La pace domestica; L'elisir di lunga vita; La borsa: Racconti scelti
Part 5
Su questa terra non si era mai incontrato un padre così comodo e così indulgente, quindi il giovane Belvidero, avvezzo a trattarlo senza complimenti, aveva tutti i difetti dei fanciulli viziati; viveva con Bartolomeo come una cortigiana capricciosa vive con un antico amante, facendo passare un'impertinenza con un sorriso, vendendo il suo buon umore e lasciandosi amare. Ricostruendo mentalmente il quadro dei suoi anni giovanili, Don Giovanni si accorse che gli sarebbe stato difficile trovare in difetto la bontà di suo padre. Sentendo in fondo al cuore nascere un rimorso, nel momento in cui attraversava la galleria, si sentì quasi spinto a perdonare a Belvidero d'aver vissuto così a lungo. Tornava a sentimenti di pietà filiale, come un ladro diventa uomo onesto per il possibile godimento di un milione bene occultato. In breve il giovane attraversò le alte e fredde sale che componevano l'appartamento di suo padre. Dopo aver provato gli effetti d'un'atmosfera umida, respirata l'aria densa, l'odore stantìo che esalava dalle vecchie tappezzerie e dagli armadii coperti di polvere, si trovò nell'antica camera del vecchio, davanti a un letto nauseabondo, presso un focolare quasi spento. Una lampada posta sopra un tavolo di forma gotica, gettava a intervalli ineguali degli sprazzi di luce più o meno forti sul letto e mostrava così la figura del vecchio sotto aspetti sempre diversi. Il freddo fischiava attraverso le finestre mal chiuse; e la neve sferzando i vetri produceva uno strepito sordo. Questa scena faceva un contrasto così spiccato con quella che Don Giovanni aveva lasciata, che non potè a meno di trasalire. Poi ebbe freddo quando, avvicinandosi al letto, un barbaglio abbastanza violento di luce, spinto da un soffio di vento, illuminò la testa di suo padre; i lineamenti ne erano scomposti, la pelle aderente alle ossa aveva delle tinte verdognole che la bianchezza del guanciale su cui riposava il vegliardo rendeva ancora più orribili; contratta dal dolore, la bocca semichiusa e priva di denti lasciava passare alcuni sospiri la cui lugubre energia era sostenuta dagli urli della tempesta. Ad onta di questi segni di distruzione, su quella testa splendeva un carattere incredibile di potenza. Uno spirito superiore vi combatteva la morte. Gli occhi, infossati dalla malattia, avevano una fissità singolare. Pareva che Bartolomeo cercasse col suo sguardo di morente di uccidere un nemico steso ai piedi del suo letto. Quello sguardo fisso e freddo era tanto più spaventoso, in quanto che la testa restava in una immobilità simile a quella dei cranii posti sulle tavole dei medici. Il corpo, nettamente disegnato dalle coperte del letto, annunziava che le membra del vecchio avevano la stessa rigidezza. Tutto era morto, meno gli occhi. I suoni poi che uscivano dalla bocca avevano qualche cosa di meccanico. Don Giovanni provò una certa vergogna di arrivare al letto di suo padre morente conservando sul petto il mazzolino di una cortigiana, e portandovi i profumi di una festa ed il sentore del vino.
— Tu ti divertivi! sclamò il vecchio, vedendo suo figlio.
Nello stesso momento la voce pura e leggiera d'una cantante che rallegrava i convitati, fortificata dagli accordi della viola sulla quale si accompagnava, dominò i rantoli dell'uragano, e risuonò fino in quella funebre stanza. Don Giovanni voleva non intendere quella selvaggia affermazione data a suo padre.
Bartolomeo disse: — Non te ne faccio un carico, figliuol mio.
Questa parola piena di dolcezza fece male a Don Giovanni, che non perdonò a suo padre quella pungente bontà. — Che rimorso per me, padre mio! gli disse ipocritamente. — Povero Juanino, rispose il morente con voce sorda, sono sempre stato così buono con te, che tu non desidererai la mia morte? — Oh, sclamò Don Giovanni, se fosse possibile rendervi la vita dandovi una parte della mia! (Queste cose si possono sempre dire, pensava lo scialacquatore; gli è come se offrissi il mondo alla mia amante.) Appena finito il suo pensiero, il barbone abbajò. Quella voce intelligente fece fremere Don Giovanni: credette di essere stato compreso dal cane. — Sapeva bene, figlio mio, che potevo contare su di te, gridò il moribonda Io vivrò. Va, tu sarai contento. Vivrò, ma senza toglierti un giorno di quelli che ti appartengono. — Ha il delirio, disse fra sè Don Giovanni. Poi aggiunse a voce alta: Si, caro padre, voi vivrete certo, tanto come me, giacchè la vostra imagine sarà continuamente nel mio cuore. — Non si tratta di questa vita, disse il vecchio signore raccogliendo le sue forze per mettersi a sedere, giacchè fu agitato da uno di quei sospetti che non nascono se non sotto il capezzale dei morenti. Ascolta, figlio mio, continuò con una voce affievolita da quest'ultimo sforzo, io non ho maggior voglia di morire che tu non l'abbia di far senza innamorate, vino, cavalli, falconi, cani ed oro. — Lo credo bene, pensò il figlio inginocchiandosi davanti al letto e baciando una delle mani cadaveriche di Bartolomeo. Ma, riprese a dire, padre mio, mio caro padre, bisogna sottomettersi alla volontà di Dio! — Dio son io, replicò il vecchio brontolando. — Non bestemmiate! gridò il giovane vedendo l'aria minacciosa che assunsero i tratti di suo padre. Guardatevene bene; avete ricevuta rastrema unzione ed io non potrei più consolarmi, se vi vedessi morire in peccato. — Vuoi ascoltarmi? gridò il morente ringhiando.
Don Giovanni tacque. Regnò un orribile silenzio. Attraverso i pesanti fischi della neve, gli accordi della viola e la voce deliziosa arrivarono ancora, deboli come lo spuntare del giorno. Il moribondo sorrise. — Ti ringrazio di aver invitato delle cantanti, d'aver condotto della musica. Una festa, delle donne giovani e belle, bianche coi capelli neri! tutti i piaceri della vita. Falle restare, io sto per rinascere. — Il delirio è al colmo, disse Don Giovanni. — Ho scoperto un mezzo per risuscitare. Guarda! Cerca nel cassetto del tavolo, l'aprirai spingendo una molla nascosta dal grifone. — Ci sono, padre mio.
— Là, bravo, prendi una boccettina di cristallo di rocca.
— Eccola. — Ho impiegato venti anni a.... In quel momento il vecchio sentì avvicinarsi la sua fine, e raccolse tutta la sua energia per dire: appena avrò reso l'ultimo sospiro, mi strofinerai tutto con quell'acqua, ed io risusciterò. — Ve n'è ben poca replicò, il giovane.
Se Bartolomeo non poteva più parlare, aveva ancora la facoltà di intendere e di vedere; a quelle parole volse la testa verso Don Giovanni con un movimento spaventosamente brusco; il suo collo restò torto come quello di una statua di marmo dal pensiero dello scultore condannata a guardare da un lato: i suoi occhi ingranditi contrassero una ributtante immobilità. Era morto, morto perdendo la sua sola, la sua ultima illusione. Cercando un asilo nel cuore di suo figlio, vi trovava una tomba più vuota di quella che di solito gli uomini fanno ai loro morti. Quindi i suoi capelli furono sparpagliati dall'orrore, ed il suo sguardo convulso parlava ancora. Era un padre che si levava dal suo sepolcro per domandare vendetta a Dio! — To'! il buon uomo è finito, esclamò Don Giovanni.
Nella premura di presentare alla luce della lampada la boccetta misteriosa, come un bevitore consulta la sua bottiglia alla fine del pranzo, non aveva veduto imbianchire l'occhio di suo padre. Il cane estatico contemplava alternativamente il padrone morto e l'elisir, come Don Giovanni guardava tratto tratto suo padre e la fiala. La lampada gettava delle fiamme ondeggianti. Il silenzio era profondo, la viola muta. Belvidero trasalì credendo di vedere suo padre che si muoveva. Intimidito dall'espressione fredda dei suoi occhi accusatori, li chiuse, come avrebbe spinta una persiana mossa dal vento in una notte d'autunno. Si tenne ritto, immobile, ingolfato in un mondo di pensieri. Tutto ad un tratto uno strepito aspro, simile allo stridore di una molla irrugginita, ruppe quel silenzio. Don Giovanni, sorpreso, per poco non lasciò cadere la boccetta. Un sudore più freddo dell'acciajo d'un pugnale, esci dai suoi pori. Un gallo di legno dipinto si alzò al di sopra di un orologio e cantò tre volte. Era una di quelle macchine ingegnose coll'ajuto delle quali i dotti di quell'epoca si facevano svegliare all'ora fissata pei loro lavori. L'alba tingeva già in rosso le finestre. Don Giovanni aveva passate dieci ore a riflettere. Il vecchio orologio era più fedele al suo servizio ch'egli non lo fosse nel compimento dei suoi doveri verso Bartolomeo. Quel meccanismo si componeva di legno, di molle, di corde, di ruote, mentre egli aveva quel meccanismo particolare all'uomo che chiamasi un cuore. Per non esporsi più a perdere il misterioso liquore, lo scettico Don Giovanni lo ricollocò nel cassetto della piccola tavola gotica. In quel momento solenne udì nelle gallerie un sordo tumulto; erano voci confuse, risa soffocate, passi leggieri, fruscii di seta, insomma lo strepito di una allegra brigata che cerca di raccogliersi.
La porta si aperse, ed il principe, gli amici di Don Giovanni, le sette cortigiane, le cantatrici, apparvero nello strano disordine in cui si trovano delle danzatrici sorprese dal chiarore del mattino, quando il sole lotta colle fiamme delle candele che impallidiscono. Arrivavano tutti per dare al giovine ereditiero le consolazioni d'uso. — Oh! oh! il povero Don Giovanni avrebbe dunque presa sul serio questa morte? disse il principe all'orecchio della Brambilla. — Ma suo padre era un gran buon uomo, ella rispose.
Le meditazioni notturne di Don Giovanni avevano impressa sui suoi lineamenti un'espressione così singolare, che impose silenzio a quel gruppo. Gli uomini restarono immobili. Le donne, i cui labbri erano arsi dal vino, le cui gote erano chiazzate dai baci, si inginocchiarono e si misero a pregare. Don Giovanni non potè a meno di trasalire vedendo gli splendori, le gioje, le risa, i canti, la gioventù, la bellezza, il potere, tutte le personificazioni della vita, prosternarsi così davanti alla morte. Ma in questa adorabile Italia, stravizzo e religione si accoppiavano allora così bene, che la religione era uno stravizzo, lo stravizzo una religione. Il principe strinse affettuosamente la mano a Don Giovanni, poi tutte le faccie avendo formulata simultaneamente la stessa smorfia tra la tristezza e l'indifferenza, quella fantasmagoria disparve lasciando vuota la sala. Un bel quadro della vita! Discendendo le scale il principe disse alla Roverbella: — Eh! chi avrebbe creduto Don Giovanni uno spaccone d'empietà! Ama suo padre! — Avete osservato il cane nero? chiese la Brambilla. — Eccolo immensamente ricco, soggiunse sospirando la Bianca Cavatoline. — Che m'importa? sclamò la fiera Varenese, quella che aveva spezzata la scatola da confetti. — Come? Che t'importa? esclamò il duca. Coi suoi scudi adesso è altrettanto principe quanto lo sono io.
Da principio Don Giovanni, agitato da mille pensieri, ondeggiò fra diversi partiti. Dopo avere consultato il tesoro ammassato da suo padre, tornò la sera nella camera mortuaria coll'anima gonfia di un terribile egoismo. Trovò nell'appartamento tutte le persone della casa occupate a disporre gli ornamenti del letto di parata sul quale _fu monsignore_ doveva essere espostoli giorno dopo, in mezzo ad una superba camera ardente, curioso spettacolo che tutta Ferrara doveva venire ad ammirare. Don Giovanni fece un segno, ed i suoi uomini si fermarono tutti, interdetti, tremanti. — Lasciatemi solo qui, disse con voce alterata, non vi ritornerete che al momento in cui io uscirò.
Quando non risuonarono più che debolmente i passi del vecchio servitore che se ne andava per l'ultimo, Don Giovanni chiuse affrettatamente la porta, e, sicuro d'essere solo, esclamò: — Proviamo!
Il corpo di Bartolomeo era steso su una lunga tavola. Per togliere agli occhi di tutti lo schifoso spettacolo di un cadavere che l'estrema decrepitezza e la magrezza rendevano simile ad uno scheletro, gli imbalsamatori avevano gettato sul corpo un drappo che l'avviluppava, meno la testa. Quella specie di mummia giaceva nel mezzo della camera ed il drappo, naturalmente morbido, ne disegnava vagamente le forme, ma acute, stecchite, gracili. Il volto era già segnato da larghe chiazze violacee che indicavano la necessità di completare l'imbalsamazione. Ad onta dello scetticismo di cui era armato, Don Giovanni tremò sturando la magica fiala di cristallo. Quando arrivò presso alla testa, fu anzi costretto di attendere un istante, tanto tremava. Ma quel giovane era stato di buon'ora sapientemente corrotto dai costumi d'una corte dissoluta; una riflessione degna del duca d'Urbino venne a dargli un coraggio eccitato da un vivo sentimento di curiosità; gli sembrava anzi che il demonio gli avesse suggerito queste parole che rimbombarono nel suo cuore: _Imbevigli un occhio!_ Prese un pannolino e dopo averlo con parsimonia intinto nel prezioso liquore, lo passò leggiermente sulla pupilla destra del cadavere. L'occhio si aperse. — Ah! ah! disse Don Giovanni stringendo in pugno la boccetta, come noi stringeremmo in sogno il ramo al quale siamo sospesi al di sopra di un precipizio.
Vedeva un occhio pieno di vita, un occhio di fanciullo in una testa da morto; la luce vi tremolava in mezzo ad un fluido giovanile e, protetto da belle ciglia nere, scintillava simile a quei lumi isolati che il viaggiatore vede in una campagna deserta nelle sere d'inverno. Quell'occhio fiammeggiante pareva volesse slanciarsi su Don Giovanni, e pensava, accusava, condannava, minacciava, giudicava, parlava. Vi si agitavano tutte le passioni umane. Erano le preghiere più tenere; una collera di re, poi l'amore di una giovinetta che chiede grazia ai suoi carnefici; finalmente lo sguardo profondo che getta un uomo nel salire l'ultimo gradino del patibolo. Scintillava tanta vita in quel frammento di vita, che Don Giovanni spaventato rinculò, passeggiò per la camera, senza osare di mirare quell'occhio che rivedeva sulle pareti, sulle tappezzerie. La camera era seminata di punte piene di fuoco, di vita, d'intelligenza. Dappertutto brillavano degli occhi che gli abbajavano dietro. — Sarebbe risuscitato per altri cento anni, gridò involontariamente quando, ricondotto davanti a suo padre da un'influenza diabolica, contemplò quella scintilla luminosa.
Tutto ad un tratto la pupilla intelligente si chiuse e si riaperse subitanea, come quella di una donna che acconsente. Se una voce avesse gridato: «Sì!» Don Giovanni non ne avrebbe provato maggior spavento. — Che fare? pensò. — Sì, disse l'occhio ammiccando con una sorprendente ironia. — Ah! ah! gridò Don Giovanni, v'è della stregoneria. E s'avvicinò all'occhio per schiacciarlo. Una grossa lagrima rotolò sulle guancie appassite del cadavere, e cadde sulla mano di Belvidero. — Scotta, gridò egli sedendo.
Questa lotta l'aveva estenuato come se, a somiglianza di Giacobbe, avesse combattuto contro un angelo.
Finalmente si alzò dicendo: — Purchè non si versi sangue! Poi, raccogliendo quel tanto di coraggio che basta per essere vile, schiacciò l'occhio, comprimendolo con un pannolino, ma senza guardarlo. Si udì un gemito, inatteso, ma terribile. Il povero barbone spirava urlando. — Che sia a parte del segreto? si domandò Don Giovanni guardando la bestia fedele.
Don Giovanni Belvidero passò per un figlio pio. Inalzò un monumento di marmo bianco sulla tomba di suo padre, ed affidò l'esecuzione delle sue statue ai più celebri artisti dell'epoca. Non fu perfettamente tranquillo se non il giorno in cui la statua paterna, inginocchiata davanti alla religione, impose l'enorme suo peso su quella fossa, in fondo alla quale seppellì il solo rimorso che avesse sfiorato il suo cuore nei momenti di fisica stanchezza. Inventariando le immense ricchezze ammassate dal vecchio orientalista, Don Giovanni divenne avaro; non aveva da provvedere a due vite umane? Il suo sguardo profondamente scrutatore penetrò nel principio della vita sociale, ed abbracciò tanto meglio il mondo, in quanto lo vedeva attraverso una tomba. Analizzò gli uomini e le cose, per finirla in una volta col passato rappresentato dalla storia, col presente raffigurato dalla legge, coll'avvenire svelato dalla religione. Prese l'anima e la materia, le gettò in un crogiuolo, non vi trovò nulla, e da allora divenne _Don Giovanni_!
Padrone delle illusioni della vita, si lanciò giovine e bello nella vita, sprezzando il mondo, ma facendosene padrone. La sua felicità non poteva essere quella felicità borghese che si pasce di un _lesso_ periodico, d'un buon scaldaletto per l'inverno, d'una lampada per la notte e di pantofole nuove ogni trimestre. No, egli non si impadronì dell'esistenza come una scimia che afferra una noce, e senza trastullarsi a lungo, spogliò saggiamente i volgari involucri del frutto per gustarne la polpa saporita.
La poesia ed i sublimi trasporti della passione umana non gli vennero più tra i piedi. Non commise l'errore di quegli uomini potenti i quali, imaginando talvolta che le piccole anime credano alle grandi, si avvisano di scambiare gli alti pensieri dell'avvenire colla moneta spicciola delle nostre idee vitalizie. Egli ben poteva come essi camminare i piedi sulla terra, la testa nei cieli; ma amava meglio stare seduto ed asciugare col suoi baci più di un labbro di donna tenera, fresca e profumata; giacchè simile alla morte, dove passava divorava tutto senza pudore, volendo un amore di possesso, un amore orientale dai piaceri lunghi e focili. Non amando nelle donne che _la donna_, si fece dell'ironia un abito naturale all'anima sua. Quando le sue amanti si servivano di un letto per salire al cielo, ove andavano a perdersi in un'estasi delirante, Don Giovanni ve le seguiva, grave, espansivo, sincero quanto può esserlo uno studente tedesco. Ma diceva io, quando la sua innamorata, folle, smarrita, diceva _noi_! Sapeva mirabilmente lasciarsi trascinare da una donna. Era sempre abbastanza forte per lasciarle credere che tremava come un giovine collegiale che in un ballo dice alla sua prima ballerina: «Amate la danza?» Ma sapeva anche ruggire a proposito, sfoderare la potente sua spada e sfracellare i commendatori. V'era dello scherno nella sua semplicità e del riso nelle sue lagrime, giacchè sapeva piangere come una donna quando dice a suo marito: «Regalami carrozza e cavalli, o muojo tisica.» Pei negozianti il mondo è una balla o una massa di biglietti in circolazione; per la maggior parte dei giovani è una donna; per alcune donne è un uomo; per certi individui è un salone, una consorteria, un quartiere, una città; per Don Giovanni l'universo era lui. Modello di grazia e di nobiltà, d'uno spirito seducente, attaccò la sua barca a tutte le rive; ma facendosi condurre non andava che dove voleva essere condotto. Più visse, più dubitò. Esaminando gli uomini indovinò spesso che il coraggio era temerità; la prudenza poltroneria; la generosità astuzia; la giustizia un delitto; la delicatezza una ingenuità; la probità un'organizzazione; e per una fatalità singolare si accorse che le persone veramente probe, delicate, giuste, generose, prudenti e coraggiose, non godevano presso gli uomini considerazione di sorta. Che gelido scherzo! si disse. Non viene da un Dio. Ed allora, rinunciando ad un mondo migliore, non si levò mai il cappello udendo pronunciare un nome e considerò i santi di pietra nelle chiese come opere d'arte. In tal modo, comprendendo il meccanismo delle società umane, non urtava mai troppo i pregiudizii, perchè non era tanto potente come il carnefice; ma maneggiava le leggi sociali con quella grazia e quello spirito così ben resi nella scena con Monsieur Dimanche. Fu infatti il tipo del Don Giovanni di Molière, del Faust di Goethe, del Manfredo di Byron o del Melmoth di Maturin. Grandi imagini tracciate dai più grandi genii d'Europa, ed ai quali non mancarono gli accordi di Mozart come forse la lira di Rossini. Imagini terribili che il principio del male, esistente nell'uomo, fa eterne, e delle quali di secolo in secolo si ritrovano alcuni esemplari; sia che questo tipo entri a trattare cogli uomini incarnandosi in Mirabeau, sia che si accontenti di agire in silenzio come Bonaparte, o di conglobare l'universo in un'ironia come il divino Rabelais; oppure anco sia che rida degli esseri invece di insultare le cose, come il maresciallo di Richelieu; e meglio ancora, sia che si burli degli uomini e delle cose come il più celebre dei nostri ambasciatori. Ma il genio profondo di Don Giovanni Belvidero riassunse, in anticipazione, tutti questi genii. Si burlò di tutto. La sua vita era uno scherno che comprendeva uomini, cose, instituzioni, idee. Quanto all'eternità, aveva chiacchierato famigliarmente una mezz'ora col papa Giulio II ed alla fine della conversazione gli disse ridendo: — Se bisogna assolutamente scegliere, amo meglio credere a Dio che al diavolo; la potenza unita alla bontà offre sempre più risorse che il genio del male. — Sì un Dio, vuole che si faccia penitenza in questo mondo... — Voi dunque pensate sempre alle vostre indulgenze? rispose Belvidero. Ebbene! per pentirmi dei falli della prima mia vita, ho in riserva tutta un'esistenza. — Ah! se intendi così la vecchiaja, esclamò il papa, arrischii di essere canonizzato. — Dopo il vostro inalzamento al soglio pontificio si può credere qualunque cosa.
E se ne andarono a vedere gli operaj occupati a costruire l'immensa basilica consacrata a san Pietro. — San Pietro è l'uomo di genio che ci ha costituito il nostro doppio potere, disse il papa a Don Giovanni, e merita questo monumento. Ma alle volte, di notte, penso che un diluvio passerà la spugna su di ciò e bisognerà ricominciare...
Don Giovanni ed il papa si misero a ridere: si erano intesi. Uno sciocco sarebbe andato il giorno dopo a divertirsi con Giulio II da Raffaello, o nella deliziosa villa Madama; ma Belvidero andò a vederlo officiare pontificalmente per convincersi dei suoi dubbii. In un'orgia La Rovere avrebbe potuto smentirsi e commentare l'Apocalisse.
Ad ogni modo questa leggenda non fu intrapresa per fornire materiali a quelli che volessero scrivere delle memorie sulla vita di Don Giovanni; è destinata a provare agli uomini onesti che Belvidero non è morto nel suo duello con una pietra, come vogliono far credere alcuni litografi. Allorchè Don Giovanni Belvidero raggiunse l'età di 60 anni, venne a stabilirsi in Ispagna.