La pace domestica; L'elisir di lunga vita; La borsa: Racconti scelti
Part 6
Là, nella sua tarda età, sposò una bella ed incantevole andalusa. Ma, per calcolo, non fu nè buon padre, nè buon marito. Aveva osservato che non siamo mai amati teneramente se non dalle donne delle quali non ci curiamo più che tanto. Dona Elvira, santamente allevata da una vecchia zia nel fondo dell'Andalusia, in un castello a poche leghe da San Lucar, era tutta abnegazione e grazia. Don Giovanni indovinò che quella giovinetta sarebbe donna da combattere lungamente una passione prima di cedervi; sperò quindi poterla conservare virtuosa fino alla sua morte. Fu uno scherzo serio, una partita a scacchi che voleva riservarsi di giuocare negli ultimi suoi giorni. Forte di tutti gli errori commessi da suo padre Bartolomeo, Don Giovanni risolse di far servire le minime azioni della sua vecchiaja alla riescita del dramma che doveva compiersi al suo letto di morte. Quindi la maggior parte delle sue ricchezze restò sepolta nelle cantine del suo palazzo a Ferrara, ove andava di raro. Quanto all'altra metà della sua sostanza, fu collocata a vitalizio, per interessare alla durata della sua vita la moglie ed i figli, specie di astuzia che suo padre avrebbe dovuto usare; ma questa speculazione machiavellica non gli fu molto necessaria. Il giovine Filippo Belvidero suo figlio divenne uno spagnuolo così conscienziosamente religioso quanto suo padre era empio, in virtù forse del proverbio: _a padre avaro figliuol prodigo_. L'abate di San Lucar fu scelto da Don Giovanni per dirigere le conscienze della duchessa di Belvidero e di Filippo. Questo ecclesiastico era un sant'uomo, bello della persona, mirabilmente proporzionato, che aveva dei begli occhi neri, una testa alla Tiberio, logorata dai digiuni, bianca di macerazioni, e giornalmente tentato come lo sono tutti i solitarii. Il vecchio signore sperava forse di potere uccidere anche un frate prima di fluire la prima locazione della sua vita. Ma sia che l'abate fosse abbastanza forte quanto poteva esserlo lo stesso Don Giovanni, sia che Dona Elvira avesse più prudenza o virtù che la Spagna non accordi alle donne, Don Giovanni fu costretto a passare i suoi ultimi giorni come un vecchio curato di campagna senza scandali in casa. Alle volte si divertiva a trovare il figlio o la moglie in fallo nei doveri di religione, e voleva imperiosamente che eseguissero tutte le obbligazioni imposte ai fedeli della corte di Roma. Finalmente non era mai tanto felice come quando udiva il galante abate di San Lucar, Dona Elvira e Filippo occupati a discutere un caso di conscienza.
Intanto, ad onta delle cure prodigiose che il signor Don Giovanni Belvidero metteva per la propria conservazione, i giorni della decrepitezza arrivarono; con quell'età dolorosa vennero gli strilli dell'impotenza, strilli tanto più strazianti, quanto più ricchi erano i ricordi della sua bollente giovinezza, e della sua voluttuosa maturità. Quest'uomo in cui l'ultimo grado dell'ironia era di impegnare gli altri a credere alle leggi ed ai principii dei quali egli si burlava, si addormentava la sera su un _forse_! Questo modello di buon genere, questo duca, vigoroso in un'orgia, superbo alle corti, grazioso colle donne, i cui cuori erano stati da lui torti come un villano torce un laccio di vimini, quest'uomo di genio aveva un catarro ostinato, una sciatica importuna, una gotta brutale. Vedeva che i suoi denti l'abbandonavano, come alla fine di una serata, le dame più bianche, le meglio abbigliate se ne vanno ad una ad una lasciando la sala deserta e smobiliata. Finalmente le ardite sue mani tremarono, le sue svelte gambe vacillarono, ed alla sera l'apoplessia gli serrò il collo colle sue mani adunche e glaciali. Da quel giorno fatale divenne torbido e duro. Accusava la devozione di suo figlio e di sua moglie, pretendendo a volte che non gli prodigassero le loro cure toccanti e delicate colla voluta tenerezza se non perchè aveva fatto vitalizio di tutta la sua sostanza. Elvira e Filippo versavano allora lagrime amare e raddoppiavano le carezze al malizioso vecchio la cui voce arrocata si faceva affettuosa per dir loro: — Amici miei, mia cara moglie, mi perdonate, non è vero? Io vi tormento un poco. Ahimè! Gran Dio! come si servì di me per provare queste due creature celesti! Io, che dovrei essere la loro gioja, sono il loro flagello. — Così li incatenò ai piedi del suo letto, facendo loro dimenticare dei mesi intieri di impazienza e di crudeltà con un'ora in cui per essi spiegava i tesori sempre nuovi della sua grazia e di una falsa tenerezza. Sistema paterno che gli riescì infinitamente meglio di quello che suo padre aveva usato con lui. Finalmente arrivò a tal grado di malattia che per metterlo a letto bisognava manovrarlo come una feluca che entra in un canale pericoloso. Poi il giorno della morte arrivò. Questo brillante e scettico personaggio, la cui Intelligenza sopraviveva sola alla più terribile delle distruzioni, vide entrare un medico ed un confessore, le sue due antipatie. Ma con essi fu gioviale. Non aveva per sè un lume scintillante dietro il velo dell'avvenire? Su questa tela, di piombo per gli altri, diafana per lui, le leggiere, incantevoli delizie della gioventù scherzavano come ombre.
Fu in una bella sera d'estate che Don Giovanni sentì l'avvicinarsi della morte. Il cielo di Spagna era d'un'ammirabile purezza, gli aranceti profumavano l'aria, le stelle distillavano luci vive e fresche, la natura sembrava dargli dei pegni sicuri della sua risurrezione; un figlio pietoso ed obbediente lo contemplava con amore e rispetto. Verso le undici volle restar solo con quell'essere candido. — Filippo, gli disse con una voce così tenera e così affettuosa che il giovane trasalì e pianse di gioja. Mai quel padre inflessibile aveva pronunciato; Filippo, in tal modo. — Ascoltami, figlio mio, continuò il moribondo. Io sono un gran peccatore. Quindi, durante tutta la mia vita ho pensato alla mia morte. Fui già l'amico del gran pontefice Giulio II. Quell'illustre pontefice temette che l'eccessiva irritazione dei miei sensi non mi facesse commettere qualche peccato mortale nell'intervallo in cui avessi a morire e quello in cui avessi ricevuto l'estrema unzione; mi regalò una fiala nella quale esiste l'acqua santa già tempo scaturita dalla roccia nel deserto. Ho conservato il segreto su questa dilapidazione del tesoro della chiesa, ma sono autorizzato a rivelare questo mistero a mio figlio _in articulo mortis_. Troverete la fiala nel cassetto di questa tavola gotica che non ha mai abbandonato il capezzale del mio letto... Il prezioso cristallo potrà servirvi ancora, mio amato Filippo. Giuratemi, per la vostra salute eterna, di eseguire puntualmente i miei ordini.
Filippo guardò suo padre. Don Giovanni era troppo al fatto dei sentimenti umani per non morire in pace sulla fede di un tal sguardo. — Tu meritavi un altro padre, aggiunse Don Giovanni. Oso confessarti che nel momento in cui il rispettabile abate di San Lucar mi amministrava il viatico, io pensava all'incompatibilità di due potenze così grandi come il diavolo e Dio... — Oh! padre mio! — E riflettevo che quando Satana farà pace, dovrà, se non vuol essere un gran miserabile, stipulare il perdono dei suoi aderenti. Questo pensiero mi perseguita. Andrai dunque all'inferno se tu, mio figlio, non adempi la mia volontà — Ditemela subito, papà. — Appena avrò chiusi gli occhi, continuò Don Giovanni dopo alcuni minuti, prenderai il mio cadavere, ancora caldo, e lo stenderai su una tavola in mezzo a questa stanza. Poi spegnerai questa lampada; deve bastare la luce delle stelle. Mi spoglierai dei miei abiti; e mentre tu reciterai dei _pater_ e degii _ave_ sollevando l'anima a Dio, avrai cura di umettare con quest'acqua santa i miei occhi, le mie labbra, tutta la testa per prima, poi successivamente le membra del corpo; ma, caro figlio mio, la potenza di Dio è così grande che non dovrai stupirti di nulla!
Allora Don Giovanni, che sentiva avvicinarsi la morte, aggiunse con voce terribile: — Tieni ben franca la fiala. Poi spirò dolcemente nelle braccia d'un figlio le cui lagrime abbondanti caddero sulla sua faccia ironica e smorta.
Era circa la mezzanotte quando Don Filippo Belvidero collocò il cadavere di suo padre sulla tavola. Dopo averne baciata la fronte minacciosa e i capelli grigi, spense la lampada. Il lume dolce prodotto dal chiaro di luna, i cui riflessi bizzarri illuminavano la campagna, permisero a Filippo di intravedere indistintamente il cadavere di suo padre come qualche cosa di bianco in mezzo all'ombra. Il giovine imbibì del liquore un pannolino, ed assorto nella preghiera unse fedelmente quella testa sacra in mezzo ad un profondo silenzio. Intendeva, è vero, dei fremiti indefinibili, ma li attribuiva agli scherzi del venticello fra le cime degli alberi. Quando ebbe bagnato il braccio destro, si sentì stringere fortemente il collo da un braccio giovane e vigoroso, il braccio di suo padre! Gettò un grido straziante e lasciò cadere la fiala che si spezzò. Il liquore svaporò. La gente del castello accorse, munita di torcie. Quel grido li aveva spaventati e sorpresi, come se la tromba del giudizio universale avesse scosso l'universo. In un momento la camera fu piena di gente. La folla tremante vide Don Filippo svenuto, ma tenuto fermo dal braccio potente di suo padre che gli serrava il collo. Poi, cosa sopranaturale, gli astanti videro la testa di Don Giovanni, giovane e bella come quella dell'Antinoo; una testa dai capelli neri, dagli occhi brillanti, dalla bocca vermiglia che si agitava spaventevolmente senza poter muovere lo scheletro cui apparteneva. Un vecchio servo gridò: — Miracolo! E tutti gli spagnuoli ripeterono: Miracolo! Troppo pia per ammettere i misteri della magia, Dona Elvira mandò a cercare l'abate di San Lucar. Allorchè il priore vide il miracolo cogli occhi proprii, risolse di approfittarne da uomo di spirito e da abate che meglio non domandava di un aumento delle sue rendite. Dichiarando tosto che il signor Don Giovanni sarebbe infallibilmente canonizzato, decretò la cerimonia dell'apoteosi nel suo convento, che d'allora in poi, disse, si chiamerebbe San-Juan-de-Lucar. A quelle parole la testa fece un smorfia abbastanza comica.
Il gusto degli Spagnuoli per siffatte solennità è così noto, che non deve essere difficile credere alle baldorie religiose colle quali l'abate di San Lucar celebrò la traslazione del _beato Don Juan Belvidero_ nella sua chiesa. Alcuni giorni dopo la morte di quell'illustre signore, il miracolo della sua imperfetta risurrezione si era subitaneamente narrata di villaggio in villaggio in un raggio di oltre cinquanta leghe attorno a San Lucar, ed era già uno spettacolo vedere i curiosi per le strade; essi vennero da tutte le parti, ingolositi da un _Te Deum_ cantato al chiarore delle fiaccole. L'antica moschea del convento di San Lucar, meraviglioso edifizio inalzato dai Mori e le cui volte udivano da tre secoli il nome di Gesù Cristo sostituito a quello di Allah, non potè contenere la folla accorsa a vedere la cerimonia. Stipati come formiche, gli hidalgos in mantello di velluto, armati delle loro buone spade, stavano in piedi attorno ai pilastri senza trovar posto da piegare le ginocchia, le quali non si piegavano che là. Incantevoli paesane, i cui corsetti disegnavano le vaghe forme, davano il braccio a vecchi coi capelli bianchi. Giovani dagli occhi di fuoco si trovavano a fianco di vecchie signore in gala. Poi erano coppie ansimanti di gioja, fidanzate curiose condotte dai loro innamorati; sposi recenti; fanciulli timidi condotti a mano. Tutta gente ricca di colori, brillante di contrasti, carica di fiori, smaltata, che faceva un grazioso tumulto nel silenzio della notte. Le ampie porte della chiesa si aprirono. Quelli che, venuti troppo tardi, restarono di fuori, vedevano di lontano attraverso le porte aperte una scena di cui le decorazioni vaporose delle nostre opere moderne non saprebbero dare una debole idea. Devote e peccatori, premurose di guadagnarsi le buone grazie di un nuovo santo, accesero in suo onore migliaia di ceri in quella vasta chiesa, lumi interessati che davano un magico aspetto al monumento. Le nere arcate, le colonne e i loro capitelli, le cappelle profonde e brillanti d'oro e d'argento, le gallerie, i rabeschi saraceni, i tratti più delicati di quella scultura gentile, si disegnavano in quella luce sovrabbondante come le figure capricciose che si formano in un braciere ardente. Era un oceano di fuochi, dominato nel fondo della chiesa dal coro dorato ove sorgeva l'altar maggiore, la cui pompa avrebbe rivaleggiato con quella del sole nascente.
Infatti lo splendore delle lampade d'oro, dei candelabri d'argento, delle bandiere, dei pennoni, dei santi e degli _ex voto_ impallidiva davanti alla cassa in cui si trovava Don Giovanni. Il corpo dell'empio scintillava di pietre preziose, fiori, cristalli, diamanti, oro, piume bianche come le ali di un serafino, e sostituiva sull'altare un quadro di Cristo. Intorno a lui brillavano numerosi ceri che lanciavano nell'aria onde di fuoco. Il buon abate di San Lucar, parato cogli abiti pontificali, colla mitra tempestata di pietre preziose, il rocchetto, il pastorale d'oro, sedeva re del coro, sopra una poltrona di un lusso imperiale, nel mezzo di tutto il suo clero, composto d'impassibili vecchi dai capelli d'argento, vestiti di fini camici e che lo circondavano, simili ai santi confessori che i pittori aggruppano intorno al Padre Eterno. Il gran cantore ed i dignitarii del capitolo, decorati delle brillanti insegne della loro vanità ecclesiastica, andavano e venivano in mezzo alle nubi d'incenso, simili agli astri che circolano sul firmamento. Quando giunse l'ora del trionfo, le campane destarono gli echi delle campagne, e quell'immensa assemblea lanciò verso Dio il primo grido delle lodi col quale comincia il _Te Deum_, grido sublimo! Erano voci pure e leggiere, voci di donne in estasi, miste alle voci gravi e forti degli uomini, migliaja di voci così potenti, che l'organo non ne dominò l'assieme ad onta dei muggiti delle sue canne. Soltanto le note acute, giovanili, dei ragazzi del coro, e le lunghe note di alcuni bassi, suscitarono delle idee graziose, dipinsero l'infanzia e la forza, in quell'incantevole concerto di voci umane confuse in un sentimento d'amore. — _Te Deum laudamus!_
Dal seno di quella cattedrale gremita di donne ed uomini inginocchiati, il canto uscì simile ad una luce che scintilla d'un tratto nella notte, ed il silenzio fu rotto come da un colpo di tuono. Le voci si sollevarono colle nubi d'incenso che gettavano veli diafani ed azzurrognoli sulle fantastiche meraviglie dell'architettura. Tutto era ricchezza, profumo, luce, melodia. Nel punto in cui quella musica d'amore e di riconoscenza si lanciò verso l'altare, Don Giovanni, troppo galante per non ringraziare, troppo spiritoso per non capire la burla, rispose con un riso terribile e si compose con dignità nella sua cassa. Ma il diavolo avendo richiamato alla sua mente l'eventualità che correva di essere preso per un uomo ordinario, un santo, un Bonifacio, un Pantaleone, turbò quella melodia d'amore con un urlo al quale si unirono le mille voci dell'inferno. La terra benediva, il cielo malediva. La chiesa ne tremò sulle antiche fondamenta. — _Te Deum laudamus!_ diceva l'assemblea. — Andate a tutti i diavoli, bestioni che siete! Dio, Dio! _Carajos demonios_, animali, quanto siete stupidi col vostro decrepito Dio!
E un torrente d'imprecazioni si sprigionò come un torrente di lave ardenti in una eruzione del Vesuvio. — _Deus Sabaoth, Sabaoth!_ gridarono i cristiani. — Voi insultate la maestà dell'inferno, rispose Don Giovanni, la cui bocca digrignava i denti.
Poco dopo il braccio vivo potè passare al di sopra della cassa e minacciò l'assemblea con gesti pieni di disperazione ed ironia. — Il Santo ci benedisce, dissero le vecchie, i fanciulli ed i fidanzati, gente credula.
Ecco come spesso siamo delusi nelle nostre adorazioni. L'uomo superiore si burla di quelli che lo complimentano, e complimenta qualche volta quelli dei quali si burla in fondo al cuore.
Nel momento in cui l'abate, prosternato davanti all'altare, cantava: — _Sancte Johannes ora pro nobis!_ udì abbastanza distintamente: — O minchione! — Che cosa succede lassù? gridò il sottopriore vedendo moversi la cassa. — Il santo fa il diavolo, rispose l'abate.
Allora quella testa viva si staccò violentemente dal corpo che non viveva più e cadde sul cranio giallo del celebrante. — Ricordati di donna Elvira, gridò la testa divorando quella dell'abate.
Quest'ultimo gettò un grido orrendo che turbò la cerimonia. Tutti i preti accorsero e circondarono il loro sovrano. — Imbecille, di' dunque che vi è un Dio! gridò la voce nel momento in cui l'abate, morsicato nel cervello, spirava.
LA BORSA
Per le anime facili alle espansioni vi è un'ora deliziosa che giunge al momento in cui la notte non è fatta ed il giorno se n'è ito. La luce crepuscolare getta allora le sue molli tinte od i suoi riflessi bizzarri su tutti gli oggetti e favorisce una fantasticheria che si sposa vagamente agli effetti di luce ed ombra. Il silenzio che regna quasi sempre in quel momento lo rende specialmente caro agli artisti che si raccolgono, si piantano ad alcuni passi dai loro lavori cui non possono più attendere, e li giudicano inebriandosi dei soggetto il cui intimo significato si appalesa allora alla seconda vista del genio. Favoriti dal chiaroscuro i ripieghi materiali dell'arte per far credere alla realtà scompajono completamente. Se si tratta di un quadro, le persone che rappresenta, pare camminino e parlino: l'ombra si fa ombra, il giorno è giorno, la carne è viva, gli occhi si muovono, il sangue scorre per le vene, le stoffe hanno dei fruscii. L'imaginazione viene in ajuto della naturalezza d'ogni particolare, e non si vedono più che le bellezze dell'opera. A quell'ora l'illusione regna dispotica; forse sorge colla notte; l'illusione non è per il pensiero una specie di notte che noi popoliamo di sogni?
L'illusione spiega allora le sue ali, trascina l'anima nel mondo delle fantasie, mondo fertile di voluttuosi capricci, in cui l'artista dimentica il mondo positivo, la vigilia, il domani, l'avvenire, tutto, perfino le sue miserie, le buone come le cattive. In quell'ora magica un giovine pittore, uomo di talento, e che nell'arte non vedeva che l'arte, era salito sulla scala addoppiata che gli serviva a dipingere una tela grande, alta, pressochè finita. Là, criticandosi, ammirandosi in buona fede, abbandonandosi al corso dei suoi pensieri, si ingolfava in una di quelle meditazioni che rapiscono l'anima e la fanno più grande, accarezzandola e consolandola. Certo la sua fantasticheria durò a lungo. La notte sopraggiunse. Sia ch'egli volesse discendere dalla scala, sia che avesse fatto un movimento imprudente credendosi sul tavolato, il fatto non gli permise un esatto ricordo del suo accidente, cadde, battè la testa sopra uno sgabello, restò privo di sensi e senza moto per un lasso di un tempo la cui durata non potè conoscere. Una voce soave lo destò dalla specie di assopimento in cui era immerso. Allorchè schiuse gli occhi, prontamente li richiuse sotto l'impressione di una viva luce; ma attraverso il velo che avviluppava i suoi sensi udì il bisbiglio di due donne e sentì la testa riposare fra due giovani, timide mani Riprese in breve i sensi ed alla luce di una di quelle lampade antiche, che diconsi _a doppia corrente d'aria_, potè scorgere la più deliziosa testa di giovinetta che mai avesse veduto, una di quelle teste che passano ben spesso per un capriccio del pennello, ma che tutto ad un tratto realizzò per lui le teorie di quel bello ideale che ogni artista si crea e dal quale ha origine il suo talento. Il volto della sconosciuta apparteneva, per così dire, al tipo tino e delicato della scuola di Proudhon, e possedeva pure quella poesia che Girodet dava alle sue figure fantastiche. La freschezza, delle tempie, la regolarità delle sopraciglia, la purezza delle linee, la verginità fortemente scolpita in tutti i tratti di quella fisionomia facevano della fanciulla una creazione perfetta. La taglia era svelta e sottile, le forme delicate. I suoi abiti, benchè semplici e puliti, non annunziavano nè ricchezza nè miseria. Ritornando in sè il pittore espresse la sua ammirazione con uno sguardo di sorpresa e balbettò confusi ringraziamenti.
Trovò che la sua fronte era stata stretta con un fazzoletto, e ad onta dell'odore particolare agli studi di pittore, riconobbe l'acre sentore dell'etere, senza dubbio adoperato per farlo riavere dallo svenimento. Poi finì per vedere una vecchia che rassomigliava alle marchese dell'antico regime, e che teneva la lampada dando dei consigli alla giovine sconosciuta.
— Signore, rispose la giovinetta ad una delle domande fattele dal pittore in quel momento in cui era tuttora nella confusione di idee prodotte dalia caduta, mia madre ed io abbiamo udito il rumore del vostro corpo sul pavimento, ci parve di udire un gemito. Il silenzio susseguito alla caduta ci ha spaventate e ci siamo affrettate a salire. Trovando la chiave alla porta ci siamo per buona sorte permesso d'entrare, e vi abbiamo visto steso a terra senza movimento. Mia madre andò a cercare quanto occorreva per fare una compressa e rianimarvi. Voi siete ferito alla fronte, là, ve ne accorgete?
— Adesso sì, egli disse.
— Oh non sarà nulla, osservò la vecchia. La vostra testa, per buona sorte, è caduta su questo mannichino.
— Mi sento infinitamente meglio, rispose il pittore, non ho più altro bisogno all'infuori d'una carrozza per restituirmi a casa. La portinaia andrà a cercarmene una.
Egli voleva rinnovare i suoi ringraziamenti alle due incognite, ma ad ogni frase la vecchia l'interrompeva dicendo: — Domani, signore, abbiate cura di applicarvi delle sanguisughe, o farvi fare un salasso, bere qualche tazza di decotto vulnerario; curatevi, le cadute sono pericolose.
La giovinetta guardava di soppiatto il pittore ed i quadri dello studio. Il suo contegno ed i suoi sguardi erano di una perfetta decenza; la sua curiosità rassomigliava a distrazione ed i suoi occhi sembravano esprimere quell'interesse che le donne prendono, con una spontaneità tutta grazia, ad ogni nostra sfortuna. Le due sconosciute alla presenza del pittore sofferente sembravano dimenticare le opere sue. Allorchè egli le ebbe tranquillate sul proprio conto, uscirono esaminandole con una sollecitudine priva ad un tempo di enfasi e di famigliarità, senza fargli domande indiscrete nè cercare di inspirargli il desiderio di conoscerle. Le loro azioni ebbero l'impronta di una natura squisita e del buon gusto. I loro modi nobili e semplici produssero dapprima poco effetto sul pittore; ma più tardi, quando si risovvenne di tutte le circostanze di questo avvenimento, ne fu vivamente colpito. Arrivando al piano inferiore a quello in cui si trovava lo studio del pittore, la vecchia sclamò con dolcezza: — Adelaide, tu hai lasciata aperta la porta.
— Era per venire in mio soccorso, rispose il pittore con un sorriso di riconoscenza.
— Mamma mia, voi siete discesa appena adesso, replicò la giovinetta arrossendo.
— Volete che vi accompagniamo fino abbasso? disse la mamma al pittore. La scala è scura.
— Grazie, signora, mi sento molto meglio.
— Tenetevi fermo alla sbarra.
Le due donne restarono sul pianerottolo per far lume al giovane ascoltando i suoi passi.