Part 4
--Orbene, provvediamo subito all'essenziale. Il signor conte ci fa egli la grazia di toccarne a Sua Eccellenza? Un padre come quello non vorrà certamente ricusare cosa alcuna a suo figlio.
--«A tanto intercessor nulla si niega»--soggiunse Balestra.
--Sì, parlerò;--disse il contino, con quel suo caro sussiego;--parlerò fin da domani. Oggi ho da fare un mondo di cose. Prima di tutto, debbo passar da Barale, per vedere gli ultimi capi che gli son giunti da Parigi. È un buon sarto, il Barale, e imita abbastanza bene il taglio di Humann. _Quelquefois, même, c'est a s'y méprendre._ Poi, verso il tocco, vado dalla marchesa di San Ginesio, che ha ricevuto da Milano una stupenda pariglia di _gris pommelés_, per le sue uscite di mattina. A proposito, ecco un mantello che in italiano non si sa come esprimerlo.
--O come? Leardo pomato;--disse il Vigna timidamente.
--_Soit_;--rispose il contino, un tal po' sconcertato; ma quando avrete detto leardo pomato, chi vi capirà? _Tandis que_, se voi dite _gris pommelé_, ecco, vi capiscono tutti.
--Eh, non dico di no;--balbettò il Vigna, confuso da quella sorte di logica.
--La marchesa di San Ginesio,--entrò a dire il Ferrero, è quella --bellissima signora, che ha il palchetto al teatro Regio, in seconda --fila, a sinistra?
--Si, proprio quella; _une femme superbe_.--
Ariberti, all'udire il nome della marchesa di San Ginesio, aveva teso l'orecchio, come un buon cane da fermo quando ha fiutato la starna; e intanto si era fatto vermiglio in volto, come una ciliegia, o, se vi garba, come un collegiale.
--Una vera Giunone!--esclamò il classico Vigna. Non è vero, Ariberti? --Ti ricordi che l'abbiamo veduta parecchie volte e lungamente --ammirata dal basso della platea, dove stiamo noi, miseri mortali, a --contemplare l'Olimpo?
--Si... mi pare...--farfugliò Ariberti impacciato.
--Come, mi pare? Se non potevi mai spiccar gli occhi dal suo palchetto! Povera a lei se, dove giungevano gli occhi, fossero arrivati i denti! Tu le avresti levato i pezzi a dirittura.
--Ah ah! bravo, Ariberti! Non saresti mica un cannibale?
--Non date retta; sono invenzioni di Vigna.--
E così dicendo, Nicolino Ariberti dava all'amico imprudente certe occhiate feroci, che mal per lui se avessero avuto la virtù di quelle di Medusa.
--_Eh bien, vous vous troublez, jeune homme_?--entrò a dire il Candioli piantando la sua lente.--_Ma foi_, non avreste avuto torto; la marchesa è un _morceau de roi_.
--Sicuro; non l'ho detto io che è Giunone?--soggiunse il Vigna.--Con quelle sue braccia e quel collo d'alabastro, con quel naso d'imperatrice e quei grandi occhi bovini, non c'è altro paragone che tenga.
--E se la vedeste poi da vicino!--proseguì il contino, alzando la fronte, come se volesse far cadere da una maggiore altezza i tesori delle sue cognizioni.--_C'est dans san boudoir qu'elle est reine_.
--Fortunato Lei, signor conte,--disse il Vigna--che può godere di quella vicinanza e respirare l'ambrosia della dea.
--Ah, sì, l'ambrosia; rispose il giovine, col più vanaglorioso di tutti i sorrisi che fiorissero mai sulle labbra ad uno sciocco;--_d'autant plus que la marquise vous a des négligés adorables_. Dopo tutto--agiunse, a mo' di correttivo,--_elle est froide, ainsi que le sont géneralement toutes les grasses._--
E buttato là il suo aforismo, il contino Candidi, stette con molta gravità a vedere che impressione facesse la sua scienza sbardellata.
--_Parlez-moi de la baronne Vergnani_,--proseguì egli, dopo che ebbe raccolto i segni della più rispettosa approvazione,--_ou bien de la comtesse Del Pozzo. Quelles femmes ravissantes, vrai Dieu! Taille de guêpe et pied d'Andalouse, voilà comme je les aime_. Ma lo capisco,--aggiunse in italiano degnandosi finalmente di scendere dal suo cavallo di battaglia.--Il signor Ariberti ama le grasse e tutti i gusti sono rispettabili.
--Che! Non creda alle fandonie del mio amico Vigna!--rispose l'Ariberti concitato.--Io non mi ricordo di aver guardato più quella che un'altra. Se ne ammirano tante a teatro, e la nobiltà torinese è così ricca di bellezze!
--_Ah, pour ça vous avez raison_, è una vera _corbeille_ di fiori; _ce qui fait que je papillonne pas mal_ e finora non ho deliberato di posarmi su d'uno tra tanti. Ma non dubitate, Ariberti; rispetteremo la vostra Giunone. Ah, ah!
--Le giuro, signor conte...
--Non giurate; siete troppo rosso e lo diventate ancora di più. _Du reste, mon ami_--il signor conte Candioli disse proprio _mon ami_; la qual degnazione tutta particolare urtò i nervi al Ferrero,--_ne vous fiez pas trop. La marquise a des principes. J'ai failli échouer_. Sì --soggiunse poscia, notando un atto di sorpresa dei suoi compagni,--ciò mi sarebbe accaduto, se avessi _risqué mon jeu_; ma ve l'ho detto, _taille de guêpe et pied d'Andalouse, voilà comme je les aime_.--
Così parlava quel vanerello, che aveva ancora il latte sulle labbra, e s'impancava a far l'uomo.
CAPITOLO IV.
Sotto i tegoli.
Lo stesso giorno che quella ibrida conversazione si era tenuta al caffè dell'Aquila, il nostro Nicolino Ariberti andava in cerca di Filippo Bertone.
Il giovine studente sentiva rimorso di essersi vergognato del suo povero amico, in quella stessa guisa che mille ottocento anni addietro un pescatore di Galilea si era pentito d'aver rinnegato il maestro nell'anticamera del pretorio di Gerusalemme. Ed anche lui voleva fare una specie di ammenda, non già andando a confessare d'aver fatto le viste di non vedere l'amico e il suo giubbone color tabacco, che una tal confessione sarebbe stata superiore alle sue forze; ma andando almeno a casa sua, come per vedere se fosse arrivato da Mondovì, e per passare un'ora con lui. Sapienti rappezzi, immaginati da una società rimpiccinita, per rimediare senza troppa vergogna agli errori commessi, chi potrà mai lodarvi abbastanza?
Filippo Bertone abitava una meschina cameretta, anzi una stamberga, nelle soffitte d'una vecchia casa in via degli Argentieri, che era tra le più popolose, ma altresì tra le meno signorili dell'antica Torino. Un letticciuolo di contro alla parete, che faceva venir freddo solamente a vederlo, due sedie zoppe, un tavolino presso la finestra, che dava sui tegoli neri del tetto, un baule spelacchiato che doveva offrire ai visitatori un _modus sedendi_ non guarentito loro dal picciol numero e dalla poca sicurezza delle sedie, un catino sul suo trespolo di legno, e finalmente una pila di libri su d'una stufa rotta erano tutti gli arredi della cameretta di Filippo Bertone. Non c'era armadio, nè portamantelli, per gli abiti dello studente; ma bisogna anche dire che Filippo Bertone non aveva abiti di ricambio; il suo giubbone di color tabacco lo portava con sè, e quando, per le ore di sonno, o dello studio in camera, dovea pur separarsene, un umile chiodo alla parete gli serviva d'appiccagnolo. I mattoni del pavimento, corrosi dal lungo uso di parecchie generazioni d'inquilini, smossi la più parte dai loro alveoli di calce, ballavano sotto i piedi, quasi a dimostrar loro la instabilità delle cose umane. Le imposte sgangherate dell'unica finestra insegnavano la medesima filosofia ed agguerrivano lo spirito alle burrasche della vita. Ed anche per esser la camera sotto i tegoli, in estate ci si schiattava dal caldo; per contro, nell'inverno ci si moriva dal freddo. Ma già, era opinione degli Spartani, che i giovani dovessero formarsi ad una simile scuola e prosperarvi per giunta. Il Bertone, a dir vero, non ci prosperava; ma bisogna soggiungere ad onor suo che ci si era avvezzato.
Nicolino Ariberti salì rapidamente le otto scale che mettevano a quel nido di rondini, senza aver chiesto nemmeno al portinaio se l'amico suo fosse in casa. Dimenticanza perdonabile invero, perchè quella casa non aveva, per custode all'ingresso, nemmanco il più umile tra i censori d'Apelle, che era, come sapranno i lettori, un maneggiatore di lesina. E giunto all'ultimo piano, tanta era in lui la pratica del luogo, sebbene si trovasse al buio, trovò l'uscio della stamberga, e stese la mano alla corda unta e bisunta del campanello, che rispose con un allegro tintinnio alle sue confidenti strappate.
Subito dopo, un passo frettoloso si udì mettere in iscompiglio i mattoni del pavimento, mobili sulla base e vocali quanto il sasso di Melinone. Ma quello non parve all'Ariberti il passo dell'amico Bertone, e il fruscio di una gonna che accompagnava quel passo e quella musica di mattoni, lo fece pensare piuttosto alla signora Paolina, megèra d'aspetto, e padrona di casa per condizione sociale, che forse era là, nell'assenza dell'amico, a rassettare la camera.
Ma anche qui s'ingannava. La voce che poco stante gli domandò chi cercasse, non era quella, punto armoniosa della signora Paolina.
--Amici!--rispose egli, mentre in cuor suo domandava a sua volta chi diamine poteva essere là dentro, e del sesso femminile, attirato dalle lusinghe di un giubbone di color tabacco, o dagli agi sibaritici di due sedie zoppe e d'un baule spelacchiato.
L'uscio si aperse, e Nicolino Ariberti si vide davanti una ragazza. Almeno, così gli parve nella mezza luce che disegnava i contorni flessuosi e snelli della persona di lei, senza lasciargli scorgere le fattezze del volto. La donna per fermo vide meglio lui, e non dovette sembrargli uomo da chiudergli l'uscio in faccia; chè anzi fu pronta a tirarsi da un lato per lasciarlo passare.
Ariberti rimase perplesso, senza profittare di quel tacito invito. Cercava l'amico Bertone e trovava in quella vece una donna sconosciuta. Chi era costei? Nel tirarsi da banda che ella avea fatto, la luce della finestra la coglieva di fronte ed egli potè rilevarne in di grosso i connotati. Era difatti una ragazza, che poteva avere dai diciotto ai vent'anni, piuttosto alta, abbastanza in carne e di buon colore, sebbene desse un tal po' nell'arsiccio, accusando l'origine campagnuola; gli occhi piccini e maliziosi, il naso tirato leggermente all'insù, la bocca piccola e sorridente, i capegli biondi e indocili al pettine; una figura _chifonnée_, avrebbe detto il Candioli; in complesso la bellezza del diavolo, che si compone per un terzo di carne, per un terzo di gioventù, e per un terzo d'irregolarità senza difetti fisici apparenti.
Tutte queste cose egli vide in un batter d'occhio. Ella in pari tempo ravvisò in lui un giovine di primo pelo, un po' timido, ma di bello aspetto e signorilmente vestito; perciò lo accolse senza paura, accennandogli che volesse entrare, mentre collo sguardo curioso parea dirgli: «a che debbo io l'onore d'una sua visita?» oppure, se la frase vi par troppo pettinata per una ragazza sua pari: «bel giovine, che cosa volete da me?»
--Scusi, signorina,--balbettò l'Ariberti, impacciato come un pulcino nella stoppia;--cercavo un amico che abita qui... il signor Filippo Bertone.
--Qui non abitano Bertoni;--diss'ella, ma senza aver l'aria di mandarlo via;--ci abito io, Giuseppina Giumella, fiorista presso madama Falcheri, in via Doragrossa, numero 15.--
Tutto quello sfoggio di indicazioni non commosse pure una fibra nel cuore di Nicolino Ariberti.
--Signorina, scusi,--ripetè egli colla medesima confusione di prima.--L'amico mio abitava qui l'anno scorso... È uno studente di filosofia... cioè lo era l'anno scorso... Credevo che ci fosse tornato...
--In filosofia?
--No, volevo dire ad abitare qui. Ma se non c'è più, mi ritiro. Le chiedo scusa... Buon giorno, signorina.--
Quando la signora Giuseppina Giumella si avvide che l'amico Bertone non era un pretesto e che quel timido giovinetto non cercava proprio di lei, uscì sul pianerottolo per fargli servizio e chiamare la padrona di casa.
--Aspetti,--disse ella,--adesso chiederemo alla signora Paolina, e chi sa ch'ella non sappia dove è andato a stare il suo amico Bertone, io non sono qui che da un mese. Signora Paolina!
--Chi è?--domandò da un uscio in fondo al pianerottolo una voce chioccia ben nota a Nicolino Ariberti.
--Son io, signora Paolina;--rispose egli, per mostrare alla ragazza che non era davvero uno sconosciuto lassù;--Sono Ariberti, l'amico di Filippo Bertone.--
In quel mentre l'uscio di fondo si aperse, e la megèra comparve sulla soglia.
--Ah, è lei, signor Ariberti? Cerca del signor Filippo?
--Sì; mi hanno detto che è giunto a Torino e venivo a salutarlo. Credevo che fosse tornato nella sua cameretta, che gli piaceva tanto...
--Oh, per questo ci aveva ragione;--soggiunse la vecchia.--Una camera come quella, non fo per dire, ma non si trova in tutta la via degli Argentieri. E difatti è venuto l'altro giorno da me per riaverla; ma che vuole? Io già l'avevo appigionata. Colpa sua, perchè, quando è partito l'estate scorsa, mi ha lasciato nel dubbio del suo ritorno a Torino. È un bravo giovane, quantunque stia male a contanti, e mi è rincresciuto di perderlo. Ma non potevo mica sacrificarmi... Capirà, signor Ariberti: dodici lire al mese sono poco e son molto, secondo i casi.
--Eh, capisco, dodici lire... già... sono una somma.
--Almeno per me;--proseguì la signora Paolina, Ah, se si fosse --trattato di Lei, signor Ariberti, che ci ha i denari a palate...
--Non tanto, signora Paolina, non tanto;--gridò Nicolino Ariberti ridendo.--Son figlio di famiglia, non lo dimentichi.
--Sicuro, e un bravo giovane, come ce n'è pochi. La non dubiti; il signor Filippo le rendeva giustizia. Egli mi diceva sempre: veda, signora Paolina; di tutti i miei compagni, il migliore, il più sincero, il più studioso, è l'Ariberti.
--Caro Filippo!--esclamò egli, mentre il rimorso, di cui sanno i lettori, gli dava un'altra e poderosa stretta.--E sa Lei almeno, dove sia andato a mettere il nido?
--Oh, La non dubiti; appena lo ha trovato è corso ad avvisarmene. Aspetti, ora mi raccapezzo. Santa Teresa... No, San Francesco di Paola... Nemmeno! Di San Francesco me ne ha parlato, ma là c'era un quartierino di tre camere, un po' caro per la sua borsa. Ecco, ora mi ricordo; è andato proprio a stare in via Santa Teresa, la seconda casa a sinistra; e mi pare che abbia detto il numero 4.
--Ultimo piano, m'immagino.
--Per l'appunto. Sui tetti c'è l'aria buona. Ma dopo tutto il signor Filippo non è parso molto contento del suo nuovo alloggio. La camera è brutta e piccola. Si figuri; un terzo della mia, e non ci ha neanche la stufa.
--Non è poi un gran male;--pensò l'Ariberti;--avercela guasta o non averne è tutt'uno.--
Il lettore discreto capirà che quel suo pensiero il nostro adolescente se lo tenne gelosamente per sè. La signora Paolina credeva nella bontà della sua stufa e a screditargliela le si sarebbe data una stilettata nel cuore.
--Grazie, signora Paolina;--diss'egli in quella vece.--Mi sa mill'anni di vedere Filippo. Corro in via Santa Teresa.
E fatte altre poche parole di commiato, il nostro Nicolino infilò le scale, dopo aver risposto con una scappellata al gentile saluto e al profondo inchino della signora Giuseppina Giumella, fiorista in Doragrossa, a cui certe parole della padrona di casa avevano dato un gran concetto delle ricchezze di quel timido visitatore.
Per altro, Nicolino Ariberti non la passò così liscia, come potrebbe argomentarsi da questo commiato. A mezzo le scale fu ancora trattenuto da una chiamata della signora Paolina, che aveva dell'altro ancora da dirgli. Laonde si fermò ossequente al suono delle venerande ciabatte, ed aspettò che avessero fornita tutta la distanza che già era tra lui e l'ultimo piano.
--Scusi, sa;--gli disse la megèra, abbassando la voce con aria di mistero, quando fu giunta sul pianerottolo dov'egli era rimasto inchiodato;--vorrei pregarla di un'imbasciata pel signor Filippo. La camera che gli piace tanto, un giorno o l'altro sarà libera. La ragazza che Lei ha veduto non vuol rimanerci più molto. Si figuri che siamo al venti, e non ha ancora pagato l'affitto di questo mese. Già, se non pensa a trovarsi un benefattore, poverina, come ha da fare, con quel gramo mestiere che ha per le mani?
--Un benefattore!--esclamò Ariberti, a cui l'età non dava di capire alle prime.--Se posso far io qualche cosa....---
E metteva mano, così dicendo, alla borsa.
--Oh, non a me, non a me!--rispose frettolosa a quel gesto la signora Paolina, come se si fosse scandalezzata all'idea di dover intascare la somma di prima mano.--Se vuol fare una carità fiorita a quella povera ragazza, ci vada lei; quanto a me, Dio mi guardi; potrebbe parere che avessi cantato.--
Nicolino Ariberti nicchiava. Con che fronte si sarebb'egli presentato a quella Flora cittadina, che aveva veduta a mala pena sul suo uscio, e come avrebbe potuto dicevolmente consegnarle la tenue moneta di dodici lire?
--In verità, non ardisco;--diss'egli, dopo essere stato un poco perplesso.
E fu per rimettere la borsa in tasca. Ma qui la signora Paolina si avvide di aver fatto una papera.
--Già, capisco;--ripigliò prontamente.--Lei vuol fare il bene e non averne i ringraziamenti. Si vede proprio che ha buon cuore. Dia dunque il danaro a me; le dirò io donde viene.--
All'Ariberti non pareva vero di cavarsela in quel modo. E alleggerito di dodici lire, ma contento di avere aiutato quella povera figliuola, che non ci aveva lì per lì un benefattore a darle una mano, se ne andò in traccia di Filippo Bertone.
Per altro, egli non doveva sfuggire alla gratitudine della signora Giuseppina Giumella. Il bene che si fa, non si perde. Anche il nostro Nicolino Ariberti se lo avrà a ritrovare tra' piedi. Seguitiamolo frattanto in via di Santa Teresa.
Filippo Bertone era andato ad abitare laggiù. La rondine, al suo ritorno da quelle parti, aveva trovato occupato il vecchio nido ed era andata più lungi a fabbricarsene un altro. L'altezza di questo era a un dipresso la medesima, cioè sotto le travi del tetto. E non è questa forse la postura più acconcia pei nidi? Dopo tutto, il primo nido di Filippo Bertone dava sopra una sequela, anzi una confusione, di tetti più bassi; laddove il secondo dava in una corte abbastanza spaziosa, dov'erano certe scuderie, e vedeva le spalle d'una gran casa, che poteva, dall'altra banda, pretendere al nome e alla dignità di palazzo.
A tutta prima, quel luogo gli era parso un po' troppo signorile e da farlo stare in soggezione col vicinato. Ciò pel di fuori. Quanto all'interno, la camera era più stretta, e Filippo Bertone pensava con raccapriccio che non avrebbe potuto scaldarcisi nell'inverno, come nell'altra in via degli Argentieri.
Il nostro Bertone ci aveva un metodo suo per riscaldarsi d'inverno. Andava in volta su e giù per la camera, imprimendo alle braccia penzoloni un moto isocronico che le faceva combinare ad ogni tratto in croce di Sant'Andrea, mentre le palme andavano regolarmente a battere sotto le ascelle. S'intende che a queste nozze non era invitato il giubbone color di tabacco. Poverino! Un altro poco di strofinio, e se n'andava in isbrendoli.
Filippo Bertone aveva ingegno, e il lettore ha già capito, da una certa stoccata del Balestra all'amico Ferrero, che egli in iscuola faceva qualche volta il lavoro suo e quello degli altri. Ma la sua valentìa non si fermava lì; che a volte, trattandosi di broda scolastica, anche uno sgobbone ci riesce. Filippo non era solamente un giovine studioso; aveva, come suol dirsi, due corde al suo arco, la svegliatezza e la costanza, due cose che vanno così raramente di conserva nei giovani.
Come mai questo miracolo di ragazzo era nato da un umile maniscalco e da una povera massaia di villaggio? Arcani impenetrabili dell'esistenza, i quali, bisogna pur dirlo, sono spesso mirabilmente aiutati dalla mancanza di svaghi d'una casa tapina e dalla fortunata presenza d'una buona scuola di provincia.
Dopo tutto, gli è per l'appunto in provincia che si vedono di questi prodigi. Nelle capitali (e un italiano può aggiungere eziandio nelle metropoli) le buone scuole sono molto più rade; forse per la ragione che il maestro non può darsi intieramente alla cattedra, essere _totus in illa_, come direbbe Orazio, tanti sono i sopraccapi che lo frastornano, gli svaghi che lo trattengono, le ambizioni che lo tirano in alto. I mediocri, e spesso anche i bisognosi, ci aggiungono la cura delle ripetizioni a casa, conseguenza e cagione a sua volta delle distrazioni in iscuola.
Guardate in quella vece il collegio d'una città di provincia. Le voci, i rumori, le vanità profane del mondo, o non giungono laggiù, o vi mandano a mala pena un'eco affievolita, cioè a dire quanto basta perchè laggiù non si credano a dirittura segregati dal mondo. E fermi lì; il maestro non pensa che alla scuola; ci si distende, dirò meglio, ci si sprofonda; può darsi che ci si dimentichi, può darsi anco che ci si adiri; ma non dubitate, c'è tutto. Spesso è una vittima del cieco caso; frate, chierico, o secolare che sia, è un ingegno che in altri tempi avrebbe potuto dar frutti per sè, e in quella vece s'è ridotto a far fruttificare l'ingegno degli altri. Lo si direbbe un albero che s'adatta a far da palo, e si lascia coprir tutto dai pampini della vite che gli s'intreccia ai rami, e si sostiene, s'innalza, si soleggia per lui. E tuttavia, dura in quell'uomo il sentimento della sua forza, comunque rimasta inoperosa e latente. Sansone dai capegli recisi, aquila a cui furono tronche le penne maestre medita le grandi intraprese, anela agli spazi lontani; e questa sua bramosìa, questo bisogno d'altro, si apprendono allo scolaro. Un maestro cosiffatto ama espandersi, mettere in comune co' suoi discepoli ciò che ha studiato e ciò che viene man mano leggendo. Con chi altri potrebbe parlarne, chetare i bollori della sua mente, avida da un tempo e riboccante di nuovi tesori? Donde avviene che, imbevuti di quella pioggia assidua e benefica, i giovani alunni escano dal collegio più colti e meglio compresi della vita nuova, che non i loro compagni delle grandi città, dove pure questa vita è pane quotidiano, aria respirabile... e chi più n'ha ne metta.
Bisogna dire altresì che lo scolaro ha meno svaghi in provincia. La famiglia, se egli è nato colà, il convitto, se egli c'è giunto da fuori, hanno consuetudini patriarcali. Non feste, non teatri, non allegri ritrovi; qualche sagra tutt'al più; riposo, non turbamento dello spirito. Però la sua vita si raccoglie tutta in iscuola; anch'egli è _totus in illa_. In tal guisa s'incarna il concetto degli antichi spartani; che certo non volevano la vita chiusa del ginnasio, se non perchè l'adolescente vi si foggiasse il suo mondo. E là i fanciulli s'innamorano sul sodo di quello che studiano, dei greci, dei romani, dei cavalieri e dei bardi, tutta brava gente che, usciti di là, non troveranno più alla prima tappa, ma con cui fa bene aver vissuto un pochino e con una certa dimestichezza fraterna. Credete che tutte quelle larve del passato serviranno poco nel futuro? Sia pure; a noi basta che abbiano svegliato, aperto l'animo giovanile ai concetti del bello e del grande. E badate; se cova in quelle tenere menti una scintilla del fuoco sacro «che il figlio addusse di Giapeto in terra» quella salda, intensa ed amorosa preparazione della scuola di provincia, la nutrirà, la sprigionerà, la farà divampare in incendio.
A Mondovì il giovinetto Filippo Bertone era citato come un genio nascente. Suo padre, facendo sforzi inauditi per metter d'accordo volere e potere, lo avea mandato agli studi in Torino. E il nostro adolescente, che amava svisceratamente suo padre ed era al fatto dei sacrifizi della famiglia per lui, aveva vissuto otto mesi a Torino, cioè a dire tutto l'anno scolastico, senza oltrepassare le quattrocento lire di spesa, tra alloggio, vitto e quel po' di bucato. Era un miracolo di risparmio, per verità. E non si è detto ancora ogni cosa. Su quella somma il povero studente di filosofia ci aveva fatto anche le male spese. Verbigrazia, era andato una volta al teatro Regio per sentire il Mosè, ed aveva pagato dieci lire un'opera di entomologia, scompleta, se vogliamo, ma corredata di molte tavole in rame. Imperocchè, bisogna sapere che la storia naturale era il debole di Filippo Bertone.