# La notte del Commendatore

## Part 25

Book page: https://www.cyberlibrary.org/it/books/la-notte-del-commendatore-11644/index.md

Amarla e maledirla; questa doveva essere la sorte del mio e vostro Ariberti. La marchesa di Rocca Vignale amò in lui due pregi secondarii, l'eleganza e la fama; del suo cuore non indovinò gli spasimi, bastandole la servitù quotidiana; del suo ingegno non si avvide, fuorchè per la lode a lui data dagli altri, ma non volle o non seppe studiarlo a fondo, per farsene la custode e l'ispiratrice. La politica era di moda; epperciò la signora marchesa era andata varie volte al Parlamento, lieta di farsi veder in un delizioso abito mattutino nella tribuna diplomatica e di cagionare un subisso di distrazioni in un centinaio di teste calve, o mal pettinate, nelle quali si racchiudeva il senno della nazione. Per qualche giorno l'onorevole Ariberti era stato il beniamino della pubblica opinione, e, miracolo inaudito, quel facondo oratore non era calvo, nè mal pettinato; appariva anzi un bel giovane, non senza alcun che di femmineo negli occhi, nelle labbra e nel portamento. Era ascoltato con attenzione dai ministri; andava vestito come uno zerbinotto; i segretari di legazione dimenticavano i cavalli, le prime donne e le prime ballerine, per occuparsi di lui; e lui, questo zerbinotto, questo Demostene, quest'uomo di Stato in erba, dimenticava il banco dei ministri, trascurava le cifre del bilancio, per mandare di tanto in tanto un'occhiata assassina a lei; che ci voleva di più per colpire l'animo della marchesa Clementina?

Per qualche giorno la bella signora si crogiolò in una dolce malinconia, che era indizio in lei d'una passioncella nascente, e che le dava occasione di mostrarsi vezzosa in un altro modo, calando sugli occhi d'indaco le lunghe e morbide ciglia. Era nata nel suo cuore una certa curiosità profonda e tranquilla, che non somigliava punto a tutte le altre, mutevoli, impetuose e fugaci, di cui son seminati i giorni e rotti gli ozi d'una gran dama. Che cosa pensava di fare quell'uomo? Come avrebbe adoperato per avvicinarla, quel giovine uomo di Stato, che non era certamente un viaggiatore di salotto da potersi far presentare lì per lì, senza una ragione al mondo, ed anche dal primo che gli fosse capitato tra' piedi? Il vedere quel giovinetto, in certo qual modo già celebre, occuparsi tanto di lei, misuratamente e con discretezza alla Camera, liberamente e con assiduità di sguardo a teatro, non le dispiaceva mica, alla bella marchesa, annoiata da tante facili e quotidiane dichiarazioni a bruciapelo di vanagloriosi farfalloni; come non le era discaro di durarla un tratto colle lontananze, vo' dire con quel lavoro d'occhi e da lunge; fosse perchè cotesto la rifaceva di molti anni più giovane, fors'anco perchè le procacciava nuove occasioni a meditare per un'ora o due qual veste avrebbe indossata quella mattina al passeggio, o qual colore di stoffa le sarebbe tornato meglio quella sera a teatro.

Ma è detto che ogni bel giuoco dura poco; e la marchesa Clementina di Rocca Vignale, tanto assiduamente guardata, esplorata e contemplata dall'onorevole astronomo, incominciava a seccarsi del suo ufficio di stella. Perchè non si fa avanti? Sarebbe timido, per avventura? Poverino forse non sa a chi rivolgersi. Se potessi aiutarlo! Ma già, questi cavalieri che ci vengono intorno, son buoni a tutto, sempre disposti a servirci in tutto, fuorchè dove e quando ci preme.

Insomma, voi lo vedete, o lettori, colpita sulle prime da quella attenzione, poi diventata curiosa, la marchesa Clementina si era a poco a poco innamorata da senno, e quando si fu avveduta dello sdrucio che quel giovinetto di là dai trentacinque le aveva fatto nel cuore, lo confessò ella stessa, in un momento di necessaria espansione, ad una amica intima, confidente delle sue pene, la quale andò subito a rifischiarlo in una dozzina di salotti. Ariberti non le aveva ancora parlato, e quell'amore nascente, che poteva anche spegnersi in fasce, era già per le bocche di tutti. Della qual cosa po' poi non le importava un bel niente. Libera e padrona di sè, si godeva la superba gioia d'ignorare quello che altri dicesse alle sue spalle. C'era in lei un pochino della noncuranza di quelle matrone della Roma imperiale, tanto maltrattate da Svetonio, da Giovenale, da Persio Fiacco e da altri libellisti di quel tempo, le quali non sapevano, o non volevano sapere, che diavol fosse la pubblica opinione, e andavano per la loro strada, o viottola che fosse, sempre avanti, secondo i gusti e gli umori.

Spensierato del pari fu il nostro Ariberti con lei. Certe forme d'amore sono, per così dire, contagiose, e v'hanno donne le quali si amano ad un modo, come altre ad un altro, senza che la coscienza c'entri per nulla, e quasi per un tacito accordo tra il nostro cuore e l'istinto. Colto all'esca di tanta bellezza, la quale non chiedeva altro che di concedersi a lui, fu al solito, e pel solito spazio di tempo, l'uomo più felice della terra. Non vide che lei, non visse da quel giorno che in lei e per lei, amò a furia, si divorò avidamente la fama dei quattro o cinque discorsi che aveva recitati alla Camera, come un figlio di famiglia si sciala in brev'ora le dugentomila lire della eredità paterna; con isfarzo, con gusto, ed anco se volete, con un zinzino di filosofia pratica, ma poi?...

Ma poi, egli avvenne che il nostro innamorato si svegliò da quell'estasi al settimo cielo, e si trovò arnese logoro e quasi dimenticato, come il tizzo spento in fondo al camino d'un salotto, in cui si davano la muta ogni giorno quindici o venti scioperati suoi pari. Il risveglio fu lento e con parecchi tentativi di ritorno al sogno; cosa che a molti sarà accaduta, e riposando ed amando. Ma in fine, bisogna svegliarsi, tanta è la luce che penetra dalle imposte e tanto acute le voci con cui d'ogni parte vi chiamano le necessità della vita. Peccato! si sognava così bene. Eppure, è mestieri balzare dal letto, ficcare prosaicamente i piedi in un paio di pantofole e disporsi a fare tutto ciò che gli altri uomini fanno, vestirsi, radersi, asciolvere, annoiarsi, arrabbiarsi, stomacarsi, e va dicendo, proprio come il giorno antecedente, e come l'altro che verrà dopo, fino alla consumazione di quei pochi.

Una cosa, poi ch'ebbe riaperto gli occhi, una cosa non poteva mandar giù l'Ariberti. Come aveva egli potuto passar tanto tempo in mezzo agli sciocchi, e compiacersi di tante chiacchiere vuote di senso? In verità, più ci pensava, e meno gli veniva fatto di capacitarsene. Eppure, per tutto quei tempo egli non era mica stato colla benda sugli occhi e le orecchie turate! Ma già, tutte quelle stonature s'erano confuse per lui nella grande armonia dell'amore, come gli atomi danzanti nell'aria si confondono nella luce del sole.

Ma il sole ci ha i suoi riposi, pur troppo, ed anche l'amore ha i suoi opachi intervalli, come il palpito fosforescente delle lucciole. E le ombre vennero dopo quella gran luce; calavano lente, e gli occhi di Ariberti ebbero il triste benefizio d'un crepuscolo, che gli consentì di vedere come tutto gli si facesse squallido intorno, e come quella donna non fosse così sua, tutta sua, quale ei l'aveva veduta, o sognata.

La marchesa era sempre circondata da uno sciame di cavalieri, che sulle prime non davano troppa molestia ad Ariberti. Li considerava farvalle e calabroni, alianti e ronzanti intorno alla rosa, con insistenza bensì, ma senza pericolo, ma pronti a sparpagliarsi qua e là, ogni qual volta egli, ape privilegiata, s'accostasse al calice odoroso del fiore. Per dirla meno poeticamente, ma con più verità, gli parevano sciocchi, senza importanza veruna, e fino ad un certo segno gli tornava caro il vederseli dattorno e il dissimularsi in mezzo a costoro. Per altro, taluno di essi avevano troppa dimestichezza colla marchesa Clementina. Cortesi, amabili sempre con lei, lo erano tuttavia in una certa forma e con una galante disinvoltura, che non hanno sempre i signori aspiranti. Che fossero giubilati? Il dubbio attraversò una volta lo spirito di Ariberti, e da quel giorno non ebbe più pace. Perchè non se li leva da' piedi?--pensava egli tra sè.--E perchè ci stanno essi, con tanta amabile filosofia, senza impeti e senza rancori, fuochi che non divampano mai e che pure non accennano a spegnersi? Essi sono qui, in apparenza come ci sono io, a corteggiare la marchesa. Ma io, ardo, essi no; io sono un vulcano, ed essi... sarebbero vulcani in riposo?

Ariberti, come mi sembra di aver già detto, e come, del resto, lo avrete già riscontrato ne' fatti, non conosceva misura, e dopo aver tormentato a lungo sè stesso con quel suo dubbio increscioso, doveva anche tormentare un pochino la dama. S'intende che diede alle sue domande, la forma meno ruvida; ma infine, certe domande, temperate o no nella forma, sono sempre impertinenti nella sostanza. Ed egli, appena il dado fu gittato, ben se ne avvide alla cèra con cui furono accolti i suoi dubbi dalla marchesa Clementina.

--Di che vi lagnate?--diss'ella.--Conservo i miei amici. È questo infine un obbligo di buona compagnia, ed è anche una fortuna, per chi non vuol rimanere nella solitudine.--

E punto fermo; il nostro geloso non potè cavarne più altro. Ma pur troppo gli si radicò nella mente il sospetto che tutti quei Proci, meglio educati degli antichi, ma fastidiosi ad un modo, fossero gli antecessori suoi, che andavano e venivano, bevevano il tè, recavano le notizie, le voci e i pettegolezzi della giornata, parlucchiavano d'arte e di scienza, scoccavano un frizzo, dicevano una galanteria, profferivano il loro ossequio, e, qualunque cosa facessero o dicessero, profanavano l'amore che non sentivano più, e la dignità che non avevano avuta mai. Ed egli, incatenato dagli usi del mondo, aveva a recarsela in pace, e guardare tutte quelle facce sospette colla tranquilla compiacenza, con cui si guardavano, appiccati al muro, i vecchi ritratti di famiglia!

Per fortuna, il prescelto, l'ultimo, il regnante, era lui. Ma frattanto egli si sentiva crollare il trono sotto i piedi. Non era già un indizio gravissimo della sua decadenza l'essersi svegliato dall'estasi e l'essersi avveduto di quella Camera dei Pari che lo circondava? E un indizio ne tirava un altro; evidentemente il povero Ariberti perdeva terreno.

Si trattava di andare da lei al mattino, per barattare quattro parole senza ascoltatori importuni? La marchesa aveva l'emicrania. Un altro giorno ci aveva le sue visite. E quando non ci aveva le visite, o l'emicrania, c'era la modista da consultare.

--E sempre la modista!---gridò egli un giorno, che non poteva più contenersi dalla stizza.

--Sicuro, la modista;--rispose la marchesa, con una tranquillità imperatoria che non ammetteva repliche.--Fareste anzi opera gentil di cavaliere ad accompagnarmi.--

Ariberti era rimasto un pochino titubante, non parendogli troppo dicevole di accettare un invito, che forse gli era stato fatto per mettere fine alla sua insistenza.

--Ah, ecco,--esclamò la marchesa, con accento d'ironia,--voi altri uomini gravi non vi degnate di entrare nelle nostre faccende, che chiamate superbamente frascherie femminili. Eppure, gli è proprio per queste frascherie che v'infiammate voi altri e scegliete le vostre regine.

--Signora,--disse Ariberti,--voi non avete mestieri di questi.... ammenicoli.

--Sicuro! potrei lasciarli da banda, e vestirmi dei vostri complimenti. Ma pur troppo, e per quanto io li accetti di buon cuore,--soggiunse la marchesa Clementina,--i complimenti non bastano. Sarei bella davvero, cogli abiti di un mese fa; senza contare che non avendo avuto bisogno, neanche un mese fa, di questi... amminicoli, e tornando indietro di questo passo, potrei contentarmi del mio vestitino d'educanda.

--Avete ragione,--rispose Ariberti, chinando la testa umilmente, e noi altri uomini gravi siamo pure i gran sciocchi. Se permettete, vi accompagnerò dalla modista, e vedrò d'imparare anch'io qualche cosa.--

Quella mattina la signora marchesa fece assistere il nostro onorevole ad una conferenza molto sugosa e istruttiva di trine, svolazzi, passamani, stoffe, guarnizioni, e va dicendo. Peccato che il Parlamento non avesse allora per le mani nessuna legge suntuaria intorno agli abbigliamenti donneschi, perchè l'onorevole Ariberti avrebbe potuto esserne relatore, e scrivere una ventina di pagine da far trasecolare la direttrice d'un giornale di mode.

Ma di ben altro si occupava il Parlamento, e l'onorevole Ariberti ne trascurava i lavori da un pezzo. Quel giorno, per l'appunto, egli avrebbe dovuto essere negli uffizi, per una discussione di qualche importanza, ed era invece a far l'uditore di una mercantessa di mode. Un altro giorno avrebbe dovuto studiare e prepararsi per un discorso di gran lena, perchè l'eloquenza non è mica un dono spontaneo della natura, come, forse, è la chiacchiera, ma si nutre di argomentazioni stringenti, si rimpolpa di esempi, si adorna di tutte le grazie dello stile, e vive anzitutto di quella scelta giudiziosa, che è figlia della meditazione, accoppiata al buon gusto...

In quella vece, gli bisognava predicare a braccia, come tanti cicaloni presuntuosi, e la sua fama ne scapitava assaissimo. Un po' di vecchia pratica, qualche ricordo classico e qualche scappata facile, lo salvavano ancora da tutti quei segni minacciosi in cui si manifesta la disattenzione dell'uditorio, ma non lo alzavano d'un punto nella stima de' suoi degni colleghi. Un suo antagonista (perchè Demostene non poteva già stare senza il suo Eschine) ebbe ad esclamare una volta: «fuoco di paglia!» e a commentare la frase, stropicciandosi allegramente le mani.

Egli sentiva, così in confuso, dentro di sè che la sua riputazione d'uomo politico ne andava di mezzo. Tuttavia come rimediarvi? Quella donna lo aveva ammaliato, ed egli non aveva la forza, nè il desiderio, di ripigliar la sua via. Così dicono che avvenga ai viaggiatori colti dal gelo sulle terre polari, che si sentono venir meno ed amano abbandonarsi al destino, senza far nulla per richiamare nelle membra torpide il calore e la vita. La marchesa Clementina, troppo amante di sè, avvezza agli omaggi degli uomini, come una dea pagana agli incensi, non avea tempo a pensare che tanta divozione doveva essere ricambiata con un po' di cura del buon nome di lui. Ed egli, poi, non sapeva staccarsi un giorno, un'ora, da quella inconsapevole maliarda; era geloso, pativa tormenti ineffabili, e facea sforzi inauditi per dissimulare la negra cura sotto l'apparenza di una cortese assiduità.

A questo proposito, il nostro innamorato aveva fatto un'osservazione importante, che egli tornava più accetto alla marchesa, quando era, o si mostrava, meno acceso per lei. Epperò, facendo forza alla sua indole vulcanica, si studiò di apparirle più misurato e più calmo.

Da principio lo studio gli riusciva difficile. Senonchè, bisognava fare di necessità virtù, ed egli ci si venne a mano a mano avvezzando, come il re Mitridate al veleno. Ci si rodeva un pochino di dentro, ma questi danni dovevano aver conseguenze lontane, ed Ariberti non badava che ai benefizi del presente. E così avvenne che, fortificato abbastanza nella sua rigidità diplomatica, quel Werther sulla quarantina incominciasse a vedere in nube il momento avventuroso in cui egli sarebbe stato tranquillo e disinvolto, come lo erano tutti i suoi degnissimi antecessori.

La marchesa, secondo si è detto, riceveva moltissima gente, tra cui forastieri in buon dato e gran personaggi della capitale. C'era inoltre per quattro o cinque sere della settimana il passatempo del teatro, e ad ogni tanto, venivano le solenni comparse dei balli. L'onorevole Ariberti era sempre in faccende, e un po' da per tutto, e spesso alla Camera... nella nota degli assenti.

Un bel giorno la Camera fu sciolta, e il paese ebbe la gioia delle elezioni generali. Era il redde _redde rationem_ per l'onorevole Ariberti, che dovette andare, immaginate con che gusto, nel suo collegio, per farsi vivo cogli elettori. La marchesa aveva promesso di scrivergli, se non ogni giorno, almeno tre volte la settimana. Ma furono invece tre lettere in un mese. E mentre egli, tappato non senza fatica in una camera d'albergo, rubava due ore d'ogni giorno alle cure elettorali, pel suo epistolario colla marchesa, trascurando per lei la moglie del sindaco e del ricevitore delle dogane, leggeva la marchesa Clementina le quattro pagine fitte che la posta mandava ogni giorno sul suo tavolincino elegantemente incrostato di madreperla?

Io per me, conoscendo un pochino i suoi gusti superficiali, credo che si contentasse di leggere la sopraccarta.

CAPITOLO XX.

Dove il mio eroe incomincia a dar giù.

Il collegio elettorale dell'onorevole Ariberti non era molto disposto a confermargli il mandato. Il nostro eroe se ne avvide alla prima, e dovette conferire più volte co' suoi pochi ma fedeli partigiani, per ordinare le acconcie difese intorno alla posizione minacciata. Egli era nato bensì nel paese ma non ci abitava da un pezzo, e troppo di rado si lasciava vedere da' suoi bravi elettori. Era un facondo oratore; lo dicevano i giornali, ma la sua eloquenza non aveva mai voluto adattarsi a far l'ufficio delle frutte al pranzo magno di un sindaco, o a molcer l'orecchio d'un segretario comunale. E questi erano gravi peccati. Sta bene che se n'era pentito, e che aveva risoluto di parlare un po' da per tutto, perfino ai monelli di piazza, da una finestra di locanda; ma queste tarde rappezzature sarebbero giovate? Qui stava il busilli; e gli amici dell'onorevole Ariberti ne erano impensieriti non poco. Neanche il ministero lo sosteneva come avrebbe potuto e dovuto. Erano al potere gli amici suoi, amici che lo vedevano volentieri come il fumo negli occhi, e che si fecero un merito di moralità politica, lasciando l'amico in balìa del suo fato. «Non più candidature ufficiali» era il precetto del ministero, che lo messe fedelmente in pratica, nel collegio di Ariberto Ariberti.

Per fortuna del candidato pericolante, vegliava e lavorava Filippo Bertone. Qualche anno addietro aveva comperato un vasto podere di là da Mondovì la marchesa di San Ginesio, e ci andava a passare l'estate, facendo maternamente le vacanze col secondo dei suoi figli, che era nel collegio di Carcare, riputatissimo e degno della sua fama, com'erano in Piemonte, per bontà di studi e per larghezza d'opinioni, tutti i collegi tenuti dai padri Scolopii. Frati, sicuramente, frati, ed oggi è di moda bastonarli senza misericordia, come senza distinzione. Io pago un debito, dicendo de' miei maestri tutto il bene che so; anzi, mi affretto a correggere la frase impropria, perchè, volendo esser giusto, io non mi sdebiterò mai con quella brava gente, che m'hanno forse lasciato ignorante (e questo per colpa della mia cocciutaggine) ma che non si sono attentati mai di violare la coscienza adolescente del mio signor me, e non ne hanno poi fatto un codino. Il che avrebbero facilmente potuto, penserà qualche maligno, perchè la stoffa c'era. Donde, ribatto io, maggior lode a' quei poveri vecchi che io non involgerò mai nell'ostracismo comune. E chiudo la parentesi.

Grazie agli aiuti di quell'amico sincero e di chi gli voleva bene, la candidatura, che già pericolava, si raddrizzò. Filippo Bertone diceva a tutti: è un galantuomo, che non v'ha ingannati mai; eleggetelo. E l'autorità di Filippo era tale che vinse i più riottosi, cominciando dal medico condotto, che pizzicava di volteriano, e avrebbe voluto un uomo da mandar tutto a rotoli in quattro e quattr'otto, per giungere fino al farmacista, che voleva aboliti tutti i privilegi, tutti i monopolî, salvo, s'intende, quello di esser solo in paese a spacciar le sue droghe.

--È un uomo d'ingegno, ne convengo;--diceva il medico condotto;--ma al Parlamento, con tutta la sua eloquenza, che cosa ha fatto fin qui nella quistione religiosa?

--Niente, pur troppo; ma di grazia, ascoltate; era forse lui che dovesse metterla all'ordine del giorno? Dipenderà forse da lui che non ci siano più vescovi nelle città, nè parroci nelle campagne? Quando un imperatore romano ebbe abolito per decreto il gentilesimo, sapete voi dove andò a rifugio il dio Pane, e quanti secoli vi durò ancora il suo regno?--

Il medico battè le labbra, crollò le spalle, e non rispose parola.

Filippo Bertone diceva poi al farmacista:

--Togliamo i privilegi d'ogni genere; sta bene. Ma incominciamo a toglierli dal nostro paesello. Perchè non si abolisce il titolo e la umilissima riverenza al signor conte di Montiglio? È candidato alla deputazione, mi direte, e un titolo e una riverenza non guastano. Ma il suo programma politico, lo conoscete voi? Ci si legge egli proprio il paragrafo che il signor conte parlerà e voterà contro tutti i privilegi, da quello di re a quello di farmacista patentato?--

La lotta veniva diritta, ma era così amichevolmente data, e poi Filippo Bertone era un uomo di tal levatura (privilegio naturale, pur troppo, e a cui nessuna legge potrà mai dare lo sfratto) che il signor farmacista si messe a ridere. Cionondimeno, quell'ostinato non volea darsi per vinto.

--Capisco;--diss'egli;--capisco tutto... Ma una lezioncina al cavaliere Ariberti, a questo liberale che fa l'aristocratico...

--Eh via! signor Prospero; queste... cose lasciamole dire ad altri, o sciocchi, o cattivi, o l'una cosa e l'altra appaiate. Ariberti non è un aristocratico; o piuttosto lo è, sì, ma come voi e me, che non andiamo dal Pinta, a trincare e bestemmiare col primo che capita, ma ce ne stiamo in casa nostra a studiare, per tenerci al fatto di tutto ciò che esce di nuovo, per me in materia di fisiologia e di patologia, per voi in materia di chimica farmaceutica.--

Il signor Prospero non si dolse del paragone e non isgradì quello studio di chimica farmaceutica, che per lui si ristringeva a qualche partita a tarocchi, nella parte più riposta della sua dotta bottega.

Perciò si rimise in tasca la lezioncina che avrebbe voluto dare all'onorevole Ariberti, non senza ridere ancora una volta d'un grazioso paragone del signor Filippo, al quale il voler cambiare da Ariberti a Montiglio, per vendicarsi del primo di loro, o per dargli una toccatina, facea ricordare la bella impresa di quel brav'uomo che s'impiccò per far dispetto a sua moglie.

Venuto il giorno della prova solenne, Ariberto Ariberti uscì eletto al primo scrutinio, senz'altro aiuto fuor quello delle buone ragioni. Per molti elettori, poichè si ha a dir tutto sinceramente, le buone ragioni erano il meno, e la condiscendenza al desiderio di casa San Ginesio era il più; ma siccome da quella casa non erano usciti ordini, nè raccomandazioni che arieggiassero il comando, può ammettersi il ragionevole ossequio degli elettori campagnoli tra le cose lecite ed oneste, e gabellare la rielezione dell'onorevole Ariberti tra le più nette di quella nuova legislatura.

Proclamato vincitore, il nostro Ariberti avrebbe dovuto, secondo ogni norma di convenienza, recarsi a visitare la marchesa di San Ginesio e ringraziarla in pari tempo dell'aiuto liberalmente dato alla sua candidatura. Ma quantunque ci pensasse due o tre giorni su, e fosse convinto che tale era l'obbligo suo, pure non gli diè l'animo di farlo.

--Scusami, e trova il modo di scusarmi presso la signora marchesa;--disse Ariberti a Filippo Bertone;--io l'ho troppo amata in _illo tempore_ e mi sentirei oggi troppo ridicolo, presentandomi a lei. Già, con te, vecchio amico, si può parlare alla libera e col cuore in mano...

--Ma sì, certamente.

--Or bene, dunque, Filippo mio, lasciatelo dire; io t'invidio.--

Filippo Bertone, a quelle parole del suo amico d'adolescenza, si fece in volto del colore che sapete. E non volendo ammettere, e non sapendo negare, tentò di sviare il discorso.

--Uomo debole!--diss'egli, mettendo amorevolmente le mani sulle spalle di Ariberti.--Non hai la tua stella polare a Torino?

--Sì, è vero;--rispose Ariberti con impeto, ma reprimendo in pari tempo un sospiro.

