La Patria lontana

Part 10

Chapter 103,906 wordsPublic domain

Erano tre mesi e mezzo dalla catastrofe e dalla morte di Giovanna quando Piero lasciò l'albergo. Più che ei non si sedesse lo avevano adagiato nell'automobile e avevan preso posto accanto a lui Pasquale Mùrola, Quirino e Giacomo Rummo, mentre in un altro automobile salivano il Tanno e Diego Mùrola, senza Lorenzo Berènga che aveva quella mattina molte faccende in città e aveva promesso che avrebbe raggiunto la comitiva alla villa nelle ore pomeridiane. Non avevano ancora detto a Piero che Giovanna era morta. Ne' primi momenti, appena, riavutosi, quand'aveva ancora il proiettile nel petto, Piero aveva subito dimandato di Giovanna e qualcuno gli aveva detto che era gravemente ferita, come lui ma non uccisa. I primi giorni Piero sempre aveva dimandato di Giovanna e sempre gli era stata detta la stessa cosa. E quando Piero era uscito di pericolo, gli era stato detto che anche Giovanna aveva fatto altrettanto, perchè ognuno ormai aveva temuto che la vita di lui sarebbe stata di nuovo messa in forse se lo avessero disingannato. Sicchè lo stato di Giovanna era passato per le stesse fasi dello stato di Piero. Dopo essersi a lungo consigliati insieme que' delicati animi d'amici avevano deciso che gli avrebbero dato il colpo sol quando ei sarebbe il più possibile tornato in forze; erano d'intesa il Rummo, i Mùrola, il Tanno, il Berènga, Quirino Honorio do Amaral e tutti gli altri che venivano ammessi nella camera di Piero, compresi i servitori dell'albergo, e ciascuno per conto suo sapeva di dover mentire fino al giorno che a tutti fosse sembrato opportuno di dir la verità. Perciò quando stavano in più intorno al suo letto, o soli, il Rummo, Giorgio Tanno e gli altri, ciascuno sapeva che cosa rispondere di preciso alle sue domande e come eludere le sue investigazioni: Giovanna si trovava sempre press'a poco nelle medesime condizioni di Piero, anch'essa in un albergo della città, anch'essa avviata verso la guarigione. Ma una sera Piero era rimasto solo col Rummo. Da molti giorni non aveva domandato di Giovanna. A un tratto fissandolo dal suo guanciale pregò il Rummo di portargli i giornali di quei giorni in cui era successa la catastrofe, e il Rummo sostenendone lo sguardo, gli promise che li avrebbe cercati e glie li avrebbe portati. Passarono alcuni giorni, Piero chiese di nuovo i giornali al Rummo e questi gli rispose che non aveva avuto tempo di cercarli. A un tratto Piero fissandolo gli disse:

— È morta, vero?

La sua faccia era sì stravolta che il Rummo spaventandosene protestò prima che nessuno aveva mai mentito e poi per rincalzar la menzogna con un'altra menzogna aggiunse:

— C'è una sola novità: Giovanna è ripartita per l'Europa.

Il Rummo senz'accorgersene nel forzar la voce aveva ritrovato un po' l'accento dell'acre violenza del propagandista. Piero si tacque. Poi lo stesso giorno, essendo rimasto solo or con questo or con quell'amico, a tutti domandò di Giovanna e tutti gli risposero la stessa cosa, che era ripartita per l'Europa. Allora Piero non domandò più ne di Giovanna nè dei giornali. E intanto il suo povero corpo recuperava le forze e la salute, perchè la gioventù e l'istinto di conservazione potevano più d'ogni altra cosa.

La mattina che fu condotto dagli amici alla Tijuca Piero aveva dentro di sè un dolore e una gioia. Il suo corpo e la sua anima gioivano della luce, dell'aria e della libertà che tornavano a godere, ma il pensiero di Giovanna gli dava dolore. La sua anima era come un'orchestra quando due motivi s'uniscono e non si distinguono più l'uno dall'altro: così egli non distingueva più la sua gioia dal suo dolore, ma sentiva la contentezza di tornare a vivere, con una pena in fondo al cuore, e di tanto in tanto questa pena si smarriva in quella contentezza. Il suo dolore in quei momenti non nasceva dal pensare che Giovanna fosse morta, ma nasceva dal vedere che mentre gli stavano intorno tanti amici, essa sola da lui più di ogni altra persona amata era assente. Egli girava intorno gli occhi come uno che fosse risorto e talvolta sulle sue labbra spuntava un sorriso, tal'altra i suoi occhi pareva che si velassero di lacrime. E gli amici lo guardavano e gli sorridevano, ma il pensiero di Giovanna era anche in loro, e già sentivano pietà del colpo che qualcuno quanto prima avrebbe dovuto dare a lui che allora allora tornava a vivere. Tutti ma sopratutto Quirino, presero a mostrargli la bellezza dei luoghi per cui passavano. Il giovane brasiliano pareva aver perduto l'impeto e l'entusiasmo d'una volta e aveva nei grandi occhi e nella voce una malinconia che meglio d'ogni altra cosa, meglio degli stessi occhi insistenti di Giacomo Rummo, sapeva parlare alla gioia e al dolore di Piero. Attraversarono strade lunghe lunghe e strette, d'ambo i lati folte di giardini e di selve dentro cui stavano villette come sommerse. Quirino mostrava quanto erano leggiadre e leggiere quelle villette secondo il clima, mostrava il cupo verde della esuberante vegetazione tropicale e diceva il nome di certi alberi che dai giardini e dalle selve gittavano grandi rami sopra la strada carichi di fiori gialli come oro e azzurri come il mare e rossi come il fuoco e il sangue. E poi giunsero dinanzi a un vasto edifizio sotto immani rocce nude e biancastre e Quirino disse che era il Collegio Militare, e poi presero a salire e di tanto in tanto attraverso i sentieri della foresta scoprivano lontano lontano un occhio di mare. E Quirino parlava del mare, delle foreste e delle rocce, e Piero lo guardava fisso fisso come se a sentirlo parlare gli spuntasse un pensiero nella mente. Gli amici lo osservavano trepidando perchè i suoi occhi nel fissare il giovane brasiliano diventavano sempre più ploranti. Qualcuno gli domandò per distrarlo se fosse mai stato in quei luoghi. Piero rispose:

— Mai.

E aggiunse:

— Sono nuovi due volte.

E parve che dai suoi occhi fosser vicine a sgorgar le lacrime. Gli amici si guardarono di nascosto e rimasero un momento zitti comprendendo il suo dolore e ripensando che quanto prima dovevan dare a quel dolore il colpo. Qualcuno poi per distrarlo gli domandò:

— Perchè nuovi due volte questi luoghi per te?

— Perchè — rispose Piero — non ci sono stato mai e perchè anche ciò che si rivede, dopo una lunga malattia par nuovo come tutto ciò che ci appare per la prima volta nell'infanzia.

Piero sentiva nel suo povero corpo e nella sua povera anima la gioia di questa novità d'infanzia e di resurrezione nei luoghi nuovi, e più così sentiva il doloroso desiderio di Giovanna che era assente. Prestando orecchio a Quirino che mostrava la bellezza dei luoghi per cui passavano, Piero pensava a Giovanna, pensava ad altri luoghi che egli stesso aveva visti con Giovanna, ad altri luoghi che egli stesso aveva mostrato a Giovanna, e pensava quanta gioia avrebbero avuto tutti e due ora, se essa non fosse stata assente. Ma ora a mano a mano che salivano, il dolore s'impossessava sempre più di lui e gli pareva che Giovanna fosse morta; tanto che aveva paura che qualcuno glielo dicesse.

Guardava il Rummo e avrebbe voluto domandargli:

— È vero che hai sempre mentito? È vero che Giovanna è morta?

Guardava Quirino e vedeva quanto appariva mutato da quello d'una volta; pensava che così fosse, nel suo ingenuo attaccamento, per pietà del suo dolore, del dolore che gli altri ancora gli tenevano nascosto, e sentiva per lui tanta tenerezza di gratitudine. Avrebbe voluto domandargli:

— Tu sai, vero, che Giovanna è morta?

Tutti sapevano. Erano lì accanto a lui, in un attimo quelli amici avrebbero potuto rivelargli la verità. Ei li guardava, or questo or quello, vedeva che sapevano la verità, gli pareva di vederla dentro di loro. Più volte la domanda gli giunse fino alle labbra, ma aveva paura che gli dicessero che Giovanna era morta.

E anche nella villa non l'abbandonò per tutta la giornata questa paura.

La sera finalmente, colto un momento in cui si trovava solo col Berènga, gli disse sottovoce e come se continuasse un discorso interrotto poco prima:

— È morta, vero?

Il Berènga lo circondò con un braccio e due volte se lo strinse al petto; poi disse:

— Ebbene, figliuolo, sii uomo! Dio ha voluto che fosse così. Accetta la sua volontà e ti sentirai consolato.

Piero incominciò a piangere in silenzio, e appena gli amici s'accorsero che il Berènga aveva parlato, tornarono di nuovo verso Piero per consolarlo, ma il Berènga li tenne indietro con un gesto imperioso e tutti rimasero in piedi intorno a Piero che continuava a piangere a piangere a lagrime colanti e senza singhiozzi, come se il nodo del suo pianto si fosse sciolto da tanto tempo. Il Berènga gli stava più vicino e con la mano ancora in aria continuava a tener gli altri discosto dicendo:

— Lasciamolo piangere, lasciamolo piangere.

E a capo basso stava a vederlo piangere. Gli altri stavano intorno sottomessi al cenno del Berènga.

Quando ad un tratto questi levò la voce e pregò:

— Dio Signor nostro, concedi la pace a questo nostro fratello. Concedi la pace anche all'altra anima che comparve dinanzi a te nel modo che tu permettesti. Noi non possiamo sapere, o Signore, ciò che ci aspetta dinanzi al tuo tribunale, e perciò non dobbiamo giudicare gli altri ma dobbiamo aver pietà di quelli che soffrono e pregare per tutti. A questo nostro amico tu hai voluto concedere la guarigione. Egli resterà ancora qualche tempo fra noi e poi tornerà in patria. Assistilo nel viaggio, assistilo quando sarà in patria, e serbagli in conto per la sua salute eterna queste lacrime che versa ora, serbagliele e a lui e all'altra anima più poveretta.

Così pregò il Berènga e tutti gli altri nei loro cuori, e quelli che credevano e quelli che non credevano, pregarono con lui per l'amico piangente e per la creatura che giaceva non lontano di lì sepolta nella terra straniera.

Qualche giorno dopo, Piero disse al Rummo e a Quirino:

— Voglio vedere dov'è sepolta.

Tutti e tre colsero dei fiori e andarono dov'era sepolta Giovanna.

Per la strada Piero aveva sulla faccia dolorosa un sorriso, perchè gli pareva di andare a rivedere Giovanna. A un certo punto volgendosi a Quirino che appariva sempre abbattuto, gli disse con una dolcezza che mai la sua voce aveva avuta:

— Caro, non ti riconosco più. Sei così per me?

Quirino rispose ciò che era vero:

— Sì.

— Eppure qualche mese fa non ci conoscevamo.

E così dicendo Piero gli strinse la mano.

Poco dopo disse al Rummo:

— Giacomo, qualche volta c'imbattiamo in avversarii che si vorrebbero subito per amici e sentiamo che nessuna amicizia ci sarebbe più cara. Per me tu eri di questi prima della mia disgrazia.

E si sforzava di sorridere all'uno e all'altro.

Quando poi furono dinanzi alla tomba, vi sparsero sopra i fiori e Piero non pianse ma s'inginocchiò e rimase più d'un'ora senza muoversi. Nè per tutto il ritorno aprì mai bocca, perchè stando in ginocchio sulla tomba aveva pregato per l'anima di Giovanna come aveva fatto il Berènga. E tornando sognava di rivedere Giovanna in un'altra vita. Un acutissimo desiderio di rivedere Giovanna lo pungeva e sognava di poterlo appagare, sebbene da tant'anni avesse perduta la fede ereditata da' padri e da' padri de' padri con la carne e col sangue.

IX.

I giorni seguenti e per molto tempo il dolore tornò a dar a Piero frequenti assalti con una ferocia tale che gli lacerava il petto ancora debilitato dalla ferita e lo stringeva alla gola sino a soffocarlo e a costringerlo a piangere, a piangere. Piero più volte al giorno dinanzi agli amici rompeva in pianto. Poi a poco a poco quest'assalti del dolore cominciaron ad essere più radi e men feroci. Com'ogni altra cosa che nasce, anche quel dolore, quand'ebbe raggiunto il sommo della sua vita, cominciò a declinare e ad avviarsi verso la sua morte. E allora Giacomo Rummo il quale aveva sempre vigilato, cominciò a far di tutto per aiutar l'opera della natura. Tutti gli amici italiani lasciavan Piero men che potevano solo nella villa della Tijuca, ma più degli altri gli faceva compagnia Giacomo come quegli che aveva maggior tempo libero fra i giornali brasiliani sui quali di tanto in tanto scriveva di cose italiane, e l'«Operaio Italiano» del quale era segretario. Giacomo incominciò a portar a Piero qualche giornale, a raccontargli le notizie d'Italia e a parlargli di letteratura, d'arte e soprattutto di musica. E ne parlava sì bene, quel politico nutrito degli strepiti dei comizii parlava sì bene di musica, che a Piero pareva di sentir musica. E quando gli parlava di Riccardo Wagner che era il suo Dio musicale come Carlo Marx era il suo Dio politico, a Piero pareva di riveder la cavalcata delle Walkirie e di risentire il canto d'Isotta sul morto Tristano. Così Giacomo dopo aver curato il corpo di Piero ne curava l'anima e voleva risanarla e voleva renderle la pace.

A poco a poco i due amici cominciarono a discutere fra loro.

Ma in principio Giacomo e Piero pareva gareggiassero per andare il più possibile d'accordo. C'era fra loro il bisogno di aver la stessa opinione, quel bisogno che spesso c'è fra due avversarii appunto, diventati amici di fresco. Avevan bisogno su quistioni su cui i loro animi eran profondamente scissi, di dirsi l'un l'altro: — Hai ragione! È proprio così! — E gli animi con indescrivibile delicatezza si sforzavano di tenersi a fior degli argomenti e non penetrar fin dove gli argomenti sarebbero diventati quistioni. Insomma Piero e Giacomo avevano l'un per l'altro lo zelo e l'amore della loro nuova amicizia, perchè Piero nutriva per Giacomo tutta la gratitudine di cui il suo cuore poteva esser capace, e Giacomo vedeva in Piero l'uomo pel quale egli durante tanti giorni e tante notti aveva fatto un'opera buona ed anche per questo gli era straordinariamente attaccato.

C'era qualcosa in cui tutti e due consentivano com'un uomo solo, ed era nel fare il processo alla borghesia contemporanea che secondo loro mancava d'ogni virtù. Incominciò il Rummo una mattina a dimostrar la decadenza politica della borghesia; la borghesia non era più capace di tener il dominio degli stati moderni, nelle stesse lotte economiche essa portava un animo stremato ormai e impaurito. Seguì il Buondelmonti mettendo in luce le inferiori qualità della morale borghese, dell'arte borghese, della scienza borghese, della religione e dell'incredulità borghese. Tutti i valori dell'uomo erano abbassati e falsati. Il rispetto della vita umana posto come primo principio d'un vangelo umanitario tendeva a distruggere la storia dell'umanità. Il Buondelmonti giungeva a vedere nella stessa pace armata delle nazioni contemporanee qualcosa di borghese grandemente deplorevole, il prodotto di due spiriti borghesi, dell'industrialismo borghese che incalzava la fabbrica delle armi, e del pacificismo borghese che ne impediva l'uso.

Il Buondelmonti e il Rummo passarono in rassegna costumi, istituzioni, leggi, opinioni, uomini e cose del nostro tempo, e si trovaron sempre d'accordo nel condannare, perchè in ciò tutti e due, il socialista e il nazionalista, eran con pari convincimento partigiani della stessa parte, eran tutti e due profondamente antiborghesi. L'uno e l'altro stando fuori di questo tempo parteggiavano per la vita eroica.

Ma però i due amici sin dall'infanzia s'eran formati diversamente: l'uno, Piero Buondelmonti, s'era formato sulla cultura, l'altro, Giacomo Rummo, sulle prime impressioni della sua stessa adolescenza.

Leggendo appunto le guerre di libertà, Piero Buondelmonti da giovinetto aveva sentito nascere dentro di sè l'amore della patria e della vita eroica; poi aveva rafforzato quest'amore nelle scuole classiche congiungendolo col culto di Roma, e finalmente dopo i vent'anni, dedicatosi a severi studii di storia, aveva appreso a vedere il mondo per grandi fatti e per grandi forze, come si vede di lontano nel tempo dove tanto di ciò che accade sotto i nostri occhi non può giungere; aveva appreso a distinguere e a prediligere su tutto nella formazione delle società umane e delle civiltà il giuoco delle grandi nazioni e degli imperi che quelle si conquistano. E poi di ciò che la storia gli aveva insegnato, aveva materiato la sua dottrina. Egli era dotato di mirabili occhi per scoprire nei fatti storici che possono essere in mille guise, la legge dell'animo umano che è in una guisa sola attraverso il tempo e lo spazio, e quindi aveva potuto ricavare dalla storia alcune poche verità immanenti, semplici e chiare, delle quali egli era diventato coi libri il banditore in Italia. Su queste verità poggiava la sua dottrina nazionalista e imperialista.

Al contrario Giacomo Rummo dai banchi della scuola era caduto nella lotta di classe; un compagno di scuola l'aveva portato al comizio e alla dimostrazione di strada, e quivi la sua prima vita aveva ricevuto le lezioni della realtà che tocca più da vicino gli uomini, la realtà dei bisogni, del dolore e del furore pei bisogni insoddisfatti. Il giovinetto Giacomo Rummo da ciò che aveva visto nel bianco dell'occhio d'uno che gridava accanto a lui, aveva tolto la sua vocazione, e questa era di combattere, di combattere in pro di tutti coloro i quali avevano da lanciare un grido per esigere la soddisfazione di un bisogno. Il giovinetto Giacomo Rummo era entrato nella lotta di classe con l'animo che hanno i soldati presi nella mischia sul campo di battaglia. Dal comizio alla dimostrazione, dalla dimostrazione al circolo, dal circolo al caffè e agli altri ritrovi degli amici, egli viveva nel clamore della sua furia, senza sentire altre voci del resto del mondo, nè di se medesimo.

Tutti e due adunque, Piero e Giacomo, così essendo, si trovavano facilmente d'accordo nell'affermare per l'uomo la necessità della vita eroica; ma l'uno amava soltanto la vita eroica della classe e l'altro soltanto quella della nazione. Tutti e due vivevano fuori dell'atomo e dell'attimo del loro essere, ma l'uno viveva nelle generazioni della patria, l'altro nella generazione che passava con lui. L'uno, come fu detto, aveva due nature, l'individuale e la nazionale; l'altro in luogo del suo egoismo aveva posto l'egoismo di classe.

E a poco per volta nelle loro conversazioni e discussioni questi due termini, classe e nazione, raddrizzarono il capo e stettero di contro l'uno all'altro. Fu il primo il Rummo a cambiare la conversazione in discussione e la discussione in affermazione.

Un giorno erano stati in città ed avevano parlato d'architettura con Lorenzo Berènga. Tornando ripresero l'argomento e venendo a discorrere delle arti in generale Piero a un certo punto disse che il loro fiorire e il loro decadere nella storia dei varii popoli erano strettamente legati con i periodi delle grandi guerre nazionali.

— E delle rivoluzioni! — esclamò Giacomo.

E ne uscì una discussione sul valore delle rivoluzioni e delle guerre rispetto alla formazione delle civiltà umane, sul valore delle classi e delle nazioni. Giacomo vedeva nella storia l'importanza maggiore della rivoluzione e della classe, Piero l'importanza maggiore della guerra e della nazione. E per giorni e giorni le due dottrine, le due culture, le due coscienze lottarono vivamente.

Piero Buondelmonti fu il primo ad accorgersi che la loro amicizia poteva soffrirne, e siccome non voleva questo, incominciò ad affermare meno per parte sua e a lasciare che l'altro affermasse di più. Tacendo sorrideva dentro di sè. Quando Giacomo nel calore delle sue dimostrazioni pronunziava una frase orrida di neologismi teorici dedotti, secondo il linguaggio del socialismo scientifico e militante, dal concreto nell'astratto, Piero, che aveva l'armonioso parlare dei padri, sorrideva dentro di sè e un'ombra del sorriso gli appariva altresì sul volto magro e triste. Sorrideva dell'amico suo pensando che per la sua scienza egli aveva quel gergo, egli che per esprimere l'inesprimibile dell'anima sua aveva la divina musica.

Ben presto accadde che in Giacomo Rummo risorse il propagandista. Piero aveva trovato un modo per far contento l'amico e non scontentar troppo se medesimo: invece di contradirlo, quando affermava, prendeva argomento dalle sue affermazioni per domandargli notizie sugli istituti, su uomini e cose del socialismo. Un giorno i due amici stavano nel giardino e Piero interrogò Giacomo sui sindacati di mestiere. Questi parlò a lungo e l'altro lo stette ad ascoltare con molta attenzione e poi gli domandò se aveva certi libri italiani e francesi su quella materia, aggiungendo che li avrebbe letti volentieri. L'amico il giorno dopo glie li portò, e per più giorni, man mano che Piero li andava leggendo, formarono il tema de' loro discorsi. Piero mostrava di dar molta importanza a quei libri e di riconoscerne il valore e Giacomo se ne compiaceva e li magnificava. Ei magnificava la nuova scuola del socialismo alla quale egli apparteneva e che era appunto il sindacalismo. Ei vedeva nei sindacati i germi del mondo futuro, vedeva questo mondo uscire dallo sciopero generale, e parlandone diventava eloquente per virtù della sua fede, e siccome non poteva per l'abitudine della sua vita scompagnar l'eloquenza dalla propaganda, nè questa dall'idea di far proseliti, incominciò a nutrir fiducia di poter aver una qualche efficacia sull'animo dell'amico. E un giorno specialmente parlò con straordinaria forza e con straordinario amore per convertire l'amico. Avevan fatto una passeggiata e parlato di se stessi e di tante cose, nè mai nella loro amicizia avevan avuto un'ora così intima. A un certo punto Piero aveva fatto allusione alla sua disgrazia e sentendosi serrar la gola da uno di quegli assalti del dolore che eran diventati sempre più radi, ma non mai scomparsi del tutto, s'era messo a piangere. Giacomo l'aveva consolato. Poi tornati alla villa s'eran messi a sedere nel giardino, e Giacomo sentiva una grande pietà per l'amico e anche per la prima volta sentiva pietà per Giovanna. A un tratto il cuore gli dette un gran balzo d'orgoglio. Giacomo, come mai per il passato, ebbe l'orgoglio della sua fede e per mezzo di questa concepì il proposito di poter dare all'amico un'anima nuova. Subito avviato il discorso sull'argomento del sindacalismo incominciò a parlare con tanto calor d'eloquenza che presto Piero ne fu preso e levando su di lui gli occhi meravigliati e ascoltando dimenticò il suo dolore. Giacomo parlò delle unioni dei lavoratori nei sindacati, parlò dei lavoratori che producono la ricchezza del mondo, energici e disciplinati come le macchine di ferro e di fuoco che trattano. La sua eloquenza era scultura da cui i lavoratori sorgevano trasformati in eroi. La sua eloquenza era bella non ostante il gesto rotto, la voce stridula, le labbra secche, tanta era la passione dell'animo, tanta era la religione nella quale egli aveva trasformato il suo furore, le invidie che esistono accumulate nel sangue umano da generazioni. I lavoratori, gli uomini diversi da lui, rappresentavano per lui la sua parte di bene che non aveva avuto, il suo amore che non aveva avuto, la soddisfazione delle sue ambizioni politiche che non aveva avuto, rappresentavano quanto dal profondo del suo egoismo umano non aveva levato nemmen la voce attraverso gli anni nel clamore della furia di classe, eppure esisteva accumulato da generazioni. I lavoratori erano coloro che agivano, che vivevano per lui oltre i limiti della sua vita e della sua azione. Ma egli non sapeva questo, non sapeva più nulla di se medesimo, ed era giunto ad amare i lavoratori per loro soli con frenesia d'amore, e perciò quando parlava di loro diventava il loro sacerdote, il loro poeta, il loro profeta. E quella volta dinanzi ad un uomo solo parlò come dinanzi ad una moltitudine d'anime. Dando la più profonda e pura sostanza del suo ardentissimo cuore, aveva perduto persino gli sgradevoli neologismi teorici e la sua eloquenza sgorgava dalla più pura vena, più profonda delle sorgenti stesse della musica. Ei terminò: