La notte del Commendatore

Part 7

Chapter 7 3,875 words Public domain Markdown

Sicuramente, lassù si parlava di lui. Nel volgersi che fece macchinalmente alcuni secondi dopo, si avvide che anche il marchese di San Ginesio aveva chinato gli occhi a guardarlo. Ariberti lo avrebbe liberato volentieri da quella molestia. A lui non premeva punto di destar l'attenzione del tiranno prima del tempo. Scellerato Candioli! Non poteva aspettare a metter fuori le sue indicazioni quando il tiranno sullodato fosse uscito di là?

Ma la tortura del nostro innamorato non era finita con quella guardata del marchese. Ariberti doveva bere fino all'ultima goccia il calice amaro della sua gloria. La conversazione intorno ai fatti suoi (che non poteva essere altrimenti con tutto quel lavoro di binocoli) era interrotta o conchiusa con una risata della signora. Il povero studente, impacciato come un pulcino nella stoppia n'ebbe una stretta dolorosissima al cuore. Come mai una dama di quella sorte, per solito così severa e contegnosa, dava in uno scoppio di risa? Imperocchè, non c'era da sofisticarci su, gli era stato uno scoppio; argentino, se vogliamo, ma l'epiteto non toglieva nulla al sostantivo. E proprio nel guardar lui; e proprio nel ragionare di lui!

Che diamine le aveva detto il cagnolino inglese? Forse si era fatto beffe de' suoi versi? O del nome di Nicolò mutato in Ariberto? O della sua qualità di provinciale? Comunque fosse, la sua vanità aveva toccato un colpo profondo; comunque fosse, poi, la bella e severa Giunone aveva dato in uno scoppio di risa, come avrebbe fatto la più umile, la più volgare tra tutte le donne di questo basso mondo, poniamo la signora Giuseppina Giumella, fiorista in via Doragrossa.

S'intende che tutti questi ragionamenti il nostro eroe non li faceva lì per lì dal suo sedile, ma per via, nel tornarsene a casa, torbido e sbuffante come una belva ferita che si ripara nel suo covo. Là, in teatro, fu solamente cruccioso e impacciato. Non volse più gli occhi al palchetto di seconda fila; anzi, rannicchiatosi nella poltrona, col collo tirato in dentro come le tartarughe e colle ginocchia alla sciamannata contro la spalliera della poltrona che aveva davanti a sè, rimase per tutto il rimanente dello spettacolo voltato dall'altra parte.

Giunone non si avvide di quel broncio terribile. Anche lei, come portavano le consuetudini della civil compagnia, dato al signorino quell'istante di attenzione che era consentito dal discorso, non aveva più posto gli occhi su lui.

La notte di Ariberti fu inquieta. Mulinò sul guanciale truci pensieri e propositi di arcane vendette. Voleva salire in fama, farsi amare da quella donna e poi disprezzarla, come aveva letto d'un eroe da romanzo; ma pensò con ragione che queste peripezie facili a svolgersi in una tela da romanzo, non lo erano del pari nella vita comune, dove le signore donne sogliono curarsi poco, assai poco, degli uomini illustri. Pei giovanotti, che si sono bene o male educati a questo culto, studiando il _De Viris_ e la storia della letteratura, non c'è che dire, un grand'uomo è un grand'uomo; per le donne è tutt'altro; qualche volta, per esempio, è un noioso, e si sospetta generalmente che prenda tabacco.

Piuttosto, avrebbe dovuto darsi alla gaia vita, diventare uno zerbinotto, celebre per le sue avventure e per qualche elegante capestreria. Ma di questi Don Giovanni ce n'erano già tanti in ordine di marcia, che il nostro Ariberti correva il rischio di giunger l'ultimo, e quando non ci fosse stato più sugo a tentare l'impresa. Voleva una vendetta più spicciativa, lui; ma sì, pigliala! Tra l'altre belle invenzioni, pensò di non guardar più quella donna, di andare a farsi trappista, per raccontare la sua storia a qualche giramondo francese, il quale vi avrebbe tessuto un capitolo d'_Impressioni_; le quali sarebbero cadute sotto gli occhi di lei; la quale... Insomma, un monte di scioccherie, sulle quali si addormentò finalmente, ma per sognare di guardate superbe e beffardi scoppi di risa.

Il giorno dopo era venerdì, e quella sera il teatro Regio era chiuso. Giorno nefasto! Ariberti non si accostò nemmeno all'atrio dell'università; ingoiò dell'assenzio, bevanda de' forti, e scrisse a sfogo un centinaio di giambi. Venne il sabato e tutta la sua rabbia era smaltita; non gli era rimasto nel cuore che un dolor sordo, che io paragonerei volentieri a quello del mal di denti quando è per andarsene, se non temessi di farmi mettere al bando dalle anime innamorate. Quella sera il teatro era aperto, anzi v'era spettacolo nuovo, e il gran concorso degli spettatori, collo scintillìo di tutte le stelle di prima e di seconda grandezza sul meridiano del Regio, oscurò la luce tapina di quel povero satellite che si chiamava Ariberti. La metafora vuol dire che la marchesa di San Ginesio non mostrò di avvedersi che egli fosse al mondo. Rinunzio a descriver la notte; _animus meminisse horret, luctuque refugit._

Venne la domenica. Ma le domeniche la marchesa non andava a teatro, salvo che in certi casi eccezionali. E quella sera il caso eccezionale mancava; nè l'Ariberti poteva gloriarsi di esserne lui uno. Gli bisognò dunque aspettare il lunedì sera. Ma ohimè! per quanto lo spettacolo non avesse più il pregio della novità e la sala non offrisse più le distrazioni dell'altra volta, madonna non pose mente a lui, nè si accorse de' suoi atti, o delle sue giaculatorie, rincalzate dal più operoso binocolo che uscisse mai dalle vetrine di Fries.

Come fare a destar l'attenzione di quella superba? L'Ariberti avrebbe rotto volentieri un bracciuolo della poltrona, o invitato ad alta voce il contrabasso a scorciare di due palmi il braccio del suo molesto istrumento. Fece in cambio la ragazzata di applaudire una seconda ballerina di contrattempo, e senza che un cane gli tenesse bordone.

Lo zittirono, com'era naturale, e tutti gli sguardi si volsero a lui, che si provò a star duro come un milorde inglese, quantunque si sentisse venir rosso fino alla radice dei capelli. Per altro, non andò guari che dovette allibire, avendo veduto con quella benedetta coda dell'occhio che la signora, seguendo il moto delle teste, aveva posto lo sguardo su lui e lo considerava coll'aria attonita di chi non capisce la ragione di un atto, o di una parola, che potrebbe anco esser l'atto, o la parola di un pazzo. Questo, nella sua foga giovanile, non aveva preveduto l'Ariberti; il quale giurò in cuor suo di non far più capo a così eroici spedienti.

Finito il ballo, che gli parve assai lungo, uscì dal teatro, senza volerne saper altro. Voleva in quella vece andare al caffè, e bere del pònce. Nel vestibolo incontrò il conte Candioli, che scendeva allora dalla scala dei palchetti.

--_Arrêtez donc? Où diable courez-vous si vite?_--gli gridò il contino alle spalle.

Ariberti lo avrebbe mandato lui al diavolo; ma bisognava adattarsi alla necessità e far bocca da ridere.

--Vo a prender aria;--rispose egli, dopo aver stretta la mano che il signor conte si degnava di porgergli.

--Aspettate quella della prima donna, perbacco!--sclamò il Candioli, felice d'avere imbroccato un bisticcio.--Il terz'atto è il più bello dell'opera.

--Ma io, veramente....

--Sì, capisco--interruppe l'altro ridendo;--voi andate ad appostarvi sull'uscita del corpo di ballo. _Avouez-le, heureux fripon_; voi aspettate la piccola Diavolina.--

Diavolina era il nome che portava nel ballo la danzatrice «di rango italiano» applaudita pur dianzi dall'Ariberti.

--Io? Non la intendo;--diss'egli confuso.--Andavo a bere un pònce; ed anzi, se il signor conte vuole onorarmi...

--Grazie, non posso. Questa sera son di servizio; ho da accompagnare a casa la baronessa Vergnani, che ha il marito in missione a Monaco e che offre un tè ai suoi cavalieri di quest'inverno. _Vous voyez ça d'ici_; Penelope che convita i Proci! Ma a proposito della piccola Diavolina, che diamine v'è saltato in mente, mio caro, di applaudirla a quel modo? Siete il suo _valet de coeur_?

--Che! non la conosco neanche per prossimo.

--Ah, meglio così; perchè, a dirvela qui _entre nous deux_, quella piccina non val proprio nulla. E poi c'è il suo re di danari, il cavaliere di Grugliasco, che ve la contenderebbe _à outrance_. Intanto, vedete, voi ve ne siete fatto un nemico mortale, poichè con quell'applauso avete esposta la sua bella a pigliarsi dei fischi.

--Ah sì? Non me ne importa proprio un bel nulla.

--_Prenez garde!_ Il cavaliere passa per la prima lama di Torino.

--Le ripeto, signor conte, che ciò non mi fa caldo nè freddo. Col mal umore che ho in corpo, la romperei anche con il gran lama del Tibet.

--_Pas mal, pas mal!_--disse Candioli, con un cenno del capo che indicava il buongustaio.--_Mais quelle mouche vous a piqué?_ Sareste in collera con Giunone?--

Ariberti si rabbruscò a quel ricordo dei loro discorsi di caffè.

--Le ho già detto, signor conte, che in tutta quella chiacchiera del Vigna non c'era una parola di vero.

--Eh via! Non sofistichiamo. Se non c'era allora, ci può essere adesso. L'altra sera vi ho colto in flagranti di contemplazione.

--Sì, non lo nego, l'ho guardata;--balbettò l'Ariberti, confuso;--ma come ne ho guardate tante altre, e non ci sono più tornato.

--Davvero?

--Glielo assicuro.

--_Tant mieux!_ Mi pare di avervelo già detto; è una donna troppa fredda. _On ne lui connait pas la moindre aventure._

Quella frase, buttata là a caso dal contino, suonò dolcemente all'orecchio d'Ariberti. Egli, per vero, non avrebbe saputo dirne il perchè, quando pure si fosse fermato a pensarci; ma provava una certa consolazione a sentire che quella superba donna, la quale rideva di lui, facesse piangere gli altri; che certamente erano in molti a sospirare per lei.

E tuttavia, quella risata gli stava sempre sul cuore. Avrebbe voluto chiederne al conte, e saperne, come suol dirsi, l'intiero. Ma sì, per riuscire al suo fine, gli sarebbe bisognato scoprirsi troppo, confessare ch'era stato tutt'occhi per la marchesa, che si era avveduto dall'accenno a lui, e via via tutta una filatessa di cose da non dirsi al Candioli. E poi, anche disponendosi a ciò, il nostro provinciale non avrebbe saputo come prenderla.

Così avvenne che rimanesse colla voglia e colla stizza, non bene affogate più tardi nel pònce, che fu ad un pelo di scottargli il palato. Di tornare in teatro, dopo quella memoranda impresa dei battimani, non sentiva più il desiderio. Anche quella vergogna gli stava sul cuore, e in quel momento poi, anche la marchesa gli era venuta in uggia, per quella sua attonita e altezzosa guardata.

A farla breve, il nostro innamorato era in quella sera un tal misto di contradizioni, che io rinunzio a descriverlo, per non sembrarvi più matto di lui.

In casa, dove finalmente si ridusse colle sue stravaganze, lo aspettava una novità. Sul suo tavolino da notte, appoggiata al piattello del candeliere perchè avesse a dargli subito nell'occhio, stava una lettera per lui. La soprascritta, di mano evidentemente femminile, oltre la calligrafia poco sicura dimostrava un'ortografia male in gambe. E non era qui tutto, poichè l'Ariberti nel rivoltare la lettera, vide che era sigillata colla metà d'una volgarissima ostia.

--Chi diavolo ha potuto scrivermi?--domandò mentalmente a sè stesso.

Al nostro eroe era passato per la fantasia un nembo di lettere profumate in carta di seta, collo stemma impresso a colori sulla ripiegatura, e con una mano di scritto affilettata all'inglese; sogni tutti e desiderii della sua giovinezza precoce. Ed ecco, gli capitava in quella vece alle mani una letteraccia in carta comune, mal ripiegata, peggio sigillata, e probabilmente piena di scarabocchi, sul fare di quelli che la soprascritta portava ad insegna.

Basta, non è tutto oro nel mondo, e Ariberti doveva contentarsi per quella volta agli spiccioli di rame. Chi sa? poteva anche essere oro misto. Imperocchè dopo tutto ci son pure delle care e belle donnine, che hanno una brutta calligrafia e che suggellano le lettere coll'ostia.

Il giovine aperse tra rassegnato e curioso quella che gli mandava per allora il destino. Essa incominciava «illustrissimo signor Riberti» che gli fece di scoppio «_rizzar le chiome sul crin_», come cantò elegantemente un poeta di mia conoscenza.

Oramai, non c'era più da sperare. Ariberti corse cogli occhi in fondo alla lettera. E qui, s'egli avesse avuto la memoria più pronta, non ci sarebbe stato neanche da stupirsi. La firma era quella della «sua devotissima serva, Giuseppina Giumella» di quella fiorista in via Dora Grossa e pigionale della signora Paolina, in via degli Argentieri, che i lettori conoscono.

Il primo atto che fece egli al leggere quella firma, voleva dire: che nome prosaico! chi sarà mai questa devotissima serva? E stava rigirandosi il foglio tra le dita, ma senza cavarne un costrutto. Laonde, si appigliò allo spediente più ovvio, che era quello di leggere, o, per dire più veramente, di decifrare quei geroglifici.

La signora Giuseppina lo ringraziava del bene che aveva avuto da lui e giurava che gliene sarebbe stata riconoscentissima «fino all'estremo anelito»; la qual frase faceva testimonianza d'una certa coltura letteraria, raspata nei libretti d'opera. Finiva pregandolo caldamente a voler passare da lei, per una cosa di molta importanza che aveva a dirgli.

Ariberti si ricordò allora della pigione pagata, e gli tornò anche in mente, sebbene veduto alla sfuggita, il tipo della ragazza che aveva occupato l'antico domicilio di Filippo Bertone.

Ma che cosa voleva costei? La vanità nascente non permise al giovine di dare al fatto la spiegazione più naturale. Di certo, quella ragazza gli aveva a parlare per conto d'altrui, e molto probabilmente d'una donna. A quella supposizione che gli faceva intravedere un intrigo donnesco, si sentì battere il cuore. Infatti, e non poteva esser proprio così? Non faceva essa la fiorista in uno dei più riputati negozi di Torino, dove certamente praticavano le più eleganti signore della città?

Di questa guisa, tra l'immagine della marchesa e quella di Giuseppina Giumella, che la sua ferace fantasia accoppiò per alcuni momenti in un medesimo intrigo, tra gli zitti della vigilia e la visita del giorno imminente, il nostro eroe dormì poco e balzò dal letto più presto del solito.

Quella mattina si vestì con una ricercatezza che mai la maggiore, si profumò, si lisciò un'ora allo specchio, come se si fosse trattato di un ripesco amoroso. Si è detto che ogni donna, alle sue ore, è un pochino civetta; ma io vi so dire che l'uomo è un civettone senz'altro. Il mio eroe uscì di casa azzimato come un vero damerino e si avviò verso quella benedetta strada degli Argentieri, che gli pareva tutt'altra da quella di prima. Salì le note scale con un po' di rimescolo nel sangue; chè non si era mai trovato fino allora in un caso simile. Per altro, siccome non era un andare alla morte, si fece animo come potè, e ravviati colla mano i morbidi capegli sul fronte, e tirate due punte, o per dir meglio, due ombre di baffi, diede una scossa al campanello che sapete.

L'uscio si aperse prontamente, e la signora Giuseppina Giumella, fatto entrare il visitatore, fu pronta del pari a richiuderlo. Certo ella era stata in ascolto colla mano sul catenaccio, e avea fretta di chiuder quell'uscio, perchè quella curiosaccia della signora Paolina, facendo capolino dal suo, non vedesse lo studente. Anche lei era vestita con una certa attillatura, e i suoi capegli biondi, indocili al pettine, apparivano assettati con cura. Ed anche lei si vedeva confusa, e dopo avergli additato una scranna presso l'abbaino, stette lì cogli occhi bassi e in silenzio, quasi non sapesse neppur lei da che parte incominciare.

C'era, a diportarsi in tal modo, il suo bravo perchè. L'accorta ragazza voleva piantare un chiodo, e le premeva di non parergli sfacciata. Dai discorsi della padrona di casa, aveva fiutato subito la selvaggina e non voleva lasciarsela fuggire di mano. C'era di mezzo un certo giovinastro, studente di medicina, frequentatore di bische, il quale non le avrebbe anche levati quei pochi che ella guadagnava col suo lavoro di tutta la settimana. Ora, senza contare ch'ella era già stanca di quell'arnesaccio e lo avrebbe volentieri mandato a quel paese, la fiorista cercava un'anima gentile, un cuore ben fatto, che sapesse intendere il suo e le prestasse lì per lì una cinquantina di lire. Come si vede, era modesta ne' suoi desiderii, e una così piccola somma l'avrebbe trovata soltanto a scendere in istrada per chiederla al primo che fosse passato di là. Ma questo forse non faceva comodo alla signora Giuseppina. Ci aveva il ricordo fresco della cortesia d'Ariberti, cortesia fatta senza pur conoscere a chi la usasse. E questo era un precedente degno di nota.

Donde il proposito fatto di rivolgersi a lui e il bisogno, se voleva riuscire nell'intento, di mostrarglisi amabilmente confusa.

Ariberti fu quello che doveva essere in una simile occasione; cioè a dire un pretto collegiale. Le vide i lucciconi sugli occhi e non seppe resistere. Certo, egli cadeva un po' giù dalle sue prime illusioni. Ma la signora Giumella era tanto graziosa, a quel lume mattutino! E poi, non rideva di lui, come quell'altra! Infine, chi sapesse da quali piccole cause dipendono spesso gli atti più rilevanti di un' uomo!....

Fo punto, perchè credo che la cosa sia stata già detta e stampata da Panfilo Castaldi in poi, almeno un migliaio di volte.

CAPITOLO VI.

Dove s'illustra il motto: "amici da starnuti" e si fanno anche due preziose conoscenze.

Una mattina di gennaio il contino Candioli se ne stava ritto e impettito davanti allo specchio, vestendosi comodamente alla vampa di un buon fuoco che scoppiettava allegro nel suo quartierino, posto ad un piano più su di quello che abitava S. E. il conte padre. Si vestiva di mezza parata, per andare all'università, ma la testa era già stata a lungo nelle mani del cameriere, il quale l'avea ridotta quel portento di bellezza che sapete.

Levatosi l'accappatoio, che lo rendeva abbastanza ridicolo, ma che gli era stato necessario poc'anzi per l'acconciatura del capo, il signorino indossava una sottoveste di stoffa inglese tutta bioccoli come il mantello d'un can barbone, e vi gittava leggiadramente su la catenella dell'orologio, allorquando rientrò il cameriere.

--_C'est toi, Lafleur?_--diss'egli, vedendo riflettersi nella spera la faccia tonda e spelacchiata del servo che si lasciava chiamare con quel nome da commedia.--Che cosa vuoi?

--C'è in anticamera un signore che domanda di parlare al signor conte.

--Ha detto il suo nome?

--Sì, signor conte. È il signor Ariberti.

---_Que diable?_ a quest'ora!--esclamò il conte, facendo un gesto d'impazienza.--Ma tu gli avrai detto...

--Che il signor conte si sta vestendo per uscire. Ma egli mi ha risposto che è amicissimo del signor conte, che ha da parlargli di cosa urgente per lui, e che certamente, udito il suo nome, il signor conte lo farebbe entrare.

--_Mon Dieu, quel ennui!_ Ed io che prima di andare all'università volevo passare da piazza San Carlo, per chieder notizie della baronessa!...

--Se il signor conte lo comanda, gli dirò che è aspettato da sua Eccellenza, prima di uscire, e che non ha un minuto da perdere.

---No, no;--disse il giovane patrizio con aria di rassegnazione;--_exécutons-nous puisqu'il est ici._ Fallo entrare.--

Il cameriere uscì, dopo avere aiutato il suo padrone a infilare un soprabito turchino, mostreggiato di velluto.

--_Eh bien, arrivez donc, mon cher!_...--gridò il contino, udendo il passo di Ariberti sulla soglia.

--_Quel bonheur de vous voir!_... Ma che avete?--soggiunse tosto, mutando idioma ed accento.--Siete pallido come un moribondo.

--Signor conte,--disse Ariberti, con aria abbattuta,--c'è di peggio; sono un uomo morto.

--_Diable!_ E che cosa vi è intervenuto?

--Che sono stato insultato, provocato a duello ieri sera.--

Il conte Candioli si rizzò nobilmente sulla persona, inarcò le ciglia e stette nell'atteggiamento dell'Apollo di Belvedere, guardando il suo interlocutore.

--_Il faut se battre;_--sentenziò egli poscia, con gran sicumèra.--È la mia opinione.

--Capisco;--rispose Ariberti;--e non è difatti per questo che io... Insomma, sono dispostissimo ad andare sul terreno, quantunque io non abbia mai tenuto arma in pugno....

--Male!--interruppe quell'altro.--Pigliate esempio da me, che mi esercito nel maneggio delle armi ogni giorno.

--Ella ha ragione;--disse Ariberti.--Comincio a capire che bisogna tenersi preparati sempre a respingere un insulto, o un atto di prepotenza del nostro simile. Ma, lo ripeto, non è per questo che io ero venuto da Lei; bensì per un'altra faccenda che mi mette in pensiero. Non ho ancora potuto trovare due padrini da poter mandare al mio avversario. Vigna e Balestra non se ne intendono affatto. Ferrero si schermisce, mettendo innanzi le sue grandi occupazioni. Sono andato a cercar d'altri, ma non li ho trovati in casa. Ed ecco perchè son venuto ad importunar Lei, signor conte, che mi ha sempre dimostrato tanta benevolenza. So bene che non dovrei incomodare un suo pari, ma pensi a mia scusa che non ricorro al più autorevole, se non quando i meno mi abbandonano.

--Ah sì.... grazie--balbettò il contino, impacciato.

--Ma vediamo prima.... consideriamo... Infine, di che cosa si tratta?

--Ecco qua. Devo premettere che ho conosciuto, or non è molto, una povera ragazza....

--Ci siamo; _une amourette!_

--No, non c'è nulla di questo;--disse Ariberti, facendosi rosso.--Quella poverina mi aveva toccato il cuore colle sue disgrazie, e mi accade di farle servizio una prima volta. L'avevo conosciuta per caso, e fu ella che domandò di rivedermi, per chiedermi dell'altro, che non mi diè l'animo di ricusare.

--Fin qui non vedo niente che meriti una riparazione d'onore;--notò il Candioli, con un burlesco sussiego.--_Allez toujours!_

--Così ero entrato in relazione con quella giovane, che fa la fiorista in via Doragrossa, e, tra un servizio chiesto e un servizio reso, Ella mi intenderà, ho dovuto rispondere a qualche sua lettera.

--Le avete scritto?

--Sì, cinque o sei volte.

--Malissimo! Non scrivete mai lettere! Imitate Carlomagno, che non ne scrisse mai, _et pour cause!_--

Ariberti, tutto pieno de' sopraccapi com'era, non ebbe agio di gustare l'arguzia.

--Ora,--ripigliò il nostro eroe,--egli sembra che la ragazza ci avesse un cugino, diventato tenero tutto ad un tratto della parentela, il quale ha trovato le lettere mie e gli hanno preso le furie.

--Un cugino!--esclamò il Candioli.--Fosse almeno un fratello! E come si chiama questo cugino? Donde viene? Che cosa fa?

--Che so io? È un certo Forniglia, o giù di lì; studente di medicina, a quanto dicono, ma che all'università non si è mai visto. Ferrero dice che è un giovinastro di bassa mano, frequentatore di bische; insomma un mascalzone. Contuttociò, egli ha trovato due persone pulite, almeno in apparenza, che son venute a propormi un certo dilemma....

--Sentiamo il dilemma.

--Eccolo qua. Pretendono che io abbia fatto perdere il suo buon nome alla ragazza. Una fiorista, noti, una fiorista che sta da sola in una camera d'affitto, in via degli Argentieri! E per questo mi mettono davanti l'_aut aut;_ o sposare la cugina del signor Forniglia, o battermi con lui all'ultimo sangue. Di qui non si esce. E adesso Lei capirà, signor conte, che io non potevo esitare nella scelta. Lasciamo stare che son figliuol di famiglia e sottoposto alla patria potestà. Ma non si può ammettere nemmeno per celia che io sposi la signora Giuseppina Giumella, una ragazza che vive da sola in Torino, che tira stoccate alla mia borsa, e che tutto ad un tratto mi diventa una santa innocentina, con tanto di protettore da fianco.

--Sposarla! _Mais pas le moins du monde, parbleu!_

--Or dunque, venendo alla conclusione, i padrini di questo signor Forniglia mi hanno aspettato iersera sull'uscio di casa mia, dopo il teatro. Ed io ho dovuto prendere appuntamento per quest'oggi, sul mezzodì, al caffè dell'Aquila, dove si sarebbero abboccati coi miei padrini.

--Se riuscirete a trovarne!--disse gravemente il Candioli.