'adoprarsi per questo dopo la guerra, se fosse stato ancor vivo; sarebbe andato dai parenti di Giovanna, o avrebbe trovato altra via; ma Giovanna doveva tornare in patria, ed egli stesso un'altra volta avrebbe attraversato l'oceano per accompagnarvela.
E una notte Piero uscì dalla sua cabina. Lo stretto corridoio delle cabine era quasi all'oscuro, e nel silenzio si sentiva l'ansito della nave e il fiotto del mare che la flagellava. Piero corse lungo il corridoio e in fondo battè a una porta. Una voce di dentro rispose:
— Aprite.
Piero entrò e quando Giacomo Rummo lo vide, gli domandò:
— Che vuoi a quest'ora?
Ma Piero aveva la faccia così pallida e trasfigurata che l'amico lo prese per mano e lo fece sedere accanto a sè sul giaciglio. E allora l'altro gli disse:
— Giacomo, se non morrò in guerra, tornerò a Rio de Janeiro per andare a prendere lei e riportarla in patria. Ma se io morrò, promettimi che tu farai questo per me. Cercherai de' parenti di lei e combinerai e tu stesso tornerai a Rio de Janeiro a riprendere il corpo in vece mia e come mio fratello.