La pace domestica; L'elisir di lunga vita; La borsa: Racconti scelti

Part 8

Chapter 83,470 wordsPublic domain

— Si, ella disse; e quello dei capitani di vascello. Il signor De Ruvilie, mio marito, è morto a Batavia in seguito ad una ferita ricevuta in un combattimento contro un vascello inglese che incontrò sulle coste d'Asia. Egli montava una fregata di cinquantasei cannoni e la _Revenge_ era un vascello di novantasei. La lotta fu affatto ineguale, ma egli si difese così coraggiosamente che vi durò Ano alla notte e potè mettersi in salvo. Quando tornai in Francia, Bonaparte non era ancora al potere, e mi fu rifiutata una pensione. Allorchè ultimamente la sollecitai di nuovo, il ministro mi disse con durezza che se il barone De Ruville fosse emigrato, l'avrei conservato! che oggi sarebbe senza dubbio contrammiraglio; finalmente Sua Eccellenza Ani per oppormi non so qual legge sulle prescrizioni. Questo passo, al quale alcuni amici mi avevano spinta, non lo feci che per la mia povera Adelaide. Ho sempre provato ripugnanza a stendere la mano in nome di un dolore che toglie ad una donna la voce e le forze. Non amo questa stima pecuniaria di un sangue versato irreparabilmente...

— Mamma mia, la conversazione su questo soggetto ti fa sempre male.

A queste parole d'Adelaide la baronessa Leseigneur De Rouville chinò la testa e tacque.

— Signore, disse la giovinetta ad Ippolito, io credevo che il lavoro dei pittori in generale non facesse gran fracasso.

A tale questione, Schinner arrossì pensando al rumore che aveva fatto. Adelaide non insistè e gli risparmiò una bugia, alzandosi d'un tratto allo strepito d'una carrozza che si fermava alla porta; passò nella sua camera, dalla quale ritornò tosto con due candellieri dorati guerniti di candele incominciate che prestamente accese, e senza attendere il suono del campanello apri l'uscio della prima stanza di cui abbassò la lampada. Il suono di un bacio ricevuto e dato rimbombò Ano nel cuore di Ippolito. L'impazienza che il giovine provava di vedere colui Che trattava così famigliarmente Adelaide non Ai soddisfatta tanto presto. I sopraggiunti ebbero colla giovinetta una conversazione a voce bassa che egli trovò molto lunga. Finalmente la signorina De Rouville ricomparve seguita da due uomini, il cui abito, la fisionomia e l'aspetto erano tutta una storia. In età di circa sessanta anni il primo portava uno di quegli abiti, inventati credo da Luigi X VII! allora regnante, o nel quale il più difficile problema abbigliativo era stato risolto da un sarto che doveva restare immortale. Questo artista conosceva, per certo l'arte delle transizioni che costituì tutto il genio di quell'epoca politicamente così mobile. Non è forse merito assai raro quello di saper giudicare i proprii tempi?

Questo abito, che i giovani d'oggi possono ritenere una favola, non era nè civile nè militare e poteva passare a volta a volta per militare e per civile. Dei fiori di giglio ornavano le risvolte delle due falde posteriori.

I bottoni dorati erano pur essi a dori di giglio. Sulle spalle, due striscio vuote aspettavano delle spalline inutili. Questi due sintomi di milizia eran là come una petizione senza postilla. Nel vecchio, sulla bottoniera del suo abito di panno turchino fiorivano diversi nastri. Egli aveva senza dubbio in mano il suo tricorno guernito di un nastro d'oro, giacchè i nivei ricci dei suoi capelli incipriati non presentavano traccia della pressione d'un cappello. Pareva non avesse più di cinquantanni e sembrava godere di una robusta salute. Pure accusando il carattere leale e franco dei vecchi emigrati, la sua fisionomia dinotava anche i costumi libertini e facili, le gaje passioni e la noncuranza di quei moschettieri una volta così celebri nei fasti della galanteria. I suoi gesti, il suo portamento, le sue maniere, annunziavano che non voleva correggersi, nè del suo realismo, nè della sua religione, nè dei suoi amori.

Una figura veramente fantastica teneva dietro a queste pretensioso _voltigeur de Louis XV_ (era il nomignolo dato dai bonapartisti a questi nobili avanzi della monarchia) ma per ben dipingerla bisognerebbe farne la parte principale del quadro di cui non è che un accessorio. Figuratevi un individuo secco e magro, vestito come il primo, ma che non ne era, per così dire, che il riflesso o l'ombra. L'abito nuovo nell'uno era vecchio e sdruscito nell'altro.

La cipria del capelli sembrava meno bianca nel secondo, l'oro dei fiori di giglio meno splendente, i tentativi di spalline più disperati e più raggrinzati, l'intelligenza più fiacca, la vita più di quella del primo inoltrata preso il termine fatale. Finalmente, realizzava quel motto di Rivarol su Champcenetz: «È il mio Chiaro di luna.» Egli non era che il bis dell'altro, un bis pallido e meschino, giacchè correva fra i due tutta la differenza che esiste fra la' prima e l'ultima tiratura di una litografia. Questo vecchio muto fu un mistero pel pittore e restò sempre un mistero. Il cavaliere — era cavaliere — non parlò e nessuno parlò a lui. Era un amico, un parente povero, un uomo che si attaccava al vecchio galante come una damigella di compagnia presso una vecchia signora? Teneva il mezzo fra il cane, il pappagallo e l'amico? Aveva salvato le sostanze o soltanto la vita del suo benefattore? Era il _Trim_ di un altro capitano Tobia? Altrove, come dalla baronessa De Rouville, eccitava la curiosità senza mai soddisfarla. Chi poteva, sotto la Ristorazione, ricordarsi l'attaccamento che prima della Rivoluzione legava questo cavaliere alla donna del suo amico, morta da vent'anni?

Il personaggio che pareva il più nuovo di questi due avanzi, si inoltrò con galanteria verso la baronessa De Rouville, le baciò la mano, e si sedette presso di lei. L'altro salutò e si collocò presso il suo tipo, ad una distanza rappresentata da due sedie. Adelaide venne ad appoggiare i gomiti sullo schienale della poltrona occupata dal vecchio gentiluomo, imitando, senza saperlo, la posa che Guerin ha data alla sorella di Didone nel celebre suo quadro. Benchè la famigliarità del gentiluomo fosse quella di un padre, pel momento parve che le sue libertà spiacessero alla giovinetta.

— Ebbene, mi fai il broncio? disse gettando su Schinner uno di quegli sguardi obliqui pieni di finezza e di malizia, sguardi diplomatici la cui espressione tradiva la prudente inquietudine, la curiosità cortese delle persone bene educate che vedendo uno sconosciuto sembra domandino: — È dei nostri?

— Ecco il nostro vicino, gli disse la vecchia mostrandogli Ippolito. Il signore è un celebre pittore il cui nome vi deve essere noto malgrado la vostra indifferenza per le arti.

Il gentiluomo riconobbe la malizia della sua vecchia amica nell'omissione del nome, e salutò il giovane.

— Certamente, egli disse, ho inteso parlar molto dei suoi quadri all'ultima esposizione. Il talento ha dei bei privilegi, signore, aggiunse guardando il nastro rosso dell'artista. Questa distinzione, che noi dobbiamo conquistare al prezzo del nostro sangue e di lunghi servizii, voi l'ottenete da giovani; ma tutte le glorie sono sorelle, aggiunse portando la mano alla sua decorazione di San Luigi.

Ippolito balbettò alcune parole di ringraziamento, e ricadde nel suo silenzio accontentandosi di rimirare con entusiasmo la bella testa della giovinetta che l'aveva incantato. In breve si immerse in quella contemplazione senza più pensare alla miseria profonda dell'appartamento. Per lui il volto di Adelaide si staccava da un'atmosfera luminosa. Rispose brevemente alle domande che gli furono rivolte e che fortunatamente capì, grazie a una facoltà singolare dell'anima nostra, il cui pensiero può, qualche volta, in certo modo raddoppiarsi. A chi non è accaduto d'essere assorto in una meditazione voluttuosa o triste, di ascoltarne nell'interno la voce ed assistere ad una conversazione o ad una lettura? Ammirabile dualismo che spesso ajuta a compatire i nojosi. Feconda e ridente la speranza gli versò mille pensieri di felicità, e non volle più nulla osservare intorno a sè. Dopo un certo lasso di tempo si accorse che la vecchia dama e sua figlia giocavano col vecchio gentiluomo. Quanto al satellite di colui, fedele alla sua condizione di ombra, si teneva in piedi dietro l'amico, il cui giuoco lo preoccupava, rispondendo alle mute domande che gli faceva il giuocatore con delle piccole smorfie approvative, che ripetevano i movimenti interrogatorii dell'altra fisionomia.

— Du Holga, perdo sempre, diceva il gentiluomo.

— Scartate male, riprese la baronessa De Rouville.

— Ecco tre mesi che non ho potuto guadagnarvi una partita sola, egli riprese.

— Ha gli assi il signor conte? domandò la vecchia dama.

— Sì, ancora uno segnato, egli disse.

— Volete che vi dia un consiglio? diceva Adelaide.

— No, no, resta dinanzi a me. Perbacco! sarebbe perdere troppo il non averti in faccia.

Finalmente la partita finì. Il gentiluomo estrasse la sua borsa, e gettando due luigi sul tappeto, non senza mal umore: — Quaranta franchi, giusti come l'oro, disse. Eh diavolo! sono le undici!

— Sono le undici, ripetè il personaggio muto guardando il pittore.

Il giovine, intendendo questa parola un po' più distintamente di tutte le altre, pensò che era tempo di ritirarsi. Ritornando allora nel mondo delle idee volgari, trovò alcuni luoghi comuni per prendere la parola, salutò la baronessa, sua figlia, i due sconosciuti, ed uscì in preda alle prime felicità dell'amor vero, senza cercare di analizzare i piccoli avvenimenti di quella serata.

Il giorno dopo il giovine pittore provò il desiderio più violento di rivedere Adelaide. Se avesse dato ascolto alla sua passione, sarebbe andato dalle sue vicine fino dalle sei del mattino, arrivando allo studio. Fu però ancora tanto ragionevole da attendere fin dopo mezzodì. Appena credette poter presentarsi a madama De Rouville, discese, suonò, ed arrossendo come una ragazza domandò timidamente il ritratto del barone De Rouville alla signorina Leseigneur che era venuta ad aprirgli.

— Ma entrate, gli disse Adelaide che senza dubbio l'aveva udito discendere dal suo studio.

Il pittore la seguì, timido, sconcertato, non sapendo proferir parola tanto la felicità lo rendeva stupido. Vedere Adelaide, udire il fruscio della sua veste, dopo aver desiderato per tutta una mattina di essere presso di lei, dopo essersi alzato cento volte dicendo: — Vado abbasso, e non essere ancora disceso; era per lui vivere con tale esuberanza, che simili sensazioni troppo prolungate gli avrebbero logorata l'anima. Il cuore ha la potenza singolare di dare un prezzo straordinario ai nonnulla. Che gioja non è per un viaggiatore il raccogliere un filo d'erba, una foglia sconosciuta, se in quella ricerca ha rischiata la vita. I nonnulla dell'amore sono così: la vecchia non era nella sala. Quando la giovinetta vi si trovò sola col pittore, portò una sedia per staccare il ritratto, ma accorgendosi che non poteva toglierlo via senza mettere il piede sul tavolo, si volse ad Ippolito e gli disse arrossendo: — Non sono abbastanza grande. Vorreste prenderlo voi?

Un sentimento di pudore, rivelato dall'espressione della sua fisionomia e dall'accento della sua voce, era il vero motivo della sua dimanda, ed il giovine, così comprendendola, le gettò uno di quegli sguardi intelligenti che sono il linguaggio più dolce dell'amore. Adelaide vedendo che il pittore l'aveva indovinata, abbassò gli occhi per un movimento di fierezza il cui segreto appartiene alle vergini.

Non trovando una parola, e quasi intimidito, il pittore prese allora il quadro, l'esaminò con gravità e mettendolo in luce presso la finestra, se ne andò senza dir altro alla signorina Leseigneur che: — Ve lo restituirò presto. Tutti e due in quel rapido istante avevano provata una di quelle vive commozioni i cui effetti sull'animo possono paragonarsi a quelli che produce un sasso gettato nel fondo di un lago. Le riflessioni più dolci nascevano e si succedevano, indefinibili, moltiplicate, senza meta, agitando il cuore come le rughe circolari che piegano per lungo tempo l'onda diramandosi dal punto dove è caduto il sasso. Ippolito tornò al suo studio, armato di quel ritratto. Il suo cavalletto era già stato munito di una tela; una tavolozza era carica di colori; i pennelli erano puliti, il luogo e l'ora opportuni.

Quindi fino all'ora del pranzo lavorò al ritratto con quell'ardore che gli artisti mettono nei loro capricci. Ritornò la sera stessa dalla baronessa De Rouville, e vi rimase dalle nove alle undici. All'infuori dei differenti soggetti di conversazione, quella sera somigliò esattamente alla precedente.

I due vecchi arrivarono alla stessa ora, ebbe luogo la stessa partita a picchetto, dai giocatori furono dette le stesse frasi, la somma perduta dall'amico di Adelaide fu dello stesso importo di quella perduta il giorno prima; soltanto Ippolito, un po' più incoraggiato, osò discorrere colla giovinetta.

Passarono così otto giorni, durante i quali i sentimenti del pittore e quelli di Adelaide subirono quelle deliziose e lente trasformazioni che conducono le anime all'accordo perfetto. Di giorno in giorno lo sguardo con cui Adelaide accoglieva l'amico era divenuto più intimo, più confidente, più gajo, più franco; la sua voce, le sue maniere ebbero qualche cosa di più molle, di più famigliare. Tutti e due ridevano, discorrevano, si comunicavano i loro pensieri, parlando di sè stessi coll'ingenuità di due fanciulli che nello spazio di un giorno hanno stretta amicizia, come se si fossero veduti da tre anni. Schinner giocava al picchetto. Ignorante e novizio, faceva naturalmente l'alunnato e, come il vecchio, perdeva tutte le partite. Senza essersi ancora confidato il loro amore, i due amanti sapevano di appartenersi l'un l'altro. Ippolito aveva esercitato con fortuna il suo potere sulla timida amica. Molte concessioni gli erano state fatte da Adelaide la quale, timida e devota aveva di quei falsi malumori che l'amante meno abile e la giovinetta più primitiva inventano e di cui si servono di continuo, come i fanciulli viziati abusano del potere che loro dà l'amore della madre. Ogni famigliarità era cessata fra il vecchio ed Adelaide. La giovinetta aveva naturalmente compresa la tristezza del pittore ed i pensieri occulti nelle pieghe della sua fronte, nell'accento brusco delle poche parole che pronunciava allorchè il vecchio baciava senza riguardo alcuno le mani od il collo di Adelaide. Dal canto suo la signorina Leseigneur chiedeva al suo amante stretto conto delle menome sue azioni. Era così infelice, così inquieta quando Ippolito non veniva; sapeva così bene rimproverarlo per le sue assenze, che il pittore cessò di trovarsi coi suoi amici e di andare in società.

Adelaide lasciò trapelare la gelosia naturale alle donne udendo che talvolta, uscendo da madama De Rouville alle undici, il pittore faceva ancora delle visite e si recava nei saloni più brillanti di Parigi. Da principio pretendeva che questo genere di vita fosse pernicioso alla salute: poi trovò modo di dirgli, con quella profonda convinzione alla quale danno tanta forza l'accento, il gesto, e lo sguardo d'una persona amata: «Che un uomo obbligato a prodigare a più donne in una volta il suo tempo e le grazie del suo spirito, non poteva essere oggetto di una viva affezione.» Il pittore fu dunque condotto, tanto dal dispotismo della passione che dalle esigenze di una fanciulla innamorata, a non vivere che in quel piccolo appartamento in cui tutto gli piaceva. Mai vi fu amore più puro e più ardente. Da una parte e dall'altra la stessa fede, la stessa delicatezza, fecero crescere quella passione senza l'ajuto dei sagrifizi coi quali molti cercano di provarsi il loro amore. Fra essi esisteva uno scambio continuo di sensazioni dolci, e non sapevano chi più ne dava e più ne riceveva. Una involontaria tendenza rendeva sempre più stretta l'unione delle anime loro. Il progresso di questo sentimento vero fu così rapido, che due mesi dopo l'accidente cui il pittore doveva la felicità di avere conosciuta Adelaide, la loro vita era diventata una vita sola. Cominciando dal mattino la giovinetta udendo il passo del suo innamorato poteva dire a se stessa: è là! Quando Ippolito tornava da sua madre, all'ora del pranzo, non mancava mai di venire a salutare le sue vicine, e la sera, all'ora solita, accorreva colla puntualità d'innamorato. La donna più tirannica e più ambiziosa in amore non avrebbe quindi potuto fare il menomo rimprovero al giovine pittore. Anche Adelaide godeva una felicità, affatto pura ed illimitata vedendo realizzarsi in tutta la sua estensione l'ideale che alla sua età è tanto naturale sognare. Il vecchio gentiluomo veniva meno di frequente; il geloso Ippolito l'aveva la sera sostituito al tappeto verde, nella sua costante sfortuna al giuoco. Tuttavia, in mezzo alla sua felicità, pensando alla disastrosa situazione di madama De Rouville, giacchè aveva avuto più di una prova della sua miseria, non poteva spacciare un pensiero importuno. Già più volte ritornando a casa si era detto: — Come! Venti franchi tutte le sere! E non osava confessarsi i suoi sospetti odiosi. Impiegò due mesi a fare il ritratto, e quando fu finito, verniciato, messo in cornice, lo contemplò come una delle sue opere migliori. Madama la baronessa De Rouville non gliene aveva più parlato. Era noncuranza o fierezza? Il pittore non voleva spiegarsi questo silenzio.

Fece con Adelaide il lieto complotto di mettere il ritratto al suo posto durante la passeggiata che sua madre faceva ordinariamente alle Tuileries. Adelaide salì sola, per la prima volta, allo studio di Ippolito, col pretesto di vedere il ritratto nella luce favorevole sotto la quale era stato dipinto. Restò muta ed immobile, in preda ad una contemplazione deliziosa in cui fondevansi in un solo tutti i sentimenti della donna. Non si riassumono essi tutti in una giusta ammirazione dell'uomo amato? Allorchè il pittore, inquieto di quel silenzio, si chinò per vedere la giovinetta, essa gli stese la mano, senza poter dire una parola; ma due lagrime eranle cadute dagli occhi. Ippolito prese quella mano, la coperse di baci, e per un momento si guardarono in silenzio, essendo ambedue per confessarsi il loro amore e non osandolo. Il pittore teneva nelle sue la mano d'Adelaide ed uno stesso calore, uno stesso movimento loro appresero che i loro cuori battevano ambedue colla stessa forza. Troppo commossa, la giovinetta si allontanò dolcemente da Ippolito, e disse gettandogli un'occhiata piena d'ingenuità:

— Voi farete ben felice mia madre!

— Che? vostra madre soltanto? egli domandò.

— Oh, io lo sono anche troppo.

Il pittore abbassò la testa e rimase silenzioso, stordito dalla violenza dei sentimenti che l'accento di questa frase svegliò nel suo cuore. Comprendendo allora tutto il pericolo di quella situazione, essi discesero e misero il ritratto al suo posto. Ippolito pranzò per la prima volta colla baronessa e con sua figlia. Fu festeggiato, complimentato da madama De Rouville con una rara bonomia. Nella sua tenerezza, tutta in lagrime, la vecchia dama volle baciarlo. La sera, il vecchio emigrato, aulico camerata del barone De Rouville, col quale aveva vissuto fraternamente, fece alle sue due amiche una visita per annunziar loro che era stato nominato vice-ammiraglio. Le sue navigazioni terrestri attraverso la Germania e la Russia gli erano state contate come campagne navali. All'aspetto del ritratto strinse cordialmente la mano al pittore ed esclamò: — In fede mia! benchè la mia vecchia carcassa non valga la pena di essere conservata, darei ben volontieri cinquecento pistole per vedermi così somigliante come il mio vecchio Rouville.

A questa proposta la baronessa guardò il suo amico e sorrise lasciando scaturire dal suo volto i sintomi di una subita riconoscenza. Ippolito credette indovinare che il vecchio ammiraglio voleva offrirgli il prezzo dei due ritratti pagando il suo. La sua fierezza d'artista, forse tanto come la sua gelosia, si offese di quell'idea e rispose: — Signore, se fossi ritrattista non avrei fatto questo qui.

L'ammiraglio si morse le labbra e si mise a giocare. Il pittore restò presso Adelaide, che gli propose di fare una partita; accettò. Giocando, osservò in madama De Rouville un ardore pel giuoco che lo sorprese. Mai quella vecchia baronessa aveva dimostrato un desiderio così ardente di guadagno, nè un piacere così vivo palpando le monete d'oro del gentiluomo. Durante la serata, brutti sospetti vennero a turbare la felicitò di Ippolito e gli inspirarono la diffidenza. Madama De Rouville viveva dunque del giuoco? Non giocava essa in quel momento per soddisfare qualche debito, o spinta da qualche necessità? Forse non aveva pagato l'affitto. Quel vecchio pareva abbastanza fino per lasciarsi prendere impunemente il danaro. Quale poteva dunque essere l'interesse che lui, ricco, attirava in quella povera casa? Perchè una volta era così famigliare con Adelaide, e perchè ad un tratto aveva rinunziato ai privilegi acquistati, forse dovuti? Queste riflessioni gli vennero involontariamente, e l'eccitarono ad esaminare con nuova attenzione il vecchio e la baronessa. Fu malcontento delle loro arie d'intelligenza e degli sguardi obliqui che gettavano su Adelaide e su lui. «Mi ingannerebbero?» fu per Ippolito un'ultima idea, orribile, demoralizzante, ed alla quale credette quel tanto che bastava per esserne torturato. Volle restare dopo la partenza dei due vecchi per confermare i suoi sospetti o dissiparli. Aveva cavata la sua borsa per pagare Adelaide; ma, in preda ai suoi pensieri tumultuosi, mise la borsa sulla tavola e cadde in una fantasticheria che durò poco; indi, vergognandosi del suo silenzio, si alzò, rispose ad una interrogazione banale fattagli da madama De Rouville e si avvicinò a lei per potere, discorrendo, meglio esaminare quel vecchio volto. Uscì in preda a mille incertezze. Appena aveva fatti alcuni gradini, si ricordò di avere dimenticato il danaro sul tavolo e ritornò.

— Vi ho lasciato la mia borsa? disse alla giovinetta.

— No, rispose ella arrossendo.