La pace domestica; L'elisir di lunga vita; La borsa: Racconti scelti

Part 7

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Per comprendere tutto ciò che questa scena poteva avere di curioso e di inatteso per il pittore, è d'uopo aggiungere che solo da alcuni giorni egli aveva collocato il suo studio negli abbaini di quella casa, nel luogo più oscuro e più pantanoso della via Suresne, quasi dirimpetto alla chiesa della Maddalena, a due passi dal suo appartamento che si trovava in via dei Campi Elisi. La celebrità che il suo talento gli aveva acquistata, avendolo fatto uno degli artisti più cari alla Francia, cominciava a non più sentire le strette del bisogno e godeva, a dir suo, delle sue ultime miserie. Invece di andare a lavorare in uno di quegli studii situati presso le barriere ed il cui modico affitto era altra volta in rapporto colla modestia dei suoi guadagni, aveva soddisfatto ad un desiderio che si rinnovava tutti i giorni evitando una lunga corsa e la perdita di un tempo divenuto per lui più prezioso che mai. Nessuno al mondo avrebbe inspirato tanto interesse come Ippolito Schinner, se avesse acconsentito a farsi conoscere; ma egli non confidava con leggierezza i segreti della sua vita. Era l'idolo di una madre povera che l'aveva educato a costo delle più grandi privazioni. La signorina Schinner, figlia d'un fittabile alsaziano, non era mai stata maritata. La sua anima tenera era stata crudelmente oltraggiata da un uomo ricco che non vantava troppa delicatezza in fatto d'amore. Il giorno in cui, ancora ragazza, ed in tutto lo splendore della sua bellezza, subì, a spese del suo onore e dei suoi ideali, quella disillusione che ci colpisce così lentamente e così presto, giacchè crediamo il più tardi possibile al male e ci sembra arrivi sempre troppo presto, quel giorno fu un secolo di riflessioni, e fu pure il giorno de' pensieri religiosi e della rassegnazione. Ella rifiutò l'elemosina di colui che l'aveva ingannata, rinunziò al mondo e si fece una gloria del suo fallo. Si dedicò tutta all'amore materno chiedendogli le sue delizie in compenso dei godimenti sociali cui rinunciava. Visse del suo lavoro accumulando nel figlio un tesoro. Così, più tardi, un giorno, un'ora, la compensò dei lunghi e lenti sacrificii della sua indigenza. All'ultima esposizione suo figlio aveva ottenuto la croce della legione d'onore. Nei giornali, unanimi in favore di un talento sconosciuto, risonavano ancora le lodi sincere. Gli artisti stessi riconoscevano Schinner per un maestro ed i negozianti coprivano d'oro i suoi quadri.

A venticinque anni Ippolito Schinner, cui sua madre aveva trasmessa l'anima sua di donna, aveva, meglio che mai, compresa la sua posizione nel mondo. Volendo rendere a sua madre le gioje di cui l'aveva privata la società per tanto tempo, viveva per lei, sperando, mercè la gloria e la fortuna, di vederla un giorno felice, ricca, considerata, attorniata dagli uomini più celebri. Schinner aveva quindi scelto i suoi amici fra gli uomini più onorevoli e più distinti. Difficile nella scelta delle sue relazioni, voleva sempre più inalzare la sua posizione, già così elevata per il suo talento. Costringendolo alla solitudine, questa madre dei grandi pensieri, il lavoro cui si era dedicato nella sua gioventù l'aveva mantenuto nelle belle credenze che sono il decoro del primi giorni della vita. La sua anima adolescente non sconosceva alcuno di quei mille pudori che fanno del giovane un essere a sè il cui cuore abbonda di felicità, di poesia, di speranze vergini, deboli agli occhi dei disillusi, ma profonde perchè semplici. Era stato dotato di quelle maniere dolci e gentili che si addicono così bene all'anima e seducono anche quelli che non le comprendono. Era ben fatto. La sua voce che partiva dal cuore ne palesava agli altri i nobili sentimenti, ed attestava nell'accento una vera modestia, un certo candore. Chi lo vedeva, si sentiva attratto a lui da una di quelle influenze morali che i dotti non hanno ancora esaminate a fondo; essi vi troverebbero qualche fenomeno di galvanismo, o l'azione di non so qual fluido e formulerebbero i nostri sentimenti con certe proporzioni di ossigeno e di elettricità. Questi particolari faranno forse comprendere alle persone ardite per carattere ed agli uomini bene incravattati perchè, durante l'assenza del portinaio che aveva mandato a cercare una carrozza in fondo alla via della Maddalena, Ippolito Schinner non fece alla portinaja interpellanza qualsiasi sulle due persone che gli avevano dimostrato il loro buon cuore. Ma, quantunque egli rispondesse con dei sì e dei no alle domande, naturali in simile circostanza, che gli vennero rivolte da questa donna sul suo accidente e sull'intervento officioso delle inquiline del quarto piano, non potè impedirle di obbedire all'istinto dei portinaj: essa gli parlò delle due sconosciute secondo gli interessi della sua politica ed i giudizii sotterranei della portineria.

— Ah! disse, è senza dubbio la signorina Leseigneur e sua madre! Sono qui da quattro anni e non sappiamo ancora che cosa facciano. La mattina, solo però fino a mezzodì, una vecchia servente, mezzo sorda, e che non parla più di un muro, viene a far loro i servizii. La sera, due o tre vecchi signori, decorati come voi, signore, di cui uno ha carrozza e servitori ed al quale si danno da cinquanta mila lire circa di rendita, vengono da lei e vi restano spesso molto tardi. Sono, del resto, inquilini molto tranquilli, come voi, signore. E poi, economi, vivono di nulla. Appena arriva una lettera, la pagano. È strano, signore, la madre ha un nome diverso della figlia. Ah! quando vanno alle Tuileries, la signorina è motto attraente, e non esce una volta senza essere inseguita da giovinotti ai quali chiude la porta in faccia, e fa bene. Il padrone di casa non permetterebbe.

La carrozza era arrivata. Ippolito non volle saperne di più e tornò a casa sua. Sua madre, cui raccontò la sua avventura, tornò a medicargli la ferita e non gli permise di tornare il dì dopo allo studio. Sentito un medico, vennero date diverse prescrizioni ed Ippolito restò in casa per tre giorni. Durante questa reclusione la sua imaginazione disoccupata gli ricordò con vivacità, e quasi a frammenti, i particolari della scena che aveva avuto sotto gli occhi dopo il suo svenimento. Il profilo della giovinetta si delineava nettamente sulle tenebre della sua visione interna: rivedeva il volto appassito della madre e sentiva ancora lo mani di Adelaide; ricordava un gesto, che a primo tratto l'aveva poco colpito, ma le cui grazie squisite erano messe in rilievo dal ricordo; poi venne un momento in cui i suoni d'una voce melodiosa abbellita a distanza dalla memoria, si ripresentarono d'un tratto, come oggetti che dal fondo dell'acqua emergono alla superficie. Così, il giorno in cui gli fu permesso di riprendere i suoi lavori, tornò per tempo al suo studio; ma la visita, che aveva incontestabilmente il diritto di fare alle sue vicine; era la vera causa della sua premura; dimenticava già i suoi quadri incominciati.

Nel momento in cui una passione rompe i suoi ritegni, si trovano del piaceri inesplicabili che comprendono quelli che hanno amato. Così alcuni comprenderanno perchè ii pittore salì lentamente gli scalini del quarto piano, ed avranno la chiave del segreto delle pulsazioni che si succedettero nel suo cuore al momento in cui vide la porta bruna del modesto appartamento abitato dalla signorina Leseigneur. Quella ragazza che non portava il nome di sua madre aveva destate mille simpatie nel giovine pittore; voleva vedere fra loro certe analogie di posizione e le regalava le sventure della sua origine. Lavorando, Ippolito si lasciò andare colla massima compiacenza a pensieri d'amore, e, per uno scopo che non sapeva bene spiegarsi, fece molto strepito per obbligare le due dame ad occuparsi di lui come egli si occupava di loro. Si trattenne fino tardi nello studio, vi pranzò; indi verso le sette discese dalle sue vicine.

Nessun pittore di costumi ha osato iniziarci, forse per pudore, ai secreti veramente curiosi di certe esistenze parigine, ai misteri di quelle abitazioni d'onde escono toelette così fresche e così eleganti, donne brillanti che, ricche in apparenza, lasciano in casa vedere dappertutto i segni di una fortuna equivoca. Se la pittura è qui disegnata con troppa franchezza, se vi trovate delle lungaggini, non ne accusate la descrizione che forma, per così dire, corpo colla storia; giacchè l'aspetto dell'appartamento abitato dalle due vicine ebbe una grande influenza sui sentimenti e sulle speranze di Ippolito Schinner.

La casa apparteneva ad uno di quei proprietarii in cui è insito un orrore profondo per le riparazioni e gli abbellimenti, uno di quegli uomini che considerano la loro posizione di proprietario parigino come uno stato. Nella gran catena delle specie morali questa gente tiene il mezzo fra l'avaro e l'usurajo. Ottimisti per calcolo, sono fedeli allo _statu quo_ dell'Austria. Se parlate di smuovere un infisso od una porta, di praticare la più necessaria delle innovazioni, i loro occhi brillano, la loro bile si commuove, si impennano come cavalli spaventati.

Quando il vento ha rovesciato qualche comignolo dei loro camini, sono ammalati e si privano di una serata al _Ginnasio_ od alla _Porta San Martino_, a motivo delle riparazioni. Ippolito, che a proposito di certi abbellimenti da praticare nel suo studio aveva avuto gratis la rappresentazione di una scena comica col signor Molineux, non si meravigliò delle intonazioni nere ed untuose, delle tinte oliacee, delle macchie ed altri accessorii abbastanza disgustosi che decoravano le stanze. Quelle stigmate di miseria non sono del resto senza poesia agli occhi di un artista.

La signorina Leseigneur venne ella stessa ad aprire la porta. Vedendo il giovine pittore, lo salutò; poi, nello stesso tempo, con quella destrezza parigina e con quella presenza di spirito che è un dono della fierezza, si rivolse per chiudere la porta di una tramezza a vetri attraverso la quale Ippolito avrebbe potuto vedere alcune biancherie stese sopra corde al di sopra di fornelli economici, un vecchio letto di cinghie, la bragia, il carbone, i ferri da stirare, la fontana filtrante, il vasellame e tutti gli utensili necessarii all'economia domestica di una casa ristretta. Alcune cortine di mussolina abbastanza pulite nascondevano questo _cafarnao_, parola d'uso per designare famigliarmente questa specie di laboratorio, del resto male illuminato dalla scarsa luce presa a prestito da una corte vicina. Col rapido colpo d'occhio degli artisti, Ippolito vide la destinazione, i mobili, l'assieme e lo stato di questa prima camera divisa in due. La parte rispettabile, che serviva contemporaneamente d'anticamera e di sala da pranzo, era coperta da una vecchia tappezzeria color aurora ad orli vellutati, senza dubbio fabbricata da Reveillon, i cui buchi e le macchie erano stati accuratamente dissimulati mediante ostie da suggellare. Delle incisioni che rappresentavano le battaglie d'Alessandro, lavoro di Lebrun, ma colle cornici dalle dorature scolorite, decoravano simmetricamente le pareti. Nel mezzo di questa camera vi era un tavolo d'acajù massiccio, di forma antica e dagli orli logori. Una piccola stufa, il cui tubo dritto o senza gomito era appena visibile, si trovava dinanzi al camino il cui focolare conteneva un armadio.

Per uno strano contrasto, le sedie presentavano qualche traccia di uno splendore passato: erano di acajù scolpito; ma il marocchino rosso del sedere, i chiodi dorati e la passamanteria mostravano cicatrici numerose come quelle dei vecchi sergenti della guardia imperiale. Questa stanza serviva da museo a certe cose che non si incontrano se non in tale specie di famiglie anfibie, oggetti senza nome che partecipano ad un tempo al lusso ed alla miseria. Fra le altre curiosità Ippolito vide un cannocchiale magnificamente ornato, sospeso al di sotto del piccolo specchio verdastro che decorava il camino. Per fare il pajo con questo strano mobile vi era tra il camino e la tramezza una misera credenza dipinta in acajù, quello fra tutti i legnami che meno si riesce a simulare. Ma il pavimento rosso e sdrucciolevole, ma i logori tappetini collocati davanti alle sedie, ma i mobili, tutto risplendeva per quella proprietà di manutenzione che da un falso bagliore alle cose vecchie, meglio rilevandone i difetti, l'età, i lunghi servizii. Regnava in quella stanza un sentore indefinibile risultante dalle esalazioni del cafarnao mescolate ai vapori della sala da pranzo ed a quelli della scala, benchè la finestra fosse semiaperta e l'aria della strada agitasse le tende di percallo, accuratamente distese, in modo da nascondere gli stipiti in cui gli inquilini precedenti avevano segnata la loro presenza con diverse incrostazioni, specie di affreschi domestici. Adelaide aprì prontamente l'uscio dell'altra camera in cui introdusse il pittore con certo piacere. Ippolito, che aveva già veduto presso sua madre gli stessi sintomi d'indigenza, li osservava colla singolare vivacità d'impressione che caratterizza i primi acquisti della nostra memoria, ed entrò meglio che altri non l'avrebbe fatto nei particolari di questa esistenza. Riconoscendo gli oggetti della sua età infantile, questo buon giovine non sentì di questa miseria occultata disprezzo, nè orgoglio del lusso che aveva conquistato per sua madre.

— Ebbene, signore! spero che non sentirete più gli effetti della vostra caduta? gli disse la vecchia, levandosi da una vecchia poltrona collocata all'angolo del camino, e presentandogli una sedia.

— No, signora. Vengo a ringraziarvi delle premure che mi avete usato, e sopratutto la signorina che m'ha udito cadere.

Dicendo questa frase, satura dell'adorabile stupidità che danno all'anima i primi turbamenti dell'amor vero, Ippolito guardava la giovinetta. Adelaide accendeva la lampada a doppia corrente d'aria, allo scopo di far scomparire una candela inastata sopra una gran bugia di rame e adorna di scanalature sporgenti per l'abbondanza dello scolo.

Fece un lieve saluto, andò a riporre la bugia nell'anticamera, ritornò per collocare la lampada sul camino e sedette presso sua madre, un po' indietro del pittore, per poterlo guardare, con suo comodo dandosi l'aria di essere occupatissima del contegno della lampada la cui fiamma sotto l'influenza dell'umidità di un vetro sporco, gettava faville dibattendosi con un lucignolo nero e mal tagliato. Vedendo il gran specchio che ornava la caminiera, Ippolito vi gettò prontamente gli occhi per ammirare Adelaide. La piccola astuzia della giovinetta non servì dunque che ad imbarazzarli ambedue. Discorrendo colla signora Leseigneur, giacchè Ippolito le dava a caso questo nome, esaminò la sala, ma con prudenza e di soppiatto. Il focolare era così pieno di ceneri, che si vedevano appena le figure egiziane degli alari in ferro. Due tizzoni cercavano di riunirsi avanti un ceppo, interrato con tanta cura come fosse il tesoro d'un avaro. Un vecchio tappeto d'Aubusson, ben rattoppato, ben ripulito, logoro come l'abito di un invalido, non copriva tutto il pavimento smorzandone appena il freddo. I muri avevano per ornamento una tappezzeria rossastra che figurava una stoffa di damasco a disegni gialli. Nel mezzo della parete opposta a quella in cui si trovavano le finestre, il pittore vide una apertura segreta e le pieghe fatte nella tappezzeria dalle due porte di un'alcova ove senza dubbio andava a dormire la signora Leseigneur. Un canapè situato dinanzi a questa apertura segreta la mascherava imperfettamente. In faccia al camino v'era un tavolo d'acajù molto bello, i cui ornati non mancavano nè di ricchezza nè di buon gusto. Un ritratto appeso al di sopra rappresentava un militare d'alto grado: ma la scarsità della luce non permise al pittore di distinguere a quale arma appartenesse. Quell'orribile sgorbio pareva, del resto, fatto in China anzichè a Parigi. Alle finestre alcune tende di seta rossa erano scolorite come i mobili tappezzati in giallo e rosso che guarnivano questa sala a doppio uso. Sul marmo del tavolo, una preziosa guantiera di malachite sosteneva una dozzina di tazze da caffè magnificamente dipinte e senza dubbio fatte a Sèvres. Sul camino troneggiava l'eterna pendola dell'Impero, un guerriero che guida i quattro cavalli d'un carro la cui ruota porta ad ogni raggio la cifra di un'ora. Le candele dei candelabri erano gialle pel fumo, e ad ogni angolo dell'intelajatura si vedeva un vaso di porcellana nel quale si trovava un mazzo di fiori artificiali, pieni di polvere ed ammuffiti. Nel mezzo della stanza Ippolito osservò un tavolo da giuoco in pieno assetto e delle carte nuove. Per un osservatore vi era un non so che di desolante nello spettacolo di questa miseria imbellettata come una vecchia che vuol far dire il falso al suo viso. A questo spettacolo ogni uomo di buon senso si sarebbe proposto in segreto e ili primo acchito questa specie di dilemma: O queste due donne sono la stessa probità, o vivon d'intrighi e di giuoco. Ma, vedendo Adelaide, un giovane puro come Schinner doveva credere all'innocenza la più perfetta e dare le cause più onorevoli all'incoerenza del mobilio.

— Figlia mia, disse la vecchia alla giovinetta, ho freddo, fateci un po' di fuoco e datemi il mio scialle.

Adelaide andò in una camera attigua alla sala e ritornò portando a sua madre uno scialle di cascemir che, nuovo, aveva dovuto essere di gran valore, essendone indiani i disegni; ma, vecchio, senza freschezza e tutto a rattoppi, armonizzava coi mobili. La signora Leseigneur vi si avviluppò in modo assai artistico e coll'abilità di una vecchia che vuol far credere alla verità delle sue parole. La giovinetta corse lestamente al cafarnao e ritornò con una manciata di legna minuta che gettò bravamente sul fuoco per riattizzarlo.

Sarà molto difficile tradurre la conversazione che ebbe luogo fra queste tre persone. Guidato dal tatto che si acquista colle disgrazie provate dall'infanzia, Ippolito non osava permettersi la menoma osservazione relativa alla posizione delle sue vicine, vedendo intorno a sè i sintomi di un imbarazzo così mal celato. La più semplice domanda sarebbe stata indiscreta, e non doveva essere fatta che dopo un'amicizia già antica. Tuttavia il pittore era profondamente preoccupato di questa miseria celata, la sua anima generosa ne soffriva; ma sapendo ciò che ogni specie di pietà, anche la più amica, può avere di offensivo, si trovava impacciato nel disaccordo che esisteva fra i suoi pensieri e le sue parole. Le due donne parlarono dapprima di pittura indovinando benissimo gli imbarazzi segreti che produce una prima visita; esse forse li provavano e la natura dei loro spirito fornì loro mille risorse per farli cessare. Interrogando il giovine sui procedimenti materiali dell'arte sua, sui suoi studii, Adelaide e sua madre l'incoraggiarono a discorrere. Gli indefiniti i nonnulla della loro conversazione, animati dalla benevolenza, condussero in modo affatto naturale Ippolito a fare alcune osservazioni o riflessioni che dipingevano la natura dei suoi costumi e dell'animo suo. I dispiaceri avevano prematuramente avvizzito il volto della vecchia, che una volta senza dubbio era stata bella; ora non le rimanevano più che i tratti salienti, i contorni, in una parola lo scheletro di una fisionomia il cui insieme indicava una gran finezza, molta grazia nel muovere gli occhi nei quali si trovava l'espressione particolare alle dame dell'antica corte e che non si saprebbe definire. Questi lineamenti, così fini, così delicati, potevano ben anche denotare dei cattivi sentimenti, far supporre l'astuzia e l'inganno femminile portato ad un alto grado di perversità anzichè mostrare le delicatezze di un'anima bella. In fatto il volto delle donne ha una cosa che mette in imbarazzo l'osservatore volgare, che cioè vi è impercettibile la differenza fra la franchezza e la doppiezza, il genio dell'intrigo e il genio del cuore. L'uomo dotato di vista penetrante indovina queste gradazioni inafferrabili, prodotte da una linea più o meno curva, da una fossetta più o meno marcata, da una sporgenza più o meno tonda o prominente.

L'apprezzamento di questi diagnostici è tutto riservato all'intuizione, che sola può far scoprire quello che altri ha interesse ad occultare. Il volto di questa signora era il _fac simile_ dell'appartamento che abitava; pareva altrettanto difficile sapere se quella miseria occultava dei vizii od un'alta probità, come il riconoscere se la madre d'Adelaide era un'antica civetta abituala a lutto pesare, tutto calcolare, tutto vendere, o una donna piena di nobiltà e di qualità amabili. All'età di Schinner il primo movimento del cuore è di credere al bene. Quindi, contemplando la fronte nobile e quasi sdegnosa di Adelaide, guardando quegli occhi pieni d'anima e di pensieri, respirò, per così dire, i soavi e modesti profumi della virtù. Nel mezzo della conversazione colse il destro di parlare dei ritratti in generale, per avere il diritto di e sa- minare l'orribile pastello di cui tutte le tinte erano impallidite, e da cui era in gran parte caduta la polvere.

— Senza dubbio voi avete affetto a questa pittura a motivo della rassomiglianza, mie signore, giacchè il disegno è orribile, disse guardando Adelaide.

— È stato fatto a Calcutta in gran fretta, rispose la madre con voce commossa.

Contemplò lo schizzo informe con quell'abbandono profondo che deriva dai ricordi di felicità quando si ridestano e piombano sul cuore come una rugiada benefica alle cui fresche impressioni amiamo abbandonarci; ma nell'espressione del volto della vecchia signora apparvero altresì le traccie di un eterno cordoglio. Almeno il pittore volle interpretare così l'attitudine o la fisionomia della sua vicina, presso la quale andò a sedersi.

— Madama, aggiunse, qualche tempo ancora, od i colori di questo pastello saranno scomparsi. Il ritratto non esisterà più che nella vostra memoria. Là voi vedrete una figura che vi è cara, gli altri non ne capiranno più nulla. Volete permettermi di riportare quella figura sulla tela? Vi sarà fissata più durevolmente che sulla carta. Accordatemi, in grazia della nostra vicinanza, il piacere di farvi questo servizio. Vi sono momenti in cui un artista ama sollevarsi dalle sue grandi composizioni con lavori di minore portata: il rifare questa tosta Rara per me una distrazione.

La vecchia udendo queste parole trasalì, n Adelaide gettò sul pittore uno di quelli sguardi concentrati che pajono uno zampillo dell'anima.

Ippolito voleva appartenere alle sue due vicine con qualche vincolo ed acquistarsi il diritto di mescolarsi alla loro esistenza. La sua offerta rivolgendosi alle più vive affezioni del cuore, era la sola che gli fosse possibile fare; accontentava il suo orgoglio d'artista, e non aveva nulla d'offensivo per le due dame. Madama Leseigneur accettò senza entusiasmo nè rammarico, ma con quella conscienza delle grandi anime che sanno l'importanza dei vincoli che si stringono con simili obbligazioni e che ne fanno un magnifico elogio, una prova di stima.