La notte del Commendatore

Part 23

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Infine non c'era verso di accozzare otto uomini di buona volontà, quantunque fosse da credere che tutti dovessero averne un desiderio stragrande. Allora il nostro Ariberti incominciò a mangiare la foglia e ad intendere che i suoi amici erano di gran fintacci. E perchè dal canto suo non aveva quella voglia spasimata di diventar un'eccellenza, che anzi il pensiero di un nuovo ed altissimo ufficio gli aveva già fatto venire la stanghetta al capo, si provò a supplicare i suoi nobili amici, che volessero lasciarlo in disparte. Essi per contro non si provarono nemmeno a sconsigliarlo per debito di cortesia, e colsero la sua rinunzia a volo. E allora il nuovo ministero, così difficile a farsi, uscì come per incanto dal limbo; il giorno dopo era annunziato sulla _Gazzetta Ufficiale_.

Il ministro fallito ebbe campo di meditare a sua posta sulla ingratitudine degli uomini in generale, e degli amici politici in particolare. Povera sua eloquenza, come l'avrebbe spesa male, se l'avesse spesa tutta pei loro begli occhi! Fortunatamente, come sappiamo, non era così; ma in fin dei conti, quei signori non ne sapevano nulla delle sue sorgenti d'ispirazione e dei suoi intenti romanzeschi, nè era lecito a loro di trattarlo in quel modo.

A fargli sentire maggiormente la botta, aiutava qualche noterella di giornale, in questa forma agrodolce:

«Alcuni giornali, per la smania di precorrere gli eventi e per dare il ministero composto, hanno raccolto la voce che un portafoglio fosse stato offerto a qualcheduno dei più giovani deputati dell'opposizione. Certo, se qualche discorso bastasse a meritare l'altissimo ufficio di governare il paese, i nostri confratelli avrebbero avuto ragione a presentare come una notizia certa le voci senza fondamento a cui alludiamo. Ma egli non è per fermo da questi lievi titoli che si desumono le ragioni della scelta di un ministro, bensì dai lunghi servizi resi alla causa della libertà e dalla autorità con essi acquistata nel paese. La composizione del nuovo gabinetto, che fu appunto difficile pel cozzo di tante voci premature, dimostra che noi eravamo ispirati ad un giusto sentimento delle necessità odierne, quando mettevamo in sull'avviso i lettori, contro queste voci di piazza, che si ripetono ad ogni crisi e fanno perdere un tempo prezioso, con grande soddisfazione dei nostri avversarii. Ma perdoniamo a questi ultimi; poverini! è l'unica che loro rimanga».

Oppure un'altra noterella, così concepita:

«Gli organi del ministero caduto fanno le meraviglie che non sia stato offerto un portafoglio all'on. nostro amico Ariberti. Questi giornali giudicano del partito nostro dalla pochezza d'uomini del loro. L'opposizione, sel sappiano, è forte, e ricca di preziosi elementi. Ma i portafogli non sono che nove, ed essa non ha potuto dare ai suoi avversarii la consolazione di vederli accrescere, per contentare ambizioni e vanità, che dopo tutto non allignano nel suo seno. E restringendoci a parlare dei nove eletti dalla fiducia sovrana, chi può dire non essere eglino per l'appunto coloro che avevano maggiori titoli all'alto incarico, come li hanno indubitabilmente alla gratitudine del paese?».

Il secondo articolo era meno scortese del primo, ma l'uno commentava l'altro, e venivano dalla medesima fonte ambedue.

Ariberti perdette la pazienza e commise l'errore di lagnarsi co' suoi nobili amici di questa scortesia che gli usavano i loro portavoce. Ma i nobili amici stettero alti con lui e se la cavarono con poche parole, donde traspariva il desiderio di non essere seccati per così piccola cosa. I nuovi ministri già avevano sentita la carica.

Allora il nostro deputato capì che non c'era a sperar nulla da loro, e, non potendo pigliarsela coi giornali, per non aguzzarsi il palo sulle ginocchia, si tirò in disparte, ad aspettare gli eventi. Del resto, non era lui che si ritirava, era il ministro che lo respingeva, e quella posizione lontana a cui dovette ridursi Ariberti può considerarsi come un effetto della spinta ricevuta. Il ministero, dal canto suo, liberatosi dal debito di gratitudine che aveva con lui, lo dimenticò facilmente. Ben altro aveva da fare in que' giorni. C'erano, verbigrazia, tanti nemici da accarezzare, che doveva parer naturale, se il nuovo gabinetto non trovava il tempo e il modo di indorare la pillola a qualche amico scontento.

Il lettore si annoierà a leggere queste cose, come io mi annoio a raccontarle. Ma egli ed io dobbiamo pure mandarle giù in santa pace. Questa è la storia; ed è storia altresì che il nuovo ministero durò a mala pena tre mesi. Composto di vanità, nato per dispetto, senza amici divoti, senza oratori di polso, senza nuovi concetti, non poteva certamente durare di più, e doveva far gioco ai suoi avversari, quantunque per tanti rispetti meno accettabili di lui.

Ariberti non lo sostenne, e fu peggio. È vero che lo avevano quasi respinto dal grembo della nuova chiesa, lasciandogli intendere che non era necessario. Ma in politica le vie di mezzo non servono; o stare ad ogni sbaraglio, e aver le pedate in conto di gentilezze, o romperla apertamente dicendo le sue brave ragioni. Ora egli non aveva saputo fare una cosa, nè l'altra. La indipendenza sua lo condusse due volte a votare insieme col partito sconfitto, e i caporioni di questo gli fecero qualche invito, a cui egli non rispose nè sì, nè no, restando «tra color che son sospesi». E quando i vecchi ministeriali tornarono al governo, rammentarono facilmente per colpa di chi erano caduti. Nè egli era uomo da offrire guarentigie di mutati propositi, nè essi eran uomini da domandargliene.

Così stette colle mani alla cintola, vegetando nel suo scanno «senza infamia e senza lodo». E poichè cito Dante per la seconda volta, ricorderò il caso di lui, che dovendo spartire tra inferno, purgatorio e paradiso, un certo numero di suoi conoscenti, si trovò poi con cinque o sei personaggi di minor conto, che non sapeva dove mettere, e te li lascio bravamente nel vestibolo, non senza averli bollati con due o tre versi roventi, che fanno ancora frizzar loro le carni.

Per Ariberti non era il caso; ma è certo cionondimeno che egli non apparteneva nè all'inferno, nè al paradiso, nè al purgatorio parlamentare, cioè a dire alla sinistra, alla destra ed al centro. Andava diventando un deputato _sui generis_ e non al tutto per colpa sua.

--Che volete?--si diceva di lui.--È un originale, un cervello bislacco. Ingegno, sì, e molto; ma una superbia... una superbia!--

E, con queste caritatevoli invenzioni, gli facevano il vuoto dintorno. A furia di sentirselo a dire, finì col credersi anche lui un superbioso di tre cotte. Di tanto in tanto faceva un discorso, ma concludeva poco, perchè non serviva a nessuno. E lo aveva preso un tedio invincibile della vita parlamentare, come già di tante altre bellissime cose.

Tedio, moralità di tutte le favole umane!

CAPITOLO XVIII.

Nel quale si narra di un ballo a Corte e di quello che ne seguì.

Quando il tedio s'impadronisce di noi, il miglior rimedio è quello di portarcelo insieme a viaggiare, e quanto più lontano si può, colla speranza che svapori per istrada, o un doganiere ce lo sequestri al confine. E dico colla speranza, perchè veramente il miglior rimedio non è sempre il più sicuro, e in molti casi non giova. Il più sicuro, che poi a sua volta non può dirsi il migliore, è quello d'innamorarsi. È infatti opinione dei più reputati filosofi, che di tutte le cose di questo mondo, usando ed abusando, può l'uomo a lungo andare noiarsi; della donna mai.

Anch'io, senza esser filosofo, quando avrò passato i settanta, o giù di lì, vi darò il frutto delle mie osservazioni in proposito. Ma già, lo prevedo, quand'anche la triste vecchiaia abbia a guastarmi il palato, ci sarà sempre qualche nepote birichina, che mi farà vedere l'ultima delle opere di Domineddio, sotto un aspetto nuovo e caro; mi scompiglierà la parrucca, mi metterà gli occhiali sul naso alla rovescia, mi porterà dei fiori e dei baci per l'ultimo mio compleanno, e mi farà ripetere per la centomillesima volta: ottima cosa è la donna!

La verità è questa, che quando non viviamo più per le nostre passioni, viviamo per quelle degli altri. Si soffia sulla cenere, e ci si trova ancora qualche po' di cinigia. _Agnosco veteris vestigia flammae._ Il figlio, l'amante, il marito d'una volta, è diventato il babbo, il nonno, lo zio. Si è sempre gli antenati di qualcheduno; posteri passati, come diceva Arlecchino.

Ora, se permettete, do un'occhiata all'onorevole Ariberti, che non vorrei avesse a farmene qualcuna delle sue. Non già ammazzarsi a cagione dell'umor nero, che diamine! Il nostro eroe non era un inglese, e la malattia gli girava per un altro verso. Anzi, vi dirò che in quel tedio profondo incominciava a muoversi qualche cosa d'insolito e di mal noto, come l'embrione del pulcino nel tuorlo d'uovo, sui primi giorni di covatura. L'immagine non è bella; ma ringraziatemi, poteva essere peggiore. Ariberti era in un periodo strano, d'incertezza, di malavoglia e di curiosità ad un tempo; sentiva che a quel modo non la poteva durare; avrebbe voluto esserne fuori, ma non riusciva ad intendere come ne sarebbe venuto a capo.

Se fosse stato di primavera, il nostro Ariberti avrebbe strappato un congedo e sarebbe andato a veder sbocciare le pratelline sui colli delle sue Langhe; unico spettacolo che potesse consolare il suo spirito infermo e riconciliarlo col mondo. Ma era d'inverno, e non seppe far altro che mettere la sua noia in abito nero e cravatta bianca, per portarla ad un ballo di Corte.

Ci andava per la prima volta. Deputato d'opposizione e poco amante delle cerimonie, aveva sempre sentito per simili feste una ripugnanza, di cui non si era fermato mai ad indagar le ragioni. C'entrava forse in quel sentimento un pochino di salvatichezza naturale; e questa, che vuol sempre trovar le sue scuse, gli bisbigliava nel tempo passato di non imitar la farfalla, di non aliar troppo intorno al lume.

Eppure, eccolo là, anche lui, al ballo di Corte! _Quantum mutatus ab illo!_ Come diverso da quell'Ariberti ritroso a cui tutte quelle umane vanità mettevano i brividi addosso! Ed anche allora, notate, anche allora gli parevano vanità; senonchè, gli pareva anche più vano il dar loro l'importanza di un caso di coscienza.

D'altra parte, in che operava egli diverso da tutti i suoi colleghi? E non era egli poi nella condizione più libera tra tutte, cioè quella del deputato senza vincoli, o, se meglio vi garba, del partigiano in congedo illimitato?

Queste ragioni, dopo tutto, valgono poco o nulla a fronte di quell'altra che muoveva Ariberti, il desiderio, la malacìa dell'ignoto e del nuovo. A fatti psicologici, ragioni psicologiche. Una voce interna gli diceva di andare; una forza arcana lo sospingeva. E a cui paressero sottigliezze, indegne d'un animale ragionevole, risponderemo coi fatti. Non è egli vero che dallo andare più da una parte che da un'altra dipende il più delle volte la nostra giornata, e che una giornata può chiamare l'altra? È opera del caso, si dirà. Or bene, il caso tirava Ariberti laggiù. Il nuovo Saulo andava a caso, ma a caso pensato, sulla strada di Damasco.

Seguitiamo adunque la noia, in abito nero e in cravatta bianca, dell'onorevole Ariberti. Colà dove egli è andato, ne troveremo altre in buon dato, che, sommate insieme, potrebbero dare un bel peso. Ma queste, faremo di cansarle, quantunque in una festa ufficiale si corra il pericolo di farci a gomitate.

Anche il nostro eroe la pensava come noi, perchè si strofinò poco ai crocchi parlamentari, ai gran cordoni, ai gran collari, ecc., ecc. Amava meglio osservare il bel sesso, con cui da gran tempo viveva, dirò così, in rottura diplomatica, e notò con piacere, misto ad una certa malinconia, che la nuova generazione delle figlie d'Eva, anche a Torino sosteneva degnamente la fama di bellezza e di grazia austera, che è inseparabile dal nome della donna italiana. Io metto pegno che l'onorevole Ariberti, abbacinato da tutto quello splendore di sete e di trine, da tutto quello scintillìo di diamanti, da tutta quella perlagione di carni, s'augurò per un istante di esser Paride e d'avere un pomo tra mani. Ma ohimè! se le dee moderne apparivano così poco vestite come le antiche, per contro i pastori moderni non avevano alla mano que' mezzi semplici e sicuri di acquistarsi la loro benevolenza, che aveva avuti l'antico pastore di Frigia.

Ariberti aveva riconosciuto tra quelle gentildonne che gli passavano davanti, al braccio dei cavalieri, qualcuna delle sue e nostre conoscenze antiche; come ad esempio la baronessa Vergnani, che aveva ancora il _pied d'Andalouse_, ma non più la _taille de guêpe_, che faceva andare in visibilio il conte Candioli; e la marchesa di San Ginesio, sempre bella, a malgrado degli anni, sempre ammirabile pel suo aspetto di Giunone. Il nostro amico notò con piacere che poteva guardarla senza desiderio, come senza rancore, segno che non era più innamorato, nè impermalito con lei. E questo s'intenderà di leggieri per Ariberti, che non era un cattivo ragazzo e non seguiva l'uso di tanti suoi simili e nostri, i quali sono sempre ammalati d'egoismo e di livore, e non possono perdonare ad una donna il grave torto che ella ha avuto, amando un altro in cambio di loro.

È vero che anche lui, vedendosi lasciato da banda, l'aveva odiata un pochino; ma perchè il suo animo era generoso, quell'odio era svaporato, senza lasciarvi traccia di sè. E la marchesa di San Ginesio gli tornava simpatica, come doveva esserlo per ogni cuore ben fatto. E più simpatico ancora gli era Filippo Bertone, quel buon Filippo che aveva con tanta amorevolezza, chetati gli sdegni di suo padre, quel nobile Filippo che con tanta cura fraterna lo aveva stimolato, aiutato a rimettersi sulla buona strada.

Filippo Bertone era in pochi anni grandemente cresciuto nella stima dell'universale, e si era fatto un nome glorioso, restando l'uomo più modesto del mondo. Onori, grandezze, e simili altre piccolezze, non lo avevano tentato; la sua unica ambizione era quella di non essere nulla in questa «fiera di vanità» che è l'umano consorzio. Cionondimeno, e proprio a suo marcio dispetto, aveva dovuto accettare una cattedra all'Università. Era la cattedra lasciata vacante dalla morte del suo vecchio benefattore. Molti ambivano quel posto, ma nessuno ne parve più degno di lui, che non lo ambiva affatto e che neppure aveva pensato di poterlo occupare. Il voto della scolaresca, il consenso unanime dei professori, additavano il Bertone; e il nostro Filippo dovette inchinarsi e accettare l'ufficio. Nessuno ci trovò a ridire, neppure i concorrenti, che avevano dovuto appendere la voglia all'arpione.

A trentacinque anni, Filippo Bertone era già salutato il primo fra i seguaci d'Ippocrate che vantasse la capitale. E quantunque le sue predilezioni fossero tutte per la storia naturale, in cui aveva fatto felicissime indagini, scrivendo un libro che rimarrà meritamente celebre, pure, tanta era la fiducia de' suoi concittadini, così numerosa la sua clientela, tale il concorso dei poveri, che egli non aveva avuto il coraggio di abbandonare la pratica per la teorica, e si era pazientemente rassegnato a studiar meno pei posteri, faticando di più pei presenti.

Al tempo in cui lo rivediamo, il nostro famoso professore appariva ancor giovane, e più assai del suo coetaneo Ariberti, che già incominciava a dissimulare cogli artifizi della moda i danni irreparabili del tempo. La bontà del precetto latino «_mens sana in corpore sano_» traspariva da quella sua aperta figura, improntata di maschia bellezza. Semplice di modi, non umile, indossava l'abito nero, e stava a Corte con quella serena dignità con cui aveva indossato, in altri tempi, il suo famoso soprabito color di tabacco e abitata la sua modesta soffitta.

A proposito della soffitta, ecco un particolare da non doversi passare sotto silenzio. Filippo Bertone aveva il suo quartierino nella medesima casa che sapete; era sceso di due piani, ma aveva serbato fede al suo nido, e quella soffitta non l'aveva ceduta a nessuno, e andava a chiudersi lassù quando voleva e poteva attendere a' suoi studi prediletti. Quella piccionaia sotto i tegoli era stata la sua prima dimora; colà aveva albergato i suoi libri, i suoi fiori, le sue speranze, i suoi sogni; di là aveva veduta la donna che doveva essere tanta parte e la più cara della sua vita, la prima e l'unica che doveva far palpitare il suo cuore. Filippo Bertone, per dirla con una frase abusata, ma adatta, aveva un'anima d'angiolo; nè affetti volgari, nè altre debolezze, che ogni uomo perdona, o vuol farsi perdonare, avevano mai profanato il suo culto per quella sembianza di divinità che egli si era foggiata sulla terra. E la soave marchesa di San Ginesio, nobilissima figura e saldo carattere di un tempo così vano e corrotto come il nostro, era ben degna di un amore così esclusivo, di una fedeltà così antica.

Ora, dovunque fosse la marchesa di San Ginesio, si poteva star certi di trovare Filippo. La qual cosa va intesa con discrezione, di teatri, balli, conversazioni, ed altri simiglianti ritrovi della civil compagnia; chè non vorrei lo aveste in conto d'un paggio del medio Evo, o di un moderno _King Charles_.

Diffatti, poco lunge dal salone da ballo, Ariberti si incontrò coll'amico Filippo, e fu una ventura per ambedue, che si vedevano tanto di rado.

--Eccoci qui,--disse ridendo Ariberti,--come due cavalieri del _Gobelins_, spiccati da un arazzo, ma per far sempre tappezzeria. Tu non balli; io neppure...

--Eh, quanto a me, si capisce;--interruppe Filippo;--la gravità di Galeno ne soffrirebbe; ma tu...

--E dove lasci quella di Temi?--domandò Ariberti.--Un legislatore in ballo, che ti pare?

---Legislatore sì, ma uomo politico, e gli uomini politici ballano. Vedi i ministri; sono in quadriglia anche loro.

--Sì, ballano sopra un vulcano!--ripigliò Ariberti, adoperando per celia una frase del dizionario giornalistico.--Quanto a me, da un pezzo io vivo lontano dal mondo e dalle sue pompe, e non ho più entratura colle dame. A proposito, ne ho visto una, poc'anzi; sempre bella tra tutte le belle, sempre Giunone all'aspetto e al portamento.

--Ah, capisco;--disse Filippo, che sulle prime non aveva inteso a chi volesse alludere Ariberti.

--Vieni, ti presento a lei.

--No, grazie.

--Perchè?

--_Domine, non sum dignus_.

--Eh via; non siamo mica più i ragazzi di una volta.

--Pur troppo, e per una buona ragione;--notò Ariberti, con accento tra malinconico e burlesco.

--Ma io ci ho di peggio; sono un profano mortale, e voi... siete angioli.--

Queste ultime parole erano state susurrate all'orecchio di Filippo; il quale si fece rosso in volto come una fragola al sole di primavera.

--Gentile amico!--rispose egli poscia, stringendo affettuosamente il braccio di Ariberti.--Se ti sentisse uno dei ministri caduti, non gli sembreresti più quello.

--Perchè, di grazia?

--Perchè tu, mio bell'oratore, non li hai certamente avvezzati a così dolci parole.

--Non le meritavano;--disse Ariberti.--Io, del resto, fo la mia corte ad un ministro vincitore, e gli rendo giustizia.

Filippo intese pel suo verso la gentile allusione, ma credette opportuno di lasciarla cadere.

--Vieni,--diss'egli,--giacchè non balliamo, daremo un giro per le sale, ed io ti farò da cicerone. Una metà della dame sono clienti del tuo umilissimo servo.

--E le conservi sane, a quel che pare.

--Ma sì, ma sì; sono un medico che lascia operare la gioventù e la salute. Il mio segreto è tutto qui.

--Sentimi;--disse Ariberti;--tu dovresti avere nel numero delle tue clienti quella che più mi premerebbe di conoscere.

--Ah, ah! Una fiamma amorosa? Antica, o moderna?

--Nè l'una cosa, nè l'altra. Una figura che mi piace, ecco tutto.

--Per ora;--conchiuse Filippo;--e va benissimo; vediamo dunque dov'è, e, se sarà una mia cliente, ti dirò anche il suo nome. Ma bada, tu dovrai farne buon uso.

--Che intendi tu per buon uso? Saprò che nome porta una bella signora che mi ha colpito, come si ama sapere il titolo di una bella incisione, ammirata avanti lettera; non ti sembra abbastanza platonico?

--Quand'è così, non ho niente a ridire. Avresti tu cangiato il vizio, per avventura?

--E, potrebbe darsi; una cosa è certa, che sto cangiando il pelo. Depongo nel sacrario della tua amicizia,--e, per dir questo, Ariberti abbassò la voce di due toni,--che ho già trovato nella mia povera chioma diciotto fila d'argento.

--Le hai contate?

--E strappate. Non vo' argento, io; sono incorruttibile.

--Ma, e quando i bianchi saranno in maggioranza?

--Mi darò alla pittura, Filippo mio; studierò l'arte del Tintoretto.--

Così chiacchieravano, allegri come due passeri su di un pergolato d'uva matura, mentre andavano di sala in sala, alla ricerca della bella sconosciuta, che premeva tanto ad Ariberti.

--Ah, eccola!--esclamò egli, stringendo il braccio all'amico.--Vedila, là in fondo, seduta su quel sofà. È quella che parla col cavaliere di Cocconato, il gran cacciatore del re.

--Quella? Ariberto mio, mi duole di avertelo a confessare; non è una mia cliente.

--Vedi che disdetta! Appunto quella che m'importava conoscere.

--Mio Dio, se vai proprio a cercarle col campanello! Ora io potrei cavarmela da principe, dicendoti che ella si chiama Venere, e lasciando a te la cura di rintracciare se sia la Capitolina, quella dei Medici, o quell'altra di Milo.

--Insomma, non sai chi ella sia.

--Ti ho detto che non è mia cliente. Ma se tu mi prometti la sua prima infreddatura, il suo primo mal di nervi...

--Filippo mio, tu te la godi come uno scolaro in vacanze.

--Sicuro; ti ho stretta la mano e sono di buon umore; anzi, torno ragazzo. Anche il grave Cicerone amava tornarlo di tanto in tanto, e lo scrisse appunto nel suo libro _De Senectute_, te ne rammenti? «_Ut aliquando repuerascam_». Almeno, mi pare che dica così. Ma lasciamo le ciance, e contentiamo l'amico. Quella signora leggiù, se non m'inganno, è una marchesa di Rocca Vignale, cioè Marchesa vedova di Rocca Vignale. Non so veramente come nasca; cioè, mi spiego, la scienza mi insegna come tutti nasciamo, e come sarà nata anche lei; intendo parlare di genealogia e di araldica. È nobile di nascita? È italiana? _Haud mihi compertum est;_ non saprei dirtelo.

--Eh, per non essere il suo medico, ne sai già quanto basta.

--Girando s'impara;--disse Filippo.--Del resto, non sono io che so molto; sei tu che ti contenti di poco. Ma questo è buon segno; non sei innamorato. Se tu lo fosti, vorresti già sapere da me il suo nome di battesimo, il nome di pratica in casa sua, le primavere che canta... A proposito di primavere, so anche questa. La marchesa di Rocca Vignale è rimasta vedova a venticinque anni, ed ora ne ha trenta suonati.

--Non parrebbe, a vederla!

--Ed hai ragione; ella ne dimostra tre o quattro di meno, e probabilmente ne avrà tre o quattro di più del numero che ti ho detto.

--È bella assai!--esclamò Ariberti, che tirava a suo modo la somma.--Andiamo via; se no, le casco ai piedi.--

Questo era detto burlescamente, si capisce; ma anche parlando per celia, l'onorevole Ariberti accusava i primi sintomi di una malattia acuta. Per fortuna, le malattie di questa sorte, quando nascono, non fanno dolore, che anzi le s'annunziano con una insolita pienezza di vita, volto sereno, occhio ilare, piede leggiero, e una nidata di grilli nel capo.