Part 11
— Bisogna credere nell'ascensione dei lavoratori! Credi, Piero, credi! Sono i migliori nostri fratelli, i più forti ed i più generosi. Tu stesso per le tue idee nazionali, se avrai bisogno della forza, troverai in loro la forza, se avrai bisogno della generosità, troverai in loro la generosità. Bisogna credere nell'ascensione dei lavoratori. Credi, Piero, credi! E renditi conto che le cose grandi si possono fare con una sola classe e con una sola età: il popolo e la gioventù.
Piero gli gettò le braccia al collo esclamando:
— Tu mi apri gli occhi!
L'altro ripetè ancora trasportato dal suo impeto:
— Sono i più forti e i più generosi!
I giorni seguenti tornarono sull'argomento, tornarono a discutere di sindacalismo, ed ora era Giacomo tutto fervore di consentire con Piero e guardingo, con indescrivibile delicatezza, di contradirlo il meno possibile, perchè era riuscito a porre nel cuore di lui una parte di sè, la miglior parte di sè, e perciò l'amava come un padre il figlio. Infatti avvenne un mutamento nella coscienza di Piero: questi nel popolo e ne' lavoratori per la prima volta vide la più generosa forza della nazione. E così la sua coscienza fu rinnovata e rifecondata. Perciò un giorno disse a Giacomo:
— Ho deciso di tornar in Italia. Vieni con me.
Giacomo impallidì di commozione, perchè non aveva mai pensato di tornare in Italia. Piero gli domandò:
— Non puoi?
Giacomo rispose:
— Non son legato qui. La mia vita è libera. Ma che farò in Italia?
Piero rispose:
— Lavoreremo insieme.
Giacomo esultando acconsentì. E subito aggiunse:
— Possiamo annunziare agli amici la nostra partenza?
Piero rispose di sì, e gli amici di Santa Teresa di lì a poco ebber l'annunzio da Giacomo, andato da loro di corsa.
Il quale da quanti lo videro in quei giorni non era riconosciuto, tanto aveva il cuore leggero e contento. Un sorriso che egli stesso non avrebbe saputo dire da che angolo del cuore gli venisse, gli errava sulle labbra e pareva che gli costellasse di puntini d'oro la barbetta rossigna. E quella ingenuità che è in fondo all'anima d'ogni uomo di fede, pareva nei suoi occhi fatta più buona e ispirava quel sentimento che ispira una cosa buona e umile quando si mostra contenta. Eppure per l'innanzi non gli era mai nemmen passato per la mente di ritornare in Italia. Egli poteva stare in Europa come in America e dappertutto, perchè era solo al mondo e portava con sè tutto il suo bene: un residuo ancora di quel poco che gli aveva lasciato il padre, sufficiente pel tozzo di pane quotidiano e il rozzo vestito di cui soltanto aveva bisogno nella sua nobile astinenza. E quel poco di più che raggranellava a Rio de Janeiro avrebbe potuto raggranellarlo da per tutto e specialmente in Italia; eppure non gli era mai passato nemmen per la mente di ritornare in Italia. Qui, ei sapeva, poco da combattere e sopratutto nessuno con cui combattere e nulla contro cui combattere, perchè quelli che un tempo egli aveva per compagni di fede, erano ora da lui ritenuti seguaci d'un socialismo vecchio e degenere, ed il nuovo socialismo al quale s'era andato poi convertendo, in Italia non attecchiva, mentre dall'altra parte le classi dominanti eran molli e i governi corruttori. Comunque fosse, era rimasto a Rio de Janeiro. Ora però, dopo aver deciso di ritornar in Italia con l'amico, si sentiva il cuore leggiero e contento e pareva altresì che si desse una cert'aria d'importanza come uno che è molt'affaccendato, e a chi gli domanda: — Ci sono novità? — Sì — può rispondere — ci sono molte novità! — Con una cert'aria diceva a tutti:
— Partiamo per l'Italia col Buondelmonti.
Era sulla fine di Marzo e la partenza era stata stabilita verso la metà d'Aprile. Gli amici italiani sapevano che non avrebbero potuto far feste d'addio per via del lutto di Piero, ma pure vollero ancor una volta testimoniare ai partenti il loro affetto ricevendoli per le case.
E il due d'Aprile Piero tornò per la prima volta a Santa Teresa nella villa di Lorenzo Berènga.
Questi lo ricevè nella biblioteca dove l'aveva ricevuto la sera che il giovane era andato da lui a cercar forza contro la sua passione. C'era anche la nipote Bruna, in piedi accanto allo zio che stava seduto al tavolino. E quando i due uomini ebber cominciato a conversare, Bruna discostatasi si mise a girar pian piano intorno alla stanza, rasente agli scaffali dei libri, col viso verso il Buondelmonti, guardandolo come quei che scruta. Poi uscì per una porta. Allora accortosi della sua scomparsa lo zio disse al Buondelmonti:
— Quella figliuola lì.... Le dirò che cosa fece. Quel giorno.... quel giorno, sa.... avevo osservato che parlava anche meno del solito. Non parla quasi mai, ma le qualità del padre in lei son come i tesori nascosti sotto terra. Ha il nostro cuore. Il nostro sanguaccio nelle sue vene ha preso fuoco.... Anche lei è sola, e perciò quasi non ha linguaggio. Dunque, avevo osservato che girava, girava per la casa con la testa bassa.... E a un tratto la vedo sparire come ha fatto ora. Io credo che Dio m'abbia fabbricato di ferro rugginoso, ma il mio cuore è debole per quella creatura, e quando la vedo sopr'a pensiero, mi porta via a tutto. Dunque anche quel giorno la cerco e la scopro sotto la pergola in fondo al giardino che leggeva un giornale. M'accosto, le prendo il giornale. C'era la narrazione della catastrofe. Allora le dissi: — Sai chi sono? — I signori arrivati d'Italia. — Io allora le dissi: — Ebbene, giacchè sai, manda de' fiori per il feretro. — Quella volta non mi spogliò il giardino, colse pochi fiori, ma li portò da sè, sola, senza dir nulla a nessuno. All'albergo non la volevano lasciar passare; passò. In camera, dove la poveretta era esposta, non la volevano lasciar passare; passò. S'accostò al letto, le aprì le palme, glie le ricongiunse sui fiori e tornò via.
Mentre il Berènga raccontava, l'altro piangeva, nè il suo dolore era stato mai così acuto, neppur la prima sera della Tijuca, quando lo stesso Berènga gli aveva detto che Giovanna era morta.
X.
I primi giorni d'Aprile i giornali di Rio cominciarono a pubblicare gravissime notizie d'Europa. L'incendio in Europa era stato acceso da' piccoli popoli del centro, e tutte le grandi potenze si levavano in armi, tra le altre l'Italia e il vicino impero. Le vecchie alleanze eran rotte, ne eran sorte delle nuove. Di giorno in giorno le notizie aggiunsero che in Italia c'erano stati gravissimi moti di popolo, che il vecchio governo era caduto e che aveva preso le redini della nazione con mani forti e con animo ardito un ministero composto di uomini nuovi. Aggiungevano il 10 d'Aprile i telegrammi che il popolo italiano era esultante, che la gioventù e gli studenti infiammavano l'esultanza del popolo e che il figliuolo di Garibaldi raccoglieva già volontarii.
Incontanente, lette queste notizie, Piero uscì di casa e il suo partito era preso: tornare il più presto possibile in Italia e se fosse scoppiata la guerra accorrervi.
Scendendo dalla Tijuca ripensava a Giovanna con un sentimento nuovo, tenerissimo e senza alcuna pena. Egli in Italia qualche anno prima aveva scritto un libro per porre in evidenza il valore etico della guerra e in questo libro aveva considerato la guerra come la grande vittoria della natura collettiva dell'uomo sopra la individuale. La guerra, il Buondelmonti aveva affermato, al pari della morte sopprime l'individuo, col divario che in essa l'individuo è sommamente attivo. Egli ora andava con la mente da questo libro a Giovanna e gli pareva di sentir dentro di sè la voce di Giovanna parlargli e dirgli: — Anch'io voglio che tu corra a dar la vita per la patria! Così, se anch'io feci qualcosa di male, sarà redento da te! E sarà la grande vittoria della tua coscienza già vinta dal nostro amore!
Giunto in città Piero corse al telegrafo e telegrafò al figliuolo di Garibaldi pregandolo d'accettarlo tra' volontarii.
E poi si diresse ad un'agenzia di navigazione e durante il cammino gli s'eran fitte in mente le immagini d'alcuni amici suoi d'Italia e d'alcuni discepoli e si raffigurava il loro animo. Si ricordava d'aver sempre nella patria lontana vissuto in un dissidio tragico fra sè e il di fuori, perchè quanto più la sua coscienza nazionale era stata eroica ed epica l'arte, tanto più intorno a lui la vita nazionale era stata vile. Nato con lui, sviluppato dagli studii storici, stava nel più profondo del suo essere l'istinto dell'eroico che è per le nazioni ciò che è per gli individui il seme generativo; e come senza di questo gli individui non potrebbero prolificare, così senza di quello le nazioni non possono creare civiltà. E sempre, quando quell'istinto s'era risvegliato dentro di lui e secondo la sua propria natura aveva cercato d'uscire da lui per incarnarsi nella vita collettiva, allora sempre era avvenuta la tragedia. Perchè esso aveva cercato d'incarnarsi in elementi esterni forti e generosi, corrispondenti alla natura sua, e la vita esterna che era intorno, non gli aveva offerto se non miseria. Esso, l'istinto dell'eroico nazionale, cercava cercava fuori di sè, come un affamato il pane, cercava le affinità eroiche in cui incarnarsi e propagarsi, e non trovava se non miseria e viltà. Questo il dissidio e questa la tragedia del Buondelmonti in Italia. Una volta il Buondelmonti aveva in un'opera immaginato alcun che d'eroico e tutta la gente ne aveva vilissimamente riso. Ma ora le cose eran mutate ed egli si raffigurava laggiù gli amici suoi. E si raffigurava gli uomini del governo abbattuto, le vecchie schiene smidollate e curve dinanzi all'interno e all'estero, estremi avanzi de' secoli servili, gli omiciattoli cupidi e inetti che erano stati tanti anni a capo della nazione per distruggere la nazione. Ora non più. Ora il Buondelmonti vedeva la patria liberata dal più abbietto de' servaggi ed esultava nel cuore per le vie della città straniera.
Sulla porta dell'agenzia di navigazione s'imbattè in alcuni italiani i quali pure avevan lette le notizie ed erano agitati. Si fermarono a parlar insieme, riaprirono i giornali, li rilessero, li discussero. Altri italiani passarono e si soffermarono. Passò qualche brasiliano che era da loro conosciuto; si soffermò, ascoltò le notizie, fece un augurio e se ne andò. Il Buondelmonti riprese la via e alcuni l'accompagnarono. Da per tutto incontravano italiani e ogni poco eran fermati o fermavano.
I giornali pomeridiani portavano telegrammi d'Europa anche più gravi. In mattinata il Buondelmonti aveva visto il Berènga, i Mùrola, Giorgio Tanno, il console, altri notabili della colonia, e quando vennero gli ultimi telegrammi, egli si trovava appunto nelle officine del Tanno dove su mille e duegento operai ce n'erano circa ottocento italiani.
Giorgio Tanno era uno dei capi della colonia, il primo dopo il Berènga per la sua intelligenza, la sua ricchezza, il suo ardore patriottico, la sua munificenza, e come presidente del comitato della Dante Alighieri raccoglieva intorno a sè quanto d'italiano c'era di meglio a Rio de Janeiro. Sicchè quel giorno si videro giungere alle officine gli uni dopo gli altri medici, ingegneri, altri professionisti, commercianti italiani, tutti per parlare di quello che da un momento all'altro poteva accadere nella patria lontana. Altri ne furono chiamati per telefono e accorsero perchè si sentiva il bisogno di stare insieme. S'eran radunati dove i primi venuti avevan trovato il padrone delle officine fra i suoi operai, sotto una capanna di scarpellini di granito, e fra il battere di cento mazzuoli vagliavano il pro e il contro per l'Italia se fosse scoppiata la guerra, ciascuno mettendo fuori le cognizioni che aveva sugli armamenti italiani di terra e di mare. Da tutti era molto interrogato Piero Buondelmonti come ultimo giunto d'Italia. Eran quasi tutti meridionali, della Calabria e della Basilicata, e gridavano tra lo strepito de' mazzuoli con un furor di gesti e di voci. Qualche scarpellino de' più vicini di tanto in tanto alzava gli occhi verso di loro. Dinanzi alla capanna s'ergevano le cave di granito sotto il sole rovente e su quelle salivano e scendevano e smovevano lastre altri operai de' quali pure, alcuni, di tanto in tanto alzandosi su guardavano con stupore. Ma da nessuna parte appariva un segno che distinguesse in quel giorno gli operai italiani dagli altri. Tutti lavoravano muti sotto il sole rovente tra le cave e il mare. Subito di là dalla capanna appariva il mare e fermi alla ripa stavano barconi carichi di legname e uomini seminudi li scaricavano. Centinaia e centinaia d'italiani lavoravano nelle officine dei fabbri, centinaia e centinaia in quelle de' falegnami e d'altri materiali da costruzione; ma da nessuna parte appariva un segno.
Quando però fu cessato il lavoro, il Tanno e gli amici lasciate le officine pochi momenti prima, s'eran soffermati sopra un largo della strada dinanzi all'uscita, perchè uno aveva fatto la proposta d'andare dal console e dal ministro italiano: a un tratto si videro circondati da uno stuolo di operai che li guardava in silenzio; e lo stuolo crebbe in pochi minuti; a mano a mano che gli operai lasciavano le officine, diventò una grande radunata: erano tutti operai italiani. Presto questi presero animo, interrogarono il padrone, il Buondelmonti e gli altri, e si levò un brusìo di voci. A un tratto una voce forte dominò tutte le altre gridando:
— Signori!
E verso il centro della radunata dove stavano Tanno e il Buondelmonti, si avanzò un giovane con una faccia maschia e gioviale e disse:
— Se ci sarà la guerra, i nostri fratelli daranno il loro sangue; noi invece restiamo qui. Ma loro signori facciano una colletta e anche noi non ci rifiuteremo.
Da cento e cento petti si levò un'acclamazione.
Sul momento, in mezzo agli operai tennero una specie di consiglio il padrone delle officine, il Buondelmonti e gli altri, e deliberarono che si sarebbe fatta la colletta per i soldati italiani e che di lì a due giorni il Buondelmonti avrebbe fatto un discorso in pubblico a pagamento.
Subito il Tanno levandosi sulla punta de' piedi, piccoletto com'era, col cuore che gli saltava fuori del petto dall'entusiasmo patriottico, agitò in aria tutte e due le braccia per ottenere silenzio e col suo modo di fare bonariamente solenne bandì la deliberazione a gli operai gridando:
— Brava gente! Il nostro caro e grande connazionale Piero Buondelmonti qui presente parlerà doman l'altro a gli italiani di Rio de Janeiro! Domani subito sarà iniziata la colletta! E i denari che ricaveremo da questa e dalla vendita dei biglietti per il discorso, li manderemo in patria per i soldati che vanno al campo, se ci sarà la guerra. E se voi sottoscriverete ciascuno per una giornata di lavoro, noialtri qui soli, tanto meglio provvisti, dovremo mettere insieme di tasca nostra per lo meno un milione. E lo metteremo! Qualora poi non scoppi ora la guerra, non manderemo i denari subito, ma continueremo la colletta fino a che gli italiani del Brasile non abbiano messo insieme tanto da poter offrire alla patria una corazzata!
Sull'ultima sillaba dal folto proruppe una voce stridula e gridò:
— Non esageriamo! E soprattutto non precipitiamo!
Il Tanno riconobbe la voce del Rummo e gli si scagliò contro furibondamente gridando:
— Credi tu che un milione non sarei capace di darlo anche di mia tasca?
— Io credo che andiamo troppo presto con la solita rettorica patriottica.
— Ah maledetto animale! Guai a te se fai opposizione!
E simile a mastino che fa il salto per agguantar l'orecchia del bove, l'uomo che aveva sulla gota il segno di Menelik balzò e s'avventò al petto del Rummo. Ma incontanente gli fu sopra il Buondelmonti gridando:
— Tanno, che fai?
E cintolo con le sue braccia di ferro lo strappò dal nemico. Ma il Tanno nella stretta si dibatteva come un indemoniato e urlava. Il nobile amor della patria che egli da anni e anni aveva nutrito in fondo al suo petto d'una furiosissima collera, ferito ora gli lanciava sin agli occhi il più feroce e nero sangue del cuore e sulla faccia gli guizzava più rossa del fuoco la cicatrice del pugnale, mentre le sue labbra convulse balbettavano:
— Rettorica patriottica, maledetto animale, serpente velenoso!
Il Buondelmonti prese sotto il braccio il Rummo e si misero in cammino avanti a tutti.
Il Tanno, gli altri e gli operai serrati li seguivano per il viale che portava nel centro della città costeggiando il mare. Il mare tremolava verso l'imboccatura del porto, aureo sotto il cielo rosato. A quei duri uomini ferveva il cuore per la patria lontana.
Ma nel cuore di Giacomo Rummo s'era risvegliata la furia di parte nata fin dagli anni della pubertà. Al solo nome di nazione e di patria prendeva fuoco; odiava la guerra e in Italia era stato uno de' più arrabbiati antimilitaristi, ebbro di lotta di classe. Ora nel petto gli si rimescolavano le invettive dei lontani comizi. Andava muto al braccio del Buondelmonti, a denti stretti, dispettosamente. E non potendo più sostenere la compagnia che aveva accanto, sentiva contro tutti una collera d'odio inveterato, perchè era un uomo d'ostinazione e di passione, non voleva che la guerra avvenisse e soffriva orribilmente al pensiero che potesse avvenire, odiava coloro che aveva accanto, come nemici suoi proprii che gli avessero fatto e gli facessero un gran male, perchè non consideravano la guerra impossibile come lui voleva. Soffriva orribilmente.
A un certo punto il Buondelmonti che lo teneva per il braccio, gli domandò sotto voce:
— Tu verrai in Italia con me?
— No — gli rispose il Rummo seccamente. — Non vengo più.
E si strappò dal braccio di lui.
Allora il Buondelmonti gli disse:
— Vedi, Rummo, se avessi potuto dimenticare quello che hai fatto per me, il contegno del Tanno per le tue parole dinanzi a quella brava gente ti sarebbe parso una carezza di amico a petto al mio. Non conosci il mio sangue. Ma non potrò mai dimenticare. Però da te stesso devi riconoscere, tu che vorresti essere il loro duce, devi riconoscere che hai risposto male a quelli operai che ti avevano dato un esempio così pronto, così spontaneo, di carità di patria.
Disse così e si discostò dal Rummo. Questi gli rispose con una spallata di disprezzo e continuò ad andar avanti solo. Ma i passi dietro le sue spalle gli facevano un effetto orribile. Il cuore gli scoppiava dall'odio. Il Rummo avrebbe voluto fuggire, ma per orgoglio non poteva. Sentiva dietro di sè le voci e gli parevano grida ostili d'una folla che l'inseguisse, ma non poteva accelerare il passo per orgoglio.
Sboccarono nella via principale della città e il Rummo si confuse tra' passanti.
Soffriva orribilmente.
Tornò indietro per fuggire la gente e rifece il viale sul mare sino a una via in costa a destra chiamata Donna Luisa dove aveva una stanzetta a un terzo piano. Su per le scale bestemmiò fra sè e sè perchè secondo il solito erano ingombre di stracci e di fogli; alcuni inquilini delle stanzette aperte lungo le scale lo salutarono, ma ei non rispose. Erano camerette misere e in disordine e vi erano giovanotti, studenti, seminudi per la grande afa della sera. Tutta la casa aperta, senza custodia alcuna, pareva abbandonata ai passanti della via. Il Rummo salì fino all'ultimo piano, entrò nella sua cameruccia che pareva un ripostiglio di carta straccia. Da per tutto c'erano libri, aperti, fin per terra, e fogli e giornali, soprattutto giornali a monti e giornali spiegati da per tutto, i giornali che erano per il Rummo ciò che sono per altri le lettere d'amore. E su tutta quella carta pesava un odor fortissimo di fumato e qua e là si vedevano tabacchi e pipe di terra e di legno, il solo vizio di Giacomo Rummo. Questi si sentì le fauci secche, volle bere, ma l'acqua che aveva in camera era troppo calda, l'afa era soffocante, s'alleggerì di vesti e si sedette alla finestra. Faceva ancora giorno.
Giacomo Rummo soffriva orribilmente sforzandosi di rappresentarsi quali potessero essere in quel momento lo stato e le forze del socialismo nelle nazioni che erano sul punto di scendere in campo. Avrebbe potuto il socialismo gettarsi in mezzo a loro? Il Rummo aveva lasciato l'Italia e l'Europa molti anni prima quando il socialismo combatteva strenuamente. Allora il socialismo avrebbe potuto imporre la pace, e il Rummo si ricordava quante e quante volte lui stesso aveva affermato questo nei discorsi di propaganda e nei comizi. Ma ora? Ora aveva presenti tutte le mutazioni fatte negli ultimi anni dal socialismo, sapeva quanto quel vecchio socialismo europeo distasse ormai da quello nuovo del quale egli era divenuto seguace; pure in un resto d'illusione invocava ancora che si mettesse il grande veto alla guerra. E passata l'illusione soffriva orribilmente, soffriva orribilmente come se avesse avute al mondo le cose più care che non aveva, e fosse per perderle. Soffriva orribilmente e si sentiva sbranare il cuore dall'odio contro le patrie, come se queste fossero state sue nemiche, nemiche di lui solo. A un tratto pensò che la guerra non sarebbe scoppiata, perchè non sarebbe scoppiata, perchè tante guerre negli ultimi decennii avevan minacciato l'Europa e s'eran sempre evitate, perchè la civiltà non voleva più le guerre; allora esultò come per una gioia che fosse toccata alla sua vita. Si mosse per la sua stamberghetta, battè le palme sui monti di giornali levando gran polvere, tornò alla finestra e si mise a fumare, a fumare vittoriosamente dinanzi alla fornace della sera tropicale, dinanzi alla città che s'accendeva de' primi lumi. Fumò vittoriosamente sulla faccia delle patrie. Poi a poco a poco il Rummo tornò quello di prima; la sua povera persona stava su in cima a quella stamberghetta di Rio de Janeiro, privata di tutto, e la sua anima con la sua furia di parte e la sua impotenza era perduta lontano lontano dinanzi alla guerra delle nazioni. Ei sentiva una sete che gli arrabbiava la gola. Accostò l'acqua alle labbra. Era intollerabile.
Il Rummo soffriva orribilmente, perchè era un uomo misero e grandioso, poteva far sorridere ed era tragico. Perchè come nessun altro poteva vivere fuori di se stesso in una vita più vasta, nella vita collettiva, con tutti i tormenti che possono martoriare un cuore d'uomo per se solo. Come nessun altro, aveva una tragica volontà che si estendeva fuori di lui stesso nella vita collettiva, in quella che sola era esistita fin lì per lui, nella lotta delle classi il cui esito non poteva dipendere da lui. Aveva, come nessun altro al mondo, un tragico egoismo sradicato, per così dire, dal cuore di lui medesimo e trapiantato con tutte le sue feroci cupidigie in un cuore più vasto, nella lotta delle classi. Era anch'egli l'individuo tragicamente collettivo.