La pace domestica; L'elisir di lunga vita; La borsa: Racconti scelti
Part 4
Quella voce accusava un'emozione così nuova, così profonda che l'anima logora del referendario ne fu scossa. Si sentì invaso dalla timidità di un collegiale, si disorientò, la sua testa meridionale si infiammò, volle parlare, le sue espressioni gli parvero sgraziate, al confronto delle risposte spiritose ed acute di madama Soulanges. Fu buona ventura per lui che la contradanza cominciasse. In piedi presso la sua bella danzatrice si trovò più a posto. Per molti uomini la danza è un modo di essere; spiegando le grazie del corpo ritengono di agire più potentemente che collo spirito sul cuore delle donne. Il provenzale voleva in quel momento usare tutti i suoi mezzi di seduzione. Aveva condotta la sua conquista alla quadriglia. Mentre l'orchestra eseguiva il preludio della prima figura, il barone provava un'incredibile soddisfazione di orgoglio quando, passando in rivista le ballerine collocate sulle fronti di quel formidabile quadrato, si accorse che l'abbigliamento di madama di Soulanges sfidava perfino quello di madama de Vaudremout, che per un caso, forse procurato, taceva col colonnello il _vis-à-vis_ del barone e della dama azzurra. Gli sguardi si fissarono un momento su madama de Soulanges, un mormorio lusinghiero annunziava essere essa il soggetto del discorso di ogni cavaliere colla sua ballerina. Le occhiate d'invidia e d'ammirazione si incrociavano su di lei così vivamente, che la giovine donna, timida per un trionfo al quale pareva volersi sottrarre, abbassò modestamente gli occhi, arrossì e non fece che diventare più deliziosa.
Non rialzò le pupille che per guardare il suo ballerino, inebriato, come se avesse voluto scaricare su di lui la gloria di questi omaggi e dirgli che preferiva il suo a tutti gli altri: mise dell'ingenuità nella sua civetteria, o piuttosto parve abbandonarsi a quella prima ammirazione dalla quale comincia l'amore con quella buona fede che non si incontra se non nei cuori giovani. Quando ballò gli spettatori poterono facilmente credere non spiegasse le sue grazie che per Marziale; e, benchè modesta e nuova ai maneggi delle sale dorate, seppe al pari della più consumata civetta alzare a proposito gli occhi su di lui e abbassarli con una finta modestia. Quando le nuove leggi di una contradanza, inventata dal ballerino Trenis, alla quale diede il suo nome, condussero Marziale davanti al colonnello: — Ho guadagnato il tuo cavallo, gli disse ridendo.
— Sì, ma hai perduto ottanta mila lire di rendita, replicò il colonnello mostrandogli madama de Vaudremont.
— E che m'importa? rispose Marziale; madama di Soulanges vale dei milioni.
Alla fine di quella contradanza, più di un bisbiglio susurrò a più di un orecchio. Le donne meno belle facevano della morale coi loro ballerini a proposito dei vincolo nascente fra Marziale e la contessa di Soulanges. Le più belle erano sbalordite da una tale facilità. Gli uomini non concepivano la fortuna del piccolo referendario nel quale non trovavano nulla di molto seducente. Alcune donne indulgenti dicevano che non bisognava precipitare un giudizio sulla contessa; i giovani sarebbero bene infelici se uno sguardo espressivo od alcuni passi eseguiti con grazia fossero sufficienti per compromettere una donna. Marziale solo conosceva la portata della sua felicità. All'ultima figura, quando le dame della quadriglia vennero a fare il molinello, le sue dita strinsero quelle della contessa, e gli parve sentire attraverso la pelle fina e profumata dei guanti che le dita della giovane rispondessero all'amoroso suo appello.
— Madama, le disse nel punto in cui finì la contradanza, non tornate in quell'angolo odioso dove avete finora seppellito la vostra figura e la vostra toeletta. L'ammirazione è il solo profitto che possiate ritrarre dai diamanti che ornano il vostro collo così bianco e le vostre treccie così bene ordinate? Venite a fare una passeggiata nelle sale e godervi della festa e di voi stessa.
Madama de Soulanges seguì il suo seduttore, il quale pensava che gli sarebbe più certamente appartenuta, se fosse riuscito a metterla in pubblico. Ambedue fecero allora alcuni giri attraverso i gruppi, che ingombravano le sale del palazzo. La contessa di Soulanges, inquieta, si arrestava un momento prima di entrare in ciascuna sala, e non vi penetrava se non dopo aver teso il collo per gettare uno sguardo su tutti gli uomini. Questa paura, che colmava di gioja il referendario, non pareva calmata se non quando egli aveva detto alla tremante sua compagna: — Rassicuratevi, non c'è. Giunsero così fino ad un'immensa galleria di quadri, situata in un'ala del palazzo, e donde si godeva in anticipazione del magnifico aspetto di un desco preparato per trecento persone. Siccome la cena stava per cominciare, Marziale trascinò la contessa verso un gabinetto ovale che prospettava sui giardini, ove i fiori più rari ed alcuni arbusti formavano un boschetto profumato sotto brillanti tappezzerie azzurre. Il mormorio della festa la veniva a morire. Entrandovi la contessa trasalì, e rifiutò ostinatamente di seguirvi il giovane: ma dopo aver gettati gli occhi sopra uno specchio, senza dubbio vi vide dei testimonii, giacchè andò a sedersi con abbastanza disinvoltura sopra un'ottomana.
— Questo gabinetto è delizioso, ella disse ammirando una tappezzeria color del cielo tempestata di perle.
— Tutto vi respira amore e voluttà, disse il giovane estremamente commosso.
Col favore della luce misteriosa che vi regnava guardò la contessa e sorprese sulla sua fisionomia dolcemente agitata un'espressione di imbarazzo, di pudore, di desiderio, che lo incantò. La giovine donna sorrise, e quel sorriso sembrò ponesse una fine alla lotta dei sentimenti che si urtavano nel suo cuore, prese col modo più seducente la mano sinistra del suo adoratore, e ne levò l'anello sul quale aveva fermata l'attenzione.
— Il bel diamante! esclamò coll'ingenuo accento d'una giovinetta che lascia travedere le lusinghe d'un primo tentativo.
Marziale, commosso dalla carezza involontaria ma inebbriante che la contessa gli aveva fatto levandogli il brillante, fissò su di lei sguardi scintillanti come l'anello.
— Portatelo, le disse, in ricordo di quest'ora celeste e per amore di...
Essa lo contemplava con tale estasi, che egli non finì: le baciò la mano.
— Me lo regalate? ella disse con aria meravigliata.
— Vorrei offrirvi il mondo intiero.
— Non scherzate? rispose colla voce alterata da una soddisfazione troppo viva.
— Non accettate che il mio diamante?
— Non me lo riprenderete mai? chiese.
— Mai.
Ella si mise l'anello in dito. Marziale, contando su una prossima felicità, fece il gesto di passare la mano sul corpo della contessa, che si alzò di botto, e disse con voce chiara, senza emozione di sorta: — Signore, accetto questo diamante con tanto minor scrupolo, inquantochè mi appartiene.
Il referendario rimase interdetto.
— Il signor di Soulanges lo prese non ha guari sulla mia tavoletta e mi disse d'averlo perduto.
— Siete in errore, madama, disse Marziale, piccato, l'ho avuto da madama de Vaudremont.
— Precisamente, replicò ella sorridendo. Mio marito si è fatto prestare da me questo anello, l'ha regalato a lei, essa ve ne ha fatto un dono; il mio anello ha viaggiato, ecco tutto. Questo anello mi insegnerà forse tutto ciò che ignoro e mi apprenderà il segreto di piacer sempre. Signore, riprese, se non fosse stato mio, siate certo che non avrei arrischiato di pagarlo così caro, giacchè, a quanto si dice, una giovane presso voi è in pericolo. Ma ecco, continuò facendo scattare una molla nascosta sotto la pietra, vi sono ancora i capelli del signor di Soulanges.
E si slanciò nelle sale con tanta prestezza che pareva inutile tentare di raggiungerla, e d'altronde Marziale confuso non era in vena di proseguire l'avventura. Il riso di madama de Soulanges aveva trovato un'eco nel gabinetto, in cui il giovine bellimbusto scorse fra due arboscelli il colonnello e madama de Vaudremont che ridevano di tutto cuore.
— Vuoi il mio cavallo per correre dietro alla tua conquista? gli disse il colonnello.
La buona grazia con cui il barone sopportò le celie con cui l'assalirono madama de Vaudremont e Montcornet gli valse la loro discrezione su quella serata, nella quale il suo amico scambiò il cavallo di battaglia con una donna giovine, ricca e bella.
Mentre la contessa di Soulanges varcava l'intervallo che separa la Chaussée d'Antin dal sobborgo San Germano, in cui dimorava, fu in preda alle più vive inquietudini. Prima di abbandonare il palazzo di Gondreville ne aveva percorse le sale senza incontrarvi nè sua zia nè suo marito, partiti senza di lei. Dei terribili presentimenti vennero allora a tormentare la sua anima ingenua. Testimonio discreto delle sofferenze provate da suo marito dal giorno che madama de Vaudremont l'aveva attaccato al suo carro, sperava che un prossimo pentimento le avrebbe ricondotto lo sposo. Era quindi con una incredibile ripugnanza che aveva acconsentito al piano concepito da sua zia, madama di Grandlieu, ed in quel momento temeva di aver commesso un errore.
Quella serata aveva rattristata la sua anima candida. Sgomentata da principio dall'aria sofferente e cupa del conte di Soulanges, lo fu ancora più dalla bellezza della sua rivale, e la corruzione del gran mondo le stringeva il cuore. Passando sul Ponte Reale, buttò via i capelli profanati che si trovavano sotto il diamante, già offerto come pegno di puro amore. Pianse ricordando le vive sofferenze alle quali era da lungo tempo in preda, e fremette pensando che il dovere delle donne le quali vogliono ottenere la pace in casa le costringeva a seppellire nel fondo del cuore angoscie crudeli come la sua.
— Ahimè! diceva, come possono fare le donne che non amano? Dov'è la sorgente della loro indulgenza? Io non posso credere, come dice mia zia, che basti la ragione per sostenerle in tali abnegazioni.
Sospirava ancora quando il suo servitore abbassò l'elegante predella dalla quale si lanciò nel vestibolo del suo palazzo. Salì precipitosamente le scale, e quando giunse nella sua camera, trasalì di terrore vedendo suo marito seduto presso il camino.
— Da quando, mia cara, andate al ballo senza di me, senza prevenirmi? chiese con voce alterata. Sappiate che una donna senza suo marito è sempre spostata. Voi eravate singolarmente compromessa nell'angolo oscuro in cui vi eravate cacciata.
— Oh mio buon Leone, ella disse con voce carezzevole, non ho potuto resistere al piacere di vederti senza che tu mi vedessi. Mia zia mi ha condotta a questo ballo, e vi sono stata ben fortunata.
Queste parole disarmarono gli sguardi del conte della loro severità fittizia, giacchè egli si era fatto a sè stesso vivi rimproveri udendo il ritorno di sua moglie, che senza dubbio al ballo era stata informata di una infedeltà che egli sperava averle occultata, e giusta il costume degli amanti che si sentono in colpa tentava, movendo pel primo querela alla contessa, di evitare la sua collera troppo giusta. Guardò in silenzio sua moglie che gli parve più bella che mai. Felice di vedere suo marito sorridente e di trovarlo a quell'ora in una camera dove da qualche tempo veniva con minor frequenza, la contessa lo guardò così teneramente che arrossì ed abbassò gli occhi. Questa clemenza inebbriò tanto più Soulanges in quanto che succedeva ai tormenti che aveva provati durante il ballo; prese la mano di sua moglie e la baciò per riconoscenza; non si trova spesso della riconosoenza nell'amore?
— Ortensia, che hai al dito che mi ha fatto tanto male alle labbra? chiese ridendo.
— Il mio diamante, che tu dicevi perduto ed io ho ritrovato.
Il generale Montcornet non sposò madama de Vaudremont, ad onta della buona intelligenza nella quale ambedue vissero per alcuni momenti, giacchè essa fu una delle vittime dello spaventevole incendio che rese eternamente celebre il balio dato dall'ambasciatore d'Austria, in occasione del matrimonio dell'imperatore Napoleone colla figlia dell'imperatore Francesco II.
L'ELISIR DI LUNGA VITA
AL LETTORE
Nell'esordio della vita letteraria dell'autore un amico morto da tempo, gli fornì il soggetto di questo studio che più tardi trovò in una raccolta pubblicata verso il principio di questo secolo; e, secondo le sue congetture, è una fantasia dovuta al Hoffmann di Berlino, pubblicata in qualche almanacco di Germania e dimenticata nelle opere di lui dagli editori. La Commedia Umana è abbastanza ricca d'invenzioni per permettere all'inventore di confessare un innocente prestito; come il buon La-Fontaine, egli del resto avrà trattato al modo suo e senza saperlo un fatto già narrato. Questo non fu uno di quegli scherzi di moda nel 1830, epoca in cui ogni autore _faceva dell'atroce_, per il piacere delle ragazze. Quando sarete arrivato all'elegante parricidio di Don Giovanni, cercate di indovinare la condotta che in circostanze presso a poco simili terrebbero quegli onesti che, nel secolo decimonono, prendono danaro a vitalizio sulla fede di un catarro, e quelli che affittano una casa ad una vecchia per tutto il resto dei suoi giorni. Risusciterebbero essi i loro assicurati? Desidererei che dei pesatori giurati di coscienze esaminassero qual grado di somiglianza può esistere fra Don Giovanni ed i padri che maritano le loro figlie a motivo _delle speranze_. La società umana che, al dire di alcuni filosofi, cammina nella via del progresso, considera come un passo verso il bene l'arte di attendere la morte? Questa scienza ha creato dei mestieri onorevoli, mediante i quali si vive della morte. Lo stato sociale di certe persone è quello di sperare una morte; la covano, accoccolandosi ogni mattina sopra un cadavere, e se ne fanno un guanciale per la sera: sono i coadjutori, i cardinali, i sopranumerari, i tontinieri, ecc. Aggiungetevi molte persone delicate, che hanno premura di acquistare una proprietà il cui prezzo è superiore ai loro mezzi, ma che stabiliscono logicamente ed a freddo le probabilità di vita che restano ai loro padri od alle loro suocere, ottuagenarie o settuagenarie, dicendo: — «Prima di tre anni erediterò necessariamente e, allora....» Un omicida ci dà meno nausea di una spia. L'omicida ha forse ceduto a un moto di pazzia, può pentirsi, riabilitarsi. Ma la spia è sempre spia; è spia in letto, a tavola, camminando, di giorno, di notte; è vile ogni minuto. Si può essere omicida come è vile una spia? Eppure non ravvisate nella società una folla di esseri indotti dalle nostre leggi, dai nostri costumi, dagli usi, a pensare incessantemente alla morte dei loro, ad agognarla?
Essi pensano ciò che vale una bara contrattando dei _cachemires_ per le loro donne, salendo le scale di un teatro, desiderando di andare ai _Bouffons_, sospirando una carrozza. Assassinano delle care creature, incantevoli di innocenza, nel momento in cui la sera offrono loro da baciare le fronti infantili dicendo: «Buona sera, papà!» Vedono ad ogni momento degli occhi che vorrebbero chiudere e che si riaprono ogni mattina alla luce come quelli di Belvidero in questo _studio_. Dio solo sa il numero di parricidii che si commettono col pensiero! Figuratevi un uomo che deve passare mille scudi di rendita vitalizia ad una vecchia, e che ambedue vivono in campagna, separati da un ruscello, ma abbastanza estranei l'uno all'altra, per potere odiarsi cordialmente senza mancare a quelle convenienze umane che mettono una maschera sul viso di due fratelli, di cui l'uno avrà il maggiorasco, l'altro una legittima. Tutta la civiltà europea riposa sull'_eredità_ come sopra un perno; sarebbe stoltezza sopprimerlo, ma non si potrebbe, come nelle macchine che formano l'orgoglio della nostra epoca, perfezionare questa ruota essenziale?
Se l'autore ha conservato questa vecchia formola: _Al lettore_ in un'opera in cui cerca di rappresentare tutte le forme letterarie, si è per fare un'osservazione relativa ad alcuni studii ed in ispecie a questo. Ognuna delle sue composizioni è basata su delle idee più o meno nuove, la cui manifestazione gli sembra utile; può tenere alla priorità di certe forme, di certi pensieri, che, di poi, sono passati nel dominio letterario, e si sono talvolta volgarizzati. Le date della primitiva pubblicazione di ciascun studio non devono dunque riuscire indifferenti a quelli dei lettori che vorranno rendergli giustizia.
La lettura ci procura amici sconosciuti, e quale amico è un lettore! Abbiamo degli amici noti che non leggono una riga di nostro! L'autore spera aver pagato il suo debito dedicando quest'opera DIIS IGNOTIS.
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In un sontuoso palazzo di Ferrara, una sera d'inverno Don Juan Belvidero, dava un festino ad un principe della casa d'Este. A quell'epoca una festa era uno spettacolo meraviglioso che solo potevano realizzare ricchezze da re o da gran signore. Sedute intorno ad un tavolo illuminato da candele profumate, sette allegre dame scambiavano dolci propositi fra ammirabili capi d'opera, i cui candidi marmi si staccavano sulle pareti di stucco rosso e contrastavano coi ricchi tappeti di Turchia. Vestite di seta, scintillanti d'oro e cariche di pietre preziose che brillavano meno degli occhi loro, tutte raccontavano energiche passioni, ma diverse come lo erano le loro bellezze. Esse non differenziavano nè di parole nè di idee; l'aria, uno sguardo, qualche gesto e l'accento servivano alle loro parole di commentarii libertini, lascivi, melanconici o scherzosi.
Una pareva dire: — La mia bellezza sa riscaldare il cuore gelato dei vecchi.
L'altra: — Amo restare sdrajata sui cuscini, per pensare con ebbrezza a quelli che mi adorano.
Una terza, novizia di queste feste, voleva arrossire: — In fondo del cuore sento un rimorso, ella diceva. Sono cattolica ed ho paura dell'inferno. Ma vi amo tanto, oh tanto, che posso sacrificarvi l'eternità.
La quarta, vuotando una tazza di vino di Chio, sclamava: — Viva l'allegria! Ad ogni aurora io prendo una nuova vita. Dimentica del passato, ebra ancora degli assalti della vigilia, tutte le sere esaurisco una vita di felicità, una vita piena d'amore!
La donna seduta presso Belvidero lo guardava con occhi infocati. Era silenziosa. — Non mi affiderei ai _bravi_ per uccidere il mio amante, se mi abbandonasse! Poi aveva riso; ma la sua mano convulsiva rompeva una scatola d'oro da confetti, miracolosamente scolpita. — Quando sarai tu granduca? dimandò la sesta al principe con una espressione di gioja omicida fra i denti, e di delirio bacchico negli occhi. — E tu, quando morrà tuo padre? disse la settima ridendo e gettando il suo mazzo a Don Giovanni con un gesto inebriante di civetteria. Era una innocente giovinetta, avvezza a scherzare con tutte le cose sacre. — Ah! non me ne parlate, gridò il giovine e bello Don Juan Belvidero, non vi è al mondo che un padre eterno, e sventura vuole che l'abbia io.
Le sette cortigiane di Ferrara, gli amici di Don Giovanni ed il principe stesso gettarono un grido d'orrore. Duecento anni dopo e sotto Luigi XV la gente di buon gusto avrebbe riso di quella sortita. Ma fors'anche sul principio di un'orgia le anime avevano ancora troppa lucidità. Ad onta del fuoco delle candele, del grido delle passioni, dell'aspetto dei vasi d'oro e d'argento, del fumo dei vini, ad onta della contemplazione delle donne più incantevoli, vi era forse ancora, nel fondo dei cuori, un po' di quella vergogna per le cose umane e divine che lotta fino a tanto che l'orgia l'abbia annegata negli ultimi fiotti d'un vino spumante. Tuttavia i fiori erano già appassiti, gli occhi si inebetivano, e l'ubbriachezza guadagnava terreno, secondo l'espressione di Rabelais, fino ai sandali. In quel momento di silenzio, s'aprì una porta e, come al convito di Baldassare, Dio si fece riconoscere; comparve sotto le sembianze di un vecchio domestico dai capelli bianchi, dal passo tremante, dalle sopraciglia contratte; entrò con aria triste, sprezzò con un'occhiata le corone, le tazze di vermiglia, le piramidi di frutta, lo splendore della festa, la porpora dei volti sbalorditi ed i colori dei cuscini su cui si affondavano le candide braccia delle donne; finalmente gettò il lutto su quella follia dicendo con voce cavernosa queste tristi parole: — Monsignore, vostro padre è moribondo. Don Giovanni si alzò dicendo ai suoi ospiti un gesto che può tradursi così: «Scusatemi, non sono cose che accadono tutti i giorni.»
La morte di un padre non sorprende spesso i giovan nel mezzo degli splendori della vita, nel seno delle follie di un'orgia? La morte è così subitanea ne' suoi capricci come una cortigiana nelle sue collere; ma, più fedele, non ha mai ingannato alcuno.
Quando Don Giovanni ebbe chiusa la porta della sala, camminò in una lunga galleria altrettanto fredda quanto oscura, e si sforzò di assumere un'apparenza teatrale; pensando alla sua parte di figlio aveva buttata via col tovagliolo la mattana. La notte era nera. Il servitore silenzioso che conduceva il giovine verso una camera mortuaria, faceva scarsamente lume al suo padrone, di modo che la _morte_, ajutata dal freddo, dal silenzio, dall'oscurità, per una reazione d'ubbriacatura forse, potè insinuare alcune riflessioni nell'animo di questo dissipatore, che interrogò la sua vita e divenne pensieroso come un uomo sotto processo che s'incammina al tribunale.
Bartolomeo Belvidero padre di Don Giovanni era un vecchio nonagenario che aveva passata la maggior parte della sua vita nei traffichi mercantili. Avendo spesso attraversati i magici paesi dell'Oriente, aveva acquistate immense ricchezze e cognizioni, come egli diceva, più preziose dell'oro e dei diamanti dei quali allora più non si curava. — Preferisco un dente ad un rubino ed il potere al sapere, diceva qualche volta sorridendo. Questo buon padre si compiaceva nell'udire Don Giovanni raccontargli una scappata giovanile, e diceva con aria maligna prodigandogli l'oro: Mio caro figlio, non fare altre sciocchezze che quelle le quali ti divertiranno. — Era il solo vecchio che provasse piacere a vedere un giovane; l'amor paterno lo illudeva nella contemplazione di una vita così brillante. All'età di sessant'anni Belvidero si era innamorato di un angelo di pace e di bellezza. Don Giovanni era stato il solo frutto di questo tardo e passeggero amore. Dopo quindici anni il buon uomo deplorava la perdita della sua cara Juana. I numerosi suoi servitori e suo figlio attribuivano a questo dolore del vecchio le singolari abitudini che aveva contratte. Rifugiato nell'ala più incomoda del suo palazzo, Bartolomeo non ne usciva che assai di rado, e Don Giovanni stesso non poteva penetrare nell'appartamento di suo padre senza averne ottenuto il permesso. Se questo volontario anacoreta andava e veniva nel palazzo, o per le vie di Ferrara, pareva in cerca di cosa che gli mancasse; camminava tutto impensierito, indeciso, preoccupato come un uomo in lotta con un'idea o con un ricordo. Mentre il giovane dava delle feste sontuose, ed il palazzo rimbombava degli scoppii della sua gioja, i cavalli scalpitavano nelle corti e i paggi questionavano giocando ai dadi sui gradini, Bartolomeo mangiava sette oncie di pane al giorno e beveva dell'acqua. Se gli occorreva un po' di pollame, era per darne le ossa ad un barbone nero, suo fedel compagno. Durante la malattia, se il suono del corno e gli abbajamenti dei cani lo sorprendevano nel sonno, si accontentava di dire: — Ah! è Don Giovanni che rincasa.