Part 12
Quella sera stava seduto alla finestra, il gomito nudo sul davanzale, il pizzo schiacciato nel cavo della mano. Venne a poco a poco la notte, la città si accese tutta, parevano uscir dalle tenebre vampate d'incendio. Il Rummo di tanto in tanto risentiva la sete, si rammentava che l'acqua era troppo calda, con gli occhi dello spirito vedeva tutta la casa senz'acqua, tutto il colle senz'acqua, rivedeva tutta la via lunga che bisognava fare per giungere fino a quel caffè della città bassa dove la sera innanzi aveva bevuto un bicchiere d'acqua fresca con succo d'ananasso. E i suoi occhi continuavano a guardar lontano, carichi di passione. Che vedeva in Italia? Vedeva se stesso negli anni della prima gioventù quando lottava per il proletariato, quando ebbro di lotta di classe infuriava tra le folle clamorose contro gli armamenti e le guerre nazionali, ostacolo al trionfo del proletariato. E ora per quello stesso egoismo che è più forte in chi più vive di vita collettiva, vedeva se stesso vinto laggiù, vedeva le classi schiacciate dalla guerra delle nazioni e si sentiva schiacciato lui stesso; avrebbe voluto levarsi e agire per le classi; ma non era nemmeno una classe, era un individuo, e nemmeno un individuo perchè lontano, annullato da immenso spazio, era un atomo distante migliaia e migliaia di miglia dalle nazioni dalle quali si sentiva vinto e schiacciato. Gli restava solo l'occhio per fissare, da quella finestra della città straniera, de' punti ostili di là dall'oceano, spasimosamente. La sete arrabbiava il suo patire.
Rivide i suoi nemici della giornata, il Buondelmonti, il Tanno e gli altri, e tutto quello che avevano fatto gli parve che l'avessero fatto contro di lui. Ma ripensando specialmente al Buondelmonti si ricordò delle sue parole, si ricordò anche lui dei giorni e delle notti passate al suo capezzale, si ricordò dell'amicizia che avevano stretta fra loro. E riandando tutto il tempo che l'aveva conosciuto, dal primo incontro nella villa del Berènga sin all'ultimo di quel giorno nelle officine del Tanno, gli parve di scoprire nel Buondelmonti una bontà che in se medesimo non ritrovava. Gli risonavano all'orecchio le sue parole:
— Non potrò mai dimenticare!
E le altre parole le aveva dette con una voce più accorata che dura.
Ripensò a questo il Rummo e il cuore gli si spetrò, un animo gli disse:
— E se il tuo nemico avesse ragione? Se la causa per la quale egli combatte, fosse migliore della tua?
Rivide dentro di sè gli operai per il viale sul mare. Perchè camminavano così raccolti e muti?
Risentì ancora le parole del Buondelmonti.
— Ti hanno dato un esempio di carità di patria!
Che era dunque questa carità di patria? Che era quel piccolo nome lontano lontano che quelli uomini portavano nel loro cuore e per cui eran pronti a dare il sudor della loro fronte? Che era? E il Rummo ricominciò a pensare al passato e si sforzava di ricordarsi. Si sforzava di riafferrare le memorie della sua infanzia e della sua prima giovinezza trascorse in Italia per varie città e varie regioni. Egli era nato in una città della Sardegna dove suo padre aveva avuto la sua prima residenza nelle prefetture, e il Rummo ora si sforzava di riafferrare il ricordo de' luoghi e di tornare a raffigurarseli in mente. Ma non poteva. Perchè? Non poteva, non poteva quella sera stando a quella finestra di quella catapecchia di Rio de Janeiro, non poteva, per quanto si sforzasse, raffigurarsi in mente que' luoghi di Sardegna dov'egli era nato e dove aveva vissuto fino a otto anni. Perchè, perchè? E poi s'accorse che non era mai tornato a raffigurarseli, anzi che non ci aveva ripensato mai. Il cuore gli fece male orribilmente. Dopo, il padre era passato a Livorno, e il Rummo si sforzava di ricordarsi la città sul mare, ma non poteva. Perchè, perchè? Non ci aveva ripensato mai. Non aveva sentito mai il bisogno di riandare col pensiero là dov'era nato, dov'aveva vissuto col padre e con la madre. Dopo, il padre era passato a Genova e poi a Bologna e poi in altre città, e il Rummo per conto suo, già grande, aveva viaggiato per tante altre città e paesi d'Italia, e ora rivedeva, rivedeva, rivedeva tutto, luoghi, strade, edifizi, persone, col suo occhio spasimoso, da quella finestra di Rio attraverso tanta notte; ma anche si ricordava che per tanti e tanti anni di lontananza non aveva ricordato mai, non aveva mai sentito il bisogno di ricordare, come se per quelle città e per quei paesi, come se per tutta l'Italia egli fosse passato da straniero, muto di cuore e di lingua. E il cuore gli fece male orribilmente, sempre più male, sempre più male. Finchè si ricordò della contentezza che aveva provata pochi giorni prima dopo aver presa la decisione di partire col Buondelmonti. Per quale motivo? Non lo aveva saputo, ma ora lo sapeva. Era la contentezza di tornare in patria.
E allora per la prima volta, con un suono che non aveva sentito mai, si sentì risonare anche nel suo cuore quel piccolo nome lontano lontano, Italia, Italia, e con un desiderio che lo fece morire, per la prima volta da che era nel volontario esilio, pensò all'Italia. L'amore che non era mai nato nel suo cuore, non durante l'infanzia, non durante la gioventù, non da vicino, non da lontano, nacque allora e fu come se la patria medesima gli fosse venuta incontro con quanto essa aveva di più dolce, di più bello e di più grande, col suo nome, con un riso del suo cielo, con un segno di fraternità impresso sul volto della sua gente, con la sua gloria, perchè soltanto quella notte e così di lontano il Rummo vide per la prima volta il cielo ridente della patria, sentì la dolcezza che è nel suo nome, sentì circolarsi per le vene un'indefinibile fierezza d'esserle figlio, si ricordò di Roma dov'era stato dalla sua provincia, disse fra sè e sè qualche verso di Dante. E pianse per i versi di Dante, pianse per il ricordo di Roma, pianse pianse dolcissimamente e amarissimamente per il piccolo nome lontano al quale come allora non aveva pensato mai. Pianse pianse pianse per la città dov'era nato, e per tante e tante altre città dove aveva vissuto, e per tante e tante cose e tante persone che ora a un tratto gli apparivano care; pianse come se avesse ancora il padre, la madre e tanti fratelli e dopo anni e anni di inimicizia avesse fatto pace con loro.
Risentì nella sua amarezza le parole del Buondelmonti.
— Hai risposto male a quelli operai!
Risentì questo e n'ebbe rimorso. Sentì nell'amarezza del suo pianto il rimorso di non aver amato prima ciò per cui allora piangeva, e si ripassò in mente tutta la sua vita acre e dura. Non aveva lottato e sofferto? Ed aveva egli lottato e sofferto per sè o per gli altri? Non aveva lottato e sofferto soltanto per gli altri, per gli operai appunto, per tutti i lavoratori? E che cosa aveva chiesto per sè all'infuori del lottare e del soffrire, all'infuori del martirio che li supera tutti, all'infuori dell'odiare? Odiare, odiare, odiare! Un animo gli disse: — Tu ti sei messo l'odio nel cuore come se ti fossi messo un serpente nel seno e con questo ti sei dato a lottare per i lavoratori. Tu lottavi e l'odio ti straziava il cuore. Perchè hai il rimorso di non aver amato tu che hai odiato tanto non per te ma per gli altri? Hai chiesto forse una casa migliore, un cibo migliore, hai chiesto l'amore d'una donna? Tu non hai chiesto nulla ed hai lottato, odiato, sofferto tanto per i lavoratori: perchè hai rimorso? — Egli voleva giustificare la sua vita. Ma un altro animo gli ricordava che un giorno aveva affermato: — Non esiste la patria, esistono i lavoratori di tutto il mondo! — Gli riapparivano i lavoratori quali li aveva visti poche ore prima pel viale sul mare, pensosi della patria lontana, e la sua amarezza aumentava, perchè quei medesimi uomini gli dicevano: — Noi abbiamo un sentimento che mettiamo al di sopra di noi stessi e tu l'hai negato! — Per tutta la notte la patria gli fu vicina al cuore e gli diceva:
— Perchè m'hai negata? Perchè hai agito contro di me?
Spuntò l'alba, egli stava ancora alla finestra, la voce della patria continuava a rimproverarlo.
Ma nella giornata il vecchio uomo riprese il sopravvento. Di prima mattina corse a comprare i giornali. Le notizie erano immutate, nè più nè meno gravi. Il Rummo continuava ad avere avversione per gli stessi fatti e gli stessi uomini d'una volta: continuava a non volere che fosse possibile una guerra in Europa in genere e una guerra dell'Italia in ispecie. In mattinata rivide il Tanno e il Buondelmonti; con un'ostinazione che in lui stesso aveva dello straordinario, li cercò per osteggiarli, per impedire ciò che avrebbero fatto, e il Buondelmonti non era più per lui l'amico, ma era ritornato il nazionalista. Quando il Buondelmonti, il Tanno e gli altri trattarono di mandare un telegramma a San Paolo per promuovere anche lì la colletta, il Rummo osteggiò quella decisione e cercò d'impedirla sostenendo che quei di San Paolo non avrebbero visto bene che altri li incitasse a fare il loro dovere. E quando si trattò di mandar telegrammi in Italia esprimenti la devozione delle colonie del Brasile verso la madre patria nell'ora grave, egli si levò su con gli occhi fuori dell'orbita a gridare ciò che nel suo furore, non avendo più la percezione delle proporzioni fra cause ed effetti, realmente credeva, a gridare che si volevano così gettar legna sul fuoco, precipitare gli avvenimenti, che si voleva insomma la guerra. Di fuoco sotto il negror della barba guizzava il segno di Menelik sulla faccia al Tanno, ma il Buondelmonti aveva giurato di non dimenticar mai ciò che il Rummo aveva fatto per lui, e con gli occhi imperiosi frenava l'assalto del Tanno.
Si fecero varie proposte di telegrammi e il Rummo ancora disperatamente ostinato si levò su a sostenere che bisognava aggiungere un augurio come manifestazione del desiderio delle colonie: l'augurio che si potesse scongiurare la guerra nemica della civiltà e del progresso de' popoli. Allora il Buondelmonti scattò in piedi e con voce terribile gridò:
— Perdio, Rummo! Vuoi che dimentichi tutto?
— Fallo! — gridò il Rummo e cieco d'ostinazione e di furore si lanciò dal suo posto per tenergli testa. E il Buondelmonti contro a lui e il Tanno come un mastino. Ma a un tratto il Buondelmonti afferrò il Tanno per le spalle e facendo una ferocissima violenza a se stesso disse:
— No! Non debbo dimenticare!
E tornò al suo posto.
Dopo mezzogiorno, presenti il console e il ministro d'Italia, ci fu adunanza dei notabili della colonia per stabilire il luogo, il prezzo, il modo di distribuire i biglietti la sera dopo per il discorso del Buondelmonti. E anche il Rummo, ormai preso da malefico fascino, non potè far di meno di assistere all'adunanza, ma non fiatò più. Soltanto, dall'angolo dove s'era messo a sedere fissava il Buondelmonti odiandolo come non aveva mai odiato nessuno in vita sua, odiandolo specialmente quando ei parlava. Non poteva tollerarne la voce, nè soprattutto quell'ardore di febbre che aveva negli occhi sotto l'ombra della chioma, perchè gli pareva che dentro di sè esultasse per la speranza della guerra. Il Buondelmonti accennò l'argomento del suo discorso e mentr'ei parlava, pareva al Rummo per via del suo accecamento d'odio e di furore, gli pareva di sentirlo bandir lui stesso la guerra gloriandosene. Il console, il ministro, tutti i notabili pendevano dalle sue labbra, ed egli, il Rummo, dall'angolo lo fissava, l'uccideva con gli occhi appassionati d'odio, perchè era il nemico, l'antagonista, colui che voleva e faceva il contrario e vinceva e si glorificava. Vedeva il Buondelmonti come dentro una fiamma e non poteva levargli gli occhi di dosso, affascinato dall'odio. Il Buondelmonti era le stesse nazioni che schiacciavano lui. Finchè non ne potè più; lasciò la sala, si precipitò all'ufficio del telegrafo, telegrafò agli amici di San Paolo, socialisti ed anarchici, di essere a Rio per la sera dopo perchè bisognava contrapporre una loro affermazione al discorso del Buondelmonti. E poi trasportato dal cattivo genio che aveva preso possesso di lui, corse dal presidente dell'«Operaio Italiano» che da molti anni per motivi di rivalità era irreconciliabile nemico del Tanno, e lo trasse a sè. Trasse a sè altri soci dell'«Operaio Italiano» di cui egli stesso era segretario, dalla sera alla notte e per tutta la notte e tutto il giorno dopo, correndo senza riposarsi mai, ricercò tutte le inimicizie che formicolavano nella colonia e trasse a sè nemici del Berènga e altri di altri e del console e del ministro. Disse che il discorso del Buondelmonti era la manifestazione del mondo ufficiale italiano, dell'autorità e delle alte classi, e che bisognava contrapporgli qualcosa di popolare e di libero. Scese nei bassifondi della colonia, accostò operai sul lavoro per le strade, stuoli d'emigranti sbarcati di fresco e girovaghi ancora senza lavoro, e parlò loro come ai tempi in cui ebbro della lotta di classe, faceva la propaganda in Italia per le città e per le campagne nei recinti notturni e sotto la sferza del sole. Parlò contro i governi che tradiscono la causa del proletariato, contro il militarismo, contro la guerra. Come una colluvie che a un tratto rigurgita, le frasi, le perorazioni, le invettive di cento lontani comizi, uscirono dalle sue labbra per una notte e per un giorno senza sosta. Suscitò, o risuscitò in petti sconosciuti, in un quarto d'ora, la furia della lotta di classe, l'antimilitarismo, il socialismo. La sera, poche ore prima del discorso, giunsero alcuni amici di San Paolo e all'ora debita più di cento partigiani del Rummo movevano alla volta del teatro dove stava per parlare il Buondelmonti. Il Rummo aveva deciso di prender la parola.
Quando giunse al teatro trovò sulla porta gran folla ed essendosi già risapute le intenzioni sue e de' suoi, al suo primo apparir nell'atrio si levarono da più parti rumori ostili. Ma egli non badandovi, trasportato dalla sua furia si difilò verso il palcoscenico dove tra le quinte già stava con gli amici il Buondelmonti il quale visto il Rummo, non salutato, non lo salutò sulle prime; poi accennato agli amici di non muoversi e discostatosi da loro fece alcuni passi verso il Rummo con l'intenzione di parlargli ancora amichevolmente e di pregarlo di non suscitare scandali in quell'ora grave e solenne, per carità di patria. Ma il Rummo drizzando contro di lui la faccia lo fermò con lo sguardo del nemico che non ammette nè conciliazione nè patti. E il Buondelmonti allora gli disse:
— Sta bene. Sappi però che qui parlo io soltanto, e chiunque disturberà, sarà messo alla porta.
— Fa' il debito tuo!
Rispose il Rummo e prese il suo posto tra le quinte, mentre gli amici del Buondelmonti dalla parte opposta gli mettevano gli occhi addosso per guardarlo a vista.
Poco dopo, il Buondelmonti si presentò sul palcoscenico per parlare e mille e mille persone si levarono in piedi prorompendo in applausi e gridando:
— Evviva l'Italia!
Sullo stesso palcoscenico italiani e alcuni giornalisti brasiliani dal banco della stampa gridavano:
— Evviva l'Italia!
Quirino Honorio do Amaral alla testa de' giornalisti, in piedi sopra una sedia, indemoniato d'entusiasmo gridava;
— Evviva l'Italia!
Giacomo Rummo dall'ombra delle quinte fissando con gli occhi che non gli battevano nè vedevano più, aspettava il suo momento.
Il Buondelmonti incominciò a parlare sul culto degli eroi nazionali nell'età moderna, su Dante, su la lampada votiva che alcune città italiane avevano accesa dinanzi alla sua tomba, sulla magnanima Trieste che era una di quelle città, con altre sorelle dell'Istria e della Dalmazia, figlie dell'Aquila romana e del Leon di San Marco. Alto, giovane, potente, senz'un gesto in mezzo al palcoscenico il Buondelmonti parlava e il pensiero già era balzato dalla sua fronte, quando ancora la parola non era uscita dalle sue labbra. Sul capo il volume della sua chioma gli stava come un casco tirato in avanti e sotto, tutt'il volto gli ardeva. Ma di tanto in tanto la sua voce s'indeboliva ed egli sentiva un po' di dolore al petto, perchè la cicatrice della sua ferita era ancor fresca. Al tempo stesso un'animazione di gioia, più forte d'ogni gioia e d'ogni animazione, ei sentiva dentro di sè, perchè tutti i suoi animi erano in gran moto e uno gli diceva: — Questo dolore ti ricorda il tuo rimorso! — E un altro: — Ma tu ora fai un'opera di riparazione! — Un altro gli ricordava la guerra con parole ardenti. Tutti questi animi gli parlavano insieme, egli non ne distingueva alcuno, ma da tutti levato in una indicibile gioia, non parlava più, sibbene la sua eloquenza era prima per lui medesimo che per gli altri più inebriante d'un canto trionfale. Solo, di tanto in tanto sentiva un po' di dolore al petto dov'era stato ferito per il suo amore; ma il giovane che amava ora la patria più d'ogni altra cosa al mondo, vinceva con la sua gioia il suo dolore.
A un certo punto apparve fuor delle quinte il Rummo con una faccia terribile e dalla sala si levaron subito qua e là mormorii, perchè era questo il segnale per i partigiani di muovere il tumulto. E già i mormorii s'eran fatti più forti, già si levavano voci di protesta, già stava per scoppiare il tumulto e il Rummo già s'avanzava dal fondo del palcoscenico alzando la mano per prender la parola, quand'ecco incontanente sul banco de' giornalisti brasiliani si vide una trepidazione, un foglio passò di mano in mano, Quirino lo ghermì a volo, mandò un grido, si precipitò verso il Buondelmonti. Questi pure, gettati appena gli occhi sul telegramma, mandò un grido e un attimo dopo nel più profondo silenzio di tutto il teatro annunziò:
— La patria è in guerra!
Un urlo non umano uscì da mille e mille petti. Subito fu un silenzio di morte. In mezzo al palcoscenico stava il Rummo, poco discosto dal Buondelmonti, solo. Aveva una faccia terribile, ma stava immoto. Di nuovo il Buondelmonti accennò di voler parlare e fu fatto silenzio.
Ma prima che egli aprisse bocca, un dolore, acutissimo ora, lo morse al punto della ferita. L'immensa anima nazionale con tutti i torrenti delle generazioni s'era precipitata nel suo petto, sforzava le pareti del suo petto. Quando incontanente una gran voce dentro di lui gli gridò:
— Tu puoi creare un segno di ciò che dovrà fare l'Italia per la sua salute! Tu puoi trasformare cento, dieci di questi emigranti in combattenti!
Esultò il Buondelmonti, vittorioso alla fine, e ripreso a parlare aggiunse altre notizie del telegramma e raccontò che in Italia il figliuolo di Garibaldi raccoglieva volontarii, che innumerevole gioventù accorreva a lui, che d'ogni parte del mondo tornavano italiani in patria a prender le armi. Così disse e gridò:
— Chi di voi partirà con me?
Da tutte le parti del teatro si levarono voci:
— Io, io!
E gesticolavano verso il Buondelmonti offrendo ciascuno la sua vita alla patria.
Il Buondelmonti accennò di voler parlare ancora e di nuovo fu fatto silenzio. Ma questi non aveva ricominciato a parlare, quando un urlo non umano s'udì alle sue spalle:
— Evviva la patria!
E il Rummo si lanciò avanti dibattendosi come preso da convulsioni e da follìa. Urlò ancora:
— Evviva la patria! Evviva la patria!
E piombò a terra come morto, atterrato dall'invisibile nemico, la patria trionfante.
Accorse verso di lui il Buondelmonti a braccia aperte.
XI.
Lorenzo Berènga gridò con gran voce:
— Tutti coloro che partono, sono invitati per domani sera da me. Riceveranno a casa mia l'addio della colonia e gli augurii per la patria.
Anch'egli, quando dalla gran voce del Buondelmonti era stata data la notizia della guerra, anch'egli con tutt'il petto fuori del suo palco aveva mandato un urlo spaventoso in mezzo all'uragano di grida che facevan crollare il teatro. Poi precipitatosi fuori, rompendo la calca e correndo aveva attraversato il teatro, era salito sul palcoscenico e aveva gettato intorno al collo del Buondelmonti le sue grandi braccia. E poi fattosi avanti al proscenio sedò col cenno delle braccia il tumulto delirante e lanciò l'invito per la sera dopo.
Dopo di che tornando a Santa Teresa con alcuni amici si mise a parlare d'un suo antico parente che era morto nelle guerre dell'indipendenza italiana, e per tutta la strada non parlò d'altro. Parlava con una gran cordialità e una gran gioia.
Ma giunto alla villa si mutò. Licenziati gli amici pranzò solo. Alzatosi da tavola si mise a camminare su e giù per il salotto a grandi passi e sospirando dal profondo. Finchè a un tratto s'arrestò in mezzo alla stanza e levata la fronte s'irradiò di contentezza. In fretta ritiratosi nel suo studio si sedette al tavolino ripetendo fra sè e sè:
— Vediamo, vediamo.
E raccolse tutti i suoi pensieri sopra i lavori che aveva allora a mano nella città. Eran più case e palazzi in costruzione, quanti non ne aveva avuti mai, perchè la sua fortuna fioriva, nè mai era stata così in fiore per il passato. Pensava a chi avrebbe potuto affidarli, que' suoi tanti lavori, tanti, tanti per tutta la città, e gli passavano per la mente nomi d'altri costruttori, di fidi suoi sottoposti, d'amici, ma ben presto dovè convincersi che dovunque non si poteva far di meno della sua presenza. Egli era di quegli uomini i quali sono legati al proprio lavoro come l'anima al corpo, si stimano ad esso necessarii sempre, nè se ne possono allontanare, nè molto meno ammettervi estranei, uomini di dovere, di passione e d'orgoglio. Tale era il Berènga e in tanti anni non s'era mai allontanato dal suo lavoro, nè l'aveva affidato ad estranei. E nemmeno quella sera poteva. Poteva anche meno che se avess'avuto una famiglia che Dio non gli aveva voluto dare. E tra sè e sè si diceva proprio così:
— Posso io, posso io lasciar qui la mia carnaccia e andarmene con l'anima, se il Signore non vuole? O posso lasciar qui l'anima mia e andarmene col resto?
E così dicendo sospirava di nuovo dal più profondo del petto perchè non poteva partir insieme con gli altri per l'Italia. Stava al tavolino su cui per tanti anni la notte, dopochè il giorno aveva costruito case per gli altri, era andato costruendo per sè, rudimento con rudimento, scienza con scienza, arte con arte, costruendo la sua propria vita interiore. Stavano lì sotto i suoi occhi cumuli di libri, quaderni, disegni; ma ora tutto quello che egli aveva fatto di bene, tutte quelle testimonianze del suo nobile amore di conoscere e della sua nobile pazienza d'apprendere gli si voltavano contro e gli dicevano:
— Tu non puoi partire!
Perchè quanto vedeva intorno a sè, gli ricordava le radici che egli non aveva mai cessato di mettere nel suolo straniero per tanti e tanti anni il giorno e la notte. Perchè era accaduto a lui come avviene ai nobili alberi i quali salgono su col tronco aspirando verso il cielo, che quanti più rami buttano in alto, tante più radici devono profondar nel terreno. Così egli aveva dovuto profondar tutte le sue radici nel suolo straniero, perchè tutto aveva fatto qui, e quando vi era giunto, egli non era nulla.
Tornò ancora a levar la fronte con un raggio di luce. Gli pareva d'aver trovato l'uomo a cui poter affidare i suoi lavori. Ma subito come il mare crudele accumula onda su onda sul capo di chi va giù, gli vennero a mente le cinque officine nelle quali aveva dovuto portar da settecento a mille gli operai. Nè mai per il passato, quando la catastrofe l'aveva colpito, il suo ferocissimo cuore s'era rivoltato tanto, nè aveva dolorato tanto, quanto ora per il favor della fortuna.