Part 21
In quelle distrette, il caso o una segreta ispirazione del cuore, lo condusse difilato in piazza San Carlo, e proprio alla svolta della via di Santa Teresa. Lasciamo star dunque il caso e l'ispirazione, e diciamo i suoi santi protettori. I quali, dopo aver fatto tanto, compirono l'opera, spingendolo oltre, fino all'uscio di quella casa in cui abitava Filippo Bertone.
Dice un proverbio che gli amici si conoscono alla prova. Aggiungerò coll'esempio di Ariberti che al momento della prova s'indovinano. Egli non era mica andato a cercare i cavalieri di Malta, i suoi compagni di scioperatezza, coi quali aveva passato ancora la sera antecedente, per far la vigilia del suo esame infelice. Andava in quella vece da Filippo Bertone, dal suo fortunato rivale, in cui la sera antecedente egli vedeva ancora un nemico.
Filippo gli aperse le braccia e se lo strinse al petto con tenerezza fraterna. Voleva sorridergli; ma lo vide così stralunato, che il sorriso gli si gelò sulle labbra.
--Mio Dio!--esclamò egli impallidendo.--Che ti è accaduto, Ariberto?
--Rovinato, Filippo, rovinato!--rispose il giovane mentre si lasciava cadere come corpo morto su di una scranna.--Rimandato all'esame; rimandato, capisci? Mio padre è qui. Egli sa tutto, le mie pazzie, le mie colpe. Ne ho molte... ne ho troppe... ed anche con te, Filippo...
--Oh, non parlar di me, te ne prego. Vedi, ti ho sempre aspettato. L'avevo qui nel cuore: egli è buono e tornerà. Sarei venuto io per il primo, se non avessi temuto di farti dispiacere; sarei corso, se ti avessi saputo infelice.
--Lo sono, Filippo mio, lo sono, e più che tu forse non credi. Ho perduto l'affetto di quell'uomo onesto e leale che è mio padre; la mia santa mamma è inferma dal rammarico che io le ho cagionato; insomma, io sono un disgraziato, e mi fo orrore, capisci? mi fo orrore!
Qui, d'una in altra parola, Ariberti scese a raccontar ogni cosa a Filippo; della sua vita sregolata, degli amori, dei debiti, degli esami falliti, e via discorrendo.
--Povero amico, fatti animo---gli disse Bertone. Un padre come il tuo ama sempre il suo sangue, qualunque cosa egli faccia; fuori, s'intende, il bruttarsi con azioni malvagie od infami. Tu ti sei indebitato fino agli occhi e non hai studiato come dovevi. È male, lo capisco, ma non è fortunatamente un delitto di lesa famiglia, come lo sarebbe stato per me. Non ti disperare, Ariberto; parlerò io a tuo padre. Tu frattanto va subito a Dogliani per consolare la tua povera mamma. Chi sa che il vederti non le ridoni la salute, meglio di tutte le ordinazioni del medico! So ancor poco di medicina,--soggiunse Filippo sorridendo,--ma già abbastanza per conoscere il pregio delle medicine morali. Va dunque, e subito. Se ti occorre danaro, eccone.
--Che fai?--balbettò Ariberti confuso.--Tu ti privi per me...
--Non temere; ne ho più del bisogno. Son ricco, sai? Guadagno un dugento lire al mese e fo ancora qualche sparagno.
--E come?--chiese Ariberti, meravigliato più dei guadagni che non dei risparmi del suo amico Filippo.
--Ho già parecchie lezioni,---rispose questi candidamente,--ed anche qualche ripetizione di anatomia. Che vuoi? Insegno quel che non so;--aggiunse Filippo, accompagnando le parole con uno dei suoi malinconici sorrisi;--ma studio la mattina e insegno più tardi quello che ho imparato io medesimo un'ora prima. In tal guisa non inganno nessuno. Mi stanco un pochino, è vero; ma tu lo sai, sono un montanaro e ci ho uno stomaco di ferro.
--Mio buon Filippo! Tu meriti davvero di essere amato;--esclamò Ariberti, gittandogli le braccia al collo.
E il pensiero gli correva in quel mentre, ma senza gelosia, alla bella marchesa di San Ginesio. Quella severa Giunone amava il suo Filippo; su questo non ci cascava dubbio. Ma questa, per chi conosceva lui e lei, doveva essere la cosa più naturale del mondo. Ariberti si sarebbe meravigliato fortemente, avrebbe creduto meno alla virtù e all'influenza della virtù, se la cosa fosse andata altrimenti.
--Grazie di questo e dell'altro;--ripigliò Ariberti, dopo aver ceduto a quell'impulso di affetto e di ammirazione.--Tu dunque parlerai a mio padre? otterrai il suo perdono per me?
--Sì, non dubitare, parlerò per te, gli spiegherò.... Veramente, non so che cosa potrò spiegargli, io che vivo fuori di questi viluppi... Ma infine gli dirò il buon cuore che hai, ed egli mi crederà. È tuo padre, l'ho detto, e non potrà vederla diversamente. Quanto a me, io spero che l'amicizia mi renderà facondo come Ortensio, caldo come Demostene.
E Filippo Bertone mantenne la promessa. Vide il signor Amedeo quel medesimo giorno, ma non entrò in argomento, perchè il babbo di Ariberti era troppo adirato col figlio. Scambio di affrontarlo, col pericolo di farsi mandare a tutti i diavoli, lo circuì bel bello, gli si fece compagno nelle sue gite per Torino, mettendo fuori ora una parolina, ora un'altra, e aspettando pazientemente le occasioni più favorevoli. E siccome il signor Amedeo tra carezze e minacce, era riuscito ad ottenere da quel briccone di Arun el Rascid un grosso taglio sul preteso suo credito, e con dodicimila lire date lì per lì riusciva ad estinguere tutti i debiti del suo signor figlio, il nostro Bertone giunse ad averlo più maneggevole, e la perorazione fece un effetto che Demostene ed Ortensio redivivi non si sarebbero ripromessi di certo, se si fossero trovati nei panni di Filippo Bertone.
Sì, veramente, Ariberto si era diportato da matto. Ma era giovine, faceva i primi passi nel mondo, e i primi passi son sempre difficili. Lo sapeva Filippo Bertone, che veramente non era cascato, ma soltanto perchè stretto dal bisogno, senza la croce d'un quattrino e l'ombra d'una speranza negli aiuti della famiglia. Filippo si buttava giù, si calunniava, ma lo faceva a buon fine. Per contro si esaltava, si nobilitava a dipingere il cuore dell'amico, a dimostrare come fosse amaramente pentito de' suoi trascorsi, quanto avesse pianto tra le sue braccia, come egli avesse durato gran fatica a chetarlo, quali promesse e giuramenti avesse religiosamente accolto da lui. Insomma, tanto disse e fece il bravo Filippo, che il signor Amedeo si lasciò intenerire e quando tornò a Dogliani, fra la moglie trepidante e il figlio confuso, gli vennero meno le forze a star grosso.
E qui bisognerà dire che Ariberto non mentì alle promesse che Filippo aveva fatte in suo nome. Fu quello l'ultimo dolore che egli cagionasse ai suoi parenti. La lezione era stata dura e gli aveva lasciato una traccia profonda nell'anima.
Ogni suo pensiero, ogni studio, ogni cura, fu in lui di riacquistare il tempo perduto. Alla seconda prova d'esame era armato di tutto punto e non fu il caso di voltargli le sue risposte in burletta, bensì di dargli i pieni voti e la lode. Riconquistato in tal forma il suo onore, non volle rimanere a Torino; se ne andò a Pisa, a far vita nuova; e là, non so dirvi come annaspasse, fatto sta che, senza guardar l'Ussero con occhio torvo, senza disdegnare la baraonda «tanto gioconda» del Giusti, guadagnò un anno di corso, e in otto mesi prendeva il berretto, l'anello e tutte l'altre insegne di Bartolo e di Cujacio.
CAPITOLO XVII.
"Poëta nascitur, orator fit".
Si era innamorato dello studio, come già di tante altre cose. E tra tutte le nobili discipline (notate, lettori umanissimi, come anche lo scrittore si metta sul grave e adoperi parole convenienti al soggetto) tra tutte le nobili discipline, io dico, il nostro eroe preferiva le più ostiche, come a dire l'economia politica, il diritto amministrativo, la procedura civile. Chi l'avesse mai detto, qualche anno prima all'autore delle _Frondi sparse_, si sarebbe fatto ridere sul muso. Ma già, lo ha scritto un autore di vaglia: «mutano i saggi», ed io potrei aggiungere, coll'esempio di Ariberti, anche coloro che non lo sono.
Quando egli si addottorò in leggi, che fu due anni dopo la sua partenza da Torino, gli aveva preso la mania del grave, come aveva avuto prima la manìa dello scapestrato. Per altro, non era tutto capriccio in lui, o amore di novità. Gli stavano sempre davanti le tristi scene in cui si era chiusa la sua vita di buontempone, e lo umor suo ne risentiva le angoscie. Dottor Fausto in sessantaquattresimo, Ariberti non volle e non ebbe più una ora di svago. Aggiungo, che provava una certa voluttà tutta sua particolare a stillarsi il cervello in quel modo, tra un codice e un repertorio di giurisprudenza, tra una allegazione e una causa ingarbugliata, di quelle che ai curiali paiono solamente «complesse» e piene di bei «rapporti giuridici».
Esagerazione di propositi, comune a tutti i nuovi convertiti! Pel nostro neofito si aggiunse la morte della madre, vittima della rottura di un aneurisma, secondo che sentenziarono i medici, ma che alla sua pietà filiale doveva parere colpita di ben altro male, e accrescergli in cuore i rimorsi. La santa donna si era spenta benedicendo a suo figlio, e facendo voti perchè si conservasse così assegnato e studioso come si dimostrava da due anni. E questo aiutò a renderlo più triste, più chiuso, più intento al lavoro, che non fosse dapprima, e per conseguenza più dimentico delle allegrezze mondane, dei sollazzi e delle espansioni della sua medesima età.
Poi, non c'è cosa che invecchi un uomo anzi tempo, come la pratica forense. Alla mattina, anche prima di asciolvere, e sto per dire di essersi levato il sonno dagli occhi, ci sono le conclusioni da finire pel causidico, i punti controversi da chiarire, la «concione» da meditare per l'udienza vicina. Il tribunale vi ruba le due o tre ore, spesso colla noia di attendere che sia chiamata la vostra causa. Tornate a casa, seguito dalle benedizioni o dai moccoli del cliente, e vi assediano da capo i procuratori con altre conclusioni da preparare, clienti che non pagano e vi chiedono un consulto, società, istituti, che vi domandano un congresso, o vi appioppano la cura di mettere le loro trappolerie in riga col codice.
E in queste occupazioni vi capita addosso l'ora del pranzo, o desinare che sia. Avvertito dal servitore, ordinate che si dia in tavola, e frattanto andate a caccia di articoli per un'altra mezz'ora. Così avviene che, quando finalmente potete sedervi a tavola per mangiare un boccone in furia, la minestra è rifredda, l'intingolo non ha più gusto, il pasticcio sente il bruciato, e l'appetito non vi tien più compagnia. E la sera, poi? La sera bisogna tornar nello studio; il teatro, i salotti, i geniali ritrovi sono proibiti come le pistole corte; è l'ora dei clienti; l'avvocato ha da aspettare i clienti, anche quando c'è da scommettere cento contro uno che i clienti non si lasceranno vedere.
Imperocchè l'avvocato è nel suo studio quello che un ragno nella sua buca. Il povero insetto solitario se ne sta in attesa per giorni e per settimane, regge l'anima coi denti, invocando una mosca, disposto a contentarsi d'un moscherino purchessia. E per giorni che passino, per settimane che si seguano e si rassomiglino, il povero solitario non può muoversi dal suo bugigattolo. Se per caso un moscerino avesse a passare da quelle parti e non trovasse l'avvocato! Scusate, volevo dire il ragno; ma già, poichè ho detto l'avvocato, lo lascio stare; mettete voi il cliente in luogo del moscerino, e tutti pari!
La vita materiale dell'avvocatino Ariberti, fra il tribunale e lo studio, condannato per anni ed anni a non avere che moscerini, clientucoli al civile e ladruncoli al criminale, s'intenderà facilmente; nè io farò fatica di descriverla, nè voi, lettori umanissimi, farete quella di starla a leggere. Vorrei parlarvi in quella vece della sua vita intellettuale; vorrei dirvi del suo cuore, che diavolo facesse in quella galera. Ma già, mente e cuore, se non erano atrofizzati, sonnecchiavano, come si sonnecchia in diligenza, o in ferrovia, tra un paese che si è lasciato e un altro a cui non si è ancora arrivati.
Diffatti, Ariberto Ariberti, era proprio in quella età che un uomo incomincia a sentir le sue forze e vuole giungere con esse a qualcosa, a scalzare una montagna, o a cavare un ragno da un buco. Si è invasi da una febbre di operare, sollecitati da un desiderio di andare, non importa dove, rosi da una maledetta ambizione che si cruccia da sè, per mancanza di un fine stabilito, e mentre vi fa anelare ad una carica di ministro, o ad altra di quelle altezze intorno alle quali c'è il vuoto, vi fa durare una fatica da cani per afferrare un seggio di consigliere comunale, una croce di cavaliere, una presidenza di comizio agrario, od altra simile tra le umane grandezze, in cui s'assottiglia l'ingegno, e per cui soventi si perdono i sonni, pur di far crepare d'invidia un centinaio di sciocchi della vostra medesima forza.
A quei lumi di luna, l'amore, il povero amore, non è più, o non è ancora tornato, il gran negozio della vita. Imperocchè, non vanno neppure contati i ripeschi da dozzina, i capricci, le effimere ebbrezze che gli uomini seri ammettono a guisa di svago dalle cure più gravi, o di abitudine senza conseguenza, e che meritano il nome di amore come la stretta di mano e il darsi del tu meritano il nome di amicizia, in questo commercio quotidiano di graziose menzogne, che è la nostra vita cittadina.
Trista cosa, non è egli vero? E diffatti io ve ne parlo di volo, e solamente perchè non posso a dirittura passarmene, essendo che questa è la storia del mio eroe, ed io, fermandomi con una certa compiacenza ai punti principali, debbo pure accennare il rimanente, e colmar gl'intervalli. Del resto, il mio eroe non è veramente un eroe; è semplicemente un uomo, con tutte le sue debolezze. E se gli pare che sia una bella cosa esser fatto consigliere comunale o provinciale, che ci ho da far io? Gli è parso dapprincipio che ciò dovesse aiutarlo nella sua professione d'avvocato, e può anche darsi che avesse ragione; ma badate, io non metterei una mano sul fuoco per guarentirvelo, e non farei due passi sopra un mattone (vedete quanto sarebbe lieve il fastidio!) per andare a sincerarmi del fatto.
Comunque sia, eccolo con un monte di faccende sulle spalle. È consigliere di tutto un po' ed ha mano e voce in una dozzina di commissioni, l'una più utile dell'altra al buon andamento della cosa pubblica, il cui intento, chi nol sapesse, è di andare alla peggio. L'avvocato consigliere è proprio nella sua beva, e, non c'è che dire, trova tempo a far tutto, a pensare, a ricordarsi di tutto. S'intende che non ne ha per leggere un bel libro, e meno ancora per dettarne de' suoi. Dio buono, e come avrebbe a fare, con tanta roba alle mani? Già da un pezzo non scrive che conclusioni, allegazioni, relazioni, esposizioni, ed altre consimili negazioni d'ogni arte e di ogni bellezza. È un uomo serio, che ci s'ha a dire? Certo, non l'ho fatto io quel che è; e poichè siamo sull'argomento, e perchè non abbiate a darmene carico più tardi, vi giuro fin d'ora, e per tutto quello che io mi ho di più sacro, incominciando dai vostri occhi che mi leggono, vi giuro, io dico, che non gli ho dato il mio voto quando uscì eletto deputato al Parlamento da uno di quei collegi delle sue Langhe, tanto care al mio cuore.
Eppure, non posso e non voglio negare che i suoi elettori mandassero alla Camera un fior di galantuomo. Debbo anche aggiungere, per debito d'imparzialità (non giornalistica, intendiamoci che è imparzialità a denti stretti), come il candidato non brigasse poi troppo per farsi eleggere. Il caso lo aveva aiutato in tutti i modi, prima colla morte del titolare, poi colla pronta convocazione del collegio, da ultimo con la mancanza di competitori temibili. Era giovane, e qualche giornale torinese disse ridendo di lui, come di Pier Carlo Boggio, ch'egli era il deputato trentenne. Ma lo avere trenta anni non era mica una disgrazia. Intanto, gli aveva giovato molto il non essere troppo in vista a Torino, dove le invidie e i rancori non avrebbero tralasciato di perseguitarlo, incarnati nei Ferrero, nei Vigna, nei Balestra, nei Candioli, e via discorrendo. E più ancora gli era tornato utile lo aver vinto una causa di qualche rilievo per un suo conterraneo, intendente e _factotum_ di un Creso delle Langhe, i cui fittaiuoli ed aderenti votavano con una disciplina esemplare.
In tal guisa favorito dalla fortuna, il nostro Ariberti potè credere, per un giorno almeno, che tutto fosse oro di coppella a questo mondo, poichè nessuno, durante il periodo elettorale, gli aveva dato del venduto, o del ladro. Un diario della capitale, che propugnava una delle solite candidature universali, non potendogli ancora dir altro, perchè non lo conosceva e non ci aveva ai fianchi un Ferrero, si contentò di dargli dell'asino. Ma Ariberti si era tastato le spalle, e, non avendo sentito il basto, si era contentato di sorridere. Se non ci hanno altri moccoli, aveva detto tra sè, possono andarsene a letto al buio.
Salutiamo dunque il signor deputato, e rallegriamoci col signor Amedeo, il quale da tanti anni vedeva il suo figliuolo arare diritto e finalmente raccogliere i frutti di quello che aveva seminato.
Il signor Amedeo in quella faccenda non ci vedeva troppo giusto; bisogna confessarlo a suo marcio dispetto. Ma i babbi son tutti tagliati ad una guisa; amano di vedere i loro figliuoli che tirano al sodo; e, quando ciò sia, non la guardano poi tanto nel sottile; anzi, voi li fareste maravigliare non poco, se vi metteste alla prova di persuader loro che ci possono essere altre fantasie, altre passioni, più pericolose delle scappatelle di gioventù, degli amori, dei debiti, e via dicendo; se faceste trapelare al loro miope affetto quali sopraccapi, ambizioni, e struggimenti, lavorino sotto l'intonaco di una vita assegnata, e che razza di granchi vivano e si moltiplichino, nelle acque in apparenza più chete.
Ma siamo giusti, i poveri babbi hanno proprio a sapere e prevedere ogni cosa? Lasciamo, vivaddio, che si consolino di vedere i loro figliuoli arar diritto e non mettiamo pulci negli orecchi a nessuno.
Ora, il nostro Ariberti arava diritto, non c'è che dire. Avvocato di qualche grido, consigliere, cavaliere, deputato, era un uomo oramai che andava innanzi da sè e non gli bisognava l'aiuto delle falde. Il signor Amedeo poteva dunque intuonare il _Nunc dimittis_ e chiuder gli occhi in pace, senza timore che il suo Ariberto gli sgarrasse quind'innanzi una spanna. Suo figlio, a farla breve, era un uomo sodo, e andava per la maggiore.
Ahimè, povera vita! Noi ne spendiamo mezza a sospirare il futuro, e l'altra mezza a rimpiangere il passato. La nostra gravità è tutta qui, come in estratto, e non se ne cava neppur tanto da farcene un brodo per l'ultimo giorno di malattia, quando si legge la moralità della favola.
Per altro, non corriamo così a fiaccacollo colle deduzioni. I primi tempi di quella vita nuova di Ariberti non furono, o non gli parvero brutti. Le consuetudini parlamentari gli schiudevano come un altro orizzonte agli occhi dello spirito. Il viavai, l'affaccendarsi di tanti colleghi, il meccanismo dei partiti, le amicizie facili, le speranze comuni, gli davano una sembianza di allegra operosità, che doveva a tutta prima lusingarlo, tanto più quando gli veniva alla mente che tutti quei manipoli d'intelligenze, erano il meglio dello Stato, fior di roba, cervelli sopraffini. L'onorevole Ariberti non li aveva ancora esaminati per bene, non aveva ancora rivolto a sè stesso il «_quot libras in duce summo?_» di quella lingua tabana che fu pe' tempi suoi Giovenale. E poi, e poi, che serve tacerlo? Egli ci aveva nel cuore un sentimento grave e poetico ad un tempo, che gli scaldava tutte le fibre e lo faceva guardare con fiducia, davanti a sè: giovare alla patria, meritare la gratitudine de' suoi concittadini, ottenere un buon punto nella lotteria della storia.
Illusioni che avevano a svanire assai presto! Appunto allora che l'onorevole Ariberti poteva giovare col senno e colla parola alla patria, appunto allora incominciarono a pungerlo gli strali della critica, che non si fermavano soltanto all'epidermide. Avvocato, poteva ancora essere tollerato; il numero dei rivali era ristretto; e poi, Dio buono, si trattava di rivali; laddove, nel campo della politica, non erano soli i rivali a fargli il viso dell'armi, ma si addensavano intorno a lui gl'invidiosi, gli odiatori di professione, i cani ringhiosi per natura, e a farla breve, tutto il banno e l'eribanno dei cattivi, degl'impotenti, dei malsani, degli spostati, degli sciocchi, e chi più ne ha ne metta. Tutti erano contro di lui, tutti prendevano a sfrombolarlo da lungi, quale colla matita del caricaturista, quale coi periodi asmatici d'una lettera politica, quale coi perfidi accenni di una notizia recentissima; che in queste e in altre forme, che troppo mi condurrebbe in lungo il descrivere, le serpi potevano schizzare il loro veleno, o la bava.
Così, guerreggiato da varie parti, il nostro povero eroe capì finalmente la esistenza di certe alleanze sotterranee, che a prima giunta, e ragionando onestamente, parrebbero impossibili, e che molti galantuomini s'impuntano tuttavia a negare.
Ahimè, bisogna esserci dentro, colle mani e coi piedi nella maledetta politica, per aversi a convincere che lo strano è il naturale, l'assurdo il necessario, l'improbabile il vero.
S'intende e va da sè che su quel palcoscenico, anzi tra le quinte, i tenori, i baritoni, le prime donne, gli facevano i più leggiadri sorrisi del mondo. Il suo primo discorso, o, come direbbesi in gergo teatrale, la sua aria d'uscita, ebbe applausi e complimenti d'ogni parte. Ma appunto da quell'ora incominciarono gli assalti della bieca combriccola, che mentisce il nome e la dignità di opinione pubblica, e che ha l'arte di parer tale a tutti, per la semplicissima ragione che tutti, un brutto giorno o una cattiva ora della loro vita, vanno a deporvi la quintessenza del loro umor nero, delle loro bizze subitanee, dei loro meditati rancori.
Ariberti militava nelle file d'opposizione, ma non voleva meritarsi la nomèa di oppositore sistematico. Non voleva trovar male ogni cosa. Pensava inoltre alla sua patria e si formava un giusto concetto delle sue necessità. Donde le frequenti occasioni di scontentar Tizio e Caio, perchè mirava anzi tutto a contentare la sua propria coscienza.
Ora ognuno che non abbia di questi giudici importuni nel foro interno dell'anima, non crede o, a dirla più giusta non vuole ammettere che altri ce n'abbia e li ascolti. Immaginate dunque se gli Aristofani da dozzina non gli rivedevano il pelo! Qualche volta, vedendosi così frainteso dai popoli, dava in certe furie, che fortunatamente per la sua fama, restavano chiuse a forza nel petto, e si tradivano solamente in bizze e malinconie pe' suoi familiari, o in versamenti di bile pel medico. Avrebbe pianto volentieri, se non avesse reputato più conveniente di serbare quelle perle dell'anima (l'Achillini può andarsi a riporre) per farne un monile, e metterlo, insieme col suo cuor, ai piedi di una donna.