# La notte del Commendatore

## Part 24

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Il nostro eroe non doveva essere malcontento della sua gita al ballo di Corte. Per giunta alla derrata, ebbe parole amorevoli del padrone di casa (il re, se vi piace), che s'intrattenne a lungo con lui, a discorrere sui partiti e sulla necessità di dar sesto al bilancio. Fu un colloquio che fece tremare sul loro trono di cartone i ministri, uno dei quali guardò due volte l'orologio e contò che la grazia reale era durata sette minuti e qualche secondo. Nè fu minore l'attenzione di una ventina di damerini, e cortigiani di primo pelo, che, bazzicando poco o punto alla Camera e non conoscendone molto gli oratori, si domandavano curiosamente l'un l'altro, chi fosse quel giovanotto, che aveva tanta entratura col re.

Si seppe allora, dopo aver preso lingua dai pratici, che era il deputato Ariberti, quel desso che con un discorso aveva fatto cascare il gabinetto anteriore, e non dal sonno, pur troppo, come avrebbero certamente preferito i vecchi ministri. E pochi minuti dopo, trattandosi d'una notizia di quella importanza, il colloquio dell'onorevole Ariberti col re era stato strombazzato per tutte le sale; figuratevi che n'erano state perfino informate le dame che di queste cose per solito non si dànno pensiero, e fanno bene, a mio credere.

Questo epifonema dell'umile narratore non mira ad offendere una bellissima gentildonna, che si trovava per l'appunto al ballo di Corte, e a cui premeva molto di conoscere da vicino il nostro onorevole. Forse la politica c'entrava pochino in quella sua curiosità femminile, e molto invece la vanità. Comunque fosse, io non ho da vederci nulla; debbo dire soltanto, per la necessità del racconto, che quando uno dei suoi cavalieri, servo divoto di tutte le dame, diede a lei la notizia dell'importante colloquio, ella, che pur conosceva Ariberti, per averlo veduto ed udito più volte alla Camera dalla tribuna diplomatica (una bella signora ci ha sempre ai suoi ordini un plenipotenziario purchessia), dimandò con aria di candore al suo elegante galoppino:

--Lo conoscete voi, questo terribile rovesciatore di ministeri?

--Se lo conosco! Siamo anzi amicissimi.

--Ah, bene! Dovreste presentarmelo.

--Io, marchesa?

--Sì, voi; se è vostro amico, anzi amicissimo, come dite...

--Certo; ma qui, su due piedi...

--Stiamo a vedere che vorreste presentarmelo su quattro! Da bravo, cavaliere; fateci questo servizio e contate sulla nostra gratitudine.

--Vi preme molto, marchesa?--domandò il povero cavaliere, che non conosceva Ariberti, e non sapeva che pesci pigliare.--Quand'è così...

--Quand'è così, non mi presentate nulla. Si può far senza del vostro amicissimo e vivere.--

Il cavaliere capì che aveva scontentato la marchesa, e che la sua vantata intrinsichezza coll'Ariberti non era tenuta in conto d'evangelio. Perciò, fatte alcune parole senza costrutto, e solamente per pigliar tempo, andò a cercare il modo di accomodare il pasticcio e di contentare la dama.

Ariberti non era lontano. Il cavalier servente, dopo essergli girato intorno parecchie volte, aspettando di trovar uno che lo presentasse, o un'idea che lo avvicinasse al suo uomo, finì con una alzata d'ingegno, della quale in ogni altra occasione non si sarebbe creduto capace; si accostò all'onorevole Ariberti ed appiccicò audacemente il discorso.

--Bella festa, commendatore, non è vero?

--Sì, bella;--rispose Ariberti;--bella,--ripetè dopo una breve pausa e riprendendo argutamente il suo vicino,--quantunque io non ci abbia il grado a cui le piace elevarmi.

--Come?--disse l'altro, cadendo dalle nuvole.--Scusi, sa? Veramente, credevo... Già, non si sa mai... E infine, se non è commendatore Lei, chi ha da esserlo?

Ariberti era uomo, e l'incenso non gli dispiaceva, anche a costo di sentirsi rompere l'incensiere sul naso.

--Con chi ho l'onore di parlare?--dimandò egli allora, atteggiando le labbra ad uno dei suoi più dolci sorrisi.

--Il cavaliere Carletti di Montalero; non si ricorda? Ho avuto il bene d'intrattenermi con Lei nell'atrio del palazzo Carignano, insieme col mio amico...--

E qui il bravo cavaliere sciorinò un nome illustre, senz'altro. Già, le bugie sono come le ciliegie, e tutto sta nel cominciare.

--Ah sì,--disse Ariberti, che non si ricordava affatto.--Ora mi sovviene... Scusi sa! Si ha occasione di parlare con tante egregie persone, che in capo al giorno, uno non si raccapezza più, per quanti sforzi faccia. È male, lo capisco, ma infine, non tutti hanno la memoria di Napoleone il Grande.

--Scusi, cavaliere;--ripigliò il Carletti, che non era un grullo e voleva con qualche arguzia temperare la difficoltà del colloquio;--crede lei che Napoleone ci avesse proprio quella memoria portentosa? Si racconta in casa mia che uno ci si sbattezzò di buona voglia, per non dar torto al grand'uomo, che lo aveva chiamato con un nome non suo. Del resto, si capisce; le cure di Stato son fatte per confondere la testa meglio ordinata. Ed anche il Parlamento ne vuole la sua parte, specialmente quando si fa il deputato come Lei.--

Ariberti s'inchinò, ringraziando; ma dentro di sè, incominciava a sentire un pochino di noia, parendogli che il suo interlocutore appartenesse alla classe dei gasteropodi, ordine dei ciclobranchi, famiglia degli univalvi, lepade in greco, e in italiano patella.

--Veda di non logorarsi troppo;--continuò intanto il buon cavaliere Carletti di Montalero,--gli uomini come Lei sono preziosi; se lo lasci dire, preziosi. Un po' di svago ci vuole. E dica, di grazia, non balla?

--Nossignore;--rispose Ariberti, che era già ad un pelo di mandarlo a tutti i diavoli.

--Come? Con tante dame gentili? C'è qui raccolto il fiore della bellezza e della grazia di tutto il Piemonte.

--Non dico di no; ma conosco poca gente...

--Se io potessi mettermi agli ordini suoi...

--Oh, grazie infinite, ma io...

--Se mi permette,--interruppe il cavaliere, mettendo, come suol dirsi, le mani avanti,--incominciamo fin d'ora. Io la presento a qualcuna delle nostre eleganti. Non sono un uomo politico, e pur troppo il mio poco ingegno non mi dà di aspirare a diventarlo; mi contento adunque di passar la mia vita il meno male che si può, e sacrifico modestamente alle Grazie.

--Le faccio i miei complimenti;--disse Ariberti, che non sapeva se avesse a fare con un impertinente, o con uno sciocco.--Si tenga lontano dalla politica, e non abbandoni le dame; il meglio della vita è qui.

--Gliel'ho detto;--incalzò il cavaliere di buona volontà;--son tutto a sua disposizione. Mi terrei veramente onorato di presentarla...

--Grazie!--gli rispose Ariberti, scuotendo la testa in atto di rifiuto.--Io sono un orso, e gli orsi ballano male.

--Ah, ah! questa è arguta davvero!--esclamò il cavaliere, accompagnando la sua osservazione con tutte le smorfie più adatte, secondo lui, a disarmare la diffidenza del suo interlocutore.--Ma non sempre le cose più argute son vere.--

E cominciava a sudar freddo, il povero cavaliere Carletti di Montalero; e malediceva in cuor suo la smania di darsi per amico di tutti i valentuomini, che l'aveva messo in quel brutto impiccio.

--Dunque, dicevamo,--proseguì infilzando parole alla disperata,--bisogna esordire. Io la presento subito alla più elegante e alla più bella di tutte. Vede, onorevole amico; è un sacrifizio che faccio... Ma intendiamoci, lo faccio volentieri; ho tanta stima e riverenza per Lei!--

Ariberti aveva già perduta la pazienza, e una frase poco parlamentare stava già per venirgli alle labbra. Ma quell'accenno del cavaliere alle qualità della dama, lo trattenne in buon punto. Il cuore, quel benedetto viscere, che entrava per tanta parte in tutte le cose sue, gli aveva dato un sobbalzo nella classica chiostra del petto.

--La più bella!--esclamò egli, sorridendo.--Diamine! Non foss'altro che per conoscere il suo riverito parere in materia di bellezza, io ardirei chiedere il nome della signora.

--A patto di presentazione?--dimandò il cavaliere, cogliendo la palla al balzo.

Ariberti stette in forse un istante. Ma un'idea gli era passata pel capo; che si trattasse di una scommessa, d'un punto da vincere, o altro di somigliante. La ruvidezza in questo caso gli avrebbe fatto un cattivo servizio; la urbanità sola lo avrebbe salvato. Inoltre, il cavaliere Carletti non aveva l'aria di un burlone; e in fin dei conti, ci sarebbe stato sempre tempo a punirlo. Così pensando, l'onorevole Ariberti si commise allegramente all'ignoto.

--A patto di presentazione;--rispose.

--Benissimo;--gridò il cavaliere Carletti;--ed io son certo che Ella non si pentirà di averlo accettato. La più elegante e la più bella non pare anche a Lei che sia la marchesa... di Rocca Vignale?--

Apritevi, spalancatevi, o porte del cielo empireo, e scendano gli angioli a cori, colle cetre, i timpani, e tutti gli altri istrumenti di paradiso, per fare un degno accompagnamento all'inno che si sprigionò dal cuore di Ariberti in quell'ora. Tutti i falchi della bella imagine di Giosuè Carducci, levati al volo in un punto, non basterebbero a dare un'idea lontana di quella gloria di pensieri, di giaculatorie, d'interiezioni alate, che gli balzarono fuori del cervello, all'udire quel nome.

In gran confusione, per altro; che il colpo era stato troppo repentino, e una mente anche più ordinata della sua non avrebbe resistito. Come? Da un'ora egli almanaccava per sapere il nome di quella diplomatica in Parlamento «quasi raggio di stella in ciel turbato». Saputo quel nome per grazia, profumata del caso, che gli aveva mandato tra' piedi Filippo Bertone, gli mancava ancora l'essenziale, cioè l'occasione e il modo di avvicinarsi a quella donna. E la fortuna veniva a lui, sotto le spoglie del cavaliere Carletti di Montalero; ed egli, lo sconoscente, l'ingrato, lo stolido, era stato lì lì per mandarla a tutti i diavoli!

Al pensare che avrebbe potuto commettere uno sproposito di quella sorte, fremette dal capo alle piante. E se i capelli non gli si rizzarono sul capo, credete pure che fu per rispetto al luogo in cui era, e per la mancanza d'un parrucchiere lì pronto a ravviarli.

La prima cosa che egli fece, dopo inarcate le ciglia e represso il moto involontario della sua molla interiore, fu di accostarsi al cavaliere Carletti e d'infilzargli dimesticamente il braccio sotto l'ascella. Ma subito si avvide che correva un po' troppo e che la foga lo avrebbe tradito; perciò si trattenne a mezza strada, e cercò di condire quell'impeto di allegrezza niente affatto diplomatica, con qualche frase argutamente festevole.

--Orbene,--diss'egli,--quantunque io non conosca la dama, eccomi pronto a pagare la scommessa. Son proprio curioso di vedere se Ella è di buon gusto.--

Frattanto lavorava a tirare il braccio indietro. Ma quell'altro aveva già piegato il gomito, e l'onorevole Ariberti si trovò preso come un lupo alla tagliuola. Immaginate la gloria del cavaliere Carletti di Montalero, che indi a poco si sarebbe presentato alla marchesa di Rocca Vignale, colla sua preda sotto il braccio.

Povero cavaliere! Egli non era mica uno sciocco; anzi alle sue ore poteva anche passare per un uomo di spirito. Ma colle donne non c'è spirito che tenga, e il più accorto ci casca. Nell'impresa a lui commessa dalla bella marchesa di Rocca Vignale, il Carletti non ci vedeva niente di strano, e, così com'era stato condotto il discorso, doveva credere che alla signora gli fosse saltato il ticchio di conoscere il primo oratore della Camera, come in ogni altra occasione le sarebbe saltato quello di farsi presentare il tenore che filava così bene lo «_Spirto gentil_» al teatro Regio, o un autore applaudito, un saltimbanco celebre, un poeta estemporaneo, un famoso scapestrato, un ambasciatore, un direttore di _cotillon_, od altro dei beniamini della gloria d'un giorno.

In fin dei conti, che cosa ne sappiamo noi? Non poteva essere anche tale il disegno, o il ghiribizzo, della signora marchesa?

Una cosa sappiamo, che Ariberti aveva desiderato ardentemente di avvicinarla, che il caso lo aveva servito largamente e che egli doveva vedere in questo fatto l'opera del caso, un atto intelligente e meditato di quella divina provvidenza, che è, se permettete, un capriccio di donna.

Si avvicinò, tenuto a braccetto dal cavaliere Carletti, che mostrava un'aria da conquistatore nell'atto di domandare il trionfo. La marchesa aveva accanto un pezzo grosso, di quei che non ballano, e che si possono piantar lì quando faccia comodo. Anche questa era intelligenza sopraffina, di mostrarsi stanca del ballo e di mettere gli importuni in dirotta.

Per farvela breve, l'onorevole Ariberti fu presentato ed accolto con quella elegante e cerimoniosa freddezza che era del caso; ma gli occhi e la stretta di mano dissero, o lasciarono intender cose, che dovevano sfuggire alla attenzione di tutti i cavalieri Carletti del mondo. L'onorevole Ariberti chiese ed ottenne l'altissimo onore di una quadriglia, o contraddanza che si voglia dire, come se fosse un ufficiale d'ordinanza, un addetto d'ambasciata, od altro degli elegantissimi giovinetti che davano vita alla festa.

CAPITOLO XIX.

Rinaldo nei giardini d'Armida.

Chi non ricorda, tra le noie della sua prima giovinezza, il famoso teorema dell'ipotenusa, più conosciuto nel gergo scolastico sotto il nome di ponte dell'asino, perchè era in geometria il punto difficile, di là dal quale potevano andar ritti e sicuri i matematici in erba, laddove, in esso scappucciavano maledettamente i più corti d'intelligenza, quantunque fossero i più lunghi d'orecchie? Dimostrare tre migliaia d'anni dopo Pitagora, autore della bella scoperta, che il quadro eretto sull'ipotenusa è equivalente alla somma dei quadrati eretti sui due cateti, era appunto il difficile dell'impresa.

Non è animo mio di ripetere qui la dimostrazione ai lettori, per farmi vedere ferrato a ghiaccio nella scienza d'Euclide. Ho solamente ricordato il teorema pitagorico, per giungere a dirvi (guardate mo dove va a ficcarsi la boria dottorale!) che la bellezza della marchesa Clementina di Rocca Vignale era la somma delle bellezze di Giselda Szeleny e della marchesa di San Ginesio. Splendida come questa, attraente come quella, raccoglieva in sè stessa e mostrava armonicamente confusi i due generi, le due forme di bellezza che mi sono ingegnato di rappresentarvi a suo luogo.

E adesso, lasciando in disparte la geometria piana, che non è certo la più acconcia a descrivere le grazie di una donna, dovrei schiccherarvi qui in quattro tocchi di penna i pregi fisici di questa Armida rediviva. E qui proprio mi trovo più impacciato che non fossi a quattordici anni, coll'ipotenusa e i cateti. Se almeno potessi darvi questa bellezza in dramme e scrupoli, come fa il medico le sue ricette, lasciando a voi la cura del «_misce et remisce_»!

Un grande scrittore, che in gioventù non aveva avuto a lodarsi troppo delle signore donne, e che perciò non usava trattarle co' guanti, mi diceva: «Quando ho da dipingere una donna, piglio due soldi di biacca, uno di cinabro, uno di giallo di cromes, un pizzico di terra d'ombra, un altro di nerofumo, e non ci fo mica altra spesa; cinque o sei pennellate, e mi sbrigo». Lo diceva, s'intende; ma poi non lo faceva. Ed anche di lui, quantunque amasse poco il bel sesso, resteranno figure ammirabili, come una Jole, una Fides, tra l'altre, ed una Fulvia Piccolomini, per cui, se tornasse al mondo tal quale si potrebbe anche fare allegramente, il viaggio di Siena.

Come tipo di bellezza ammirabile, la marchesa di Rocca Vignale avrebbe fatto onore, anche dopo il ritratto della Paolina Adorno dei Brignole, al pennello sicuro ed elegante di Antonio van Dyck, o al mollemente arguto di Tommaso Lawrence, per cui non ebbero segreti le morbidezze, i tondeggiamenti e le lisciature della forma moderna.

Di statura piuttosto alta, e snella, ma tutta a curve, che il garbo delle vesti faceva spiccare accarezzandole, la marchesa Clementina poteva mostrare un piede, anzi due, della più delicata picciolezza, e tali da far credere ai veristi che la natura si fosse guastata anco lei, bazzicando cogli accademici. Ora, per una donna come la marchesa, poter mostrare un bel piede era una tentazione irresistibile, ed io non debbo tacere questa debolezza della mia nuova eroina. Già, chi lo ignora? tutti abbiamo le nostre, e v'hanno sempre certi punti in cui, o per cui, la più gran dama del mondo non è niente più d'una semplice crestaia. Anche il colosso di Nabucco aveva il piede di creta. Dunque, ammettiamo, il pie' di creta della marchesa Clementina, non senza soggiungere che mai la creta d'un piede apparve più leggiadramente modellata, neanco tra le mani di Fidia.

Lettori umanissimi, io comincio dove s'avrebbe a finire. Ma che volete? Il diavolo m'ha sempre pigliato da' piedi, e oramai ci ho fatto il verso.

Per altro, ora che mi sono sbrigato da questo particolare, vi fo grazia delle vesti, la cui eleganza provava il buon gusto e quella cura minuziosa di sè, che amiamo tanto di trovare nella donna; e vengo difilato alla testa; una testa, se mi consentite il paragone, graziosa come quella di un serpe. A voi parrà strano, e fors'anco esorbitante; a me invece pare di aver trovata l'immagine più felice e più acconcia. Superate di grazia quel senso di ribrezzo che ispirano i rettili pel loro corpo smisuratamente lungo e per le velenose qualità di taluni tra essi; non guardate che quella testolina eretta, che a prima giunta apparisce così rigidamente stagliata, ma che vi riesce poi così delicata nei suoi contorni, così leggiadra ne' suoi atteggiamenti, così incantevole nelle sue movenze, e converrete con me che la testa di una bella donna, o di qualche bella donna, se vi piace meglio, può essere non indegnamente paragonata a quella di un ofidio.

La marchesa Clementina aveva i capelli castagni finissimi, ondati, lucenti e abbondantissimi per giunta. A volta amava stringerli in treccie lunghe e piene come Margherita, a volta gli scioglieva sulle spalle come Giulietta, e li adornava di fiori come Matelda ed Ofelia. Godeva de' suoi capegli come la tipica madre delle donne create, là nelle selve primitive dell'Eden, quando si specchiava allegra nelle acque correnti del ruscello e sorrideva del medesimo riso all'uomo, ed al serpente astuto, che già si disponeva a scaltrirla.

Io vi amo, o bei capegli, stillanti ambrosia dal capo delle dee d'Omero, e ancora ai tempi nostri cagione di soavissimi fremiti a chiunque accarezzi le vostre morbide ciocche. Sansone ebbe nei capegli la forza; ma ogni donna è più forte di lui, perchè ne ha nei capegli la grazia e il fascino delle dolci lusinghe. Oh perchè la moda, la maledetta moda, li ha raccolti e stipati in così fitto manipolo sul capo della donna amata, in sembianza di torre, irta di guerrieri, sul dorso dell'elefante? Quei mazzocchi a cupola, a campanile, a battifredo, mi fanno paura; io li abbomino, perchè tolgono alla chioma i suoi pregi più cari, la morbidezza e l'ondeggiamento. La donna mi si fa davanti armata in guerra, minacciosa e superba, con quell'elmo, che la rende un terzo più grande del vero. Io non sento nessuna ripugnanza per Minerva, e giuro che, nel caso di Paride, farei del mio pomo tre fette, ed anco disuguali, per dare la più vistosa a lei, che ha il vanto degli occhi verdi; ma vorrei che si levasse quella sua minacciosa cervelliera dal capo.

La marchesa Clementina era dunque una Minerva senza elmo; anzi io potrei paragonarla più facilmente a Venere, che è rappresentata in alcune statue coll'elmo sotto i piedi, e questo mi gioverebbe per farvi vedere ancora una volta il piedino della marchesa, quel piedino adorabile che sapete. I suoi capegli scendevano per solito ripiegati in due lucide staffe a carezzare le guance rosee, vellutate, come le pesche duracine, e lumeggiate d'aurei riflessi. Non aveva spaziosa la fronte; ma questo, che è pregio dei pensatori e dei calvi, non fa buon giuoco alle donne. Sia breve la fronte e piana, anzi un tal poco leonina, profilato il naso, breve lo spazio che intercede da questo alla bocca, rotondo il mento, e possa la dea sorridere spesso, per mostrare la sua fresca conchiglia di perle, o atteggiarsi a tristezza, perchè abbiano risalto le ciglia lunghe, morbidamente ricadenti sulle pupille del colore dell'indaco; è questo l'essenziale, e il miracolo della bellezza è compiuto.

Gli occhi della marchesa vorrebbero essi soli una pagina di descrizione; ma quando io vi avessi affastellati sulla carta tutti i soavi baleni d'un cielo d'estate, tutte le mezze tinte e sfumature dell'iride, tutti i profondi scintillamenti dello zaffiro, tutti i lattei riflessi dell'opale e tutti i vivi bagliori del diamante, non vi avrei detto ancor nulla di efficace. Si sono scritti parecchi trattati sulla luce, e parecchi sull'anima; ora, quanti non se ne potrebbero scrivere di più sopra un bel paio d'occhi, che sono la luce dell'anima e soli danno anima per noi alla luce? Vi dirò dunque, nella forma più breve, che quegli occhi iridati, umidi e sfavillanti, avrebbero potuto far dare nei gerundii tutti gli angioli del cielo, se mai fossero tornati sulla terra a chieder notizia dei loro fratelli, compianti e celebrati da Tommaso Moore, nel suo leggiadro poema.

Stupendo era il collo, sebbene per avventura un tal poco più lungo del giusto. La natura aveva forse voluto fare un complimento a Raffaello Sanzio, che in questa parte ebbe talvolta a correggerla. E mai collo di donna fece pensare più di questo ai flessuosi candori e alle armoniche movenze del cigno. Il seno poi, era fior di latte rappreso, e i teneri contorni dell'òmero avevano la soave fermezza e i miti splendori del marmo di Carrara. Infine, era una bellissima donna, un mirabile saggio della più bella creazione di Dio, il quale ci ebbe le sue grandi ragioni a serbarsela per l'ultima, nelle sue sette giornate di lavoro. Egli che, sia detto senza intenzione d'offenderlo, tagliò l'uomo coll'accetta, pose ogni diligenza in quella ultima fatica, che è riuscita un vero capo d'opera. Giù il cappello, signori atei, o qui si viene alle brutte.

E difetti non ne aveva, la marchesa Clementina? Ve li ho detti, indicandoli, secondo il gusto mio, come pregi; collo leggermente più lungo, e fronte un pochino più stretta della giusta misura. Ma già lo sanno anche i grilli; è della bellezza moderna, fondata nell'espressione anzichè nelle linee, il vantaggiarsi di certi piccoli nei. Non siamo noi forse, noi inciviliti fino al midollo, che vediamo altrettante virtù in certe imperfezioni del l'anima?

La marchesa di Rocca Vignale, per esempio, ci aveva l'intelligenza alquanto ristretta della sua fronte, la volubilità serpentina del suo collo e la piccineria minuziosa de' suoi lineamenti. Ora chi non vedrà esser questa piccineria delicatezza, questa volubilità leggiadria, questa ristrettezza di mente giusta misura d'idee, per chi non è nato alle uggiose cure del filosofo e dell'uomo di Stato? Date alla donna i vasti concetti dell'uomo, e avrete la dottoressa; datele i contorni più austeri, e: avrete la dea sul plinto di marmo; non più la donna che vi farà dimenticare il mondo a' suoi piedi, che vi costringerà ad amarla o a maledirla, con perfetta vicenda, dodici volte in un giorno.

